Racconto: Nel nome del padre

Ero seduto al capezzale di mio padre. Gli stringevo la mano mentre esalava i suoi ultimi respiri. Non ero ancora pronto a lasciarlo. Era stato tutto per me dopo la morte di mia madre un anno addietro.

La porta alle mie spalle si aprì. L’uomo col cappotto e il cappello nero entrò e mi sorrise. Sapevo che sarebbe venuto. Era logico.

La prima volta che vidi quell’uomo in casa nostra avevo più o meno dodici anni.

Ricordo poco, perché ero molto malato. Avevo contratto una forte polmonite rimanendo fuori a giocare nei boschi con i miei amici fino a tardi.

In Alaska, nei giorni d’inverno, la temperatura è cosi bassa che ti si gela persino la lingua.

Ripensandoci adesso, col senno di poi, è probabile che ti si geli anche il cuore.

L’uomo vestito di scuro, con un lungo giaccone e un cappello d’altri tempi, entrò in casa scortato da mio padre.

Lo guardai negli occhi dal mio letto. Lui mi rispose con un sorriso.

Credevo fosse il delirio della febbre alta. Ma ebbi una tremenda paura di quello sconosciuto.

Li vidi parlare per molto tempo.

Alla fine l’uomo si alzò, con i miei genitori al seguito.

Mia madre mi disse che era il dottore.

Ed effettivamente mi visitò.

Sentivo un calore benevolo quando le sue mani mi toccavano il petto. Ma purtroppo la febbre troppo alta mi fece svenire prima che il dottore compisse la sua diagnosi.

Mi svegliai qualche ora dopo. I miei genitori avevano l’espressione sollevata di chi ha appena scampato un dramma.

Il dottore aveva lasciato delle pillole antibiotiche da prendere due volte al giorno. Mi ristabilii precocemente, e dopo solo dieci giorni ero di nuovo a scuola.

Il ciclo di antibiotici duro sei mesi. Per evitare ricadute, mi dicevano i miei, con sorrisi tirati.

Le pillole erano maledettamente amare. E quando mio padre era fuori nei boschi a tagliare gli alberi cercavo sempre di saltare la mia dose.

Ma mia madre non me l’ha mai permesso. Per lei era questione di vita o di morte che io prendessi quella dannata pillola fino all’ultimo giorno prefisso dal medico.

Fino ai miei diciotto’anni non rividi più l’uomo vestito di nero.

Fu proprio il giorno della morte di Ashley Logan.

Ashley era la mia ragazza da sei mesi, o meglio lo era stata fino al giorno prima.

Eravamo usciti come al solito per bere un caffè bollente in paese, e dopo aver fatto finta di niente per due ore se né usci fuori dicendo che non voleva più vedermi.

<<Eh?>> le risposi io pensando mi stesse prendendo in giro, anche se non era solita a scherzi del genere.

<<Mi piace un altro ragazzo Dylan..>> disse lei guardandosi le scarpe. <<Dovrai fartene una ragione, io non sento più niente per te.>>

Ovviamente non la presi bene.

Purtroppo, però, sono una di quelle persone che accumula dolore, delusioni e sofferenza dentro di sé.

Per questo non le dissi niente.

Mi alzai dal tavolino del bar e me ne andai a piedi verso casa.

Il cuore spezzato e ghiacciato dal freddo del nord America.

Invece di entrare, girai intorno a casa, e mi addentrai nei boschi dove mio padre spaccava la legna da rivendere.

Dopo mezzora di cammino mi sedetti su un tronco abbattuto e mi misi a piangere dalla rabbia.

La odiavo.

E il mio cervello formulò il pensiero, cattivo e infantile: “Spero che muoia“.

Non immaginavo che una disgrazia le avrebbe falciato la vita la notte stessa.

Mi sento ancora terribilmente in colpa.

La mattina mi svegliai con le lacrime agli occhi. Ripensavo ancora a lei. E ai bei sei mesi passati assieme. Ero ancora innamorato. L’avrei chiamata. Per chiederle di riprovarci.

Mi feci la colazione e mi preparai. Era domenica.

Ashley abitava infondo alla mia strada, e in dieci minuti di cammino sarei stato da lei.

