Dove ha sbagliato il fantasy epico – di Gabe Chouinard

12 luglio 2008

Gabe Chouinard è uno scrittore, editore e opinionista, noto per la sua franchezza e i suoi punti di vista a volte estremi. Mi ha dato il permesso di tradurre e pubblicare questo suo saggio, originariamente apparso su Locus Online.

Il fantasy epico non è brutto di per sè, né ha qualcosa di sbagliato. Di fatto, mi piace molto, o meglio, mi piacerebbe se gli autori che ne scrivono smettessero di plagiare Tolkien e si muovessero un po’ più vicini allo spirito del fantasy epico.

Le persone tendono a non far caso al fatto che Tolkien non ha mai voluto creare un sottogenere con il suo lavoro. Una vera opera d’amore, Tolkien ha dedicato la maggior parte della sua vita alla creazione della Terra di Mezzo. Il suo scopo era di creare un mondo alternativo attorno alla struttura mitica che ha continuato a elaborare, fino al momento della sua morte.

Tolkien era un creatore, non un romanziere.

Alla popolarità, però, segue la commericializzazione.

Quando esplose la popolarità de Il Signore degli Anelli, negli anni sessanta e nei primi settanta, nessuno sapeva bene cosa fare. Si trattava di un fenomeno di culto basato – stranamente – su una trilogia di romanzi che erano assolutamente, radicalmente differenti da tutto il resto. Gli editori non sapevano come trasformare in denaro questa popolarità.

Certamente, hanno provato. Iniziarono ad apparire riedizioni di lavori trascurati da tempo. Edgar Rice Burroughs, Robert E. Howard, E.R. Eddison. Furono tutti divorati dal pubblico che aveva letto Il Signore degli Anelli e ne voleva ANCORA ANCORA ANCORA

Non ebbero ciò che desideravano fino al 1977, con La Spada di Shannara di Terry Brooks

Brooks diede ai lettori esatamente quello che volevano: Tolkien rifatto. Ecco quindi Elfi e Nani e Uomini a profusione, un misterioso Driudo a guidarli e una terra fantastica strappata dallo stesso tessuto da cui veniva la Terra di Mezzo. Diede anche alla Del Rey (la casa editrice del libro, NdT) esattamente quello che LEI voleva – una enorme, inarrestabile gallina dalle uova d’oro con cui scalare la classifica dei best sellers.

E poi venne David Eddings.

Impiegando miti archetipali in quantità industriale, Eddings creò una serie fantasy che si rifaceva in parti uguali a Tolkien e Brooks, dandoci l’archetipo del ragazzo qualsiasi che diventa salvatore del mondo, istituendo l’usanza della saga in più libri.

Il fantasy epico non si sarebbe più ripreso.

Ora un successo commerciale, gli aspetti del fantasy erano stati fissati nella metà degli anni ottanta. I fan sapevano cosa volevano. Saghe epiche che si protraevano per più libri, ambientati in terre alternative (eppure stranamente simili all’europa medievale), eroi innocenti e provati dal dolore, Oscuri Signori in profusione… E lo ottennero a vagonate. Serie fantasy spuntavano fuori con insistente tenacia e gli scaffali delle librerie scricchiolavano in protesta.

Se si tratta di un successo commerciale, come si può affermare che il fantasy epico sia un fallimento? Dopotutto, sono le richieste del mercato che stabiliscono cosa sia un successo, no?

Vero. Ma per capire l’estremo fallimento del fantasy epico dobbiamo di nuovo tornare a Tolkien.

Anche se certamente lontano dalla perfezione, Il Signore degli Anelli di Tolkien riesce mirabilmente in quello che era il suo scopo: l’esplorazione di un mondo alternativo totalmente realizzato e completamente unico. La sua vera forza sta nel realismo della Terra di Mezzo, che Tolkien ha plasmato con immensa devozione e rigoroso dettaglio.

Il fantasy epico, come genere costruito a partire da una singola trilogia, ha fallito miseramente dove la sua fonte era riuscita.

Ogni scrittore di fantasy epico che ha seguito gli innegabilmente enormi passi di Tolkien non è riuscito a fare ciò che ha fatto Tolkien. Non è mai stato creato nel genere del fantasy epico un altro mondo che potesse rivaleggiare con la Terra di Mezzo per originalità, ampiezza o individualità. Anche se probabilmente la cosa non è stata intenzionale, ogni mondo creato fino ad ora non è altro che una pallida, debole ombra annacquata della Terra di Mezzo.

