Il medioevo digitale può cancellare i nostri dati

29 ottobre 2008

Mai come oggi il mondo vive di dati e informazioni.

Jerome McDonough, un assistente professore in scienze librarie e dell’informazione dell’Università dell’Illinois, lancia un grido d’allarme: vista la rapida evoluzione dei sistemi di memorizzazione digitale – sia dei supporti, che dei software che leggono i file – rischiamo di perdere i nostri dati.

Il rischio è concreto: se ci pensate, reperti su carta, pietra o tavoletta d’argilla sono arrivati fino a noi dagli albori della civiltà, mentre dati custoditi su floppy da 5”, diffusissimi pochi anni fa, ora sono praticamente irrecuperabili. La maggior parte dei backup al giorno d’oggi vengono effettuati su nastro magnetico, che si degrada in una decina d’anni. A metà degli anni ’70, secondo il sito del National Archive, solo due macchine al mondo erano in grado di leggere i dati del censimento nazionale degli USA raccolti nel 1960. Molti dei dati raccolti nel 1976 dalla sonda Vicking su Marte sono persi per sempre.
Le email, che sono il mezzo di comunicazione più utilizzato nel campo degli affari e sempre più della politica, sono estremamente volatili. Sono già accaduti casi negli USA in cui il corso della giustizia si è dovuto fermare davanti all’impossibilità di recuperare messaggi di posta elettronica andati persi dai server della Casa Bianca e del Pentagono – tanto per citare due strutture all’avanguardia – in violazione di una legge sulla conservazione della posta elettronica.
Oltre a questi dati critici, aggiungete le vostre foto, documenti scritti con vecchie versioni di word processor non più in uso, messaggi scambiate su piattaforme tipo Facebook, che oggi ci sono e domani chissà, e altri casi simili.
McDonough stima che la quantità di dati a rischio si aggiri sui 369 exabyte. Un exabyte è un quintilione di byte. Un quintilione è 1 seguito da 18 zeri. Questi dati includono informazioni sensibili, dati scientifici, dati fiscali e dati personali, come foto, lettere e filmati.

La possibilità di perdere per sabotaggio, distrazione o incidente una buona parte dei dati che costituiscono la storia del nostro tempo, la possibilità di non poter tramandare la nostra memoria alle generazioni future, perché non sono in grado di leggere i dati, è sicuramente uno scenario da fantascienza apocalittica, un medioevo digitale che potrebbe colpire all’improvviso.

Quali le possibili soluzioni? Secondo McDonough bisogna studiare sistemi di migrazione e conversione dei dati sui nuovi formati, trovare il modo di far funzionare vecchi software su nuove piattaforme, adottare formati di file e software open source e creare dati che siano indipendenti dal supporto su cui vengono distribuiti.

Altre soluzioni vengono proposte dalla fondazione The Long Now, da tempo attiva su questo problema.

Su slashdot e io9 si stanno sviluppando interessanti discussioni sul tema nei commenti alla notizia.

Voi che ne pensate?
I vostri dati sono a rischio?
Io, da quando uso i computer, e quindi archiviazioni digitali, ho perso solo i dati e le informazioni che non mi interessava mantenere. Tutto il resto è sempre disponibile, di backup in backup, da conversione da un formato a conversione in un altro formato. Il documento più vecchio che ho sul mio hard disk al momento è stato scritto in origine su un palmare HP95 LX nel 1992.

4 commenti

Rispondi