Racconto: Punto di non ritorno

26 agosto 2009

396 miglia di autonomia.

Nathan sorrise guardando il computer di bordo del suo SUV. Trovava geniale il poter sapere quanta strada potevi ancora percorrere, con la benzina che avevi nel serbatoio. Sulle automobili di oggi vengono installate diavolerie di ogni tipo. Ma quella era la sua preferita.

Lo faceva sentire sicuro. E gli dimostrava che il suo piano procedeva come previsto.

Imboccò il casello dell’autostrada e ritirò il ticket. Con un sorriso smagliante sulle labbra.

Chiunque avrebbe sorriso con circa un milione di dollari nel bagagliaio.

Nathan tirò il SUV fino a novanta miglia l’ora, impostò il regolatore di velocità, e tolse il piede dall’acceleratore.

L’auto si assestò a quella velocità, e lui, stringendo forte il volante si lasciò andare in un profondo respiro. Di sollievo.

Era successo tutto così in fretta.

Nel giro di cinque giorni la sua vita era cambiata. Era passato da una parte all’altra della barricata.

Cosa non si fa per vendicarsi.

Nathan era cassiere in una banca. Parliamo chiaro, era una piccola filiale, non certo la sede della Bank of America, ma comunque di clienti se ne vedevano. Questo fino a quando non scoppiò la crisi. Da lì in poi i clienti cominciarono a diminuire, e anche il personale.

Nathan purtroppo finì tra i possibili da licenziare. E quando i capi si ritrovarono a scegliere tra lui, trentenne single dalla vita tranquilla, e Tyler Grant, buono a nulla, figlio di un importante uomo nel campo della finanza, la scelta si rivelò scontata.

Scontata, ma non giusta. Nathan questo non lo mando giù.

Cominciò a pianificare la vendetta. E non c’è modo di vendicarsi di una piccola banca se non con una rapina. E non c’era modo di vendicarsi dei suoi meschini capi e colleghi, se non con la violenza.

Passò quattro notti insonni a cercare un piano che risultasse infallibile da tutti i lati, mentre spendeva le giornate a comprare gli oggetti che gli sarebbero serviti.

La mattina del gran giorno uscì da casa con una tuta da jogging blu, passamontagna in tasca, guanti di lana, cappellino degli yankees, occhiali da sole, e una Colt 44 magnum automatica, fissata col nastro adesivo all’interno della felpa.

Arrivò davanti all’ingresso quindici minuti dopo l’apertura mattutina. Secondo le sue previsioni ci sarebbe stato al massimo uno o due clienti a quell’ora. Era il momento migliore per colpire.

Entrò sorridendo. Sapeva che il metal detector all’entrata non funzionava. Aveva chiamato lui stesso i tecnici cinque giorni prima. E sapeva che non erano dei fulmini a recarsi sul luogo della riparazione.

Douglas, la guardia giurata, lo guardò mentre entrava e gli fece un cenno di saluto.

Nathan gli rispose sparandogli al petto.

Douglas, con i suoi cento e più chili non cadde all’indietro come Nathan aveva immaginato più e più volte durante la notte. Praticamente si affloscio sulle ginocchia, e con gli occhi strabuzzati, e il sangue che gli colava dalle labbra, allungò la mano verso la sua pistola d’ordinanza. Un secondo proiettile gli disintegrò la faccia.

“Due colpi” pensò Nathan, mettendosi il passamontagna ed entrando nel raggio visivo delle telecamere e delle persone all’interno della banca.

“Nessun cliente” pensò sollevato

Il resto fu un velocissimo vortice di emozioni.

Un colpo in testa a Wendy, centralinista e contabile. Nathan c’era pure uscito a cena, ma lei gli disse che non era abbastanza ricco e importante per averla. Lei era attratta dal lusso.

Non più oramai.

“Tre colpi” Pensò Nathan.

Ordinò a Jason, e ai suoi baffetti sempre curati di consegnargli tutto quello che c’era in cassa. Se no lo avrebbe ucciso.

Ci vollero sei minuti. E durante questi sei minuti Nathan uccise il suo capo.

