Ho divorato Ossi di Luna di Jonathan Carroll

Ossi di Luna
Ossi di Luna

Ossi di luna è il primo libro di Jonathan Carroll che mi è capitato di leggere. Il mio giudizio sul romanzo è simile a quello che ho dato su Star Trek: mi è piaciuto tanto, però più ci penso e più trovo cose che non vanno. A differenza di Star Trek, i problemi erano evidenti già durante la lettura. Eppure Ossi di Luna dà le piste al film di Abrams.

Sabato mattina siamo andati in libreria a cercare regali per un amico che festeggiava il compleanno quella sera. La mia ragazza non è un’appassionata di letteratura fantastica, ma a forza di sentirmi nominare i miei autori preferiti ha imparato a riconoscere i nomi. Nomi ribaditi poco prima, mentre, sfogliando I Ragazzi di Anansi di Gaiman, che poi ho comprato, le raccontavo che Terry Pratchett è l’unico autore insieme a Charles Dickens a figurare con cinque romanzi nella Top 100 della Big Read Lists della BBC – e Pratchett è ancora in attività.

Così, mentre un bel po’ di minuti dopo vagolavo tra gli scaffali, lei mi chiama per chiedermi un’opinione su uno scrittore. Prendo il libo che mi porge. Jonathan Carroll. Mai sentito. Ma in quarta di copertina c’erano commenti entusiasti di persone che per lei sono perfetti sconosciuti, per me sono eroi. Tra loro, Neil Gaiman. E Stephen King, Stanislaw Lem. Leggo un po’ di titoli, compulso qualche introduzione, ma niente. Più di “Boh, sarà il nipote di Lewis Carroll” non riesco a dire. Eppure, con quel coro di commenti entusiasti che si leva dalle quarte di copertina, non sembra certo essere uno dei tanti che negli ultimi anni sono saltati sul carro del realismo magico (che è fantasy, ma con un nome più mainstream). Sembra essere uno forte. E io non l’ho mai sentito nominare. Ma pensa te. Una commessa lì vicino ci ha visti armeggiare con i libri e ci ha consigliato, se volevamo leggerlo, di cominciare con “quello là”, che è il primo.

“Quello là” è Ossi di Luna. Che in realtà è il terzo romanzo di Carroll, ma primo del ciclo detto “Sestetto delle Preghiere Esaudite“. Il romanzo è del 1987, ma tradotto in italiano nel 2007 da Fazi che – a quanto vedo – sta pubblicando tutta le sue opere insieme a Mondadori.
Complice il tempo meraviglioso e il dondolio dell’amaca in giardino, domenica ho divorato Ossi di Luna.

Nella quarta di copertina il Washington Post dice che “…Carroll scrive romanzi fantasy per chi odia i romanzi fantasy; chi li ama, invece, non ha mai letto nulla di tanto bello.” Ecco, è vero in parte.
Il romanzo è avvincente, ti prende, ti inchioda e ti costringe ad arrivare in fondo, anche se il finale è evidente già a un terzo dalla fine. L’elemento fantastico è così ben intessuto nella storia, che quando lasciamo il mondo reale per seguire la protagonista Cullen nei suoi viaggi nell’onirica Rondua, non si avverte lo stacco e quando lei si risveglia e ricomincia a narrare la sua vita felice e perfetta di tutti i giorni, c’è sempre un po’ di Rondua dietro l’angolo.
Se chi odia il fantasy lo odia perché non sopporta le storie con creature strane ed energumeni armati di spade e destino scritto nelle stelle, con questo romanzo può avere il miglior primo contatto possibile col genere. Affermare che chi ama il fantasy non ha mai letto nulla di tanto bello è un’iperbole del tutto esagerata.

