Mi sono arrivati numerosi libri da recensire. Questo non è il primo che ho letto, ma è quello che ha tenuto più impegnata la mia mente, per cui inizio questa serie di recensioni col libro di Elisa Frighetto Il Lungo Inverno di Sefron, edito dalla casa editrice Kimerik.
La mia opinione su questo libro è la stessa che ho sulla trilogia di prequel di Guerre Stellari. Quindi per niente buona, ma continuate a leggere. La cosa che mi fa più rabbia degli episodi 1-3 di Guerre Stellari è che c’era un’ottima idea, rovinata da una pessima esecuzione. Il Lungo Inverno di Sefron ha lo stesso problema. Passato il nervosismo causato dalla prima lettura e represso l’impulso a gettare il libro lontano da me che si scatenava ogni poche pagine (ogni pagina, in effetti), mi sono reso conto che alla fine la storia c’è. E’ anche una bella storia, drammatica e piena di passione come nelle migliori tragedie greche. Abbiamo due fratelli separati da un odio incolmabile, una divinità capricciosa, una sacerdotessa innamorata di entrambi i fratelli. Ci sono tutti gli elementi per una grande storia, arricchita da un’ambientazione fantasy non originale, ma sicuramente molto sentita dalla sua autrice.
L’impressione è che il mondo e gli abitanti di Sefron siano stati a lungo parte dell’immaginario della Frighetto. E uno dei grossi problemi del libro è che in larga parte ci sono rimasti, nell’immaginario. In molti punti gli eventi e le azioni che leggiamo sulla carta paiono essere l’ultimo passaggio di una serie di situazioni che si sono sviluppate e risolte nella mente dell’autrice. Lei descrive il risultato, ma come si sia giunti a quel risultato, boh, mistero. E per questo la narrazione è slegata, si salta di evento in evento col lettore costretto ad accettare una situazione di partenza che non c’entra niente con le conclusioni del capitolo precedente.
I personaggi sono quelli che soffrono di più. Cambiano idee, opinioni, atteggiamento ogni poche pagine. Ci sono narrazioni in cui domina la storia, e i personaggi svolgono il ruolo che la storia richiede loro in quel momento, senza curarsi di ciò che pensavano e di quale fosse il loro atteggiamento in precedenza. E ci sono narrazioni in cui dominano i personaggi e la storia si evolve in base alle azioni e reazioni coerenti effettuate dai protagonisti della vicenda. Un – pessimo – esempio di narrazione del primo tipo è la seconda stagione di Heroes. Un ottimo esempio di narrazione del primo tipo è qualunque libro, film, telefilm, fumetto avvincente, con personaggi interessanti. Questo per dire che quando scrivete, volete scrivere una storia del secondo tipo. Il Lungo Inverno di Sefron è, purtroppo, una storia del primo tipo. Non aspettatevi niente di coerente dai suoi personaggi. Anzi, aspettatevi di vederli compiere azioni contraddittorie senza alcuna ragione. In realtà la ragione c’è, ma è rimasta, anche lei, nella testa dell’autrice. Aspettatevi anche di vederli correre parecchio nella neve, portando in braccio qualche altro personaggio senza alcuna difficoltà, anzi, stupendosi di quanto sia leggero tra le loro braccia. Indipendentemente da quanto possa essere grande e grosso il trasportato e piccola e minuta la trasportante. E aspettatevi odio, odio a palate. Qui è pieno di gente che si odia, anche qui per motivi rimasti saldamente ancorati nella fantasia di Elisa.
Il bello dei libri è quel lavoro di fantasia che fa il lettore per riempire i vuoti tra parole, righe, pagine e capitoli lasciati dallo scrittore. Questo patto di complicità che coinvolge il lettore nella storia e lo gratifica quando riesce a fare un collegamento inaspettato, o quando la storia lo inganna piacevolmente, approfittando delle assunzioni che il lettore fa per colmare il vuoto del non detto. L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie è forse il più splendido esempio di questo meccanismo. Il Lungo Inverno di Sefron è un triste esempio di quel che succede quando questo meccanismo non funziona e lo scrittore lascia dei vuoti enormi, colmabili solo con uno sforzo di fantasia che non è lecito chiedere al lettore.
I due protagonisti del libro, i fratelli Celtern e Tailberl, si odiano a prima vista. Ma perché? Taiberl cresce con tutto il villaggio che lo odia. Ma perché? Il libro chiude un capitolo con i ragazzi ancora bambini e apre il successivo con loro adolescenti e veniamo a sapere che nonostante tutto, Taiberl è riuscito a stringere una profonda amicizia con in ragazzo del villaggio. E anche questo ragazzo, Dedry, odia profondamente Celtern. Ma perché? Perché, perché, perché? Perché la sacerdotessa Dana non riesce a prendere una decisione sensata neppure una volta, neppure per sbaglio? Perché il grande e vecchio stregone Gada cerca di uccidere qualcuno avventandoglisi contro con un pugnale? Perché Sereth improvvisamente dice di aver sempre odiato la vita al monastero? In realtà le spiegazioni ci sono, vi sono tracce, tenui indizi che permettono al lettore di trovare le ragioni, ma quanta fatica!
