Gnomon di Nick Harkaway: la cattedrale gotica dei romanzi di fantascienza

Le storie sono un virus: si insinuano nella mente di una persona e si propagano quando questa persona le racconta a qualcun altro. O le vede in un film e consiglia agli amici di andare a vederlo anche loro. O le trova in un libro e consiglia ai suoi amici di leggerlo, come sto per fare io con Gnomon, di Nick Harkaway.

Le storie sono un virus e anche il linguaggio lo è. Gnomon non si limita a prendere atto di questo fatto, valido per tutti i libri, ma lo prende, insieme alle buone pratiche sulla scrittura, le teorie sui romanzi, i luoghi comuni di certe storie, e fa diventare il tutto parte della narrazione, strumenti per raccontare la sua storia.
Questo non è un libro che si lascia leggere passivamente. E’ uno strumento vivo nelle vostre mani, che a volte vi crea difficoltà, a volte vi aiuta.

In una Londra del prossimo futuro lo scambio tra privacy e sicurezza è totale. Ogni cittadino è completamente trasparente al Sistema, nelle azioni e nei pensieri. Il Sistema in cambio fornisce protezione totale e una democrazia basata su referendum e quorum che esegue alla perfezione la volontà del popolo. La forma più alta di sorveglianza è l’interrogatorio, in cui la mente di una persona viene letta, tutti i suoi segreti portati alla luce. Non è una punizione, è semplicemente efficiente. Durante l’interrogatorio è anche possibile correggere alcune neurosi e alcuni difetti del comportamento, quindi è anche terapeutico. Le persone ci si affidano senza problemi.

Ma quando Diana Hunter, una scrittrice che rifiuta il Sistema, muore durante un interrogatorio, ecco che c’è un problema grosso. Se il Sistema non offre protezione durante la più totale invasione della privacy, tutta la costruzione viene a cadere.

Mielikki Neith è una delle più brillanti ispettrici del Witness, il programma di sorveglianza e polizia del Sistema. Viene incaricata di scoprire cosa è successo. Neith fa la cosa più logica: inizia interrogando la vittima. Si fa scaricare nella mente la registrazione dell’interrogatorio di Hunter e inizia a guardare. E lì, come si dice in questi casi, le cose si complicano. Nella mente di Hunter infatti non c’è solo la storia della scrittrice, costituita dalla sua collezione di ricordi. Ma anche le storie, i ricordi, di altre persone: una alchimista del quarto secolo dopo Cristo incaricata di alcune resurrezioni. Un banchiere greco che ha fatto un patto con un dio squalo che ora abita nella sua mente e divora società quotate in borsa. Un pittore etiope in grado di camminare attraverso le pareti. E Gnomon, un assassino venuto dal futuro per ucciderli tutti. Secondo i tecnici che hanno condotto l’interrogatorio, queste altre menti sono una forma di difesa: Hunter, anziché costruire un muro per arrestare l’inarrestabile penetrazione del Sistema nella sua mente, ha scavato un fossato e l’ha riempito di sabbie mobili, le altre storie, per bloccare e confondere che vuole scoprire i suoi segreti. Per Neith questa cosa, già di per sé impossibile, è solo la punta dell’iceberg: le storie sono collegate tra loro e solo risolvendo i misteri raccontati dalle menti nella mente di Hunter potrà scoprire cosa sta succedendo realmente. Fino alla, come si dice in questi casi, sorprendente conclusione.

Gnomon è un giallo fantascientifico estremamente attuale, talmente attuale che in effetti sembra sia stato pubblicato nel 2020 e non nel 2017, data la precisione con cui, nella Londra futura, vengono accennati eventi del passato.

E’ scritto in maniera pesante, barocca, con un linguaggio volutamente complesso, pieno di metafore, similitudini e riferimenti e citazioni. Un linguaggio estremamente raffinato ed elegante, che costituisce un’ulteriore fossato di sabbie mobili da superare per scoprire cosa è successo. A chi mi chiedeva com’era il libro mentre lo leggevo rispondevo “denso”. In uno dei bizzarri dialoghi meta testuali contenuti nella storia un personaggio mi ha confermato che era la definizione giusta: “queste storie hanno un’elevata densità informativa”. Leggerlo, dicevo, era come scalare una montagna: dannatamente faticoso, ma che soddisfazione, che panorami. La fatica si sente tutta, ma ne vale la pena.

