Racconto: Il Prezzo dell’Infelicità

24 dicembre 2008

Sarebbe bello se l’infelicità si potesse comprare. Come qualsiasi altra merce. Si potrebbe comprare in negozi particolari.
Mi immagino un angolo di strada un po’ riparato, appartato, al centro della città. Non nella zona affollata dai turisti, ma a pochi passi da quelle strade e piazze, dagli altri negozi con le vetrine sgargianti e le insegne luminose. Un angolo di strada di quelli in cui si passa un po’ per caso, mentre si va da un’altra parte. Mi immagino uno spazio arredato in modo da ricordare l’idea che hanno le persone di una bottega di speziale. Un luogo elegante e raffinato e vecchio stile, per intenditori e clienti affezionati. Con un bancone in legno e marmo su cui sono esposti i vari ingredienti ordinati nelle loro ciotole e gli strumenti per dosaggi di precisione. Dietro al bancone alcuni scaffali con boccette, flaconi, bottigliette, provette, alcune piene di fluidi e polveri colorate, altre vuote. Un odore indefinibile nell’aria, ora dolce, ora amarognolo, mai sgradevole. Un odore di quelli che si descrivono ricordando un sapore, o un giorno di tanto tempo fa. Una fresca penombra. E lame di luce che filtrano dalla vetrina di vetro spesso, piombato, tagliando fette d’aria in cui fluttuano ipnotici granelli di polvere bianca. Il padrone di questo spazio, lo posso quasi vedere, è una via di mezzo tra un sommelier e uno speziale, vestito con un abito nero, elegante, e un ampio grembiule bianco e immacolato, come i suoi guanti. Un’aria di superiorità annoiata e arrogante perennemente stampata sul volto, mentre guarda i clienti passare, senza curarsi di nessuno di loro. Interessato alle loro vite per il tempo necessario a soddisfare i loro desideri, pronto a dimenticarli nel momento stesso in cui varcano la soglia del negozio e tornano nel mondo di fuori.

Potremmo separarci dalla folla vociante, entrare e avvicinarci al sommelier dell’infelicità, nel suo regno rarefatto e silenzioso. Gli chiederemmo un po’ di infelicità. Quanta? Non so, abbastanza per una serata, così, per cominciare, per provare.
Annuendo, il sommelier poserebbe sul bancone una ciotola di rame o di ottone e ci verserebbe dentro un liquido trasparente, preso da un flacone alle sue spalle. L’etichetta scritta a mano. Bella immagine, il flacone con l’etichetta scritta a mano. Darebbe l’idea di antico distillato, del frutto di una lunga esperienza, di studio, ricerca, esperimenti. Ci darebbe una sorta di senso di conforto, di rassicurazione. Non un prodotto mercificato, fatto in serie, senza anima, anonimo. Ma fatto per noi, proprio per noi, con cura.
Saremmo contenti di aver deciso di comprare un po’ di infelicità.
Dopo aver riempito con attenzione la ciotola, il sommelier la prenderebbe delicatamente in mano e con un morbido gesto del polso farebbe ruotare il liquido, una, due volte. E poi allungherebbe la ciotola verso di noi, per farci ammirare… Cosa? La densità? La consistenza? L’odore? Non lo sapremmo dire, non siamo esperti. Nel dubbio, annuiremmo soddisfatti, non sapendo bene di cosa. E lui annuirebbe di rimando, con un’occhiata di intesa. Maschererebbe il fatto di essere perfettamente a conoscenza della nostra ignoranza, come noi fingeremmo di credere di avergli dimostrato una competenza che non abbiamo.
La nostra falsa sicurezza verrebbe spazzata via dalla sua domanda successiva.
“Cosa ci mettiamo?”
La domanda ci irriterebbe. Cosa ci mettiamo, penseremmo, sei tu l’esperto, se lo sapessi non verrei da te!
Ma nasconderemmo questo pensiero e invece fingeremmo di concentrarci su ciò che cerchiamo. Cosa ci mettiamo? Ripeteremmo, fingendo di cercare le sensazioni e atmosfere che desideriamo, in un mare di pensieri confusi.
