Racconto: Gli Obviurs

Prologo

Ci sono verità che devono essere raccontate attraverso la menzogna, come dall’altro lato e per inversione speculare, la falsità deve affermarsi in un aspetto di verità.

Era un popolo strano e ostinato quello degli Obviur, talmente strano da esser riuscito a infiltrarsi tra gli abitanti del pianeta Terra senza che quasi nessun indigeno se ne potesse accorgere. Solo rarissime persone riuscivano a percepire la loro diversa natura, ma le ragioni di questa presenza strana e aliena erano, anche per costoro, relegate all’ambito delle ipotesi.
Esteticamente erano simili agli umani, ma avevano i piedi più grandi dei loro, e anche gli occhi si allungavano in un un taglio sottile che non ricordava quello dei cinesi. Altra caratteristica che avrebbe meravigliato gli umani, se questi li avessero notati, era dovuta all’impossibilità di riconoscerne il genere: maschi e femmine erano esteticamente indistinguibili, almeno per i terrestri.
Nessuno ha mai saputo da quale parte dell’universo provenissero, né se potessero essere originari del pianeta terra, magari da sempre indistinti e liberi di ordire i loro imperscrutabili fini. Si è scoperto con certezza soltanto uno di questi loro obiettivi, il principale: dovevano e devono impedire agli umani,  e solo a quelli risvegliati alla comprensione delle leggi universali dell’esistenza, di realizzare una compiuta consapevolezza sul fine della vita. Ovviamente per “compiuta” si deve intendere che questa consapevolezza non si arresti a una realtà teorica, ma che sia anche applicata nella prassi del comportamento. È per questa ragione che la loro natura è considerata demoniaca, anche se è ovvio che siano più intelligenti dei demoni i quali, a differenza degli Obviur, ignorano la centralità spirituale dell’universo.
La stragrande maggioranza degli umani non conosce nemmeno il significato del termine “universale”, e la quasi totalità anche quello di principio, quando a questo è associata l’universalità, così è facile immaginarsi che l’impegno degli Obviur non avrebbe dovuto essere poi molto gravoso, eppure a crederlo ci si sbaglierebbe, perché i rarissimi individui che sono risvegliati all’universale sono in grado di creare grosse difficoltà anche ad alieni in possesso di capacità extrasensoriali possenti, come erano gli Obviur.
Anche il loro nome non è quello reale, è stato dato loro per riderci sopra da un Maestro dello Spirito, che lo deformò sulla forma della loro missione, definendola “ovvia” e di serie B, a causa della natura in cui la “mala jente” che infesta l’oscuro mondo invisibile si trova invischiata.
Fino a oggi avevo creduto improbabile che questa “gente non gente” fosse anche sanguinaria, perché quando li ho incontrati, ormai tanti anni fa, si erano impegnati a sviarmi attraverso l’inganno e la paura, senza mai ricorrere alla violenza. Oggi so il perché in quel tempo non si sprecarono troppo con me: non valevo quella fatica. Nemmeno oggi probabilmente, ma i due che mi hanno chiuso qui dentro non hanno l’aria di saperlo.
Quand’ero ancora un giovane chiamato alla visione del “piccolo vero” ero stato condotto all’obbligo di dovermi scusare con l’elemento che noi terrestri chiamiamo acqua, perché avevo sporcato la purezza originaria che è sua essenza. Fu per questa ragione che mi fu comunicato il luogo dove avrei dovuto recarmi per compiere il rito necessario al ricomporre l’equilibrio dal quale ripartire, in questa mia difficile avventura.
Dal momento del mio risveglio avevo già visto esseri diversi dalla specie alla quale appartengo, e mi ero anche accorto che loro sapevano del mio risveglio interiore. Non erano molti e non stavano mai più di due insieme; mi guardavano, camminando tra la gente normale, con curiosità mista ad astio, con quella luce nei loro occhi simile a quella dei bimbi che nutrono rancore. A quel tempo ero ancora sotto l’intenso shock derivato dall’aver preso coscienza di ciò che ero in realtà, e del cumulo di errori commessi che deviavano il mio essere dal proprio centrale destino. Per questo non concentrai la mia attenzione su di loro, sarebbe stato come un fissare il pensiero su un piccolo nevo sapendo che sotto serpeggiava, da tempo, un tumore maligno già in metàstasi.
Pensai allora solo a curarmi l’anima, modificando le mie intenzioni nei confronti di un’esistenza che mi si era rivelata nella sua luce, incomunicabile per la sua non relatività, ma non più così misteriosa, nella quale il “Non compreso” intesse l’arabesco di ciò che appare essere un Mistero consueto.
Lottare contro il proprio ego  non richiede la conoscenza di trucchi, perché è contro il trucco che si lotta, e per vincerlo l’unica tecnica ammessa e concessa è racchiusa nella Verità.
E qui si affina l’arte di un vivere che deve maturare il distacco da sé. Loro, gli Obviur, a un certo punto della mia lotta devono essersene accorti che cominciavo a progredire, credo dal fatto che mi vedevano perdere sempre più spesso nel combattimento contro gli altri della mia specie.
Il giorno lontano, quasi sepolto nei miei ricordi, nel quale mi recai a chiedere perdono all’acqua, loro cercarono di uccidermi in modo dolce, portandomi nella nebbia fino all’orlo di un precipizio, che io vidi solo per una voce interiore ancora molto lontana dalla mia usuale consapevolezza, ma oggi si sono scatenati nella furia che non si vede, esternamente alle loro nere pupille, e mi hanno catturato. Oggi, nel buio dove sono rinchiuso, posso vederli bene i miei due carcerieri, e riconosco la volontà oscura che li lega. So che per liberarmi dalla loro stretta dovrei essere puro, in fondo avrei avuto tutto il tempo necessario per esserlo, ma non ce l’ho fatta. È arrivato il mio momento, sempre ho saputo che sarebbe arrivato, ma ora è tardi per piangere, come è tardi per vivere ancora nella perdita di un tempo del quale mi è mancata la misura.

Gli Obviur stanno arrivando e so che non proveranno a spiegarmi il perché lo dovranno fare, ma non sarà con la mia uscita dal corpo che la nostra guerra si concluderà.

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