Il romanzo è una scatola piena di sorprese e inganni. Pur raccontando di fatto diverse storie intrecciate, con forti reminiscenze dell’Hyperion di Dan Simmons, non ci sono stili diversi: l’alchimista del quarto secolo parla come il banchiere del ventunesimo. Non è lì la bravura e il gioco di prestigio. E’ nell’uso dei canoni del romanzo, che vengono girati su loro stessi e diventano parte degli artifici narrativi.

Ogni lettura è un’esperienza personale. Fortunatamente, credo, ho letto il romanzo nello stesso stato in cui, credo, Harkaway voleva portare il lettore. Stanco, perennemente a cavallo tra sogno e realtà. Amazon mi informa che ho ordinato il libro il 7 dicembre 2017. E’ arrivato un paio di giorni dopo. L’ho terminato nella notte del 12 marzo 2018. Sono settecento pagine, non ho mai letto così lentamente.
Questo è un periodo strano. Ho quindi letto nei ritagli di tempo. Spesso stanco. Molto stanco. Affaticato ulteriormente dal linguaggio pesante. Mi capitava quindi, come a Neith nel romanzo, di iniziare a leggere una frase, addormentarmi e sognare immediatamente una prosecuzione coerente, risvegliarmi e andare avanti con la lettura. Salvo rendermi conto, magari subito, magari il giorno dopo, che interi pezzi di storia non erano come li avevo letti e come li ricordavo. Come i piani di realtà che si confondono nella mente dell’investigatrice quando era stanca.
Avendo la sensazione che il libro venisse scritto o riscritto mentre lo leggevo. Riferimenti a eventi che non ricordavo o ricordavo diversamente che, tornando indietro, invece erano come descritti in quel momento. Ma giuro che io non li avevo letti, o letti diversi, o magari letti giusti, ma troppo stanco per ricordarli poi a settimane di distanza.

C’è una manipolazione del lettore nel libro. Per cui a volte, come nell’esempio descritto sopra, sembra che i personaggi, parlando di tra loro, si rivolgano al lettore per confermare o confutare sue teorie, usando le sue stesse parole, nel momento in cui lui formula questi pensieri.

Sarà stata la stanchezza e il gran numero di giorni che ci sono voluti per leggerlo, ma il libro mi ha comunicato con forza lo scorrere del tempo. Ovviamente, in ogni libro che racconta una storia in modo lineare, quando sei a un certo punto hai delle pagine a sinistra che sono il passato, quella che stai leggendo che è il presente e a destra c’è il futuro. E’ sempre vero. Ma non l’ho mai avvertito come durante questa lettura.

Gnomon è un inganno, è un magnifico gioco di prestigio letterario. Come una camera di specchi, ma fatta di parole. E’ una sfida: è un libro che non vuole farsi leggere, come la mente di Diana Hunter non vuole essere penetrata, se non da una persona determinata a scoprire i suoi segreti e trovarsi, a sorpresa, sua alleata.

Leggetelo. Ma non se siete stanchi.

Star Wars: Gli Ultimi Jedi. Recensione senza spoiler

Vorrei dire che Gli Ultimi Jedi è, finalmente, uno Star Wars a livello dell’Impero Colpisce Ancora.

Purtroppo non lo è e per un fan della vecchia saga, questo è un desiderio che rimarrà irrealizzato anche con i prossimi film: non mi ha peso visceralmente. E contemporaneamente lo è: come il secondo episodio della prima trilogia tanti anni fa cambiò completamente le aspettative di chi pensava di vedere più o meno la stessa storia del film originale, anche qui la decisione è quella di sovvertire completamente il canone del genere: gli eroi non sono  eroi, le leggende non sono leggende, la speranza c’è sempre, ma non è in mano a figure mitiche, sono le persone ordinarie che hanno la possibilità di rimboccarsi le maniche e salvare la galassia.

