Racconto: Il Cavaliere demoniaco dalle ali angeliche

24 giugno 2009

“…Non esiste forza

o potenza alcuna

che riesca a sovrastarmi…”

I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro il nemico.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una creatura dorme nell’oscurità della pietra.

La guerra ormai infuria.

Urla di rabbia e di dolore.

I comandi impartiti dai capitani e le urla di incitamento prima della carica.

Combattimenti e sangue: gli uomini combattono e si uccidono per la supremazia sul territorio.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all’imboccatura della caverna. E’ una donna dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.

La creatura informe imprigionata nell’oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.

La musica diffonde nell’aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.

Ancora un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: la caverna è ormai vuota, ormai vuoto è il trono di pietra e di ghiaccio.

Dall’alto delle montagne lui osserva la vallata e la battaglia che i mortali stanno conducendo.

La donna suona ancora, avvolta dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d’angelo.

La creatura ne è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.

E percepisce qualcosa che non riesce a spiegarsi, una spiacevole sensazione di dejà – vu che non riesce a tollerare e che origina da quella donna che umana non lo è di certo.

Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.

Ma poi da essa si allontana, vittima dell’incantesimo che dal Manto delle Tenebre scaturisce e, volgendo la propria mente al compito che lo attende, osserva la battaglia nella vallata sottostante.

Piove mentre gli uomini combattono.

Cariche si alternano a duelli.

Il clangore delle spade, scudi che si infrangono e lame che tagliano la carne.

Un vento gelido percorre il campo, si insinua ovunque, nell’animo e nelle armature.

Scende la notte. O almeno è quanto sembra.

Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos della battaglia a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz’aria, immota.

Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.

Rimane solo un cratere e degli uomini che vi erano nemmeno la cenere.

Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.

Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.

Si posa dolcemente all’interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.

Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore delle centinaia di soldati.

L’armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro. Lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.

Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d’inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.

I suoi occhi d’oro scrutano attentamente gli umani attorno.

Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell’aria: nulla si muove e nulla si ode.

Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.

Alcuni pensano che sia un prodigio.

Alcuni silenziosamente pregano.

Alcuni sacerdoti, chiamati a benedir le armi, si inginocchiano a pregare.

Domande e dubbi, la gola secca e un terribile silenzio tutt’attorno.

Un’immobilità irreale che pervade la natura stessa.

All’improvviso il cavaliere apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall’inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.

Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.

E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”

Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell’abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell’aria una spada magnifica e perfetta: la lama d’argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l’impugnatura possente.

L’essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.

Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.

I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.

Si avvertono solo i fendenti della spada dell’oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.

Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.

E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.

Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell’assoluto.

La nebbia tutt’attorno e la privazione della vista.

La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti.

Ovunque solo urla e mutilazioni.

Cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.

Non vi è scampo, nemmeno la fuga.

Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.

Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora.

Solo morte. Solo distruzione.

Poi ad un tratto scompare la nebbia ed un raggio di sole squarcia le nuvole del cielo. Il cavaliere ha già ucciso centinaia di soldati e si sta pulendo la spada con le vesti dell’ultimo sacerdote che ha trucidato, un uomo che si nascondeva invano dietro una croce in cui a malapena credeva.

I soldati si cercano l’un l’altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente.

Il cavaliere guarda al cielo in silenzio.

Molti, alla vista di tanta morte si sentono persi e fuggono.

Nessuno di loro, riuscirà tuttavia ad abbandonare vivo la vallata.

Una musica suona nell’aria, una musica per i soldati umani. Il requiem a loro dedicato dalla suonatrice che siede all’imboccatura della prigione della bestia.

Ecco allora che accade qualcosa: nel cuore degli uomini torna la speranza e una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme l’araldo della morte.

Uniranno le forze e vinceranno la morte.

Nessuno pensa a fuggire.

Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.

Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull’oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.

Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Sigfrid Leone Bianco, l’eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto.

Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa la lancia e ne ferisce a morte il cavallo.

Sigfrid si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.

Il Leone Bianco urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.

Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.

Le spade si scontrano parecchie volte: Sigfrid combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d’argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.

Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.

I soldati esultano per la vittoria, mentre Sigfrid rigira la spada nella ferita.

Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l’eroe con i suoi occhi d’oro, lo fissa e ride feroce.

La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l’eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.

Il demone avanza, afferra l’eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra.

Le gambe di Sigfrid non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.

In quegli occhi dorati, vede l’inferno e gela il sangue nelle sue vene.

Con un ringhio demoniaco e tremendo, emettendo un suono orribile che strazia i timpani, appellandosi alla sua forza, strappa in due il corpo dell’eroe e ne getta i resti ai piedi dei soldati che poco prima incitavano il loro capitano.

Armatura ossa e carne giacciono a terra, in una pozza di sangue e visceri.

Una risata diabolica si diffonde tremenda nell’aria.

Sul suo corpo nemmeno una ferita appare evidente. E nemmeno una goccia di sangue intacca lo splendore della sua armatura divina.

Osservando i soldati e l’espressione di terrore nei loro volti, esclama calmo: “Non esiste forza o potenza alcuna che riesca a sovrastarmi!”

Poi, la sua spada prende fuoco e, bruciando di un fuoco bianco, candido come le ali che porta sulla schiena, con un colpo solo, si libera la strada riducendo a brandelli e polverizzando i soldati coraggiosi che seguivano Sigfrid.

Poi solleva in alto la spada e richiama la nebbia, un vortice d’aria che scende dal cielo e si diffonde ovunque divorando ogni cosa.

Una risata torna a riecheggiare nell’aria, mentre il demone riprende la sua macabra danza di morte, il compito al quale è preposto.

Di nuovo i soldati sono prigionieri di una prigione senza pareti, schiavizzati dalle proprie paure, incapaci di sfuggire alla forza inarrestabile del demone alato.

Impotenti, ridotti a niente: impossibile la lotta, impossibile la fuga.

Ogni speranza è negata da tutte quelle urla e tutto quel terrore.

Ogni soldato si ritrova solo, perduto e terrorizzato. Sente costantemente le urla di morte dei suoi compagni farsi ogni istante più vicine.

Lentamente, ognuno sente l’avvicinarsi del distruttore.

E il distruttore avanza, nella nebbia che lui stesso comanda. Avanza e semina morte e dolore, a cui è insensibile e indifferente, un burattino inconsapevole schiavo di quel suono che lui solo ode. Il suono dolce e armonioso di un flauto, che lo incita e lo governa, e annulla in lui la ragione.

La nebbia si apre e ogni soldato lo vede avanzare verso di se, potente e maestoso. Immenso e perfetto.

Non vi è speranza, solo un terrore primordiale e assoluto.

E poi la morte.

Al tramonto la vallata è ricoperta di sangue e cadaveri dilaniati.

Nessun uomo è stato risparmiato dai fendenti della belva: colpi così potenti e devastanti da squarciare la terra.

E per coloro che non son stati colpiti dalla spada, è stata la magia a fare da guida verso l’oltretomba. La magia in forma di folgori e spaventose visioni, e fiamme viola e rocce infuocate dal cielo.

Neri avvoltoi e corvi e sciacalli si aggirano tra i morti nell’ora del crepuscolo. Nel cielo i colori del tramonto mentre uno stormo di uccelli migra verso sud e il vento muove le fronde degli alberi.

Nessuno è stato risparmiato.

Nessuno vive.

Poi, inchinandosi deferente al sole dell’alba, l’occhio di Dio che tutto vede, l’essere della distruzione si alza in volo.

Per qualche istante quel suono tace, quel suono melodioso che lo ammaliava.

Libertà finalmente, dopo secoli di prigionia nel suo trono di pietra e ghiaccio: per il cavaliere eterno dall’armatura di tenebra e argento questa è la vittoria più grande.

Ma il suo volo è breve.

Una forza sconosciuta lo trattiene.

Una forza magica e invisibile che riecheggia nelle sue orecchie divine.

La musica di un flauto che nuovamente suona. La musica infernale e divina dalla quale non può trovar riparo. Contro di essa a nulla valgono i suoi poteri, né le sue armi né la volontà. Questa volta il suono è violento e tagliente, una musica cacofonica che lo annienta.

