Highschool of the Dead & The Walking Dead: zombie a fumetti e in TV

Un giorno, improvvisamente, “loro”, i “camminatori”, appaiono.

Senza alcun avvertimento e senza alcuna origine nota o comprensibile una mostruosa pandemia esplode in tutto il mondo, una malattia virulenta che trasforma chiunque ne sia contagiato in un morto vivente affamato di carne umana.

Il filone cinematografico e letterario «», definirla moda sarebbe oltremodo limitante, innescato da Romero nel 1968 non si è mai sopito del tutto e attraverso i decenni ha subito interpretazioni sociali e politiche, saltuariamente di un certo spessore e persino di qualità, sino ai giorni nostri.

E’ la figura dello zombi «moderno», identico a se stesso ma visto attraverso lenti quasi sempre diverse, che spinto commercialmente dalla figura dell’altro nonmorto, quello romantico sino al punto di essere involontaria parodia di se stesso, emerge translando dal mondo delle immagini statiche dove si è rifugiato trovando nuova dignità, verso il piccolo schermo e quindi nuovamente verso il vasto pubblico non settoriale. Ed ecco a noi due rami di questo decomposto albero, sviluppatisi nello stesso periodo e con un processo similare ma ad un oceano ed a una cultura di distanza: High school of the Dead e The Walking Dead.

High school of the Dead (titolo originale Gakuen Mokushiroku, “Scuola Apocalisse”) è una serie anime dello studio MADHOUSE, tratta dall’omonimo di successo a opera dei fratelli Daisuke Sato, scrittore e Shoji Sato, disegnatore. La prima stagione, trasmessa nell’Estate del 2010, è composta da 12 episodi. L’uscita dell’OAV ‘Drifters of the Dead’ è prevista per l’Aprile del 2011.

Mentre il mondo cade nel caos un gruppo di studenti del liceo Fujimi riesce a fuggire dall’assedio dei loro ex compagni e insegnanti, divenuti orribili morti viventi: Takashi Komuro, tipico protagonista belloccio che assurgerà rapidamente a capo del gruppo; Hirano Kohta, otaku delle armi da tiro e dei veicoli militari che lungi dall’essere per il suo aspetto grassoccio solo il momento comico si dimostrerà rapidamente un elemento fondamentale della squadra grazie alla sua conoscenza specifica; l’occhialuta Saya Takagi, dotata di una notevole intelligenza abbinata ad un complesso di inferiorità nei confronti dei genitori che la rendono saccente ed arrogante; Shizuka Marikawa, la procace infermiera della scuola e unica adulta protagonista ma lungi dall’essere la più assennata; Saeko Busujima, letale presidentessa del club di kendo che, apparentemente calma e riflessiva, nasconde un lato sadico che le genera un segreto desiderio di autodistruzione; Rei Miyamoto, figlia di un poliziotto e amica di infanzia di Komuro del quale è da sempre segretamente innamorata. Durante la ricerca di sopravvissuti al gruppo si uniranno il cagnolino Zeke e la giovanissima Alice, salvati in extremis da un impavido Komuro.

HOTD si potrebbe collocare perfettamente in un qualsiasi “…of the Dead” di Romero o dei molti epigoni con minime variazioni sul tema (qui gli zombi, del tipo “movimento lento” e ‘infezione rapida’, sono ciechi e cacciano solo grazie all’udito) il che lo rende, ironicamente, piuttosto innovativo per un manga d’azione: privi di villain ed henchmen tipici degli i protagonisti devono affrontare torme di nonmorti anonimi rendendo la contrapposizione emotiva o ideologica tra eroi e spesso affascinanti avversari quindi inesistente (la figura che più si avvicina al nemico principale è il “santone” professor Shido che comunque, almeno all’inizio, risulata un personaggio piuttosto secondario per la trama) permettendo agli autori di concentrarsi sul rapporto tra i protagonisti e gli occasionali sopravvissuti (magnifico il granitico padre di Takagi che incarna con poche pennellate la possanza dell’etica del bushido) che vengono incontrati durante il viaggio.

Sebbene le vicissitudini dei protagonisti dominano ogni episodio, non vengono dimenticati gli sconvolgimenti sociopolitici della pandemia a livello mondiale (Daisuke è uno scrittore specializzato in racconti di storia alternativa a sfondo bellico) che pur non essendo studiati e sviluppati con il dettaglio certosino dei libri di Max Brooks toccano i personaggi da vicino con le loro conseguenze.