Dopo il primo Guerre Stellari e dopo il dirompente Episodio V, tutti i film di genere hanno tentato di essere il nuovo Guerre Stellari o il nuovo L’Impero Colpisce Ancora e questo è il paragone con cui si confrontano anche i nuovi episodi della saga. Episodi che, nel panorama odierno, non sono più qualcosa di mai visto prima, ma solo uno tra i tanti mega filmoni ricchi di effetti speciali che escono ogni anno, tra super eroi Marvel e DC, Transformer e altre produzioni che condividono tipo di pubblico ideale e mezzi per raggiungerlo.

Il massimo che si può sperare quindi non è che siano a livello di uno dei film del passato, ma che rappresentino qualcosa di nuovo, una svolta rispetto al canone consolidato, come è stato Rogue One.

Gli Ultimi Jedi è un film di Star Wars a livello di Rogue One. E questo è bene.

Ma forse c’è un paragone più azzeccato: Gli Ultimi Jedi è il Watchmen di Star Wars. E’ l’opera che analizza il mito, lo osserva al microscopio, lo distrugge dall’interno per lasciarci una nuova creazione, migliore.

Al film manca qualcosa. Forse il montaggio rende troppo lunghe le scene di dialogo, troppo brevi quelle emozionanti e quindi il secondo atto soffre molto, con una parte centrale prolissa e poco emozionante, anche se fondamentale per il nuovo verso di Star Wars.
Succedono le cose giuste per uno Star Wars e vengono dette le battute giuste per uno Star Wars. Ma a volte viene da pensare quando si inizia a risolvere la vicenda?

Nel terzo atto. Il terzo atto strizza molto l’occhio a momenti fondamentali dell’Impero Colpisce Ancora e al Ritorno dello Jedi, con battute quasi identiche dette in situazioni quasi identiche e inquadrature quasi identiche di eventi quasi identici. Ma qui il regista Rian Johnson fa capire perché dopo questo film gli sono state date le chiavi per una nuova trilogia originale. E’ una sorpresa continua. Un portare le aspettative da una parte per mandare la storia da un’altra.
Bene o male, dato che stiamo sempre parlando di uno Star Wars, dopo Il Risveglio della Forza ci potevamo aspettare a grandi linee quello che sarebbe successo ne Gli Ultimi Jedi. Dopo questo film, non ho proprio idea di come potrà chiudersi la storia in Episodio IX. E dispiace sapere che sarà in mano di nuovo a J.J. Abrams, che sicuramente la riporterà sui binari sicuri da cui Johnson l’ha brillantemente fatta deragliare.

Gli attori sono tutti a loro agio nelle vesti dei loro personaggi. Fanno tutti un grande passo avanti rispetto a quanto visto in Episodio VII. Il conflitto di Rey, l’essere eroe riluttante di Finn, l’essere pilota testa calda a ogni costo di Poe. Anche se con qualche lungaggine e qualche scelta che lascia perplessi soprattutto per gli ultimi due, ciascuno di loro dà un ottimo contributo alla storia. Adam Driver è un signor attore. Forse sono tra i pochi che ha apprezzato il suo signore del male in formazione, lamentoso e che cerca di mostrarsi molto più capace e sicuro e cattivo di quanto in realtà non sia e che è perfettamente cosciente dei suoi limiti e vittima della frustrazione che ne deriva.

Carrie Fisher è Carrie Fisher. C’è un momento disperato in cui Leia, dato che non la salva nessuno, si salva da sola, come al solito, in modo sorprendente. L’avesse fatto qualsiasi altro personaggio di qualsiasi altra saga, sarebbero volati i pop corn sullo schermo. Lo fa lei, appare come la cosa più normale del mondo.