Gli dedicò quattro colpi. Ne avrebbe meritati il doppio il bastardo.

Il signor Ghilligan si era nascosto sotto una scrivania. Si era riconfermato codardo come sempre con chi era più potente di lui.

E a questo giro Nathan lo era.

Due colpi alle gambe. Ghilligan gridò, probabilmente più dalla paura che dal dolore. Poi uno al petto. Nathan guardò la camicia del suo “ex capo” macchiarsi velocemente e diventare quasi interamente colore del sangue. Gli sparò in testa mentre veniva implorato.

Almeno un briciolo di dignità gliela doveva lasciare. Quando Ghilligan si sarebbe trovato all’inferno gli sarebbe servita.

“Sette colpi. Perfetto.” Si girò verso Jason che aveva messo tutto nel sacco della spazzatura, come Nathan gli aveva ordinato.

<< Non uccidermi Nath..!! >>

Non riuscì a finire la frase perché due proiettili in sequenza lo colpirono al torace.

Nathan si chinò su di lui. Era ancora vivo.

Jason emetteva gemiti di dolore e respirava a fatica, mentre una pozza di sangue si allargava sotto di lui.

Nathan gli risparmiò la sofferenza.

“ E con questo sono dieci ”

Si guardò in torno, e vide un vecchio nascosto vicino al cadavere di Ghilligan.

Preso com’era dai suoi ex colleghi, Nathan non lo aveva neanche notato.

<< Lei chi è? >> gli chiese.

<< Maledetto Bastardo. Dammi i miei soldi! >> rispose il vecchio con un sibilo.

<< Lei chi è? >> ripeté Nathan puntandogli la pistola.

<< Jeremy Grant. E ho appena versato settecentomila dollari. >> rispose, freddo come il ghiaccio. << Se gliene do altri duecento mila mi lascia vivo? >>.

“ Sfacciato come tuo figlio. ” Pensò Nathan, e si giocò un altro proiettile.

Il vecchio cadde all’indietro. La pozza di sangue che prese forma sotto la sua testa si unì a quella di Ghilligan.

Era giunto il momento della fuga.

Prese le chiavi della macchina di Ghilligan dalla tasca dei pantaloni del suo ex capo.

Uscì di corsa e saltò, sulla Mercedes grigia parcheggiata nel posto riservato, partì a razzo.

Doveva fare in fretta, di lì a poco le forze dell’ordine sarebbero arrivate.

Guidò per due isolati e si fermò sotto casa sua. Scese, aprì il bagagliaio del suo SUV e vi buttò dentro il sacco. Poi chiuse e ripartì. Tre isolati a nord del suo appartamento lo aspettava un sacco di plastica contenente un ricambio completo d’indumenti.

Parcheggiò l’auto sul bordo della strada e lasciò le chiavi attaccate alla portiera. Magari qualche delinquente avrebbe rubato la Mercedes. Sarebbe stato un bel colpo di fortuna.

Entrò nel cantiere di un palazzo in costruzione e trovò i vestiti proprio dove li aveva lasciati.

Mezz’ora dopo era sotto casa sua, con addosso una polo bianca e blue jeans, pronto per partire.

Hawaii. Isola americana, niente frontiera, unico modo per portarsi indisturbato quasi un milione di dollari in una valigia.

Era praticamente fatta.

304 miglia di autonomia.

I pensieri gli avevano fatto volare l’ora di strada. Fu richiamato dal picchiettio della pioggia sul vetro.

Incombeva un temporale davvero violento. Le nuvole erano nere come la pece e il sole ormai era totalmente coperto. Era così buio che sembrava notte, e i primi fulmini solcarono l’oscurità con la loro luce.

<< Ci mancava solo la tempesta del secolo >> disse Nathan.

I lampioni ai lati dell’autostrada si accesero.

Ogni minuto che passava la pioggia aumentava d’intensità e la luce diurna diminuiva sempre più.

Fu allora che l’auto di Nathan fu colpita.

Nathan sentii un boato fragoroso. In un primo momento pensò che avessero sparato verso la sua macchina. Poi vide il fulmine abbattersi sul cofano del SUV. La luce fu così accecante che Nathan dovette chiudere gli occhi.

