The Green Hornet

Britt Reid è il mai cresciuto, troppo viziato figlio del rigido editore dell’ultimo quotidiano indipendente della città: la sua vita trascorre tra feste e belle donne sino a che il genitore non muore per quella che sembra una tragica fatalità. L’evento sconvolge la vita del playboy, che decide di seguire a suo modo le impronte del suo integerrimo padre: con l’aiuto dell’incredibile tuttofare asiatico Kato, Reid sviluppa quasi casualmente l’identità di Green Hornet, vigilante mascherato che si finge criminale per avvicinare i veri gangster e colpirli duramente.

Tratto da una serie televisiva degli anni ’60 (a sua volta basata su di un radio drama del 1936 che generò due serial cinematografici nei primi anni ’40), Green Hornet è un divenuto lungo gli anni un piccolo cult (Tarantino nel suo Kill Bill lo cita attraverso le maschere Kato degli 88 Folli e la musica di sfondo che fa riferimento a quella del serial) e proprio le alte aspettative dei suoi estimatori sono l’origine delle critiche feroci e spietate che colpiscono il remake.

Il film dalla travagliatissima produzione (un primo screenplay risale al 1993) ha subito infinite stesure, diversi registi proposti ed ancor più attori che si son dati disponibili, ma il risultato finale ha deluso non pochi, forse in parte ingiustamente: il cambiamento di spirito è risultato eccessivo per gli aficionados che auspicavano atmosfere noir, introspezione personale post-Nolan e gadget aggiornati con i tempi moderni. Così non è stato e si è preferito battere la strada più economica e meno rischiosa: una commedia d’azione sulla falsariga di Arma Letale e 48 Ore.

Seth Rogen,anche coautore dello script, è dal punto di vista fisico più vicino a Fred Flintstone che ad un antesignano di Batman, ed ha una mimica che sembra copiare quella di Jack Black, il che non è necessariamente un male considerando la strada scelta. Confusionario, arrogante, egocentrico il suo Green Hornet è in effetti la parodia volontaria dell’originale e del genere piuttosto che involontaria come il The Spirit milleriano: almeno questo è un risultato accettabile.

Il ruolo di Kato (che nel breve serial fu di Bruce Lee, qui più che doverosamente omaggiato) è nelle mani capaci del taiwanese Jay Chou che nella sua espressività volutamente limitata ben si adegua al ruolo risultando il vero protagonista e alla fin fine non fa rimpiangere troppo Stephen Chow che ha dovuto rinunciare per impegni precedenti.

Il rapporto tra Kato e Green Hornet è stravolto rispetto alla serie radiofonica e televisiva e forse non in peggio: il valletto/chaffeur/bodyguard è ora parte di un duo in affiatamento e non socio di minoranza (etnica, nella serie originale), non è una mera spalla dell’eroe ma risulta anzi la mente efficiente ed il braccio risolutore dei piani sin troppo approssimativi del suo datore di lavoro.

Di certo Christoph Waltz, che in Inglorious Basterds interpretava l’ambiguo e affascinante nazista, qui offre poco o nulla e la sua figura machiettistica di villain che prova ad essere iconica non ottiene qualsivoglia risalto: Nicholas Cage, che aveva dimostrato interesse per il ruolo del criminale, avrebbe offerto di più ricordando il suo precedente in Face/Off, ma la sua visione del personaggio è andata a collidere contro quella del regista. Peccato.

Cameron Diaz è utilizzata come «hot babe» e poco più, il suo personaggio è assolutamente marginale e solo verso gli ultimi minuti del film ha una sorta di forzoso ma tardivo riscatto, che le permette un aggancio come personaggio più rilevante per un eventuale “Green Hornet Strikes Again!”.

Tra i punti deboli, o di forza a seconda dei punti di vista, del film c’è la particolare regia di Michel Gondry, regista francese noto per il particolare stile visuale e per l’originalità dei progetti in cui si cimenta. Portano la sua firma Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind) e Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm, due pellicole sottovalutate, ma con un folto numero di estimatori. In molti pensavano che con la sua sensibilità avrebbe portato a un livello superiore una pellicola di supereroi. La sua inventiva visuale emerge tutta nella Kato Vision, un misto tra effetti speciali digitali ed effetti ottenuti in camera, che potete ammirare nel clip qui sotto.

Premendo sull’acceleratore della slapstick comedy, The Green Hornet cerca di essere spassoso e perciò risulta soltanto divertente in modo grossolano ma efficace: ironicamente chi non ha mai visto la serie originale apprezzerà il film maggiormente, specialmente se si è seduti sulla poltrona di casa propria, senza il 3D mai come in questo caso inutile e con qualche amico dell’umore giusto.

Green Hornet non è di certo un capolavoro e non diventerà mai un classico del genere ma può essere preso ad esempio come opera consapevole dei propri limiti e delle sue massime aspirazioni.

Ecco il trailer di Green Hornet

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