D’improvviso cade e, mentre si contorce e divincola, come intrappolato in una rete, il suo corpo inizia a sgretolarsi, colpito come da un’invisibile frusta celestiale: è il potere della musica divina che la donna suona all’imboccatura della caverna.

Questo il suo ultimo rabbioso pensiero mentre si riduce in polvere, polvere e piccole fiamme che un vento sovrannaturale trasporta fino al suo trono di pietra.

Non è ancora terminato il tempo della prigionia e nonostante i suoi sforzi, il cavaliere demoniaco dalle ali angeliche è ridotto di nuovo in pietra.

Di nuovo il sonno indotto, per dominare colui che non si può contrastare. Arriverà nuovamente il tempo per la battaglia.

E secondo il Patto Antico, giungerà anche il momento della Liberazione, ma per ora è ancora Lui ad averla vinta.

Per adesso, solo un lago di morte e devastazione ne rammenterà a tutti la tacita presenza.

Armi e corpi devastati riposano per sempre sotto la protezione delle stelle e quando compare la luna, la figura di donna avvolta nelle tenebre smette la sua divina melodia. Alzatasi, rimane immobile nell’aria della sera ad osservare la creatura della distruzione e della guerra.

Racchiuso nella pietra non ha forma alcuna, e la sua forma, non è la stessa di quando, nei secoli passati, il suo splendore eguagliava il sole.

Per un attimo, quella donna misteriosa si abbandona sulla scia dei ricordi, rammentando le sue gesta e le sue parole, sussurrando senza voce quell’antica promessa.

Un ultimo sguardo alla figura di pietra informe, una lacrima e un saluto all’essere che un tempo amava e, sciolto il Manto delle Tenebre, libera le luminose ali angeliche per tornare al mondo cui appartiene.

 

 

Note: Ero indeciso se descrivere quanto segue in forma di racconto o in forma di poesia, anche se credo che un racconto di genere fantasy riesca a rendere meglio l’idea che avevo in mente.  Tutto il racconto è incentrato su di una figura, una figura demoniaca e divina al tempo stesso che rappresenta l’essenza stessa della distruzione, che rappresenta tutti i limiti imposti all’uomo, il destino e la presenza dell’assoluto. Naturalmente rappresenta anche molte altre “cose”, tutto dipende dal lettore. L’idea alla base del protagonista di questo racconto trae origine da Dark Schneider e da Belzebub di Bastard!! (di K.Hagiwara), da Gatsu di Berserk (di K.Miura), dal Bestelbulzibar della Trilogia del Demone (di R. A. Salvatore) e non solo. L‘idea che volevo rappresentare è quella di un personaggio fortissimo, incommensurabilmente potente, che vive al di là della dimensione umana ma che alla dimensione umana è in qualche modo legato: un essere insomma che non teme né il Bene né il Male, ma che da entrambi è stato generato, un essere che non trova limiti e pari nel mondo degli umani. Una divinità che non appartiene né alla luce né alla tenebra. Tuttavia sono riuscito a rendere questo solo in parte (in quanto anche al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche sono stati posti dei limiti, come la schiavitù ad un segreto volere superiore), e questo credo sia dovuto al fatto che ho cercato di scrivere quanto segue il più rapidamente possibile, per imbrigliare l’idea stessa sul foglio, per intrappolarne l’essenza  del personaggio, quasi temendo di “perderlo” se solo avessi aspettato troppo prima di descriverlo.

8 commenti

  • Massimo Vaj 30 giugno 2009a14:02

    Quando si affrontano temi di questa importanza è necessario avere, almeno un poco, le idee chiare sul significato di termini come Bene e male. Naturalmente, come per i concetti di salute e malattia è impossibile, per l’uomo, definire esattamente confini che sono in movimento e che, per questo, rendono possibile l’inversione dei poli di entrambi, al punto che entrambi possono sovvertire la valenza di ciò che rappresentano e il Bene diventare male, come il contrario. Tuttavia, per fare uscire il racconto dall’angusta recinzione riservata solo a emozionare il lettore, ottenuto attraverso l’esclusione del senso profondo che è sempre, necessariamente, centrale alla storia, occorre non incentrarla sull’impossibilità, altrimenti piacerà solo ai bambini. Un essere “non umano”, demoniaco o angelico che sia, rappresenta una qualità energetica, e non è possibile una commistione di Bene e male, perché sul versante inferiore della manifestazione della realtà relativa gli esseri di tenebra non hanno accesso né consapevolezza della sfera spirituale, anzi , è proprio perché la negano che stanno in basso nella solidificazione. Per inversione analogica gli esseri angelici sono modi di concentrazione di energie qualitative e spirituali e vivono nello spirito. Se volevi stare nel mezzo tra questi due principali stati dell’essere dovevi scegliere l’uomo, non un semidio impossibile.