Schiacciò il pedale del freno con tutte le forze che aveva.

Passarono forse un paio di secondi prima che il flash smettesse di abbagliare gli occhi di Nathan, ma a lui sembrarono minuti.

Quando riuscì a riaprire gli occhi vide che il cofano della macchina era terribilmente segnato da bruciature. Ma soprattutto vide che era fermo in mezzo all’autostrada.

<< Merda! >> fu l’unica cosa che disse. D’istinto girò la chiave. Rischiava un tamponamento.

L’auto, contro ogni pronostico, si riavviò senza problemi, e ripartì.

Passarono almeno dieci minuti prima che Nathan si rilassasse abbastanza da poter ripensare a ciò che era accaduto.

“ E’ incredibile!! ” pensò Nathan “ Colpito da un fulmine in autostrada! Roba da matti! Proprio oggi! ”

Gli occhi gli lacrimavano dal momento del fulmine. Non se ne era neanche accorto.

“Maledetta luce! Ma perché è durata così tanto? Ancora un po’ e sarei rimasto cieco.”

Decise di ascoltare un po’ di radio. Si sarebbe rilassato.

Un grido. Metallico.

Il rumore uscì dalla radio a volume altissimo. Per poco Nathan non inchiodò di nuovo.

<< Ma che cazzo?! >> grido Nathan spaventato.

Provo a sintonizzare altre stazioni ma ottenne sempre lo stesso risultato. Probabilmente il fulmine aveva fatto saltare l’antenna radio.

<< Fanculo alla radio. >> disse a voce alta.

E fu solo allora che si rese conto di quanto era buio.

E che era dal momento della caduta del fulmine che non incontrava nessuno sulla strada.

Solo una distesa di asfalto nero, e lampioni infiniti.

Sul suo viso comparve una smorfia di preoccupazione.

234 miglia di autonomia.

“Ok. Qualcosa non va. Dove cazzo sono?? ”

Più di sessanta miglia senza un cartello stradale, una macchina nella sua corsia o in quella opposta, e nessun cambiamento di panorama.

Al posto della preoccupazione in Nathan stava maturando la paura.

Unico cambiamento di cui si era accorto era il lento svanire delle nuvole. Per lasciare spazio a un cielo nero, e all’intravedersi della luna.

“ Cristo!! Che sta succedendo?? Sono le dieci del mattino!! Non può esserci la luna!! “

Guardò di nuovo il cielo e quello che vide lo sconvolse.

Una seconda luna era spuntata dalle nuvole. Molto vicina all’altra.

Nathan guardò a bocca aperta. Le due lune erano molto vicine. Sembravano due occhi nella notte.

Due occhi morti che lo fissavano.

<< Ma che diavolo di posto e mai questo? È un incubo! >> urlò Nathan.

<< Nessun incubo capo! Questo è il punto di non ritorno! >> gli rispose la voce al suo fianco.

La voce.

Nathan si girò terrorizzato verso il sedile del passeggero.

Douglas sedeva nudo. La parte destra non esisteva più. Al suo posto vi era uno squarcio in cui potevi mettere una mano.

Anche il suo petto era ridotto male. Si riusciva quasi a vedere il sedile.

Nathan urlò. Una chiazza scura gli comparve tra le gambe.

<< Buh! >> gli urlò Douglas. E scoppiò a ridere. Una risata roca.

Nathan era paralizzato dal terrore.

Douglas allungò una mano verso di lui e Nathan si ritrasse urlando.

La macchina sbandò.

Nathan riaprì gli occhi e si ritrovò solo nella sua auto.

Respirava affannosamente.

La strada continuava nel buio, e le due lune lo guardavano.

“ oh mio Dio! Oh mio Dio! “ la sua lucidità mentale lo stava abbandonando.

L’apparizione di Douglas lo aveva terrorizzato.

“ Che cosa può avermi ridotto così ? ” pensò Nathan buttando un occhio allo specchietto retrovisore, cercando o sperando di vedere un’altra auto su quella strada sempre uguale. Si sarebbe sentito rassicurato.