“Forse,” suggerirebbe lui venendoci incontro, consapevole del nostro imbarazzo, “Potremmo provare con un po’ di rimpianto.”
Rimpianto, ripeteremmo noi. Sì, rimpianto.
Lui annuirebbe, prendendo con un cucchiaino, giusto la punta, un po’ di polvere gialla da uno dei recipienti in mostra sul bancone e versandola nella ciotola di rame o di ottone.
“Se posso permettermi,” continuerebbe, “Le consiglierei una miscela un po’ nostalgica. Una morbida infelicità per riempire la serata. Qualcosa di non molto forte, capisce, per palati fini.”
Colpiti dalla sua perspicacia annuiremmo, rispondendo che sì, infatti, è quello che avevamo in mente.
Con un sorriso compiacente, gesti precisi e misurati, una voce calda e bassa e rassicurante, il sommelier preparerebbe la nostra mistura, illustrandoci le sue scelte.
“Il primo ingrediente da aggiungere,” spiegherebbe, “E’ proprio una goccia o due di nostalgia.”
La prenderebbe da una provetta, con un contagocce di vetro lungo e sottile, un liquido denso e grigiastro. La farebbe cadere nella ciotola e, mescolando delicatamente con una bacchetta di vetro, continuerebbe a elargirci la sua conoscenza.
“Non è la nostalgia di qualcosa in particolare, è la nostalgia in sé. Poi ci pensiamo noi ad aggiungere il cosa, pescandolo dai nostri ricordi.”
Riempirebbe poi un piattino di coccio con dei granelli violastri, presi con un cucchiaio di legno da una ciotola alle sue spalle. Con infinita cura peserebbe i granelli sulla bilancia in bella vista sul bancone. Toglierebbe qualche granello, poi qualcuno ancora. Poi, finalmente soddisfatto, li pesterebbe con delicata decisione con un pestello di legno e li aggiungerebbe alla miscela.
“Speranza.” Direbbe sottovoce. “La speranza diluisce l’infelicità, quindi bisogna ammorbidirla, mascherarla, nasconderla, dimenticarla per un po’. Non farla sparire, no, altrimenti avremmo disperazione e abbiamo detto che per stasera non vogliamo qualcosa di troppo forte, no? Qualcosa di morbido e gustoso, da sorseggiare distrattamente, mentre leggiamo un libro o guardiamo la televisione, no? Qualcosa che non colpisca allo stomaco, ma il cui sapore persista piacevolmente, a lungo, sul palato.”
Annuiremmo.
Sui piatti di una bilancina di precisione misurerebbe della polvere blu. Dopo una serie di aggiunte e sottrazioni, gli aghi della bilancia si sfiorerebbero e il suo viso si illuminerebbe di soddisfazione.
“Ricordi tristi. Cos’è un ricordo triste? No, non solo il ricordo di un evento spiacevole,” direbbe, prevenendo la nostra risposta, “Ma anche il ricordo di eventi piacevoli e perduti, finiti. I ricordi piacevoli sono i peggiori, no?”
Annuiremmo, di nuovo. Lui verserebbe con cura la polvere nella ciotola, mescolerebbe ancora con la sua bacchetta di vetro.
“Sa cosa manca?” Sussurrerebbe, costringendoci a sporgerci sopra il bancone, per sentirlo al di là del rumore della strada che arriva dalla porta, costringendoci per un attimo ad annusare il penetrante odore dei vari ingredienti disposti davanti a lui. “Sa cosa manca? Un pizzico di colore, una frivolezza, se vogliamo. Va bene così, direi, ma, se posso permettermi, io aggiungerei ancora un ingrediente, qualcosa che dia un retrogusto che possa essere apprezzato da un intenditore come lei.”
Ci incuriosirebbe. Rimpianto, nostalgia, mancanza di speranza, ricordi tristi. Cosa ancora? Che altro potremmo aggiungere per rendere completa la nostra infelicità?
“Delusione.”
Delusione?
“Sì, delusione,” sorriderebbe lui. “Delusione nei confronti delle persone che abbiamo intorno, quelle che ci sono più vicine. L’amara considerazione che non possono capirci, non possono aiutarci. E magari, abbondando, ma solo di un pizzico, la dose, la constatazione del fatto che l’idea che avevamo su di loro è sbagliata. Che, alla fine, sono deludenti come tutti gli altri.”
