Star Trek: promosso, ma quante coincidenze!

startrekInizio questa recensione col dire che Star Trek mi è piaciuto. Lo dico subito, perché sistemando le idee prima di mettermi a scrivere ho visto che l’unico vero difetto che ho trovato al film sarebbe sufficiente a stroncarlo, visto che è qualcosa che ha a che fare con lo spirito stesso di Star Trek.

Il film è ricco, ben girato, ha un buon ritmo. La prestazione degli attori non è valorizzata dal doppiaggio italiano: il Dottor McCoy di Karl Urban dai pochi spezzoni che ho visto in inglese, vale da solo tutto il film, mentre in italiano non ha lo stesso spessore. La produzione ha investito un sacco di soldi nella pellicola e sullo schermo si vedono tutti. Scenografie e fotografia sono eccellenti, anche se l’effetto lens flare è eccessivo.

Parto subito con la critica e me la levo dallo stomaco. C’era un aspetto comune nelle storie di Batman, Guerre Stellari e Star Trek che mi affascinava. E cioè il fatto che delle persone normali, con la passione, l’impegno e il duro lavoro, potessero diventare qualcosa di speciale.

Batman è un supereroe senza bisogno di venir morso da ragni radioattivi o subire incidenti strani. Luke è un contadino che diventa un Cavaliere Jedi. Il capitano dell’Enterprise è una persona normale che, come Kirk dice a Picard in Star Trek: Generazioni “Finché è sul ponte può fare la differenza.” Non perché abbia capacità sovrumane, ma perché fa quello che deve fare, al meglio delle sue possibilità.

Frasi simili si trovano anche in questo undicesimo film di Star Trek. Uhura convince Spock a imbarcarla sull’Enterprise con un argomento logico: è la migliore del suo corso, il suo posto è sull’ammiraglia della flotta. E Più tardi, Spock risponde alla stessa Uhura parafrasando l’ammiraglio Nelson: “Mi aspetto che tutti compiano il loro dovere al meglio.”
E’ il trionfo dell’umanesimo secolare, è il messaggio di ottimismo e fiducia nelle capacità del genere umano che voleva dare Gene Roddenberry. Possiamo essere migliori e possiamo migliorare il nostro mondo perché abbiamo le potenzialità per farlo e perché decidiamo di farlo e perché ci impegniamo a farlo.
Ecco, in questo Star Trek succede qualcosa che, secondo me, è simile alla rivelazione che gli Jedi sono quello che sono a causa di una malattia. Poter fare la differenza non dipende più solo dall’impegno, ma anche e soprattutto dalla lotteria dal fato.

Pike e il vecchio Spock lo ripetono alla nausea a Kirk e al giovane Spock. Loro sono destinati a grandi imprese, loro hanno un grande destino, loro forgeranno un’amicizia che gli permetterà di raggiungere insieme risultati che da soli non potrebbero raggiungere mai. Loro sono bravi, belli, forti, fighi, il meglio, il top, il massimo. Applausi. Kirk e Spock, e anche gli altri membri dell’equipaggio dell’Enterprise, non sono più i simboli dell’umanesimo di Roddenberry, sono i nuovi Neo: destinati alla leggenda prima ancora di aver mosso i primi passi. E non sono solo Spock e Pike ad affermarlo. Sono anche gli eventi stessi del film. Nonostante l’arrivo di Nero abbia cambiato la storia, fato, destino e coincidenza si mettono all’opera per riparare il danno. E così il navigatore dell’Enterprise ha i vermi e viene sostituito all’ultimo momento dal cadetto Chekov. Il medico di bordo muore nel primo attacco di Nero e McCoy si ritrova ufficiale medico. Uhura ha intercettato una comunicazione Klingon. Di tanti pianeti della galassia, Scott viene esiliato proprio sul pianeta Delta Vega. Tra tanti ufficiali disponibili, Pike nomina primo ufficiale il cadetto Kirk, che sta per lanciare verso morte probabile. E via così, tra coincidenze tirate per i capelli o del tutto inspiegabili (ok, la flotta è impegnata nel sistema Laerziano. Ma qual è la vera emergenza che improvvisamente azzera le fila della federazione e la costringe a imbarcare cadetti sulle navi?).
Kirk è il tipo di personaggio che non si rassegna al fato e al destino (santo cielo, ha sconfitto divinità più di una volta!), eppure in questo film vediamo che deve tutto ciò che è proprio al fato o al destino.

Ecco, questa midichlorizzazione di Star Trek non mi è andata proprio giù.
Un altro momento del film che mi ha deluso è stato il test della Kobayashi Maru. Sapevamo che Kirk aveva barato riprogrammando il sistema. Ma, visto il personaggio, ho sempre pensato che avesse introdotto una variabile imprevedibile, un’opportunità per ingannare la morte che ha saputo sfruttare brillantemente. Invece, quello che vediamo in questo film è un semplice imbroglio, niente che possa essere ricompensato con una menzione per pensiero creativo.

Ultima nota negativa: Nero. L’avversario in questo film è privo di spessore e di caratterizzazione, le sue motivazioni non sono forti, le sue decisioni opinabili e prive di logica (anche guardandole con la “logica” del dolore e dei sentimenti impazziti). E non si sa perché, è al comando di una nave mineraria con una potenza di fuoco superiore a quella di una flotta da guerra. D’accordo venire dal futuro, però…

Nonostante queste critiche il film mi è piaciuto.
Forse avrebbe avuto la forza di essere un buon primo film di un nuovo ciclo fantascientifico. Di certo grazie a questo, ha le carte in regola per essere il primo episodio di un nuovo ciclo di Star Trek.
Gli sceneggiatori sono riusciti nel difficile compito di bilanciare citazioni e inside jokes e accessibilità per gli spettatori digiuni di Star Trek.
Gli attori evocano le icone della fantascienza che interpretano, senza scimmiottarli. Karl Urban è irriconoscibile: il suo McCoy è perfetto.
Il viaggio nel tempo è uno dei trucchi più abusati nella storia di Star Trek e spesso è associato agli episodi peggiori. Questa volta non è così: Abrams lo usa in maniera brillante per resettare l’universo di Star Trek, ricreandolo familiare, eppure con nuove potenzialità.
La storia è emozionante e mi ha intrattenuto per ben oltre le due ore del film. Gli autori riportano sullo schermo quella passionalità ed energia che il politically correct delle ultime incarnazioni avevano inaridito.
Qualcuno ha notato delle somiglianze con la trama di Guerre Stellari (episodio IV, l’originale). E’ vero, ci sono tutte, secondo me è intenzionale e non danno fastidio.
Zachary Quinto trasmette bene il conflitto che alberga in Spock. Per quanto un po’ pesante e gratuita, ho apprezzato la scena in cui il giovane Spock e il vecchio Spock si incontrano. I due attori mostrano nella stessa scena tutta l’evoluzione del personaggio: Spock-Quinto combatte per reprimere le proprie emozioni, Spock-Nimoy ha trovato la serenità perché è in grado di controllarle, forse anche permettersi di provarle senza esserne influenzato.

Nonostante le mie perplessità su fato e destino, Star Trek riprende l’atmosfera di ottimismo e di inesauribile potenziale umano della Serie Originale e risponde ottimamente a chi, visto il successo di Batman Returns, pensa che un film di genere fantastico per avere successo debba essere cupo. Un film basato su personaggi e storie note ha successo se rispetta i motivi per cui quei personaggi sono noti e amati. Quindi Batman deve essere cupo. Star Trek è finalmente di nuovo ottimista e ha un brillante futuro davanti a sé.

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