Il Figlio del Cimitero di Neil Gaiman. La mia recensione

il figlio del cimiteroE continuiamo a parlare di Neil Gaiman, dopo il lungo silenzio spiegato qui, con la recensione del suo ultimo lavoro.

Il figlio del Cimitero (opinabile traduzione di Graveyard Book), è l’ultimo romanzo di Neil Gaiman, un libro per adolescenti che ha raccolto e continua a raccogliere premi (un Audie come miglior audiolibro e la Newbery Medal dell’American Library Association, tra gli altri).

Più volte ho detto che bisognerà parlare della letteratura per adolescenti, o young adult come la chiamano in inglese, centrando meglio il target. Bisognerà, ma non è ancora il momento.

Per ora limitiamoci a questo esempio di letteratura per adolescenti.

La domanda di chi legge una recensione, alla fine dei conti, è sempre quella: è bello?

E’ bello e mi è piaciuto – le due cose non coincidono per forza – ci ho ritrovato tutti gli elementi che apprezzo nella narrativa di Neil Gaiman, ma l’ho trovato originale. Come ho già detto, Gaiman è uno di quegli scrittori che raccontano spesso la stessa storia, cambiando la trama. Non è così per Il Figlio del Cimitero. E’ una familiare storia gaimaniana, ma non è la solita storia gaimaniana.

Il libro è indirizzato a un pubblico molto giovane, lo si vede da come vengono trattati violenza, ce n’è tanta ma avviene tutta fuori scena, e sesso, una frase appena accennata. Lo si capisce da come può essere facile per un giovane lettore seguire e immedesimarsi nel percorso di crescita di Nobody Owen, il protagonista rimasto orfano e adottato dai fantasmi del cimitero che sorge vicino alla casa in cui la sua famiglia è stata assassinata.

E’ buffa la vita di Nobody, detto Bod. Cresce sereno e amato e protetto in un luogo a cui naturalmente si associano dolore e disagio, un cimitero. Viene allevato con amore da fantasmi, vampiri e lupi mannari, protagonisti (una volta, mi sa ora non più) degli incubi dei bambini. E tutto sommato, ha problemi solo quando interagisce coi suoi simili, i viventi. In certi punti, soprattutto nei capitoli sulla sua infanzia, mi ha fatto tornare alla mente Adam, il bambino che passeggia sereno col suo cagnolino in Buona Apocalisse a tutti!, di Terry Pratchett e dello stesso Neil Gaiman. Adam è in realtà l’anticristo e il cagnolino è un mastino infernale. Ma loro scelgono un altro destino.

Anche Bod fa le sue scelte, come ogni buon personaggio, in quel percorso forzato che è la crescita. Alcune sono sbagliate e causano conseguenze a volte spiacevoli, a volte dolorose. In più di un punto ho pensato “ma cosa fai, stupido, stai sbagliando”. Ma è diritto dei bambini sbagliare e imparare.

Lo stile di scrittura è semplice e scorrevole, adatto a un lettore giovane, ma non è mai noioso o scontato per un adulto. Conoscendo Neil Gaiman e i suoi temi un po’ si capisce dove va a parare questo Figlio del Cimitero, ma non è mai una lettura banale, lo humor è nero e sopraffino. Nel non detto Gaiman riesce a farci intravedere un mondo dalla mitologia ricca e complessa, fatta di creature fantastiche, magia, associazioni segrete millenarie, sia di umani che di non umani, ognuna coi suoi scopi, la sua storia. Grazie all’espediente dei motti incisi sulle lapidi, anche il fantasma che fa l’apparizione più fugace acquista un passato e una personalità, una descrizione che lo rende familiare. Il fatto che Il Figlio del Cimitero sia un libro per adolescenti non vuol dire che sia un libro semplice.

Mi ha fatto piacere immergermi ancora e così presto in uno dei mondi di Neil Gaiman e quello del Figlio del Cimitero è un bel mondo. Leggetelo, ne vale la pena. E non sottovalutate la letteratura per ragazzi, adolescenti, young adult o come volete chiamarla. Ci sono belle sorprese.

2 risposte a “Il Figlio del Cimitero di Neil Gaiman. La mia recensione”

  1. Ciao Giuseppe.

    Il titolo di per sé non è male, no. Ma pubblicare due libri dello stesso autore, con titolo simile, copertina simile e contenuti diversi non mi pare la scelta migliore. Ma se va bene a Gaiman, io non discuto di certo 🙂

    Per il resto sono d’accordo con questo tuo post.

    E anzi devo fare pubblica ammenda: è sempre facile lamentarsi di una traduzione sbagliata, ma è difficile ricordarsi di mettere, doverosamente, in luce una traduzione piacevole e scorrevole come la tua, che trasmette tutte le sensazioni che l’autore ha voluto mettere nella sua scrittura.

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