Ma già da metà strada intravidi che qualcosa non andava.

Un denso fumo nero si alzava dalla fine della strada.

Un brivido mi corse sula schiena, lo ricordo ancora oggi, e mi misi a correre.

L’aria gelata contro il mio viso mi faceva lacrimare gli occhi.

O forse piangevo perché sapevo già.

Più mi avvicinavo più l’aria diventava calda e irrespirabile. Il fumo si alzava alto dalla casa di Ashley e le fiamme lambivano già il tetto.

Ero impietrito. Ma la cosa peggiore erano le sue grida!

La sentivo urlare dalla cucina al piano terra. Erano le grida più terribili che avessi mai sentito.

Mi avvicinai d’istinto alla casa e la finestra della cucina esplose.

Ashley rotolò urlando fuori dalla finestra. Era una torcia umana.

La pelle le si staccava dalle braccia e i capelli..

Dio mio… i capelli le si fondevano alla faccia.

Urlò il mio nome.

<<Dylan!!!>> la sua voce era tremendamente distorta. <<Dylan!!!>>

Continuò a urlare avanzando verso di me con le braccia tese.

Ero terrorizzato.

Arrivò a un centimetro da me e cadde.

I gorgoglii che emetteva erano raccapriccianti, mentre il fuoco la consumava.

Scappai.

So di essere stato un codardo, ma ero terrorizzato, e convinto che fosse colpa mia.

Mentre correvo verso casa urlando che c’era un incendio vidi l’uomo col cappello e il giaccone. Fermo dall’altro lato della strada che guardava verso il fuoco.

Non ci riflettei sul momento. Ero troppo sconvolto.

Ricordo di aver sognato Ashley in fiamme per almeno un mese. Rivedevo il suo volto consumato dal fuoco.

Ma soprattutto di notte udivo le sue grida.

Mi capita ancora a dir la verità. Insieme a quelle di mia madre.

Mio padre aumentò la pressione sulla mia mano quando vide alle mie spalle l’uomo nero che entrava.

L’uomo nero Mi mise una mano sulla spalla.

<<Credo di sapere chi sei.>> dissi io.

La tensione nella stanza d’ospedale di mio padre era palpabile.

Lo sguardo di mio padre era paralizzato dal terrore, e dalla morte che se lo stava prendendo.

Il mio ventesimo compleanno fu il giorno in cui capii che c’era qualcosa di sbagliato.

Qualcosa che mi possedeva dall’interno. E che mi usava.

Quel giorno morì mia madre.

Anche se sono quasi certo di essere stato io a farla morire.

Era il 6 dicembre.

Ero diventato molto più schivo e solitario dopo la morte di Ashley, e la mia capacità di rapportarmi con le persone era diminuita notevolmente.

Mi stavo isolando. Passavo le mie giornate nel bosco, da solo, a tormentarmi, a cercare di capire perché la mia vita andava cosi male.

Paranoie da adolescente diceva mia madre. Io non tolleravo che sorvolasse cosi i miei problemi.

Mi dava sui nervi.

Quella sera il vento ululava tra gli alberi, e la neve era fitta come non l’avevo mai vista.

Era una di quelle bufere che non si dimenticano facilmente.

Nonostante il clima proibitivo però ero seriamente intenzionato ad uscire nella tempesta.

Desideravo stare da solo tra ghiaccio e vento, tra freddo e oscurità.

Il buio mi attirava.

<<Tu non vai da nessuna parte!!!>> sentenziò mia madre.

<<Lasciami stare>> risposi disinteressato <<non ho chiesto il tuo parere>>

<<Dylan tu sei pazzo!>> gridò lei stringendo le mani sulle mie spalle e scuotendomi forte.

<<Può darsi>> risposi.

Mia madre mi colpì al volto uno schiaffo. Poi ritrasse la mano, come terrorizzata, e si allontanò da me.

<<Scusa Dylan, mi è scappato.>> La voce le tremava. Era terrorizzata.

<<Vai all’inferno!!!>> le gridai. E me ne andai lasciando la porta aperta.

Il vento gelido mi arrivò addosso come una fucilata.

<<Vai all’inferno.>> ripetei sotto voce. E mi incamminai verso il bosco.

