Racconto: Grande vortice

2 giugno 2009

Indefinite sono le Galassie che ruotano nello spazio cosmico che, a sua volta, ruota anche lui con loro. Attorno a cosa ruotino non si sa bene, ma tutti gli esseri dello spazio conosciuto condividono la consapevolezza che sia una specie di Gnomone. Un asse ideale che rappresenta la fissità di cui tutto il movimento ha necessità per non girare a casaccio, come una trottola che colpisce di tutto prima di piegarsi sul suo lato più debole, una volta per tutte. Nel cosmo non è che proprio ci sia “una volta per tutte”, l’idea che l’ha messo insieme ha pensato bene di procrastinare la fatica del ruotare, così da assegnarle indefiniti lati deboli che, tutti quanti, prima o poi, cederanno alla pressione del Grande Vortice senza piegarsi sul fianco, ma implodendo o esplodendo, in un trick-track deplorevole che non risparmierà nessuno. Così rifletteva l’esonauta Arisini, stringato nella sua tuta termica di vecchia generazione, con ancora l’espulsione a tempo random delle feci nello spazio, e che rendeva totale la solitudine della sua passeggiata senza gravità, a causa della pericolosità dell’avvicinamento in volo non programmato. Per questo era ancora uno scapolo, con la quasi certezza che il trick-track, per lui, fosse già cominciato da un pezzo.
Lavoro strano e malpagato, quello che svolgeva l’impiegato sub. di terzo livello Arisini, non tanto per il fatto che era subappaltato dalla Delegazione ai lavori reietti, ma perché portare in giro, sopra la esosfera, una bomba magnetica di sfumatura inerte non era faccenda da poco. In più c’era sempre il pericolo, anche se risibile, di perdere il teletrasportatore distanziale Eta-doppio, che aveva la deprecabile attitudine a scivolare di mano. Caratteristica che, nell’Eta-quadruplo, era stata pressoché eliminata con il suo inserimento nella tuta, concesso dal nuovo comando vocale e che, quando si rompeva il microfono, di solito, la bomba partiva dritta per la tangente che aveva in quel momento, verso l’ignoto. Almeno si sperava, che rimanesse ignoto. Per questa ragione, l’Eta-quadruplo, ancora non era stato implementato negli impiegati sub. di terzo livello, che erano così obbligati a fare, giornalmente, una massacrante ginnastica alle dita per mantenere una buona presa sull’impugnatura, gelatinosa e sporca, di quell’odioso marchingegno.
Come la sua tuta e il telecomando, anche la bomba a sfumatura aveva i suoi anni sulla carena, inossidabile solo all’apparenza. Le feci che, dal retro della tuta, schizzavano a tempo e a razzo tutt’intorno, pian pianino tendevano a corrodere il carbotitanium al silicio smaltato, e gli davano un aspetto inquietante, come se all’interno non ci fosse solo uranio arricchito di seconda scelta.
La ragione per la quale quell’oggetto distruttivo andava portato in giro era semplice: la generazione di ominidi terrestri che l’aveva progettata e costruita, non aveva previsto il suo invecchiamento eonidale e la valvola, ingrippata per lo scarico acido partiva, all’improvviso e inaspettatamente, a ogni plenilunio, in sintonia con le maree, e sputava acido radioattivo non degradabile, a intervalli ridotti e che, quando rilasciato in gravità, passava da parte a parte l’intero pianeta, senza intervallarsi. Si capirà facile che la questione richiese misure drastiche alla sua risoluzione, e apparve subito chiaro che lo spazio rappresentava l’unica via d’uscita. A ogni luna piena quindi, Arisini e tutti gli altri come lui, eroi sottopagati, silenziosamente e con la massima abnegazione, si recavano sulla piattaforma di lancio rapido e, con al fianco la bomba tenuta dal lacciocomando teletrasportatore distanziale, si proiettavano in una, ormai consueta, passeggiata appena oltre l’esosfera, a far pisciare acido a quella cagnolona che, già dall’aspetto feroce, si capiva essere infida bestia.