In alcuni punti HOTD è crudelmente brillante, specialmente quando ci viene mostrata la vita precedente all’infezione di alcuni sopravvissuti che all’inizio ci appaiono rivoltanti nelle loro turpi azioni: il senso, chiarissimo, è che la situazione estrema muta completamente l’individuo e persino gli eroi, pur non avvicinandosi all’ambiguità morale di alcuni protagonisti di The Walking Dead, sfiorano un rapido punto di crisi prima di decidere di vivere (inevitabilmente e prevedibilmente per un anime privo di veri antieroi) con la dignità da esseri umani anche a costo di cadere provando. Altrettanto prevedibilmente i personaggi nell’arco delle loro peripezie formeranno legami reciproci, storie d’amore sbocceranno e amicizie più salde dell’acciaio verranno forgiate nei fuochi dell’inferno. Nulla di più viene chiesto, nulla più viene dato.

Le motivazioni del successo della serie probabilmente non sono da ricercarsi in qualche sfumatura psicologica raffinata o lettura sociologica colta bensì nella possibilità di soddisfazioni più basilari: il fan service abbonda in maniera copiosa e dettagliata in ogni scena possibile e non c’è da stupirsi considerando che Shoji Sato è anche un apprezzabile autore ecchii. Le ragazze sono plasticamente formose e gli autori si dilettano nel farle apparire discinte nelle loro decorate mutandine e ornati reggiseni e guepiere, completamente nude nelle onsen o fornite di feticistici abbigliamenti “da guerra” o “alla marinaretta” che lasciano poco spazio alla fantasia. La passione di Daisuke per la cultura bellica in generale trova completo sfogo attraverso Kohta-Cicerone e la sua ossessione malsana nella vita normale che diviene indispensabile risorsa per la sopravvivenza: Guns and Babies, connubio perfetto per accalappiare il target maschile non solo under 18.

Di certo HOTD non sfrutta un tema originale e comunque non lo sfrutta con originalità ma incanala i topoi tipici del survival zombie nello stile narrativo degli shonen anime in un sincretismo che, sino ad ora, non era stato mai tentato prima. Se non possiede le basi per divenire un classico è sicuramente meritevole di un’occhiata e probabilmente di più.

La serie TV The Walking Dead è un insperato successo (4 milioni di spettatori dai 18 ai 49 anni) della AMC distribuito da FOX che in un periodo di serie cancellate a raffica, colpevoli tanto di vuoto squallore quanto di indubbia qualità innanzi ad un pubblico apatico, può permettersi già dalla seconda puntata di far scommettere i produttori su una ulteriore stagione di tredici episodi. Basato su di un fumetto in b/n della Image iniziato nel 2003 di Robert Kirkman, scrittore, e Tony Moore e Charlie Adlard, disegnatori.

A partire dal cast di protagonisti si comprende che il target è mirato verso “giovani” adulti piuttosto che verso i teenager: il protagonista principale è Rick Grimes (Andrew Lincoln), determinato agente di polizia di provincia e padre di famiglia che dopo essere stato ferito in uno scontro a fuoco si risveglia dal coma tempo dopo scoprendo sua città infestata da «camminatori», in un incipit copiato con la carta carbone da 28 Giorni Dopo: un escamotage narrativo comunque utile per iniziare in media res.

Votato a ritrovare la moglie Lori (Sarah Wayne Callies) ed il figlio Carl (Chandler Riggs) Rick si muove alla volta di Atlanta dove deboli e vaghe speranze lo conducono. All’insaputa di Grimes sua moglie e suo figlio sono effettivamente sopravvissuti e fanno parte di un gruppo capitanato da Shane Walsh (Jon Bernthal), ex partner dello stesso Rick divenuto nel frattempo amante di sua moglie. Quando Rick si ricongiunge con i suoi famigliari la situazione si complica a causa dei sentimenti di Shane per Lori e Carl e per il ruolo di leader che Rick rapidamente ottiene anche a costo di dividere i sopravvissuti.

Zombi quindi, in due ambientazioni tanto simili che, a parte alcune minuzie, potrebbero essere persino complementari. Ma superata l’apparenza le differenze sono di un certo rilievo.

