Machete, il film

17 novembre 2010

Un agente federale messicano, sfidando i suoi corrotti superiori, cerca di salvare una ragazza da un signore della droga.

Ingannato, fallisce nel suo tentativo e vede morire sotto i suoi occhi moglie e figlia. Sopravvissuto miracolosamente lo ritroviamo tre anni dopo come clandestino illegale in Texas, pronto a tutto per ottenere la sua vendetta. Lo chiamano Machete.

Eccolo, infine è arivato Machete, il nuovo giocattolo di Robert Rodriguez tre anni da Grindhouse. Le potenzialità ci sono tutte: la violenza e la mutilazione promesse, supremo omaggio alla exploitation d’epoca, talmente grottesche e deliranti che generano voluta ilarità piuttosto che disgusto, il volto scavato nel legno del migliore thug dei film hollywoodiani, una pletora di volti noti e la mano di uno dei registi d’azione più brillanti: cosa può impedire al film e a Danny Trejo, il suo protagonista, di divenire cult al pari del celebre fake trailer trailer?

Il primo e più grande problema sono proprio le star che partecipano a questo potpourri di azione e dialogo sopra le righe: troppe e tutte che esigono un ruolo per esistere inquinando assieme alla troppo cerebrale, e per alcuni troppo moralistica, trama sull’immigrazione clandestina (tanto da aver generato un inutile contestazione da parte di politici di Destra) la semplicità fondamentale e lineare del concetto originario: la vendetta di un Duro.

Vada per l’amico di famiglia Tom Savini, sempre apprezzato per prendere il ritaglio di tempo dovuto e nulla più, oggetto della cerca dei suoi fan nei ruoli secondari o addirittura di rapida comparsa, vada quasi per il perennemente “introduced” Don Johnson, il giustamente presente Jeff Fahey, ma si cade nel dispersivo superando il numero limite dei cospiratori: dall’imbolsito e non troppo convinto Steven Segal che non vuole morire per mano di Trejo a un Robert De Niro caricaturale che pare sul viale del tramonto con i suoi ultimi film, in lotta per determinare chi sarà, da vero villain principale del film, a farsi uccidere da Machete nel finale. Alla fine rimane il comprensibile dubbio che il vincitore fisico non sia il vincitore morale.

Troppe le figure femminili, troppo preponderanti in quello che dovrebbe essere un inno al machismo anni ’70, e non basta l’accenno di pelle sotto la doccia di Jessica Alba (in realtà nudità in CG) o la prevedibile quanto auspicabile aggressività femminile di Michelle Rodriguez che non ci abbandona da Resident Evil e Lost a rimetterci in carreggiata. Ironicamente il ruolo di suora-killer di Lindsay Lohan, che vorrebbe rimediare in extremis all’inutilità del suo personaggio, è esteticamente brillante ma inizia e si conclude in un battito di ciglia, o meglio in un colpo di pistola. Di “pupa tosta” ne basta una, al massimo due.

Il film score in genere abbastanza bene con pochi momenti morti o inutili (ad esempio il breve intercorso con le cialtronesche bodyguards) ma altresì non vi sono frasi che diverranno accidentalmente storiche, non vi è, oltre i primissimi minuti, neanche la fotografia d’epoca, la pellicola rovinata da bloxpoitation d’annata o il disallineamento delle voci, vitale per il senso di vintage del film.

Machete è un film brutto, dimenticabile, fallimentare? Assolutamente no. Ma nutrendosi del successo del fake trailer il seme si è sviluppato più di quanto il terreno potesse nutrire. Il desiderio di essere un cult gli impedisce di diventarlo.

Aspettiamo quindi Machete Uccide e Machete Uccida Ancora. Nel frattempo prepariamoci a gustare, speranzosi, Hobo with a Shotgun.

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