Il fantasy epico potrà essere epico, ma non c’è molta fantasy (intesa come fantasia, NdT) in esso. Infatti, io sostengo che per trovare vero fantasy epico nello stile di Tolkien, dobbiamo guardare al di fuori del sottogenere del fantasy epico e in altri reami.

Due ambientazioni in particolare mi vengono in mente come eredi del fantasy epico tolkeniano e sono entrambi di fantascienza.

La saga di Dune di Frank Herbert e il Libro del Nuovo Sole di Gene Wolfe (e i romanzi collegati di Urth) mostrano tutti gli elementi della creazione di un mondo alternativo alla Tolkien. Entrambi sono ambientati nella cornice di un mondo che è totalmente reale, altamente individuale, completamente unico che mostra la profondità della devozione e dell’attenzione dei loro autori nella creazione di mondi.

Queste tre ambientazioni, la Terra di Mezzo, Arrakis e Urth, sono enormemente differenti l’uno dagli altri, avendo poche cose in comune nella loro descrizione. Eppure, e questo è il punto centrale su cui si basa il fantasy epico, è nella creazione di reami fantastici dotati di una loro individualità lo scopo del fantasy epico nella tradizione tolkeniana.

Il sottogenere, il fantasy epico, fallisce miseramente in questo compito.

Se guardiamo alle serie che ora formano la maggior parte (e il maggior peso) della letteratura fantasy, è evidente che il fantasy epico nel suo complesso non è altro che una timida, poco originale variazione dei generici punti cardine stabiliti in seguito alla trilogia di Tolkien.

Certamente ci sono romanzi di fantasy epico ben scritti, come sono certo ci siano romanzi western, d’amore, su infermiere ben scritti. Eppure il fantasy epico non ha mostrato la potenza propria del lavoro di Tolkien. E una delusione, e una delusione poco originale, per dirla tutta.

Alcune persone sentiranno crescere l’ira, inclusi gli autori di innegabile successo che continuano a produrre fantasy epica derivativa. E per essere sinceri, alcuni di questi autori a me piacciono (John Marco, Tad Williams, George R.R. Martin, per fare un po’ di nomi). Ma io dico loro con totale convinzione: non state scrivendo fantasy epico. State scrivendo la percezione del fantasy epico.

Nessuna di queste fantasie supererà mai i confini dei limiti genere, come ha fatto l’opera di Tolkien. Nessuna di queste fantasie ha la speranza di diventare un pezzo fondamentale della cultura letteraria. Perché, alla fine, tutti falliscono nell’imitare lo spirito di Tolkien e si limitano al contenuto di Tolkien. Da una parte sta l’originalità, dall’altra l’oblio.

Vedremo mai di nuovo un fenomeno come Il Signore degli Anelli? Personalmente ne dubito. Certamente, ci sono stati cambiamenti di recente, mentre il genere del fantasy epico lentamente si evolve verso variazioni più originali e sofisticate. Anche Terry Brooks, quel primo imitatore di Tolkien, ha cercato una qualche originalità nella sua serie di Shannara. Ma questi sono cambiamenti superficiali, semplici tentativi di originalità. Finché gli scrittori non smetteranno di seguire pedissequamente le convenzioni del genere, non vedremo mai la rinfrescante originalità e unicità creativa che è la vera forza della trilogia di J. R. R. Tolkien.

La nostra maggiore speranza sembra venire dala terra in cui ha vissuto Tolkien, l’Inghilterra. C’è stata di recente una serie eccellenti, brillanti, fantastiche storie scritte da autori britannici. C’è un numero di autori idiosincratici che producono opere di sorprendente intelligenza e innovazione che seguono lo spirito di Tolkien più che seguirne le orme. Fondendo stile e sostanza questi autori producono testi di merito letterario che sono anche, innegabilmente e prepotentemente, fantasy epico.

China Miéville è, probabilmente, il più noto di questi scrittori. Con il suo premiato Perdido Street Station Miéville porta i lettori in un mondo strano, mozzafiato, pienamente realizzato che mostra l’ampiezza e la precisione nella creazione necessarie per qualificarlo come un vero fantasy epico. Con il seguito di Perdido Street Station, The Scar, Miéville continua as esplorare questo mondo, assicurandosi un posto come esperto creatore di mondi e innovatore stilistico.

