Appunti di Scrittura: i tanti modi di dire “dire”

5 maggio 2010

what-not-to-sayVi racconto una storia.

Ieri un amico mi ha detto che sta scrivendo un libro. Il suo libro è ricco di dialoghi e lui si sta sforzando di usare ogni possibile sinonimo di “dire” per non iniziare tutti i dialoghi con “tizio disse”, “caio disse”. E’ rimasto molto sorpreso quando si è reso conto che, invece, scrittori di primo piano fanno proprio così: usano una pioggia di “disse” per introdurre il discorso. Io gli dissi che era vero e che anche Elmore Leonard raccomanda di aprire la battuta con “dire”. Il mio amico mi ha detto di essere perplesso: “le pagine con ‘dice’, ‘dice’, ‘dice’… sono pesanti e brutte a vedersi”. “Non sempre,” ho detto io. “Dipende da come costruisci il paragrafo e da come unisci dialogo e descrizioni. Lui mi ha detto: “Ma non è meglio usare dei sinonimi di dire?” “I sinonimi non esistono”.

Quanti “dire”, “disse”, “dice” in quel primo paragrafo, eh? Questo appunto di scrittura unisce uno dei dieci consigli di scrittura di Elmore Leonard con quanto abbiamo visto nell’articolo dedicato a dialoghi e descrizioni.

Ora, quello che ha detto il mio amico è corretto: una pagina piena di battute aperte da “disse” può essere pesante e a scuola ci hanno insegnato che le ripetizioni vanno evitate. Perché quindi Leonard e altri raccomandano di usare solo il verbo dire? Perché non usare i sinonimi?

Perché “sinonimo” significa parola con lo stesso significato di un’altra. Ma ogni parola ha il suo significato preciso e usarne una al posto di un’altra può cambiare molto il senso del testo.

Vediamo degli esempi un po’ estremi, per rendere il concetto più chiaro.

Anna disse: “…”

Barbara disse: “…”

Carlo disse: “…”

Dario disse: “…”

Sembra noioso e pesante. Ma forse vuole essere noioso e pesante. Che tipo di scena ci fa venire in mente un dialogo descritto in quella maniera? Forse una situazione pacata e tranquilla. Durante una riunione qualcuno chiede ai suoi colleghi un’opinione. Ognuno dice la sua al suo turno. Però può anche suggerire una situazione di confusione: un gruppo di amici seduti a un tavolo a cena, ognuno dice qualcosa e le conversazioni si accavallano. O forse una situazione di routine: quattro colleghi entrano in ufficio e si scambiano dei convenevoli, sempre gli stessi ogni mattina.

Vediamo un altro esempio.

Anna sentenziò: “…”

Barbara: interloquì “…”

Carlo ribatté: “…”

Dario chiosò: “…”

Qui la situazione è più dinamica. C’è qualcuno che asserisce, qualcun altro non è d’accordo e parla sopra al primo mentre un altro ancora interviene nel discorso. Un quarto conclude. La riunione vista sopra si deve essere scaldata, o durante la cena è saltato fuori un argomento scottante.

Non tutte le risposte sono verbali e possiamo unire dialogo e descrizioni:

Anna affermò: “…”

Barbara: ribatté “…”

Carlo sussurrò: “…”

Dario annuì

Non solo la scelta delle parole usate per la descrizione cambia il tipo di scena, ma aiuta a dipingerla nella mente del lettore. Se nei primi due casi immaginavamo le quattro persone coinvolte nella discussione, ora vediamo che sono divise in due gruppi. Anna e Barbara stanno parlando tra loro. Carlo e Dario sono un po’ distanti e commentano quello che sta avvenendo tra le due donne.

Questi tre effetti diversi li abbiamo ottenuti con la sola descrizione, non abbiamo messo delle parole in bocca ai personaggi. Nel momento in cui li facciamo parlare, con un mix di discorso diretto e indiretto, si aprono ancora più possibilità. Facciamo un altro esempio, stavolta usando la punteggiatura.

Anna disse: “…”

Barbara disse: “!”

Carlo disse: “?”

Dario disse: “.”

Anna inizia a parlare, Barbara la interrompe con un’affermazione, che provoca una domanda da parte di Carlo a cui risponde Dario. La punteggiatura, che qui indica il modo in cui si conclude la frase pronunciata da ciascun personaggio, ci permette di capire come si sta svolgendo il dialogo, mostrandolo senza raccontarlo. Infatti, avrei potuto scrivere:

Anna cominciò: “…”

Barbara la interruppe secca: “!”

Carlo chiese curioso: “?”

Dario rispose: “.”