  • ancos 30 giugno 2009a15:48

    Grazie per il tuo racconto Leonardo.

    Ti consiglio di rivedere i tempi della narrazione. Inizi con “I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata […]”, ma poi passi al presente e lo tieni per tutto il racconto, tranne che in “Uniranno le forze e vinceranno la morte.” Avere tempi coerenti semplifica la comprensione. In più, in un racconto tutto al presente, fatto di frasi secche che sono istantanee della vicenda, quei due periodi al passato stonano.

    Due frasi contengono delle descrizioni contrastanti: “Siede in silenzio e con un flauto suona” e “Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei”. Il senso di quello che vuoi dire è chiaro, ma la descrizione contrastante fa inciampare l’occhio: non si capisce subito se è una specie di “effetto speciale” o è proprio una contraddizione. Potresti voler rivedere questi passaggi.

    Il tripudio di morte e distruzione che descrivi mi lascia un po’ indifferente. Questo perché il protagonista della tua narrazione, il centro, è il demone inumano. La sua violenza colpirebbe molto di più il lettore se tu gli dessi qualcuno in cui identificarsi, qualcuno attraverso i cui occhi vedere il massacro.

    Se tu volessi rivedere il racconto, potresti espandere la breve descrizione che dai in apertura del testo. Avvicinando la telecamera ai soldati, trasformandoli da eserciti in persone, otterresti un maggior coinvolgimento del lettore. L’unica persona/personaggio che nomini è Sigfrid, ma appare per così poco e così di punto in bianco che la morte di questo eroe non ha nulla di diverso rispetto a quella degli anonimi soldati di cui parli prima e dopo.

  • Leonardo Colombi 5 luglio 2009a15:57

    Ciao,
    ringrazio entrambi per i commenti e le critiche lasciate al mio racconto.
    Per quanto riguarda errori di ortografia o di verbi, faccio il mea culpa e provvederò a rivederli. Non ho capito invece le considerazioni in merito alle due frasi che mi indica “ancos”: non sono proprio attaccate e non ho capito dove sta l’incidente di visione.
    Per quanto invece riguarda la caratterizzazione, rimando alla nota al termine del racconto. La mia idea era proprio quella di descrivere un essere dotato di una potenza devastante, contro cui non c’è speranza. E in relazione a questo obbiettivo ho scritto e proposto il testo di cui sopra (del 2003), con al centro un personaggio che si ispira a delle fonti che ho citato e che ricrea la medesima atmosfera che si può rivedere in alcuni videogame, anime e fumetti. Niente velleità di descrivere realtà trascendentali con l’intento di riportare verità che non conosco. Cosa che forse, leggendo il commento da parte di Massimo, credo sia stata fraintesa. Che poi non possano esistere esseri a metà tra l’angelico o il divino, che gli angeli e i demoni possano fare certe cose piuttosto che altre…questo non lo so. Non sono un esperto di esoterismo nè era mia intenzione professare alcuna verità spirituale. Cose che per altro non ci sono e, a mio avviso, non andavano cercate nel testo. Mi spiace quindi se ho disiulluso aspettative, anche in merito alla caratterizzazione degli eserciti: quest’ultima considerazione magari è un qualcosa che potrei utilizzare per un’eventuale rivisitazione del tetso, il “dovere” invece di usare un essere umano come protagonista invece, mi spiace, ma ne dubito fortemente.

  • ancos 5 luglio 2009a21:36

    Ciao.

    Riguardo alle due frasi: non sono sbagliate in sé, per la visione che danno, nel senso della descrizione. Ma sono scritte in un tempo diverso dal presente, che hai usato nel resto del racconto. Un cambio di tempo narrativo può confondere il lettore.

