Racconto: Il garzone di macelleria

2 giugno 2009

Il garzone di macelleria

Fino ad allora era stato un semplice garzoncello di macelleria, insaccato in un camice quasi mai bianco e senza schizzi di sangue vivido, perché i garzoni inesperti e poco svegli non macellano mai le bestie. Capitava invece che, nel retrobottega e quando mancava il titolare, le amasse quelle bestie anche se, lo si può agilmente immaginare, il freddo corporeo da frigo di quelle carcasse rigide gli ritardava l’eiaculazione la quale, quando arrivava, si sgonfiava nell’angoscia che il macellaio potesse tornare all’improvviso, facendolo urlare al paese lì fuori di cosa, quel garzoncello timido, fosse capace. La sua esistenza trascorreva così, velocemente e nel greve fetore malato del sangue che, a strisce gelide, rigava la distanza che separava la ghiacciaia dalla turpe sua alcova. Un giorno però, il macellaio si ferì a una mano, e si vide costretto ad affidargli una mucca intera da squartare. Era la svolta professionale attesa da anni: una bestia intera e calda, beh… diciamo tiepida, da mettere al centro delle sue attenzioni morbose.
Anche quella giornata si era stranamente presentata diversa, e quando il muletto del fornitore gli depositò nel retro l’animale da dividere, pure il sole si imbarazzò dietro una nuvola, spessa e affilata come una scure.
Ottocento chili da trascinare gli pareva che lo stessero guardando con occhioni avidi, da sotto quelle ciglione romantiche e la linguona, spessa e un po’ pelosetta, sporgente di lato, gli suggeriva immagini che non si possono raccontare senza dannarsi l’anima. La fretta di consumare quel perverso progetto gli aveva fatto congedare anticipatamente il fornitore che aveva portato lì quel cadaverone chiazzato e ora non gli riusciva, nemmeno col carrello elettrico, di muovere l’animale. Ottenne solo d’inclinarle la schiena su un lato, di traverso alla porta, in modo da poterla socchiudere un poco e avventarsi, finalmente, sulla sua preda sì inanimata, ma non ancora fredda del tutto. Non poteva attendere che si raggelasse di più, perché in quella parvenza di tepore s’accoccolava la sua brama d’amore. Spense la luce del negozio e abbracciò la massa, che sembrava inchiodata a terra, e la baciò sul muso umido con trasporto mentre, impicciandosi, si sfilava velocemente i calzoni.
Il macellaio, tornando dall’ospedale, dove l’avevano cucito alla meglio, non si sarebbe mai fermato al negozio se non avesse visto quella testa di mucca che si sbatteva, a colpi secchi e decisi e con la lingua fuori, dallo spiraglio socchiuso della porta sul retro della macelleria.
Lo spettacolo che si offrì ai suoi occhi, quando entrò incuriosito, lo fece svenire di colpo dando così modo, a quel garzone infoiato, di avere un’altra e inattesa preda, ma finalmente calda per almeno un’ora…

La moglie del macellaio, soffocata dalle lacrime, non ebbe altro da pensare che suo marito l’avesse abbandonata per sempre, magari con quella giovincella, tinta e slavata, che gli sfiorava, bramosa, la cotta di maglia antitaglio che lo proteggeva dalle lame, insanguinata.
Tutti sanno, e anche la donna non ignorava, che piccoli eventi inducono a grandi sconvolgimenti, capaci di travolgere l’esistenza delle persone che si affidano troppo alla propria maturità, e il macellaio era uomo di grande equilibrio, come avrebbe potuto, altrimenti, maneggiare la mannaia con quella temibile naturalezza? Per questa ragione era esposto a tutti i rischi che la troppa sicurezza nei propri mezzi, prepara sempre con cura. Così, la mente eccitata della donna scorreva, analizzandole, tutte le possibili cause di disgrazia che potevano aver colpito il marito.
“Chissà dove sarà ora?”… sbottò infine, nell’impossibilità di scovarlo, disperata dall’imprevista solitudine che glielo faceva immaginare più in dolce compagnia che soffocato dal proprio cuore.

Intanto, in quel retrobottega maledetto, era tornato il silenzio. Tutto era stato lavato accuratamente e l’odore di candeggina, pur non volendo imitare quello d’incenso che aleggiava in chiesa, cercava di nascondere la sensazione che lì dentro si fosse compiuto un misfatto. Anche la mucca era stata lavata, fin nelle interiora e squartata, con maldestri e vendicativi colpi d’ascia, che avevano infierito, maciullandola, soprattutto nelle sue parti intime. Le sue mammelle, per il loro evocare tepori protettivi, erano state conciate come trippa sfogliata, e pure la grossa lingua era ridotta a strisce sottili, come messa nell’impossibilità di rivelare ciò che andava rimosso per sempre.

La polizia si stancò presto di vagliare sospetti improbabili, e convenne con la moglie nel credere alla fuga d’amore. Dopo aver peregrinato inopportuna per il negozio, tutta la notte e pure il giorno dopo, tra batuffoli di cotone e bombolette di spray rivelatore, i detective compresero, in mezzo a tutte quelle tracce rapprese, che quel sangue lavato col sangue non avrebbe parlato d’altro che del sangue di nessuno con odore di candeggina.
Nemmeno un poliziotto notò che la carne trita, troppo pallida, era scivolata, per l’inusitata freschezza, ammucchiandosi a grumi, rivoltati contro il bordo dei contenitori inclinati, fuoriuscendone e mostrandosi, in quella colatura sfacciata, sotto il vetro gelido di un bancone stranamente rallegrato da due mazzetti di freschi e chiusi fiori di prato, che non avrebbero mai voluto aprirsi.

3 commenti

  • ancos 2 giugno 2009a11:51

    E’ un racconto molto forte, sintetico, colpisce duro.
    Bello il modo di descrivere l’azione: è allusivo. Quello che accade è chiarissimo e avviene nel posto migliore, nella testa di chi legge e non sulla pagina.
    Prova a eliminare gli avverbi, guadagnerai in scorrevolezza.

  • vajmax 7 giugno 2009a20:50

    Non ho ancora ben chiaro cosa siano di preciso gli avverbi, e questo nonostante sia andato a controllare sul dizionario. Non ridere.

    • ancos 8 giugno 2009a1:09

      Non rido, tranquillo. L’uso degli avverbi è un punto critico per ogni scrittore 🙂
      Per farla breve, gli avverbi sono le parole che finiscono in -mente (non solo, ma soprattutto). Nelle prime righe del racconto ci sono “agilmente”, “velocemente”.
      Sembrano parole-scorciatoia, perché con una parola sola descrivi una situazione. Ma in realtà rallentano il flusso della lettura (prova a leggere il racconto ad alta voce) e nascondono più di quanto mostrino. “Spiegando” la situazione riassunta dall’avverbio, nella frase in cui appare l’avverbio stesso o in altri punti, arricchisci il racconto di immagini che “fanno vedere” al lettore la situazione o l’evento che “si nasconde” dietro l’avverbio.
      Qui sono un po’ sintetico, parlerò degli avverbi con maggiori dettagli in uno dei prossimi appunti di scrittura

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