Racconto: Punti di Vista

Punti di vista.
Ci crescono indicandoci il bello e il brutto, il bene e il male, il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, Dio e il suo Antagonista.
Ci vengono indicate come verità oggettive, ma, in effetti, non sono altro che punti di vista.
Figli della televisione che azzera la cultura, abbiamo riscoperto il vecchio adagio dei padri ateniesi, kalos kai agathos, bello e buono.
Ma è solo un punto di vista.
Certo, a nessuno piace strappare ogni giorno pezzettini di vita con i denti, rovistando negli scarti dei kalos kai agathos in cerca di cibo, vestiti, pezzi di anima di qualcuno più felice.
Ma, punti di vista, questi spettri in cerca di vita agli occhi di qualcuno possono essere belli, possono essere felici, possono avere diritto ad una lama di luce, un brivido caldo che, per un istante, illumina anche loro.
Gli occhi di qualcuno non fuggono quando incrociano una di queste anime, le cercano, le inseguono nella notte, nei vicoli bui e maleodoranti, tra le nebbie e i fumi che emergono dal ventre della metropoli.
C’è, nel cuore tenebroso della città, un’oasi di calore.
Quando le luci si spengono per la notte, quando i portoni che proteggono i sogni dei kalos kai agathos vengono sbarrati, c’è un luogo in le luci si accendono e le porte si aprono come le braccia della madre che accoglie il suo piccolo.
La Chiesa di San Lorenzo è un porto per i naufraghi della vita.
In certi ambienti le notizie girano più velocemente che via Internet, anche perché qui nessuno ha mai visto un computer. E la voce che gira è che c’è speranza a San Lorenzo.
Tutte le notti, per tutta la notte, Padre Hagi rincuora, rinfranca, scalda e nutre le sue pecorelle. Il piccolo prete non scaccia nessuno. Pallido ed emaciato, ma sempre pieno di energie, l’anziano sacerdote distribuisce coperte e cibi che scaldano il corpo e dolci parole che portano calore là dove neppure il più ardente dei fuochi può arrivare.
Non è mai stanco, non dorme mai. Il suo gregge è più importante, dice, e ogni notte lo dimostra.
Anche questa notte, come al solito, come sempre, le braccia di Padre Hagi e della sua chiesa si sono aperte e hanno stretto forte qualche pecorella smarrita.

– Padre…
Il prete smette di camminare lungo la navata della vecchia chiesa, l’asta con il cappuccio per spegnere le candele stretta in mano.
– Padre…
Una voce da un confessionale, l’ultimo della fila, quello più vicino all’altare.
Il sacerdote poggia l’asta e si avvicina.
– E’ molto tardi, figliolo. – Mormora, cercando di scrutare dietro la pesante tenda che copre il gabbiotto in cui è inginocchiato il penitente.
– Lo so, ma prima voi eravate così impegnato. Vi prego. Ho un peso, qui dentro di me, di cui devo liberarmi.
Padre Hagi sospira sconsolato. Entra nel suo lato del confessionale, indossa la stola e apre lo sportellino che lo separava dall’uomo. La fitta grata gli impedisce di scorgerne i lineamenti. Vede solo particolari, una barba incolta, occhi stanchi e cerchiati. Recita le formule introduttive del sacramento e poi, come vuole il rituale, domanda: – Da quanto tempo non ti confessi, figliolo?
– Molti anni, padre, molti lunghi anni.
– Confessa a Nostro Signore i tuoi peccati. Hai mai infranto il Settimo Comandamento?
– Il settimo… – Esita incerto l’uomo.
– Hai mai rubato? – Hagi lo sa bene, il furto è il peccato più comune tra quei derelitti. Per molti è l’ultima cosa dignitosa da fare, prima di abbassarsi a rovistare nelle pattumiere, insieme ai cani.
– Rubato… – Ripete la persona dall’altra parte del confessionale. – Sì, padre, ho rubato.
– Lo so, pecorella mia, – inizia paterno il sacerdote, – Quando sembra che tutto ti volti le spalle…
– Ho rubato… E fatto altro.- Lo interrompe il peccatore.
– Ti ascolto figliolo. Parla pure. – Il sacerdote non si mostra seccato dell’interruzione e continua a parlare con tono calmo e gentile.
L’uomo esita, Hagi vede il dolore nei suoi occhi.
– Ho infranto… – Si ferma per un momento, come se stesse contando mentalmente. – Il quinto, Il Quinto Comandamento. – Dice infine.
Anche il prete esita, anche se lui non ha bisogno di contare.
– Hai ucciso?
– Sì, padre. Ho ucciso, molte volte. – Questa volta non c’è incertezza né esitazione nella risposta.
E’ il confessore a balbettare una domanda: – Omicidi?
L’uomo sospira pesantemente, come se stesse cercando di sollevare un grande peso.
