Ho visto Avatar. E’ un film ok

13 agosto 2010

AvatarCon soli sette mesi di ritardo, è stato un lungo inverno, sono riuscito a vedere Avatar, la pellicola di fantascienza di James Cameron che dovrebbe rivoluzionare il modo di realizzare film. La mia prima impressione sul film è riassunta nella frase che ho twittato appena uscito dal cinema e che vedete come titolo di questa recensione.

In realtà ho avuto l’impressione di aver visto due film e non solo per la durata. Entrambi mi sono piaciuti, ma uno molto più dell’altro. Il primo film è quello di cui avevo già parlato in questo articolo, ovvero una meraviglia tecnologia che consegna ai registi nuovi strumenti per creare film fantastici più realistici e coinvolgenti, strumenti che permettono di portare sul grande schermo mondi fantastici che prima potevano essere realizzati in maniera convincente solo con fumetti e cartoni animati. Il film di cui parlavo in quell’articolo del settembre 2009, dunque scritto prima dell’uscita di Avatar, faceva delle promesse. Il film uscito pochi mesi dopo e che finalmente ho visto l’altro giorno mantiene tutte quelle promesse. E mi è piaciuto tanto.

L’altro film è quello ok. E’ il film spogliato da tutte le conquiste e gli avanzamenti nel campo degli effetti speciali. Un film ok. La storia, lo sapevo già, non era originale. Una via di mezzo tra Balla coi Lupi e Pocahontas. Questo non è un male: come sappiamo dagli appunti di scrittura, alla fine le possibili trame sono sempre quelle. Ciò che secondo me è mancato è stata un’originalità nella traduzione di questa trama in sceneggiatura. Intendiamoci: la sceneggiatura è competente e la regia con cui è stata tradotta in film è corretta. Ma, appunto, niente di più: competente e corretta. Non dico che un bravo studente di sceneggiatura e un bravo studente di regia appena usciti dall’università avrebbero ottenuto lo stesso risultato. Ma, insomma, quasi. Il film è molto pulito, molto ben fatto, molto competente e corretto. E quindi, molto prevedibile, poco coinvolgente, con poco cuore.

Tutti i film moderni utilizzano la stessa struttura di base per raccontare le loro storie, ovvero, la stessa sequenza di eventi principali. Ne ho parlato in un altro appunto di scrittura. A grandi linee: presentazione dei personaggi, prime sfide, risoluzioni delle sfide, nuove difficoltà, nuove risoluzioni, sfida principale, momento in cui tutto sembra perduto, vittoria finale, conclusione. All’interno di questo schema si trovano molte coppie di anticipazione – risoluzione, ovvero la tecnica del foreshadowing. La più famosa definizione di questo schema binario, utilizzata per predicare la sintesi, è quella del drammaturgo russo Anton Chekhov: una pistola mostrata nel primo atto deve sparare nel terzo.

I film vanno avanti combinando struttura e foreshadowing. Ormai tutti hanno capito qual è la successione degli eventi in un film. Da cosa si vedono il bravo sceneggiatore e il bravo regista? Dal fatto che riescono a sorprendere il pubblico: gli spettatori sanno cosa sta per succedere (una nuova difficoltà, un salvataggio all’ultimo momento), ma non riescono a immaginare cosa causerà questo evento. E questo evento deve essere anticipato nel corso della storia, non si può trattare di una difficoltà o di una soluzione uscite fuori dal nulla.

Pensate a Toy Story 3. La prima cosa che i giocattoli vedono appena arrivati alla discarica è l’artiglio di una gru. I tre alieni giocattolo del Pizza Planet lo guardano ammirati: “l’Artigliooo!!!” Poi i giocattoli finiscono sul nastro trasportatore, arrivano nell’inceneritore, tutto sembra perduto, si preparano a morire insieme. E vengono salvati dagli alieni del Pizza Planet, usando l’artiglio. Questo è un perfetto esempio di anticipazione e risoluzione, il foreshadowing al suo meglio: lo strumento con cui viene risolto il problema viene mostrato prima di passare alla situazione problematica. L’oggetto è intimamente legato alla mitologia e all’ambientazione del film. E con una tecnica narrativa eccezionale, gli autori di Toy Story 3 riescono in un gioco di prestigio perfetto: dopo aver mostrato la soluzione, la fanno sparire. Gli spettatori se ne dimenticano, coinvolti come sono nella storia. Coinvolti al punto che non si rendono conto che i tre alieni, personaggi secondari, sono spariti da 5 minuti e non si sono visti né sul nastro trasportatore né nella fornace.

Ad Avatar tutto questo manca. La struttura è usata correttamente, tutti i problemi e tutte le soluzioni vengono anticipati e risolti in maniera competente. E quindi prevedibile. Soprattutto nel terzo atto, sembra quasi che i personaggi si rivolgano allo spettatore: faccio questo adesso, così poi succederà quello più tardi.

Proprio perché il film è competente, alla fine mi è piaciuto. Il fatto che quella trama fosse arricchita da quell’ambientazione e realizzata con quegli effetti speciali lo ha reso ancora migliore. Ma alla fine, come film, Avatar per me è sullo stesso piano di Starship Troopers (che a me, e credo solo a me, è piaciuto) e forse anche un quarto di gradino più in basso.

E però Avatar mi ha anche deluso. Un film d’azione fantascientifica non ha bisogno di avere per forza una trama che rivaleggia con Memento. Ma, a parità d’azione fantascientifica e di regista, Aliens e Terminator 1 e 2, erano film migliori. Più coinvolgenti. Con più cuore.

Un commento

  • Davide 11 ottobre 2011a19:50

    Non sono per niente d’accordo.
    Il film è bellissimo, visionario e di contenuto, non ha niente a che vedere con balla coi lupi (che tra l’altro è un romanzetto) mentre è vero che prende molto dalla storia di pocahontas (che è vera, non è un romanzo).
    La trama è buona anche se ovviamente un po’ prevedibile e la recitazione ottima.
    Ma oggi come oggi quale film ha una trama che non sia scontata?
    Presenta bene il tipico affarismo americano che se ne frega del benessere altrui a costo di scatenare una guerra (cosa assolutamente vera) e questo a mio giudizio gli ha tolto un paio di oscar per i mal di pancia che ha provocato.

Rispondi