Mary Gentle ha creato un capolavoro con la sua saga di Ash: A Secret History (noto anche come Il Libro di Ash negli Stati Uniti). Con questa storia che attraversa più generi Gentle ha plasmato la storia segreta di una Borgogna di un altro mondo, ed è affascinante. Contemporaneamente si è assicurata un posto nella storia della letteratura con una storia tour-de-force che colpisce duro come qualsiasi cosa scritta da Don DeLillo. E nella mia opinione, la sua serie di romanzi precedente, White Crow (cominciando da Rats & Gargoyles) è anche migliore.

Storm Constantine è una delle maggiori scrittrici fantasy inglesi da qualche tempo ormai, ma si è fatta conoscere negli Usa solo da poco. Con l’uscita della sua saga della famiglia Palindrake, le Magravandias Chronicles (inclusi Sea Dragon Heir e The Crown of Silente), si è assicurata un posto tra i “nuovi signori” del fantasy epico con una emozionante miscela di fantasy gotico noir che rimane nella testa molto dopo aver girato l’ultima pagina.

James Barclay non scrive fantasy epico, ma un fantasy revisionistico esplosivo (il cosiddetto “sword-and-sorcery”) nella sua serie Chronicles of the Raven (Dawnthief, Noonshade). Barclay rappresenta un altro tipo di scrittore fantasy: quelli che scrivono con un occhio per l’azione pulsante e uno per l’ambiguità morale. Come gli autori già nominati, prende convenzioni accettate da tempo e le rigira su se stesse, producendo opere che mostrano più vitalità di qualsiasi imitatore di Tolkien.

Ce ne sono altri che potrei elencare (David Zindell salta immediatamente in mente) per chiarire il punto. Ma il fatto è che la metà del divertimento sta nel trovare per contro proprio chi è emozionante, chi sta provando nuove cose con un sotto genere che è tradizionalmente stantio e claustrofobico. Se questo autori che ho elencato sono un’indicazione della direzione che sta prendendo il fantasy epico, allora ho speranza per il futuro.

Forse, alla fine, ci sarà un ritorno di nozioni uniche e personali che creeranno non solo grande fantasy epico, ma grande narrativa in generale.

Io ci spero.

Gabe scriveva queste parole nel 2002. Sono ancora attuali? Ci sono nuovi autori che stanno riscattando il fantasy epico, oltre a quelli citati nel saggio? A voi la parola.

6 commenti

  • Bruno 20 novembre 2010a20:03

    Innanzitutto, non vedo proprio perché sia un peccato mortale il fatto (ammesso e non concesso) che non ci sia un’ambientazione di fantasy epico capace di rivaleggiare con quella di Tolkien. Io personalmente amo le ambeintazioni, il worldbuilding e cerco di leggere libri dove questo aspetto abbia la giusta importanza, ma l’affermazione implicita in questo articolo è addirittura dogmatica: dall’ambientazione si desume il valore dell’opera anzi dell’intero genere. Un autore come Moorcock (scarno nelle ambientazioni ma ricco in personaggi e capacità di raccontare una storia) dove lo mettiamo? Per tanti, il suo Elric è superiore a Tolkien. Cosa risponderebbe l’autore del pezzo? Che Elric non è fantasy “epico” ma è “sword and sorcery?”
    Sarà, ma allora ci si mette a giocherellare sulle categorie. Il fantasy ha avuto altri campioni, non solo Tolkien.

  • ancos 22 novembre 2010a14:15

    Ciao Bruno, benvenuto.

    Chouinard non fa l’equazione “mondo non originale = romanzo brutto”, parla di un’occasione mancata. Quello che sostiene è che la maggior parte degli scrittori di fantasy epico (ma lo stesso si può dire di qualsiasi genere) non hanno fatto sforzi di worldbuilding, ma hanno preferito rifugiarsi in ambientazioni derivate.

    Quanto alla tua domanda su Moorcock, è giusta e temo che Chouinard darebbe proprio la risposta che immagini tu. A quanto pare gli anglosassoni ci tengono molto alla divisione in categorie, anche se alcuni autori e molta critica si stanno rendendo conto che sono divisioni arbitrarie e spesso insufficienti a descrivere un’opera.