Quel plenilunio però, aveva subito notato l’Arisini, la luna rosastra aveva uno sguardo particolarmente dolce e comprensivo e il suo più bel cratere di destra glielo puntava contro semichiuso, come volesse schiacciargli l’occhiolino d’intesa. Di solito il buio era truce come la sua vita, tutta trascorsa nel totale anonimato perché, causa la delicatezza di quel lavoro, a lui non era concessa la libertà di percorrere il pianeta, e i lunghi intervalli lavorativi li passava, d’obbligo, nei sotterranei dell’Unione Galattica a giocare col vero virtuale, a far sesso col vero virtuale o a informarsi col falso virtuale, in una girandola di emozioni così ridicole che quando passeggiava con la sua bomba sporca gli pareva d’essere quasi felice. Poiché non era difficilissimo incrociare uno dei suoi ventisettemila colleghi a passeggio per il sopra esosferico, non si meravigliò di scorgere la sagoma di uno di loro, stagliata netta contro il pallore lunare e, per questo, iniziò a scartare di lato per non passargli troppo vicino, che era pericoloso. Per le bombe, più che altro. Stava già eludendo il saluto quando si accorse, con l’obiettivo liquido a moltiplicazione, che un particolare della tuta dell’altro esonauta non concordava con la sua, di tuta. Il suo cuore, già operato quattro volte alla mitralica e trattenuto dai cavetti bioenergetici, prese a sussultare scomposto e come impazzito, costringendo il regolatore di reflusso plasmatico a un superlavoro imprevisto. Era di certo una donna. Una donna esonauta vera. Da non crederci. Non ce n’eran molte di donne a fare il suo lavoro, perché loro non venivano rapite da piccole, come gli uomini. Dovevano offrirsi volontarie per questo ingrato ed eroico compito, e lui era la prima volta che ne vedeva una, in cinquantacinque anni di onorato servizio. Proprio oggi che era il suo compleanno. L’aura di quella straordinaria coincidenza lo inebriò e gli fece dimenticare il manuale degli esonauti, che costringeva al rispetto della distanza amagnetica. La donna, anche lei contagiata dalla luna che quel giorno era davvero diversa, non scartò di lato come faceva automaticamente di solito, e si lasciò accostare nel tremore che la pervadeva d’eccitazione. I loro occhi s’incontrarono da dietro gli obiettivi liquidi, che non riuscirono a nascondere l’emozione di quell’incontro davanti al chiaror di luna e le due lenti moltiplicarono, in schizzi di diamanti, i riflessi delle cornee, che così enfatizzarono ancor di più il sentimento che zoomava felice quel raro spettacolo cosmico. Si avvicinarono di molto quegli sguardi, di troppo, e la parola “amore”, che lei pronunciò sottovoce, vietata dall’Unione Galattica e che, per questo, costituiva il comando d’innesco dell’arma, fece scattare in avanti l’ordigno in tutta la sua bestiale voglia distruttiva la quale, sfiorando il braccio di Arisini, gli fece cadere nel buio l’Eta-doppio e, con lui, anche l’altra bomba convergette decisa sul pianeta di sotto. Quella fu l’ultima passeggiata romantica che quella Galassia vide per molti eoni ancora, ma lo spettacolo pirotecnico di quell’angolo d’universo riempì le cartoline d’invito turistico del resto della galassia che sopravvisse a quel botto, e costituì la fortuna di tutte le agenzie matrimoniali di quel sistema che, da quel giorno, incidettero tutte Arisini davanti al loro nome e tutti i bimbi, nati dopo quell’evento, ebbero l’obbligo governativo di avere quel cognome davanti a quello materno. La compagna per pochi secondi, esonauta di secondo livello, di Arisini, nessuno seppe mai come si chiamava ma, si sa, questo è il destino di tutti i volontari dell’Unione.

Un commento

  • ancos 2 giugno 2009a12:03

    Bello, molto bello. Scrivi in modo molto evocativo.
    Ti consiglio di rileggere ad alta voce e rivedere la punteggiatura. Non è sbagliata dal punto di vista grammaticale, ma puoi migliorare il ritmo gestendo meglio le pause.

Rispondi