Quello che vide fu l’immagine riflessa di Wendy seduta dietro al suo sedile.

Aveva il foro della pallottola che grondava sangue sulla faccia. E questo rendeva il suo ghigno malefico ancora più terrorizzante.

Nathan chiuse gli occhi, urlando mentre lei gli metteva le mani al collo.

Sentì un leggero formicolio al collo. Poi più nulla.

Nessuno in auto se non lui.

Le lune lo guardavano.

“ Sto impazzendo ? ”

112 miglia di autonomia.

Ghillighan e Jason gli erano apparsi insieme in mezzo alla strada. All’improvviso.

Aveva seriamente rischiato di andare fuori strada.

Sempre che ci fosse un “Fuori Strada”.

Infatti, il buio era così denso che non si vedeva nulla oltre il guardrail. Solo le lune spiccavano malefiche in quel buio. Una accanto all’altra.

La strada continuava, sempre uguale, in quel viaggio nel nulla.

Nathan non riusciva a trovare una spiegazione. Era terrorizzato, e le apparizioni dei suoi ex colleghi erano la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Non sapeva più cosa fare.

Guardò nello specchietto e vide un viso pallido e contratto in una smorfia di terrore.

Era il suo.

35 miglia di autonomia.

L’abitacolo dell’auto era pieno di voci, grida, e versi inumani.

Le anime delle persone che aveva ucciso con freddezza si stavano vendicando, terrorizzandolo a morte. Nathan non riusciva più a sopportarlo. E decise che l’unico modo per uscire da quell’universo orrendo e buio in cui era capitato era arrendersi.

“Game over Nathan” pensò, Poi schiacciò il pedale dell’acceleratore fino al massimo.

Guardo verso le lune.

Sembravano guardarlo divertite.

4 miglia di autonomia.

Il SUV filava a tutta velocità sulla strada. Ormai la benzina era terminata.

Ancora pochi minuti e la benzina sarebbe finita.

E lui sarebbe dovuto rimanere per sempre su quella strada. Tormentato dai fantasmi.

E osservato dalle lune.

Nathan ormai aveva scelto.

<< Decido io! Io comando sulla mia vita! E Quando deve finire! >> Grido diretto alle lune, e ai fantasmi che infestavano l’abitacolo.

<< Andate tutti a farvi fottere!! >>

Urlando le sue ultime parole, Nathan sterzò con tutta la forza nelle braccia.

Il SUV puntò dritto il guardrail e l’impatto che ne segui fu violentissimo.

Il corpo Nathan fu scagliato fuori dal veicolo, e si schiantò con un rumore di ossa rotte in mezzo alla carreggiata.

Il SUV, o meglio quello che ne restava, esplose in un boato lanciando rottami metallici tutto intorno a se.

Le lune osservarono il corpo di Nathan riverso sull’asfalto in una posa innaturale, quasi grottesca.

Buio.

Poi dolore. Dolore terrificante, al petto, alla testa. E alle gambe.

Nathan urlò.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> disse una voce.

<< Perché sono ancora vivo ?! >> urlò Nathan.

Riuscì ad aprire gli occhi con uno sforzo immenso.

Aveva entrambe le gambe rotte, e la tibia destra fuoriusciva dalla carne, lucida come una lama sotto la luce delle due lune.

Aveva un rottame di metallo incastrato nel petto. Il sangue fuoriusciva copioso ai lati dell’oggetto incastonato nella sua carne dalla violenza dell’esplosione.

Probabilmente aveva la spalla destra rotta, perché non riusciva a muovere il braccio.

Il sangue gli appannava la vista. Una ferita profonda alla fronte continuava a grondare sangue.

<< Oh mio dio!! >> Gridò Nathan.

Anche sotto la coltre rossa del sangue, che gli inibiva la vista, riconobbe Jeremy Grant.

Lo guardava sogghignando. Il sangue gli usciva ancora dal foro sulla fronte.

Alle sue spalle tutte le altre vittime di Nathan urlavano e ridevano.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> ripeté il vecchio.