    Per il punto di vista umano, non intendo dire che “devi” usare un umano come protagonista. Il tuo protagonista va benissimo. 🙂
    Quello che ti segnalo io è diverso: manca un fattore umano nel racconto, un punto di vista nel quale si possa identificare il lettore e che lo aiuti a rendersi conto di quanto è terribile, potente, invincibile il tuo protagonista.
    Tu descrivi una potenza devastante, ma io nel racconto non la vedo, perché mi manca un termine di paragone per poterla valutare. Un punto di vista umano che mi permetta di capire quanto sia disumano e invincibile il demone.
    Mancando questo punto di vista (che, ripeto, non c’entra niente col chi sia il protagonista del racconto), il testo risulta freddo, didascalico. Leggo di un massacro, ma non provo niente. Non provo sgomento davanti a questo essere terribile e invincibile, non provo pena per i soldati senza speranza.
    Pensa a quando in un telegiornale vedi gli effetti di un evento naturale devastante: un tornado, un’eruzione, un terremoto, un’inondazione. Vedere quelle immagini di distruzione, i morti, i feriti, la gente che vaga impaurita dopo il disastro, ti colpisce, ti suscita emozioni. Il “protagonista” della notizia è l’evento catastrofico, ma è il fatto che siano coinvolte persone che ti colpisce: sei una persona anche tu, quindi per empatia riesci a capire il loro dolore, la loro paura, l’impotenza davanti alla natura, l’angoscia per aver perso amici, parenti, la propria casa. Riesci a capire gli effetti della distruzione, anche se tu non sei lì.
    Il punto di vista umano che, secondo me, manca nel racconto, è proprio quello necessario a far scattare questa forma di empatia e quindi delle emozioni nel lettore.
    Sono d’accordo che il tuo protagonista sia una figura aliena e che siano aliene le sue motivazioni. Ma le sue azioni non lo sono: sono azioni che gli uomini capiscono bene e sono azioni che colpiscono degli uomini. Quindi dovresti darmi modo di valutarle, di paragonarle a qualcosa che conosco. L’unico momento in cui mi rendo conto della potenza del demone è quando combatte contro Sigfrid. Perché lì descrivi un uomo e mi dai un’informazione che mi permette di valutare la potenza del demone: dici che Sigfrid è “il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto”. Il racconto acquisterebbe forza e capacità di emozionare aggiungendo altri momenti come questo, descrizioni di uomini, punti di vista umani.

    Infine, il tema del racconto. Io non credo che esistano canoni immutabili. Esiste un ricco filone narrativo che parla di angeli, demoni e creature simili. Ma non penso che uno scrittore debba sentirsi vincolato da quanto è stato scritto prima. Quindi, secondo me, hai fatto bene a descrivere la tua versione di queste creature, senza preoccuparti di cosa abbiano scritto scrittori ed esoteristi che hanno già trattato il tema.
    Se è vero che non ritengo necessario rispettare i canoni, è però vero che se decidi di utilizzare creature così note e tipizzate come angeli e demoni, devi tenere conto del fatto che i lettori hanno certe aspettative, certe idee preconcette. Io credo che queste aspettative e queste idee tu le rispetti. Quindi il tema va bene.

  • Leonardo Colombi 5 luglio 2009a22:38

    Uhm…sto discorso delle aspettative però è relativo, a mio parere. Cioè, è comprensibile da un lato ma molto spesso quando leggo i commenti a racconti e testi di autori nei vari portali letterari ho spesso e volentieri l’impressione della ricerca d’altro. Come se i lettori “non” leggessero, ecco, ma decidessero a priori cosa dev’esserci e quanto scritto diventa secondario. Mi riferisco qui al discorso del “dovere” che, secondo me, vale fin là. Della serie, Tolkien ha scritto di elfi e non ha mai parlato di elfi oscuri per cui non si puote inventare personaggi come Drizzt perchè le aspettative sono altre…
    Capisco poi il punto di vista che mi indichi, quello umano, per l’immedesimazione. Pure qui è condivisibile. Rimane che il riferimento a cui il mio personaggio si rifa è quello delle note. Qualcosa di simile a quel che accade, per dire, in Final Fantasy con le evocazioni. Quando l’ho scritto a quello pensavo ma non nego che quel che dici possa essere punto di partenza per miglioramenti e ampliamenti del testo.