Però è vero: il romanzo è bello, la storia scorre fluida e avvincente. La vita diurna di Cullen è talmente perfetta che persino i maghi e chiromanti che interroga per sapere se deve preoccuparsi dei suoi sogni sono sorpresi da quanto sia noiosamente perfetta e felice. Eppure non c’è niente di noioso nel racconto della sua quieta quotidianità. Carroll dipinge bene e con pochi tratti tutti i personaggi, perfino la neonata Mae, di soli 5 mesi alla fine della storia, ha una sua personalità definita e un suo spessore.
E’ curioso: il romanzo ha talmente tanti difetti che, normalmente, lo avrei accantonato dopo poche pagine. La prosa è piuttosto piatta, anche se non so se per colpa dell’autore o della traduzione. In più di un punto mi è sembrato di leggere un riassunto della storia e non la storia stessa. Carroll viola più di una volta il mantra del mostrare, non raccontare facendo accadere eventi importanti fuori scena e presentandoceli attraverso ricordi e commenti dei personaggi, anziché farci assistere agli eventi insieme a loro. E spesso questi fatti sono terribili, tragici. L’autore non ce li mostra, come se volesse evitare di spaventarci. La quarta di copertina promette un libro terrificante, immaginifico […] macabro […] nelle parole di Stephen King, trascendenza e orrore in quelle di Stanislaw Lem. Ebbene: no. Ci sono un paio di descrizioni forti, molto vivide e molto ben realizzate. Ma a parte questo, non ho mai avuto la sensazione che i personaggi del libro stessero realmente correndo dei rischi. Non ho visto la tensione e l’urgenza. Rondua è in guerra, una guerra sanguinosa che ha fatto molti morti, ma che ci viene solo accennata, non la vediamo mai. Ci viene ripetuto che la cerca onirica in cui sono impegnati Cullen e Pepsi in Rondua è faccenda di vita o di morte, ma nessun personaggio sembra veramente preoccupato o teso. Tra le colorate e bambinesche descrizioni del mondo dei sogni (giustificatissime, visto che pare essere il prodotto della fantasia di un bambino o di una mente ingenua), la prosa semplice e il continuo nascondere gli aspetti più orripilanti della storia, più di una volta mi è parso di avere in mano un libro per ragazzi. Eppure i temi trattati sono molto forti e impegnati, anche se trattati in modo elegante e rarefatto e – forse proprio per questo – riescono a insinuarsi nella testa del lettore e lo costringono a porsi domande. Il modo in cui Cullen vede la sua vita è affascinante, l’elemento psicoanalitico trattato con abilità. Lei vive una vita felice, è evidente per chiunque la osservi dall’esterno. Lei sa di vivere una vita felice a livello razionale. Ma i suoi sogni di Rondua le dicono anche che c’è qualcosa di impercettibile che non va. Visceralmente lei non riesce a essere felice. Si pone domande sulla sua sanità mentale. Vive su diversi piani di consapevolezza. E Carroll è strepitoso nel descrivere sottilmente questa situazione. Al punto che non riusciamo a trovare antipatica o capricciosa Cullen, quando si lamenta nonostante la sua vita perfetta, è non possiamo non essere dalla sua parte quando il mistero inizia a delinearsi. Forse la forza di Ossi di Luna è proprio in questo: nel fatto che nonostante le mancanze e le ingenuità nella scrittura, che non ti aspetteresti da un autore alla terza opera e così osannato, la storia si insinua nella tua testa e nella tua vita proprio come i sogni di Rondua fanno con Cullen. E anche se sarebbe facile liquidare i sogni come normale attività onirica, qualcosa di inspiegabile ma inequivocabile fa dire che c’è qualcosa di più. Ed è così anche per il romanzo. Se razionalmente sarebbe facile farlo a pezzi, visceralmente è innegabile che c’è qualcosa di più e che Jonathan Carroll non è liquidabile come uno dei tanti autori che mescolano elementi fantastici e quotidiani nel grande calderone del fantasy urbano.

Prima di iniziare a leggere il romanzo, ho letto su Wikipedia che Ossi di Luna è la base da cui Gaiman ha tratto ispirazione per Il Gioco della Vita. Arrivato alla fine sì, è evidente. Sono andato a riprendere il volume e in effetti Gaiman lo dice chiaro e tondo nella prefazione. Non lo ricordavo.

Ora finisco di leggere I Ragazzi di Anansi, che ho iniziato ieri dopo aver posato Ossi di Luna. Poi mi comprerò gli altri cinque libri del Sestetto delle Preghiere Esaudite.

UPDATE: sul sito di Carroll ci sono alcune sue storie brevi. Leggendolo in lingua originale mi sono tolto il dubbio: la prosa piatta è tutta da addebitare alla traduttrice del romanzo.

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