District 9: la mia recensione

5 ottobre 2009

District-9Quando ho visto per la prima volta Madagascar ho pensato che fosse un film divertentissimo: c’erano i pinguini che facevano questo, poi i pinguini che facevano quello. Quando l’ho visto la seconda volta mi sono reso conto che era un film di una noia mortale, intervallato da divertentissime sequenze coi pinguini.

Che c’entra questo con District 9? L’ho visto mercoledì e ne parlo solo oggi perché la mia prima reazione al film di Neill Blomkamp è stata un visceralissimo “ammazzachefigata!” Per evitare che l’effetto pinguini-di-madagascar mi confondesse le idee ho preferito lasciar sedimentare le emozioni e pensare al film a mente fredda.

Quindi. District 9. Ammazzachefigata!

Sapevo di cosa parlava questo film, perché ho letto vari articoli usciti durante la produzione. Sapevo che era prodotto da Peter Jackson e che in origine aveva contattato Blomkamp per un film sul videogioco Halo, che non è andato in porto. Avevo seguito la campagna pubblicitaria virale, da molti all’inizio scambiata per un ARG. Conoscevo la premessa del film: un’astronave aliena si ferma sopra Johannesburg negli anni ’80, 28 anni dopo gli alieni sono ancora bloccati sulla Terra e vivono come profughi in condizioni disperate in una baraccopoli nella periferia della città sudafricana. Ho evitato tutto il resto. Commenti, recensioni, spoiler, perfino i trailer. Sono entrato nella sala a mente vuota, sono uscito con un’esperienza profonda e viscerale.

Questo è cinema di fantascienza di alta qualità. Volete azione ed effetti speciali? Ci sono. Un tema impegnato? C’è. Una storia che sia una metafora e una denuncia di qualcosa che succede ogni giorno sotto i nostri occhi? C’è. Power armor? C’è perfino una power armor. Cosa si può chiedere di più a un film di fantascienza?

Parliamo di Sharlto Copley, l’attore che dà il volto al protagonista, Wikus Van De Merwe. E’ la persona giusta per il ruolo giusto. In molti lo paragonano a Gordon Freeman, il protagonista del videogioco Half Life. Non un supersoldato, o anche solo un soldato. Un semplice impiegato che fa il suo lavoro e si trova coinvolto in qualcosa di più grande di lui, qualcosa che non aveva cercato, né voluto, né mai immaginato. E il suo viso da persona normale, le sue reazioni, spesso discutibili, spesso illogiche per lo spettatore seduto in poltrona, ma tutte motivate dalla situazione, ci trascinano nella trama e ci permettono di immedesimarci a fondo con lui. Confesso che nell’ultimo quarto d’ora non vedevo l’ora che il film finisse perché mi sentivo così coinvolto che il dolore di Wikus sullo schermo lo provavo tutto. E la cosa che sorprende tutti quelli a cui la racconto è questa: Copley non è un attore. Ha prodotto e diretto alcuni cortometraggi, tra cui Alive in Joburg, il corto di Blomkamp a cui è ispirato il film. Ma non ha mai seriamente pensato di recitare e questa è la sua prima prova davanti alle telecamere. E la maggior parte dei suoi dialoghi nella prima parte del film? Improvvisati. Grazie Signore del Cinema, per averci dato Sharlto Copley.

Il film è solido, compatto, essenziale. Senza una sola scena o battuta di troppo. La sceneggiatura è rigorosa, senza sbavature. Duro e violento, con scene decisamente splatter, ma senza mai compiacersi della violenza in quanto tale. L’unica cosa che mi ha lasciato perplesso è il comportamento dell’alieno Christopher Johnson: razionale, intelligente, motivato, padre affettuoso, rimane sconvolto quando scopre il laboratorio in cui vengono effettuati esperimenti sui suoi simili. In breve: un comportamento umano, diverso da quello di tutti gli altri alieni che si vedono nel film. Forse il messaggio che Blomkamp voleva dare è che certi sentimenti sono universali e vengono provati anche da creature diverse da noi. O che noi riteniamo essere diverse. Se così fosse, è un po’ troppo telefonato. E comunque, perché gli altri alieni non si comportano come lui?

Lo stile di Blomkamp varia a seconda delle situazioni dal documentaristico al frenetico, camera in spalla. Ma è sempre chiaro e ordinato, lo spettatore non perde mai la cognizione di quello che sta avvenendo sullo schermo. Come ho detto, ho evitato persino e trailer di District 9 prima di vedere il film, ma ho visto i due corti con cui Blomkamp si è fatto un nome: Halo e Alive in Joburg. E lo stile visivo del film è già lì. Realizzato con mezzi maggiori, di sicuro. Ma se guardate quei due corti prima di entrare in sala, avrete già un’idea di cosa piace fare a Blomkamp con una telecamera.

Il tema della segregazione, del razzismo, dell’apartheid, della violenza contro il debole e diverso sono trattati con forza e senza sconti. I cattivi siamo noi, noi umani. Gli alieni hanno un modo di fare che appare selvaggio, incivile, ma agli uomini non interessa capire le motivazioni: sono brutti, sono diversi, vivono nell’immondizia, quindi non meritano niente. Kalos kai agathos, al contrario. District 9 mi ha ricordato un altro film con tema e ambientazione simile: Un’Arida Stagione Bianca. Anche qui per il protagonista la segregazione passa dall’essere un fatto naturale a qualcosa da combattere fino all’estremo sacrificio.

Qualcuno ha definito questo film la migliore pellicola di fantascienza del XXI secolo, fino ad ora. Beh, forse sì.


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