Resident Evil: Afterlife

14 settembre 2010

Quattro anni sono passati dall’olocausto nucleare di Racoon City e dalla diffusione del T-Virus in tutto il mondo: l’umanità è quasi scomparsa del tutto, preda delle orde voraci degli zombie. Dopo essere sfuggita ancora una volta ai diabolici piani della Umbrella Corporation una ricostruita e potenziata Alice, dopo aver permesso la fuga dei suoi alleati verso un distante eden libero dall’infezione, inizia la sua vendetta personale contro gli ex datori di lavoro.

Partendo dalla metaforica apertura sotto la pioggia della ragazza giapponese infettata passiamo ad un feroce sparatutto che, in perfetto stile supereroistico, resetta rozzamente e rapidamente gli elementi che evidentemente meno erano piaciuti al pubblico nei quali il regista si era impantanato (i superpoteri telecinetico-apocalittici di Alice e la sua schiera di cloni, qui follemente kamikaze).

Dopo essere improbabilissimamente sopravvissuta ad uno schianto aereo e dopo un accenno di introspezione videofilmata, seguiamo Alice nella permanenza nell’istituto di correzione di Los Angeles, incontrando il solito gruppo di rifugiati rappresentanti archetipi hollywoodiani (il segmento del film con maggior potenziale ma che si risolve troppo rapidamente in un bagno di sangue prima che abbiamo tempo di interessarci alla sorte dei malcapitati) senza considerare l’introduzione di un inutilissimo Chris Redfield dai polmoni d’acciaio (un Wentworth Miller reduce di Prison Break, che il regista si diverte ad introdurre per sollazzo squisitamente personale come unico prigioniero del carcere).
Infine il viaggio si conclude in un anticlimatico finale sulla misteriosa Arcadia le cui dimensioni interne cozzano violentemente con quelle esterne. Fosse solo questo il problema, si dirà.

Sebbene apprezzato dai fan della serie con meno pretese, Resident Evil: Afterlife eredita i problemi narrativi e stilistici dei due capitoli precedenti e non si sforza di risolverli.

Per la terza volta consecutiva Anderson non ha fatto i compiti: dopo aver abbandonato il lento sviluppo della storia e i combattimenti intensi ma essenziali e “umani” del primo film, ha dato una scorsa rapida del libro di testo che pure ha dichiarato di amare, ha messo da parte i punti di forza del videogioco (l’atmosfera, le cospirazioni nelle cospirazioni, i personaggi ambigui, il timore della presenza di un singolo zombie), ha estratto gli elementi che reputava “cool” lanciandoli alla rinfusa, ha carpito nomi dei personaggi originali schiaffandoli quasi a caso su rigide action figure che, cercando di non togliere troppo spazio agli occhi della moglie del regista, si trascinano semicasualmente sullo schermo (talvolta letteralmente, quasi a non voler rendere i personaggi in qualche modo rilevanti per la già esile trama) immemori del loro ruolo (con la sola motivazione dell’autocompiacimento registico verso il finale fanno riferimento alle relazioni Claire-Chris-Wesker del videogame, che nel film non hanno assolutamente senso o motivazione).

Il collegamento con gli altri film della serie, che dovrebbe essere strettissimo, qui si fa diafano.
Si rimane storditi mentre, inseguendo di corsa i salti della storia, si cerca una motivazione logica all’improvvisa e ingiustificata presenza di zombie-talpe mutant/majini e del sin troppo fragile Esecutore provenienti da Resident Evil 5. Anche i due combattimenti con Wesker (che sfiora nella sua assoluta e inutile malvagità i classici cattivi dei primi James Bond mentre risulta solo l’allievo sciocco dell’Agente Smith) vanno contro la legge immutabile e non scritta di Resident Evil: “tra il primo e l’ultimo combattimento il boss, se già non mostruoso, muta fisicamente in modo grottesco e disgustoso”.

La trama, che offre abbastanza spunti da iniziare a essere vagamamente interessante, affoga il suo potenziale tra i tre scenari malcollegati che sembrano nati per essere film differenti, mentre il regista cerca di soffocare i buchi di continuità (che fine ha fatto il mondo ormai reso desertico dalla improbabile mutazione del virus?) e cronologici con una serie di effetti speciali a raffica concludendo con cliffhanger malrecitato da una rediviva Jill Valentine e imposto più che inquietantemente suggerirlo.

Troppo denaro, e troppo denaro speso nei combattimenti ai due estremi temporali del film. Anderson, che ci ha dato brividi facendoci percorrere i corridoi bui della Event Horizon, ci ha fatto esaltare mescolando sapientemente adrenalina e mood nel remake di Death Race e che ci ha offerto i più che dignitosi Soldier, Alien versus Predator e Mortal Kombat probabilmente ha dovuto percorrere binari di produzione troppo ristretti per le sue capacità.

Non ci siamo Paul, non ci siamo assolutamente.

Ecco il trailer di Resident Evil: Afterlife

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