Mark Hamill e Rian Johnson fanno a Luke Skywalker e Star Wars quello che Alan Moore ha fatto la fumetto supereroistico con Watchmen. La caduta degli dei. Lo sguardo dietro la maschera. La verità dietro la leggenda. Da istruttore di arti marziali, capisco tutto il suo travaglio. Quando un vecchio Jedi dice a uno giovane “I nostri fallimenti sono il terreno su cui sbocciano i successi dei nostri allievi” ho ritrovato una mia massima di vita. Di tutte le sorprese del film, questa è stata la più grande e la più bella. Hamill è magistrale nel mostrare un Luke Skywalker inimmaginabile, ma perfetto.

C’è una battuta di Luke che sintetizza perfettamente tutto il film: “non andrà a finire come pensi.” Ed è vero. Gli Ultimi Jedi cambia molte carte in tavola per la saga di Star Wars, per la storia, ma anche per l’approccio. Molte certezze vengono messe in dubbio, molte delle divisioni nette bene/male, luce/oscurità, lato chiaro/lato oscuro vengono messe in discussione.

Gli effetti speciali sono ovviamente pazzeschi, ma non è una novità. L’aspetto visivo, fotografia, ambientazioni, costumi, location lasciano a bocca aperta.

E’ un film che ha la portata epica di un episodio della saga, ma è ambientato nel mondo a chiaroscuri di Rogue One. Non ne esce un prodotto perfetto, ma è un momento importante nella storia di Star Wars.

Castlevania, la serie animata su Netflix

Come mai scrivere su Castlevania, giudizio meh+, quando potrei parlare di The Expanse, bello?

Il destino si dipana per vie misteriose. Una di queste vie è il fatto che ora ho tempo, questo inverno non ne avevo. E siccome ho visto Castlevania la settimana scorsa, eccoci qui.

Questa serie animata di produzione originale Netflix ha due segni distintivi. Il primo è che è tratta dall’omonima serie di videogiochi di successo – per la precisione si ispira molto al terzo capitolo. Il secondo è che è scritta dallo scrittore di libri e fumetti, saggista, futurologo, conferenziere Warren Ellis, la cui newsletter dovreste proprio seguire.

Il secondo punto mi ha attirato più del primo, quindi ho investito un’ora del mio tempo spalmata su due pause pranzo per vedere i quattro episodi della prima stagione.

Eeeeeeeeeeeeeeee. Beh.

Che gli vuoi dire: onesto. Forse hanno speso più soldi per pagare Ellis e il cast di doppiatori, tra cui spiccano Richard Armitage e James Callis, che per pagare l’animazione, ma insomma, una cosa media.

La prima stagione in realtà è un lungo setup in vista della già annunciata seconda, in cui le cose si dovrebbero fare serie. Nel primo episodio una donna determinata, Lisa, si presenta a Dracula chiedendogli di insegnarle la sua scienza per diventare un medico e curare la povera popolazione della Valacchia. Segue l’ammmmore e segue, qualche anno dopo, un rogo su cui Lisa viene bruciata dalla chiesa con l’accusa di stregoneria. Dracula non la prende bene. Divide gli abitanti della Valacchia in due categorie: quelli direttamente colpevoli della morte della moglie e quelli che avrebbero potuto opporsi all’uccisione. Decide quindi di evocare un’armata dall’inferno e uccidere tutti.

Gli episodi successivi mostrano come si forma il terzetto di personaggi che cercherà di fermarlo: Trevor Belmont, discendente di una casata di cacciatori di mostri scomunicata dalla chiesa; Sypha Belnades, maga appartenente all’ordine nomade degli Oratori e, soprattutto, Alucard, il dampiro figlio di Dracula e Lisa intenzionato a salvare l’umanità dall’ira del padre e tra i personaggi più amati della serie di videogiochi.

La serie, come dicevo, è onesta: bella l’ambientazione, belli gli scenari, un po’ così animazione e character design, buona l’idea di seguire l’esempio dei videogiochi e tenere Dracula nascosto. Molto convenzionale la storia: segue i topos del genere senza discostarsene. Non che sia per forza un male, però dalla penna di Ellis mi aspettavo qualcosa di più originale o un punto di vista diverso su una storia nota, un po’ di sorpresa, insomma. Inoltre, le sue battute fulminanti che su carta funzionano benissimo qui a volte stonano: il ritmo dell’azione spesso si ferma per permettere a un personaggio di pronunciare una battuta bella, ma lunga e articolata.