Infine, per essere un fantasy, c’è un sacco di gente di età, sesso, estrazione sociale differente che parla come l’adolescente medio che potete trovare al baretto di Ponte Milvio. In effetti, tutti i personaggi parlano allo stesso modo e anche la narrazione utilizza lo stesso linguaggio dei personaggi, un linguaggio moderno, sintetico, che non crea l’atmosfera adeguata a quella che è l’ambientazione del romanzo. Un linguaggio molto misurato, a parte la profusione di “odio”, sparsi generosamente nel testo. Un linguaggio che ha paura di sbilanciarsi, che spinge un personaggio a dire di un altro, ferito gravemente e in punto di morte, che “sta poco bene”. Tra le lacrime. Piange disperato accanto all’amico morente e dice che “sta poco bene”.
Le note bibliografiche del libro mi dicono che Elisa Frighetto “all’età di dieci anni inizia il percorso che la porterà alla versione finale de Il Lungo Inverno di Sefron”. Lei è dell’89, il libro è del 2009, significa che ci ha pensato su per 10 anni. Bene, questa che ho tra le mani tutto è tranne che una versione finale di un libro. Siamo a minimo minimo due riscritture da una versione finale. Quello che vedo stampato qui potrebbe essere considerato, al limite, un trattamento, un riassunto dettagliato della storia per far capire a chi la legge quali sono personaggi e ambientazioni e di cosa parlerà la storia. Ma non è una versione finale.






Sono l’autrice del libro incriminato e che dire…Complimenti comunque perchè questa recensione è ben fatta, e giustamente critica.
Sono gravi peccati nella stesura di quel libro, infatti, me ne vergogno un pò. E’ nato prematuro, con tutti i problemi che la nascita prematura può dare.
Mi rendo conto che è zoppicante, la prima a recensirlo duramente sono io.
Comunque grazie, come prima recensione che leggo, non mi è dispiaciuta.
Ciao Elisa.
Io penso che le critiche e recensioni debbano essere oneste, ma costruttive. Le critiche “hai sbagliato, hai sbagliato, hai sbagliato gnè gnè gnè” non portano da nessuna parte. Dopo la parte destruens, ti esplicito la parte costruens della mia critica.
Innanzitutto e a margine: complimenti. Perché in ogni caso arrivare a scrivere un libro dalla prima all’ultima parola non è impresa da poco.
Poi: come dici giustamente tu, il libro è prematuro. Va bene come trattamento, non come opera finita. E la cosa mi fa rabbia, perché l’idea alla base della tua storia è ottima. Non originale, ma ricchissima di spunti. Purtroppo, quella che va giudicata è l’esecuzione.
Non ti allontanare dal mondo di Sefron, ma riscrivi, rileggi e riscrivi. Il grande problema che trovo nel libro è che la maggior parte della storia avviene nella tua testa. E’ chiaro che ci sono passaggi, motivazioni, decisioni, anche inizi di paragrafi e capitoli che per te sono chiarissimi, ma non lo sono per il lettore. Assicurati di tirare fuori tutto, ogni passaggio, ogni motivazione, ogni pensiero essenziale per la comprensione della storia. Sintesi significa scrivere tutto quello che serve, non una parola di più. Ma se servono 400 pagine, allora siano 400 pagine.
Pubblicare un libro deve essere una soddisfazione. Se tu stessa dici di vergognartene un po’, che è zoppicante, che è prematuro, vuol dire che ti rendi conto da sola dei problemi. Bene, nessuno ti corre dietro – spero! – quindi prenditi tutto il tempo che vuoi per raccontare nuovamente questa storia, o per scrivere la prossima.
Scrivere è il modo migliore per imparare a scrivere, quindi continua a farlo.
Sottoponi i tuoi lavori a case editrici tradizionali: guarda chi pubblica romanzi di giovani autori fantasy italiani e rivolgiti a loro. Se respingono il tuo lavoro, forse è per una buona ragione, pensa a come migliorarlo.
Se vuoi seguire la strada dell’autoproduzione, per il futuro dai un’occhiata alle soluzioni che trovi negli articoli sull’editoria digitale. Il lavoro di una casa editrice non è solo stampare, creare una copertina, prendere un numero di ISBN. E’ il lavoro – guarda un po’ – editoriale: consigliare lo scrittore, sistemare il testo per la pubblicazione. Questo non è stato fatto per il tuo libro. E se è stato fatto, poteva venir fatto molto meglio.
Aspetto il tuo prossimo libro!