Per iniziare gli «zombi» (generalmente non vengono chiamati così, ed a ragione) di HOTD sono volutamente inquietanti mentre quelli di WD sono essenzialmente disgustosi: i primi sono spesso ancora fisicamente interi ed anonimi mentre i secondi sono decomposti e mutilati, per la gioia degli esperti di trucco. Sebbene questo possa sembrare un dettaglio minuscolo in realtà si rivela già parte della differente matrice culturale: gli zombi giapponesi non devono offendere la sacralità dell’integrità del corpo anche se questo è sottoposto ad un empio stato di tetra nonvita mentre lo shock visivo della granguignolesca mutilazione di quelli americani è ciò che viene ricercato dal pubblico occidentale.

In HOTD sebbene la situazione sia tragicamente disperata la squadra rimane compatta, non vi è un conflitto per la leadership (sebbene vi possano essere discussioni per una linea di azione rischiosa) con ciascuno dei suoi membri che accetta la sua «funzione» ed anzi lotta per mantenersi utile all’interno del suo ruolo: anche le relazioni sentimentali che si sviluppano, persino laddove i triangoli spinosi sono sul punto di essere formati, non rischiano lontanamente di minare la coesione: il pericolo umano proviene da un membro esterno, il sensei Shido, che sin dall’inizio cerca di ottenere il ruolo di guida con il fascino e l’astuzia e che quindi, immediatamente, porta all’allontanamento dei protagonisti dagli altri studenti e alla formazione di un culto edonistico guidato da Shido stesso.

In TWD i rapporti umani non sono solo il punto di forza ma anche il pericolo maggiore per la compatezza del gruppo: l’invidia di Shane che quasi lo spinge ad assassinare alle spalle Rick, lo stretto rapporto tra le sorelle che conduce la sopravvissuta quasi al suicidio, il rapporto abusivo tra moglie e marito che conduce ad esiti quasi catastrofici: persino il bifolco razzista Merle Dixon, la cui minaccia di vendetta è un’ombra incombente sin dal quarto episodio ha un vincolo con il fratello. Il pericolo reale viene sempre dall’interno.

E di conseguenza questo dovrebbe far riflettere anche sul rapporto tra protagonisti e antagonisti: in HOTD Shido è l’avversario intimamente corrotto, perversamente infido e fascinoso, il villain che amiamo odiare in quanto rappresenta un lato acculturato ed perversamente edonista, che temiamo di apprezzare, mentre Dixon in TWD rappresenta il volgare e repellente razzista che facilmente disprezziamo, forse astuto ma lungi dall’essere colto e quindi incapace di offrire una visione della realtà anche soltanto lontanamente alternativa a quella dei personaggi protagonisti.

E’ importante notare per l’esame delle serie due altre elementi: l’intercambiabilità dei membri del gruppo e la loro “sacrificabilità”. In HOTD i protagonisti sono tutti egualmente importanti per lo svolgimento della storia : l’eventuale morte di uno di loro causerebbe uno scossone epocale per la narrazione perciò la dipartita dei personaggi rilevanti viene confinata a membri esterni ed eventuali incontri occasionali, limitando l’impatto psicologico della loro spesso truculenta dipartita. TWD fa sua la brutale letalità degli archetipici film di zombi dove anche i protagonisti, ad eccezione in questo caso di quello portante, possono incontrare il loro fato in modo orribile, in qualunque momento e senza preavviso: questo ovviamente rende difficoltoso per lo spettatore ad affezionarsi veramente alle loro peculiarità e idiosincrasie.

I combattimenti sono ovviamente numerosi in entrambe le serie, ma laddove quelli di TWD sono scontri luridi, rapidi e disperati della scuola di Fulci mentre quelli di HOTD spesso includono qualche forma di arma bianca, carichi di pathos che pur non toccando gli eccessi di un Saint Seyia mostrano tutta la loro eredità di un genere giovanile-eroico.

Nonostante le differenze palesi di struttura narrativa tra le due serie un trait d’union le congiunge: la disponibilità dei protagonisti (Rick da una parte e tutti gli studenti dall’altra) nei confronti degli altri superstiti, una attitudine che si concretizza nei rischi che corrono per salvare gli innocenti, e persino, nel caso di Rick, i membri nocivi del gruppo: in entrambe le visioni l’altruismo dell’eroe è un pilastro irrinunciabile.

E ora, opening track di Highschool of the Dead.