Vedere Castlevania non è stato uno sforzo, anzi, ma sicuramente il risultato è stato inferiore alle mie aspettative. Si prende una sufficienza e il mio consiglio è, se non l’avete visto, di aspettare che esca la seconda stagione di otto episodi, per guardarne dodici uno dietro l’altro e vedere dove va a parare.

Ecco il trailer della prima stagione di Castlevania

Bright: che è quasi Shadowrun, the movie

Shadowrun è uno dei miei giochi di ruolo preferiti.

La sua miscela di fantascienza Cyberpunk e fantasy, con il tocco di originalità delle tradizioni nativo americane, toccava nei punti giusti le corde della mia fantasia.

Ricordo un interrail in giro per l’Europa, portando sulle spalle tutto quello che la FASA aveva pubblicato fino al 1992, dal manuale base all’ultimo dei supplementi, razziati al Forbidden Planet di Londra.

Ricordo due campagne con il mio personaggio, un detective privato umano, che arrancava dietro a maghi e street samurai traboccanti di magia e cyberware, sorretto da una vergognosa fortuna dei dadi che mi permetteva di portare al tavolo una valida variante di Rick Deckard.

Le incarnazioni di Shadowrun su altri media, videogiochi e libri, non mi hanno mai convinto tantissimo. Fino ad ora.

Bright non è il film dal vivo di Shadowrun: manca tutta la fondamentale parte fantascientifica. Ma il film con Will Smith in uscita il 22 dicembre su Netflix sicuramente ha più di un debito nei confronti dell’immaginario del gdr FASA, nello spirito più che nella pedissequa aderenza all’ambientazione.

Ecco il trailer.

È morto George Romero


Per ora, almeno.

Ne danno notizia vari siti, tra cui io9.

Il padre degli zombie moderni aveva 77 anni e le battute di bassa lega come quella che ho scritto io si sprecheranno per le prossime ore.

40 anni di Star Wars

Il 25 maggio 1977 i primi spettatori hanno comprato i biglietti per questo nuovo film di fantascienza, appena uscito dopo una produzione travagliata, diretto da un regista con un paio di buoni film alle spalle, interpretato da un gruppetto di sconosciuti e con un paio di icone del cinema in ruoli secondari.

Non perdo tempo a raccontare cosa è successo dopo: sappiamo tutti l’impatto che Star Wars ha avuto sul cinema, sulla cultura, su tutto.

Cinque anni fa ho scritto i miei ricordi della mia prima visione del film, inutile aggiungere altro, se non per dire che oggi, 5 anni dopo, quando si parla di questa saga torno a essere quel bambino.

Che è successo nel frattempo?

Abbiamo avuto due nuovi film. Abbiamo perso Carrie Fisher e Kenny Baker. Siamo in attesa di un nuovo capitolo a dicembre. Poi ci sarà il film su Han Solo. Poi Episodio IX. Poi chissà.

Per le celebrazioni, ci sono un sacco di cose interessanti sul sito ufficiale e vari canali social. Per Gli Ultimi Jedi, c’è un bell’articolo di anteprima su Vanity Fair, corredato da foto fantastiche – tra cui le prime che raffigurano i nuovi personaggi interpretati da Benicio del Toro e Laura Dern.

Io, parafrasando una delle frasi simbolo della saga, have a good feeling about this. E voi? Commenti aperti: storie, ricordi, opinioni, pensieri: sono 40 anni, vale la pena mettere mano alle tastiere.

Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

E’ morta Carrie Fisher


Carrie Fisher era la Principessa Leia, il senatore Organa, il generale Organa.
Ma era anche una grande, grande scrittrice, autrice di libri in cui ha messo a nudo i suoi demoni, i suoi problemi, il disturbo bipolare e ha dimostrato come si possa trovare una via, un equilibrio, una forza per andare avanti e avere una vita piena nonostante una famiglia ingombrante, l’alcol e la droga, la malattia mentale.

Era un eroina sullo schermo e una super eroina nella vita reale.

Era la nostra principessa.