    Io trovo questo articolo molto interessante. Ma non tanto perché condivida le opinioni di Gabe Chouinard, quanto perché trovo che sia una base stimolante per aprire una discussione.

    Proprio il punto sull’appartenenza di un’opera a un’ambientazione piuttosto che a un’altra suscita riflessioni interessanti.
    Prendi Twilight (al di là del giudizio che puoi avere sulla serie di romanzi): è fantasy? Urban fantasy? New weird? Horror? Romantic fantasy?
    E ai fan di Twilight interessa sapere a che genere appartiene?

    Ha senso, allora, continuare a parlare di opere recintandole in un genere e sottogenere?

  • Bruno 27 novembre 2010a18:34

    Ciao Ancos,
    Se l’equazione non è: romanzo non originale = romanzo brutto, che non sono comunque esattamente le mie parole, il giudizio appare però abbastanza netto, visto che possiamo leggere dall’articolo: “Eppure, e questo è il punto centrale su cui si basa il fantasy epico, è nella creazione di reami fantastici dotati di una loro individualità lo scopo del fantasy epico nella tradizione tolkeniana”. Pertanto se il fantasy (epico) non vuol mancare il suo punto centrale pare che debba proprio creare originalità altrimenti (brutto o no) non ce l’ha fatta.

    Peraltro l’articolista si lamenta che sono apparse solo modeste variazioni sul tema, e allo stesso tempo sembra pensare che il fantasy epico “nella tradizione tolkieniana” debba creare “reami fantastici dotati di una loro individualità.”
    Pertanto bisognerebbe avere lo “spirito” di Tolkien ma riuscire ad essere originali. Credo che quello che manca a Chouinard sia un mondo della *medesima ricchezza di dettaglio* coniugata alla medesima epicità, perché se parto dallo “spirito” di Tolkien probabilmente finisco per farne un altro clone senza vita, come è stato già fatto numerose volte (alcuni di questi tentativi sono comunque piacevoli da leggere).

    Se tralasciamo lo spirito di Tolkien e parliamo di epicità, possiam vedere che il lavoro della cui mancanza Chouinard si lamenta è stato già fatto.
    In un ciclo di ampio respiro, non così spesso dal punto di vista cartaceo ma comunque abbastanza articolato, Moorcock c’è riuscito tirando in ballo un popolo addirittura pre-umano dall’infinita arroganza e crudeltà, decadente ma capace con la sua magia di tenere in scacco gli umani dei regni giovani per altre migliaia di anni. Non si è perso in eccessive descrizioni, non ha inventato alfabeti (sarebbe questo lo spirito di Tolkien? a me sembrano formalità) ma ha messo in campo un eroe chiamato dal destino a spezzare questi equilibri e preparare il mondo a una nuova era. L’epopea di Elric, per quanto l’eroe sia disegnato in modo da essere antitetico al mondo tolkieniano, è epica tanto quanto. Perché per me Elric non si può confinare alla Sword and Sorcery, e nel suo distaccarsi dal mondo e dallo stile tolkieniano rivendica certamente la propria originalità, pur toccando la stessa epicità e forse superandola nel suo finale così catastrofico e radicale.
    Non mi piace giocherellare con le categorie né baloccarmi all’infinito con trappole di questo tipo, perciò non ritengo di aver dimostrato nulla in modo inconfutabile, solo di aver dato una risposta, la mia.

    E per cogliere uno dei tuoi spunti di riflessione: la mia risposta sul recintare le opere in generi e sottogeneri è che fare questa operazione serve per definire largo circa di cosa stiamo parlando o che fenomeno sta nascendo, o come si sta evolvendo un autore, tutto qui: e se gli diamo troppa importanza rischiamo di usare queste categorie per metterci le fette di salame sugli occhi, come mi sembra abbbia fatto Chouinard.

  • ancos 29 novembre 2010a18:11

    Ciao Bruno.

    Penso che nessuno possa negare l’originalità ed epicità del lavoro di Moorcock. E questo al di là di discussioni su come catalogare il ciclo di Elric. Discussioni e catalogazioni che, come dici anche tu, vanno bene per inquadrare il discorso, ma non è il caso di dare loro una importanza eccessiva.