Dopo pochi passi sentii il grido.

Era un grido di terrore puro. Rividi per un attimo nella mia mente Ashley in fiamme che gridava.

Il mio cuore batteva a mille all’ora.

Mi girai di scatto e quello che vidi mi lasciò impietrito.

Un’ombra nera stava saltando addosso a mia madre.

Lei urlò. Un urlo agghiacciante. Di quelli che ti si stampano nel cervello e che senti nelle notti di gelo.

Praticamente tutte.

Mi avvicinai di corsa e riuscii a distinguere l’ombra.

Era un lupo. Un grosso lupo nero.

<<Aiutami Dylan!!!>> urlò mia madre. Poi urlò di nuovo.

Ero a una decina di metri quando il grido si interruppe.

Il lupo le addentò la giugulare. Il sangue schizzò il bianco del terreno ghiacciato.

Mia madre ansimava ed emetteva strani gorgoglii tenendosi una mano stretta alla gola.

La bestia le salto di nuovo addosso e la addentò al viso.

Io mi muovevo al rallentatore, paralizzato dal terrore.

La mano di mia madre mollò la stretta e si abbandonò al suolo.

Priva di vita.

Mi resi conto di essere inginocchiato quando vidi gli occhi del lupo che mi fissavano, dritto negli occhi. Erano rossi. Con piccole pupille nere come il fondo di un pozzo.

Mi guardò per pochi secondi. Poi partì di corsa verso il bosco.

Ero impietrito.

Il lupo si fermò per guardarmi un ultima volta, appena prima di sparire nel bosco.

Trovai le forze per alzarmi e corsi fino al corpo di mia madre.

Urlai.

La sua faccia non esisteva più. Era solo un enorme grumo di sangue pulsante.

Respirava ancora.

<<..i.. .is.. iace ..>> sibilò mia madre.

<<Mamma!>> ero completamente fuori di senno, non sapevo che fare.

I suoni provenienti dalla sua gola aperta mi stavano facendo impazzire.

Provò ancora a dirmi qualcosa ma uscirono solo dei farfuglii sconnessi misti a sangue.

Prima di impazzire definitivamente mi alzai e mi misi a correre.

Verso il bosco. Al sicuro nel buio. Dove nulla poteva raggiungermi.

Mio padre trovò il cadavere di fronte alla porta di casa la mattina, al rientro da una notte di lavoro extra.

Sentii le sue grida disperate. Dalla mia tana nel buio.

Passai due giorni nella gelida oscurità della foresta.

Piangevo, gridavo, stavo in silenzio per ore.

La mia mente non riusciva ad accettare l’accaduto.

Fu mio padre a trovarmi, e a riportarmi a casa. Avevo un principio d’ipotermia, e i medici mi dissero che ero stato fortunato.

Purtroppo avevo smesso di credere alla fortuna.

Ero certo di essere la causa della morte di mia madre. E anche di quella di Ashley. Ero io il problema.

Smisi di frequentare la scuola. Non aveva senso, poiché non avevo più interesse né nell’apprendere, né nell’intraprendere rapporti con altre persone.

Ero sicuro che avrei causato di nuovo dolore.

Mio padre m’insegnò a tagliare la legna.

Il lavoro mi piaceva. Mi dava sfogo abbattere l’ascia sui tronchi, liberando ansia, dolore, rabbia a ogni colpo.

Il freddo era devastante, ma ogni sera che tornavo nel mio letto mi sentivo appagato. E un po’ più libero dai fantasmi che mi assillavano nella mente.

Per quasi un anno la mia vita ruotò intorno a tre elementi.

Ascia, freddo, e mio padre.

Avevo imparato a conviverci. E ormai la monotonia mi dava sollievo.

Non avevo pensieri. Ed era un bene per tutti.

Poi mio padre rovinò tutto. In buona fede ovviamente, ma ormai, nel mio folle stato catatonico non riuscii a capirlo.

<<Dylan. Devo parlarti.>> mi disse.

<<Cosa c’è?>> risposi seduto a riscaldarmi vicino alla stufa.

<<Voglio cambiare Dylan>> disse.

<<Cambiare cosa?>> risposi inquieto.