Delusione, ripeteremmo ancora noi.
“Sì, giusto un pizzico, la ciliegina sulla torta.” Risponderebbe lui, sottolineando il concetto baciandosi la punta delle dita.
Va bene, diremmo noi, titubanti. Va bene, ripeteremmo più sicuri.
Il sommelier prenderebbe un recipiente da sotto il bancone, piccolo, di vetro scuro. Sviterebbe con cura il tappo, lo sviterebbe con studiata lentezza. Dentro il contenitore potremmo vedere una sostanza arancione, simile a fili o corti spaghetti. Ne prenderebbe due con una lunga, sottile pinzetta e li depositerebbe con cura sulla superficie della nostra dose di infelicità. Poi un altro. Si fermerebbe per un momento a contemplare la sua preparazione, cercherebbe con lo sguardo un nostro cenno di approvazione, che ci sentiremmo in dovere di dare, e poi poserebbe le pinzette, richiuderebbe il recipiente di vetro scuro e lo riporrebbe di nuovo sotto il bancone.
Poi, con cura e delicatezza, prenderebbe la ciotola di rame o di ottone con dentro la nostra infelicità, farebbe ruotare il contenuto con uno, due colpetti del polso e l’annuserebbe compiaciuto.
Con una frusta di metallo, con movimenti esperti e decisi, mescolerebbe la mistura a lungo, concentrato. Poi prenderebbe da una delle mensole alle sue spalle una bottiglia di vetro sottile, di quelle dal collo lungo e stretto che si apre in un’ampia fiasca. Scruterebbe la bottiglia controluce con aria critica, poi, con un imbuto e infinita attenzione, vi verserebbe dentro la miscela.
Scenderebbe lenta e densa.
Prenderebbe la bottiglia, annuserebbe il contenuto, la nostra infelicità, e con un sorriso compiaciuto la tapperebbe con un tappo di sughero. Ce la porgerebbe, tenendola con due mani, come una cosa delicata e preziosa. Unica. La nostra infelicità.
Imitando la sua cura, i suoi movimenti lenti, prenderemmo la bottiglia. Ammireremmo, cercando di convincerci di una sua qualche bellezza, il liquido denso e verde. Seguiremmo con lo sguardo le curve scie di colore viola e arancione, cercando di scacciare dalla mente l’immagine di due grasse lumache che si stanno sciogliendo lentamente.
Ringrazieremmo. E poi, titubanti, accenneremmo una domanda, a cui lui risponderebbe prima che possiamo formularla.
“Deve versare la miscela in una brocca dalla bocca ampia, circa un’ora prima di consumarla. In modo che si ossigeni e che possa spargere il suo profumo nell’aria. E’ quasi impercettibile, ma lo sentirà. Contribuisce a creare l’atmosfera. Suggerisco di sorseggiarla lentamente, a piccole dosi, magari in una stanza con luci soffuse. In solitudine, ovviamente.”
Ovviamente.
Ringrazieremmo ancora.
Poseremmo con delicatezza la nostra bottiglia di infelicità in una busta, in mezzo agli altri acquisti della giornata, incastrandola in modo che non si rompa, il vetro così sottile e fragile.
Quasi vergognandosi, il sommelier ci porgerebbe lo scontrino, imbarazzato da quel gesto volgare. Chiedere soldi quando, si sa, il denaro non compra l’infelicità.
“Ma in questo mondo gretto e meschino, purtroppo, ogni cosa ha un prezzo.”
Prenderemmo lo scontrino. Guarderemmo il prezzo prima di sfuggita, poi con più attenzione, reprimendo il moto di sorpresa davanti alla cifra che ci sta costando l’infelicità. Guarderemmo il sommelier con un mezzo sorriso, volendo intendere che no, alla fine è economico. Ci sorriderebbe. Sapremmo entrambi che la cifra è altissima, spropositata.
Pagheremmo. Ce ne andremmo, con la nostra bottiglia di infelicità.

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