Si volta verso la grata, verso il sacerdote. Inchioda i suoi occhi in quelli dell’anziano Hagi. Occhi profondi, chiarissimi, lucidissimi.
– Ho scaricato una pistola nel ventre di un uomo e gli ho tagliato la testa mentre si contorceva negli spasmi dell’agonia. Ho dato fuoco ad una donna in un vicolo. Ho trapassato il cuore di un uomo con una spranga di ferro nella metropolitana di Londra. In Germania ho incendiato la casa di due orfani e li ho chiusi dentro. Li ho ascoltati urlare, invocare aiuto, morire. Il mio migliore amico giace a pezzi nel fondo del fiume della Città Eterna.
Padre Hagi ascolta come stordito queste parole e le molte altre che seguono. L’uomo continua freddo il suo macabro elenco, lo sguardo ora privo di emozione sempre piantato negli occhi del confessore.
– …E ho mentito, ma non ricordo che numero sia questo.
– Come? – Il prete pare riscuotersi da un sogno ipnotico.
– Ho mentito, padre.
– Mentito… – Ripeté Hagi. Il Signore deve essere veramente misericordioso, pensa, se permette a un uomo come questo di lavarsi dai suoi peccati con una semplice confessione.
Un serial killer. Doveva essere un serial killer e l’unica cosa che li divideva era una sottile grata di legno. I serial killer seguivano degli schemi, avevano delle vittime tipiche. Il sacerdote si chiede quali fossero, mentre si sforza di ricordarsi degli assassini di cui parlavano i giornali in quel periodo. Chi erano le vittime di quest’uomo?
– Ho finito, padre.
– Finito, sì. – Il prete si pronuncia meccanicamente la formula dell’assoluzione, recita insieme all’uomo il Mea Culpa e commina la penitenza.
Al di là della grata, l’uomo comincia a muoversi. Hagi deve sapere.
– Figliolo…
– Padre?
– Figliolo, le persone che hai… Ucciso… Chi erano?
L’uomo risponde con voce calma, pacata, sicura: – Vampiri, Padre Hagi.
La grata che separa i due scomparti del confessionale esplode in mille schegge di legno. Con un ringhio sordo il vampiro lancia le sue mani artigliate contro il cacciatore, ma lui si è già lanciato fuori dalla portata del mostro.
Il vampiro emerge dalla nuvola di detriti mentre il cacciatore atterra con una capriola e sfodera la sua arma.
– Quella non ti salverà! – Sibila Padre Hagi, guardando di sfuggita la pesante pistola.
In tutta risposta il cacciatore lascia partire cinque colpi in rapida successione.
Il primo sfiora il fianco del sacerdote. ‘Questa’, pensa il prete udendo un boato alle sue spalle mentre scatta verso il suo bersaglio, ‘E’ la statuetta della Madonnina di Lourdes che va in frantumi.’
Il secondo colpo è più preciso. Il proiettile esplosivo disintegra le ossa del ginocchio destro, lacerando i muscoli della gamba.
Il terzo distrugge l’anca sinistra.
Il quarto fa esplodere l’inutile muscolo che è il cuore di Padre Hagi.
Il quinto gli porta via una parte della testa.
La violenza dell’impatto lo scaraventa a terra, facendogli urlare tutta la sua rabbia, tutto il suo dolore, tutto il suo odio.
Le colonne e le pareti della vecchia chiesa di San Lorenzo tremano, scosse dal basso e profondo ruggito. Una cascata di polvere sottile cade sul cacciatore e sulla sua preda dal soffitto, come la neve finta di una palla di Natale.
Il cacciatore guarda la sua pistola. – Non mi salverà e non ti ucciderà…
Gli spara alle articolazioni, poi un colpo alla base del collo e uno alla base della spina dorsale.
– …Ma ti serviranno tempo e forze per rigenerare le ferite. – Gli dice mentre si dirige verso i resti del confessionale.
Estrae da ciò che rimane del gabbiotto che aveva occupato una borsa militare, vecchia e consunta. Tira fuori delle pesanti catene e le lega alle caviglie del vampiro paralizzato.
– Forze che non hai, – continua con voce distaccata e professionale, – Dato che anziché nutrirti hai dovuto perdere tempo con me. Quanto al tempo…
Tirando le catene trascina Hagi davanti all’altare maggiore, sotto il rosone che dà luce al fondo della chiesa. Assicura le estremità delle catene alla base dell’altare. Poi prende dalla sua borsa altre due lunghe catene, ne lega un capo ai polsi del vampiro e l’altro ad una colonna.
Lavora in silenzio, rapidamente, senza badare ai ringhi e ruggiti di Hagi e facendo attenzione agli spasmi dei suoi arti martoriati dalle pallottole.