  • ancos 7 luglio 2009a11:49

    Per le aspettative vale la premessa del mio ultimo commento: non sono un vincolo e, comunque, tu le hai rispettate.
    Se non sono un vincolo, possono comunque essere una fonte di ispirazione e vanno in ogni caso tenute presenti. Nel momento in cui annunci al lettore che parlerai di elfi, vampiri, lupi mannari, samurai… secondo me è legittimo, anzi quasi necessario, che tu gli presenti la tua interpretazione dell’archetipo, ma non dovresti presentargli qualcosa di completamente diverso, che dell’archetipo ha solo il nome.
    Pensa alla figura del vampiro nella letteratura. C’è il vampiro di Bram Stocker, ci sono quelli di Anne Rice, ora quelli di Stephenie Meyer. Ciascun autore ha creato la sua versione del vampiro, senza lasciarsi vincolare da chi ne ha scritto prima di lui (anche Stocker aveva dei predecessori) e le differenze tra le creature dei vari scrittori sono nettissime. Ma tutte le creature condividono alcuni elementi comuni che permettono al lettore di riconoscerle come vampiri e affermare: “mi è stata proposta una storia di vampiri e, in effetti, queste creature sono vampiri.” Nei fatti, appunto, non solo nel nome che gli attribuisce l’autore.
    Questo è quello che intendevo dire parlando di aspettative. Spero che il discorso sia più chiaro. Se non lo è sarò felice di approfondire, perché è un tema molto importante (e in effetti penso che meriti un approfondimento in uno degli appunti di scrittura).
    E come ho detto, tu l’aspettativa la soddisfi: nel racconto annunci che parlerai di un demone, descrivi una creatura che ha delle caratteristiche precise che rientrano nell’idea che comunemente si ha del demone, quindi va bene. In effetti, e mi rendo conto di non essere stato chiaro, col mio commento volevo dire di essere d’accordo con la risposta che hai dato all’osservazione di Massimo 🙂

    Il fatto che noti tu, che alcuni lettori abbiano delle aspettative così forti e radicate da decidere a priori cosa è canonico e cosa no, al punto da non accettare deviazioni da quello che loro considerano il modo “giusto” di rappresentare qualcosa, è sicuramente vero. Ma secondo me è più un problema loro che dello scrittore. Contro le chiusure mentali c’è poco da fare 🙂

    Quanto all’immedesimazione: tu citi le evocazioni di Final Fantasy, che sono un ottimo epsediente narrativo in storie generalmente ben realizzate come sono quelle della saga di Final Fantasy. Ottima osservazione e ottima fonte di ispirazione. Ma facci caso: tu ti rendo conto della forza delle evocazioni proprio perché la confronti con quella del tuo gruppo di personaggi, che ti dà il “punto di vista umano”, il termine di paragone per valutare la potenza distruttiva dell’evocazione.
    Anche quello del punto di vista e dell’umanizzazione, che non sono necessariamente la stessa cosa del protagonista, sono elementi importanti che sarò felice di approfondire e su cui varrebbe la pena scrivere un appunto di scrittura 🙂

  • feanor 2 gennaio 2010a18:25

    bellissimo davvero non mi sono soffermato molto sul tipo di scrittura o i tempi che hai usato vorrei solo sapere se questo racconto ce in qualche libro e che mi piacerebbe molto saperne di più 😀 la mia email e giuseppe.culiers@alice.it mi farebbe piacere se m contatti cosi magari mi dai la possibilità di rivolgerti varie domande leonardo ^^

  • Leonardo Colombi 3 gennaio 2010a11:56

    Ciao, grazie feanor per il commento lasciato: mi fa piacere che ti sia piaciuto.
    Provvederò a contattarti via mail ma premetto che, per quel che ne so, il racconto non è contenuto in alcun libro. Semmi è stato proposto in qualche portale letterario simile a questo, oltre che sui miei siti personali.

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