<<Cambiare tutto. Cambiare vita.>> disse guardandomi dritto negli occhi.

<<Cosa significa?>> cominciai a capire cosa aveva in mente. Era giorni che lo vedevo distante.

<<Andiamo via i qui. Da questo gelo maledetto. Sono stanco di tagliare legna e di vivere cosi. Trasferiamoci a sud figliuolo, al caldo. Per rifarci una vita.>>

<<No>> Ero terrorizzato. La monotonia della mia vita mi aveva salvato dalla pazzia, o almeno me ne aveva data una più sopportabile.

Non potevo perderla.

<<Ma Dylan, E’ meglio per tutti non credi.>> disse lui, sorpreso dalla mia cupa reazione.

<<No! Io non voglio andarmene da qui!>> urlai.

Ero fuori di me.

Perdere quel poco che avevo mi avrebbe definitivamente distrutto.

Il vento ululava intorno alla casa. Quel suono dava i brividi, come sempre.

<<Dylan noi ce ne andremo! E’ deciso!>>

<<NO!!!>> urlai.

Il vento aumento d’intensità. Il suo grido era fortissimo.

<<NO!!!>> urlai di nuovo.

Il rumore si fece assordante.

Era come un grido.

Come il grido di Ashley

Come il grido di mia madre.

Un grido di morte.

Mio padre si mise le mani alle orecchie.

<<BASTA!!! BASTA!!! OH MIO DIO.. CHE HO FATTO!!!>> urlò.

Poi il sangue cominciò a grondargli dal naso, e dagli occhi.

Crollò a terra urlando.

Come il vento.

Rimasi impietrito per un tempo che mi sembrò eterno.

Poi corsi al telefono e chiamai soccorsi.

L’uomo col cappotto e il cappello nero mi rispose.

Aveva una voce sottile. Quasi un sussurro.

<<Ciao Dylan>> Il peso della sua mano sulla mia spalla mi terrorizzava.

Un lungo brivido mi percorse la schiena e mi spezzò il respiro.

<<Dylan>> sussurrò mio padre. <<Mi dispiace.>>

<<Come è andata papà?>> chiesi. Ormai nella mia mente era chiaro chi fosse l’uomo vestito di nero e perché fosse li.

Avevo solo bisogno di spiegazioni.

<<Non ce l’avresti fatta Dylan>> disse lui, con gli occhi colmi di lacrime.

<<La polmonite era troppo grave. Ti avremmo perso. Ho pregato tanto Dio, ma arrivati ad un certo punto, mi sono rivolto a qualcun altro.>>

<<Sei il diavolo?>> chiesi all’uomo alle mie spalle.

<<No Dylan, Sono solo la mano che pone fine alla vita degli uomini.>>

<<Tu sei la morte?>> chiesi.

<<Molti mi chiamano così.>>.

<<Mi dispiace>> sussurrò mio padre.

Poi guardò l’uomo con il cappotto e il cappello nero.

E Trasse il suo ultimo respiro.

<<Nell’ironia della sorte, ti ho salvato la vita, per portare la morte.>> disse l’uomo.

<<Perché mi hai fatto questo.>>

<<Perché ho bisogno di un discendente, che continui a interpretare questo ruolo.>>

Lo guardai.

<<Per permettere al mondo di continuare a girare.>>

Tutto era chiaro, le morti che avevo causato, il mio amore per il buio e per la solitudine.

Erano i primi sintomi di ciò che sarei diventato.

Era tutto scritto, segnato da anni. Mio padre aveva dato un discepolo alla falciatrice, in cambio della mia sopravvivenza.

Mi amava. Più di ogni altra cosa.

Gli sarei stato riconoscente. Sempre.

<<Forza figliuolo. E’ ora di andare. Ci aspetta molto lavoro.>> disse l’uomo vestito di nero.

Mi alzai e guardai dritto negli occhi il mio Padre adottivo.

Erano rossi. Con pupille nere come il fondo di un pozzo.

Diedi un ultimo sguardo all’uomo deceduto nel letto d’ospedale.

Poi mi girai verso l’uomo col cappotto e il cappello nero e dissi:

<<Andiamo, padre.>>

Rispondi