Si assicura della resistenza delle catene, poi afferra una sedia, la trascina vicino al vampiro e ci si siede sopra. Alza per un momento lo sguardo. Il rosone è vecchio, sporco di polvere e del fumo delle candele. Ma si inizia ad intravedere il primo chiarore dell’alba. Chiude gli occhi per un momento. Ascolta i rumori della città, stanno cambiando. Il canto della notte sta per lasciare il posto al canto del giorno.

– Liberami.
Padre Hagi aveva gli occhi aperti e guardava fisso verso il soffitto.
– Lasciami andare. Non devi uccidermi.
– Non devo? – Chiede aridamente il cacciatore.
– Se io muoio, chi accudirà le mie pecorelle?
– Pecorelle. In senso biblico o nel senso di riserva di cibo? – Le ultime tre parole vengono pronunciate a bassa voce, una nota di rabbia impossibile da celare.
– Sono poveri, affamati. Non hanno un tetto, un riparo. Io li nutro, li accudisco, io do loro una speranza!
– Cosa? Tu dai loro una morte orrenda! E’ questa la tua speranza?
– Tu non capisci! – Piange Hagi. – Tu non capisci. Tu non hai idea di cosa voglia dire vivere soli e abbandonati, in mezzo ad una strada, tra l’indifferenza delle persone che ti scansano come fossi un appestato! Io scaldo i loro cuori e i loro corpi. Capisci? Io parlo con loro, li consolo, li rincuoro.
– Li… Cosa? Tu li nutri per avere vacche grasse a pranzo e cena! – Il cacciatore scatta in piedi rovesciando a terra la sedia, urlando, sottolineando le sue parole puntando la pistola alla testa del vampiro. – Non cercare di assolverti, prete.
Il sole sorge. I primi raggi di luce filtravano dal rosone e formano una macchia colorata sul portone della chiesa.
– E’ vero! Mi nutro di loro! – Ribatte il vampiro. – Ma non capisci? Per uno di loro che mi dona il suo sangue, dieci possono passare una notte al caldo, avere un po’ di luce nelle tenebre della loro vita. Se anche sapessero la verità, sarebbero felici di…
– Ti donano il sangue? Sarebbero felici? Arrogante idiota, sei come tutti quelli della tua razza. Cosa vuoi? Un santino con la tua faccia? – L’urlo del cacciatore risuona nelle navate della vecchia chiesa.
– Pensi di essere migliore di me, cacciatore? Pensi di essere migliore di noi? Vuoi tu la tua faccia su un santino? – Sibila Hagi.
Il cacciatore rimette in piedi la sedia e ci si siede di nuovo sopra.
– Almeno io sento il bisogno di confessarmi. – Mormora.
La macchia di luce striscia verso il sacerdote incatenato. Il vampiro fa appello a tutte le sue forze, ringhia, tende allo spasmo i suoi muscoli lacerati.
– Se mi uccidi condanni anche tutti i miei poveri agnelli! Lo capisci? Io sono la loro unica speranza! Sono l’unico che pensa a loro, nel bene o nel male, sono l’unico che si preoccupa per loro. Lo capisci? Senza di me saranno vittime dei mostri senza zanne che girano lì fuori, saranno vittime della tua specie! Lo capisci?
Le catene si tendono con violenza, stridono acidamente sul marmo dell’altare e della colonna a cui sono fissate. Il vampiro lotta per liberarsi con tutte le forze che rimaste. Il suo ruggito bestiale fa tremare le fondamenta stesse della chiesa. Uno stormo di colombe si leva impaurito in volo dal tetto, tante piccole macchie scure che attraversarono il disco del sole.
Un ultimo boato rimbomba nel vasto spazio vuoto di San Lorenzo.
Padre Hagi smette di lottare, un’altra parte di cranio devastata. Il cacciatore abbassa la pistola fumante.
– Non puoi condannarli… Non puoi condannarli… – Geme un’ultima volta il vampiro.
La luce del sole, un brillante disco dipinto dei mille vetri colorati del rosone raggiunge Padre Hagi. Il suo corpo ha un gemito, un sussulto. Dai suoi polmoni secchi si leva un grido disumano, si contrae violentemente, le catene si spezzano. Il prete si rannicchia urlando nel disco solare che lo circonda e poi le sue carni bruciano ed esplodono.
Il cacciatore osserva la scena in silenzio. Quando di Padre Hagi non rimane più nulla se non un mucchietto di cenere nera, raccoglie la sua borsa, stancamente. Ci infila dentro le catene e la pistola e si dirige lentamente verso le pesanti porte della chiesa.
Arrivato all’altezza dell’ultima fila di panche si ferma e si voltò verso l’altare e verso i gruppi di santi e il crocifisso, muti testimoni della tragedia di quella notte.
Lentamente, in silenzio, si inginocchia e comincia a espiare la penitenza comminatagli per i suoi peccati.

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