Ma qui sì che ho delle ripetizioni, delle parole usate per raccontare quello che vado a mostrare subito dopo, un appesantimento della scrittura. Molto più che nella sequenza di “disse” usata prima.

Quando vi dico che dovete mostrare e non raccontare e che dovete evitare le ripetizioni, è (anche) a questo che mi riferisco, non alla ripetizione della stessa parola all’interno di un paragrafo o di una pagina. Forse c’è un motivo, una scelta stilistica, dietro alla decisione di usare sempre la stessa parola. Non c’è quasi mai dietro alla ridondanza e al mostrare al posto del raccontare.

Infatti, è inutile raccontare che Anna comincia a parlare, se è evidente che parla per prima. E’ ripetitivo specificare che Barbara la interrompe secca, visto che non permette ad Anna di concludere la sua frase e termina la sua con un’affermazione da punto esclamativo. E’ inutile e ripetitivo specificare che Carlo chiede, visto che la sua battuta è una domanda conclusa da un punto interrogativo. Ed è inutile e ripetitivo specificare che Dario risponde, visto che tra virgolette leggiamo la sua risposta.

Per questo possiamo snellire la descrizione evitando ogni parola di introduzione al dialogo, compreso il nome di chi parla, se è evidente chi parla, verso chi e con che tono e intenzioni.

E come si rende evidente? Con la descrizione che precede, e a volte segue, il dialogo.

E’ con la sinergia tra dialogo e descrizione che potete snellire e chiarire entrambi. Dovete impegnarvi su ogni singola frase che scrivete, ma non dovete mai metterla sotto la lente di ingrandimento ignorando il contesto in cui è inserita. Spesso la soluzione per far funzionare una frase, dialogo o descrizione, non è nella frase stessa, ma due righe più su, un paragrafo prima, una riga sotto.

La soluzione quindi non è nell’usare esclusivamente “dire” come consiglia Leonard. O nel cercare ogni sinonimo possibile di questo verbo. Ma nello sviluppare insieme dialoghi e descrizioni, per usare la parola giusta al punto giusto.

Considerate anche che il lettore vi aiuta. Il suo cervello fa dei collegamenti che vi possono far risparmiare parole.

Vediamo un esempio.

Anna fece accomodare Carlo nello studio e gli servì un caffè. I due si scambiarono qualche convenevole e chiacchierarono per un po’ del più e del meno. Poi Anna affrontò il tema che le stava a cuore.

“Carlo,” chiese la donna all’amico, “conosci il significato del termine apofenia?”

Carlo le rispose ammettendo la sua ignoranza: “No, non lo conosco.”

Prendiamo per buona la descrizione e pensiamo solo al dialogo.

Quel “chiese la donna all’amico” è inutile: la battuta inizia con “Carlo”, nella descrizione abbiamo già stabilito che ci sono solo loro due in scena e la descrizione termina con l’annuncio dell’azione da parte di Anna, quindi è chiaro chi si rivolge a chi ed è altrettanto chiaro che si tratta di una domanda.

Pesante e ripetitiva anche la risposta. “Carlo le rispose”: è chiaro che è lui a rispondere ed è chiaro che risponde ad Anna, abbiamo detto nello studio ci sono solo loro due. E’ altrettanto chiaro, dal testo stesso, che la sua battuta è una risposta. Infine, nella stessa frase mostriamo prima e raccontiamo poi, ottenendo un’inutile ripetizione: iniziamo raccontando che Carlo ammette la sua ignoranza e poi glielo facciamo ripetere nella battuta.

Riscriviamo:

Anna fece accomodare Carlo nello studio e gli servì un caffè. I due si scambiarono qualche convenevole e chiacchierarono per un po’ del più e del meno. Poi Anna affrontò il tema che le stava a cuore.

“Conosci il significato del termine apofenia?”

Carlo ammise la sua ignoranza.

Oppure:

Anna fece accomodare Carlo nello studio e gli servì un caffè. I due si scambiarono qualche convenevole e chiacchierarono per un po’ del più e del meno. Poi Anna affrontò il tema che le stava a cuore.

“Conosci il significato del termine apofenia?”

“No.”

Ora, questi sono esempi scritti al volo, ma già da qui potete vedere come la sinergia tra dialogo e battute permette di rendere il testo più asciutto senza perdere informazioni. E, con buona pace di Elmore Leonard, senza usare la parola “dire”.

Come esercizio, potete provare a scrivere nei commenti a questo articolo le battute dei tre esempi all’inizio di questo articolo. Buona scrittura.

2 commenti

  • Laura niolu 10 giugno 2012a11:38

    Ottimi consigli per aspiranti scrittori!

    LAURA NIOLU

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