    Parlando di autori, mi piacerebbe passare a Terry Brooks. Tanto per dare un quadro di riferimento a un eventuale lettore che leggesse questo nostro scambio di commenti aggiungo un dato a quanto già detto nell’articolo. La popolarità di Brooks era tale – e il deserto nel campo del fantasy epico a quei tempi era tale – che parecchi lettori distratti pensarono che fosse stato Tolkien a copiare da Brooks gli elementi più caratteristici della storia e dell’ambientazione.

    E’ assolutamente vero che l’opera di Brooks è derivativa di quella di Tolkien.
    E per semplificarci la vita, prendiamo per un attimo per buona la tesi di Chouinard: un’opera fantasy che non riprende lo spirito di Tolkien, il desiderio di creare un’ambientazione originale, ma si limita a riprenderne l’ambientazione con qualche variazione, fallisce come opera di fantasy epico al di là del valore dell’opera in sé, ovvero se è un buon libro o no.

    In questo senso, i primi libri di Shannara “falliscono”.

    Eppure, mi pare sbagliato liquidare Brooks e Shannara così.
    Certo, La Spada di Shannara non è un capolavoro. Ma ha una storia onesta, ha dei personaggi riusciti – ricordo ancora Menion Leah – , una buona dose di epicità. E soprattutto, si lascia leggere. Che non è qualità da poco, visto che gli ha permesso di acchiappare un grande pubblico di adolescenti. Quelli che in quegli anni giocavano a Dungeons & Dragons e cercavano qualcuno o qualcosa che raccontasse le storie che loro giocavano.

    Brooks non ha solo scritto il libro giusto al momento giusto, ha rimesso in piedi un genere, ha riacceso una fiammella che è esplosa ed è sfociata nella passione per il fantasy degli anni ’80. Dopo di lui sono arrivati imitatori da quattro soldi. Ma anche Martin, Mieville, e molti altri.

    Chissà, forse senza il “fallimento” di Brooks, non commerciale, ma nell’ottica di Chouinard, non avremmo avuto il film di Conan, la diffusione dei giochi di ruolo, la voglia dei lettori di continuare a leggere fantasy e quella di qualche autore di scrivere fantasy.

    Certo, come lettori appassionati vorremmo che tutti i libri che leggiamo fossero un Signore degli Anelli, un Elric di Melniboné, un Trono di Spade.
    Però penso servano anche i successi commerciali. Libri onesti che possono attirare anche lettori meno hardcore e “mandino avanti” il genere, in attesa del nuovo Tolkien, Moorcock, Martin che rilancino, o addirittura rinnovino, il genere – che sia fantasy epico, sword & sorcery o altro.

    Oggi in Italia stiamo assistendo al lancio di un nuovo tipo di prodotto fantasy: l’opera dell’autore esordiente adolescente. Non so se hai avuto modo di leggere alcuni di questi libri. In mezzo c’è roba veramente terrificante.
    E’ un male che vengano pubblicati questi romanzi?
    Secondo alcuni critici sì: meglio non scrivere che scrivere questo pattume. O più correttamente: meglio non pubblicarlo, altrimenti nuovi autori e lettori pensano che quella sia la media, quelli siano i canoni qualitativi e quantitativi del fantasy.
    E’ una riflessione corretta? A volte io penso di sì, a volte penso di no.
    Se qualcuno buttasse uno di questi libri pensando “ma io posso scrivere di meglio!” e veramente scrive meglio, molto meglio, avremo guadagnato un nuovo autore valido.
    Ma d’altra parte, è difficile avere qualcosa di valido, se i nuovi autori vengono spinti a imitare opere di così basso livello.

  • Bruno 3 dicembre 2010a0:07

    Per quanto mi riguarda non ho letto Terry Brooks, però anch’io (con David Eddings) ho letto un ciclo “quasi” tolkieniano, provandone un certo piacere inutile, nel senso che mi rendevo conto che alla fine stavo leggendo una specie di clone di razza un po’ inferiore, ma la lettura era abbastanza gradevole. Perciò non mi metterò a tirare pietre contro chi ama Shannara.
    Quanto agli autori ragazzini: ok, esistono e a qualcuno piacciono, ma non mi interessano neanche come curiosità. E se qualcuno scrivesse un libro pensando “ma io posso scrivere di meglio?”
    Fa niente, se non hai 19 anni (o meno) non sei interessante TU.

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