Nathan lo guardò terrorizzato.

<< Tu sei già morto Nathan. Almeno trecento miglia fa. La gente non sopravvive a un fulmine del genere. >> Gli disse Grant.

<< Questo è l’inferno? >> sussurrò Nathan raccogliendo le forze.

A ogni parola il dolore aumentava terribilmente.

<< Né inferno né paradiso Nathan. Questo è il nulla. Dove finiscono quelli che vengono ritenuti non giudicabili. >> disse Grant. Il ghigno sul suo viso non accennava a svanire.

<< Se sei buono vai in paradiso, se sei cattivo vai all’inferno. Ma se sei entrambi Nathan ti ritrovi qui. E’ semplice no? >> gli sussurrò Douglas, che si trovava con gli altri alle spalle di Grant.

Nathan tossì e sputò sangue.

<< Provi dolore, ma non in questo posto non puoi morire Nathan >> disse Grant avvicinandosi.

Tutti gli altri lo imitarono.

<< L’eterno dolore sarà la nostra vendetta. >> Gracchiò il vecchio.

Ormai erano tutti intorno a Nathan.

<< I signori di questo posto si annoiano. Non capita molta gente da queste parti. >> disse Grant indicando le due lune. Il loro sguardo era eccitato, e malefico.

<< Io e i miei compagni di sventura gli daremo qualcosa da guardare. >>

Con un balzo Grant gli fu addosso. Aveva artigli lunghissimi.

Nathan Gridò mentre Il vecchio conficcava gli artigli in faccia.

<< Ti dovrai abituare Nathan!! >> grido Grant. << Abbiamo molto tempo da passare insieme. Tutto il tempo >>

Nathan, gridando, guardò gli altri osservare Grant all’opera sul suo corpo martoriato.

Sorridevano.

Aspettavano il loro turno.

L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi furono le due lune.

Lo guardavano.

Il loro spettacolo era appena cominciato.

3 commenti

  • ancos 5 settembre 2009a15:55

    Il racconto è molto bello, bello il colpo di scena finale, buono il ritmo: alto fino alla fine. I vari personaggi vengono descritti in modo efficace con poche parole, dando ai lettori il materiale per poter completare da soli il loro ritratto. Però, la stessa cosa non è stata fatta con il protagonista. Sappiamo che si chiama Nathan, che era un cassiere di banca, che è evidentemente frustrato, vendicativo e si sente sottovalutato. E’ vero? O sono solo sensazioni sue? E’ vero che vediamo gli altri personaggi attraverso i suoi occhi, ma penso che il racconto, già ottimo, sarebbe ancora migliore se pure al suo protagonista venisse dedicata qualche parola di descrizione.

    Comunque, complimenti! Spero di leggere presto altri tuoi racconti.

  • MatteoA 22 settembre 2009a1:10

    Scusa il ritardo della mia risposta.
    Quello che dici è esatto.
    Volevo che Nathan si presentasse agli occhi dei lettori come il classico signor nessuno.
    Un uomo disperso nella sua routine quotidiana.
    Quando questa gli viene a mancare, il lato paranoico e vendicativo, sedato da anni di monotonia, non può che uscire fuori come un fiume in piena.
    Questa è una delle riflessioni da cui ho cominciato ad ideare il racconto.

    • ancos 22 settembre 2009a10:42

      Ciao.

      E’ una considerazione corretta quella del “signor nessuno”. Nello spazio del racconto l’idea è sviluppata bene. Sarebbe divertente spingere di più su questa idea, mostrando che Nathan non viene considerato dalle altre persone, anche al di fuori del luogo di lavoro. Per esempio, la portiera del suo condominio che non si ricorda mai come si pronuncia il suo nome, il fruttivendolo che continua a regalargli una cipolla e lui che ogni volta ripete “no, grazie, sono allergico”. Il lavoro, con le sue certezze, poteva essere l’ancora di salvezza, che all’improvviso viene a mancare. Ma forse una scelta del genere avrebbe nuociuto alla compattezza del racconto. Però tienila presente se decidessi di rivedere ed espandere la storia.

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