Falling Skies. Steven Spielberg, che stai combinando?

Dice Marge Simpson, citando sua madre che a sua volta cita la saggezza popolare: “Se non puoi parlare bene di una persona, non parlarne affatto.”

Purtroppo Falling Skies, la serie TV di fantascienza prodotta da Steven Spielberg in cui un gruppo di umani resiste a un’invasione aliena, non rientra né nella categoria “così buona che se ne deve parlare” né in quella “meglio lasciar perdere”.

Quindi, tocca parlarne ed esaminarne le contraddizioni.

 

Se avete una certa età, ricorderete un telefilm intitolato La Famiglia Bradford. Era un family drama, la storia di una famiglia americana con le sue piccole e grandi storie, crisi, conflitti, riappacificazioni che avvenivano tra fratelli, tra figli e genitori, tra marito e moglie. Falling Skies secondo me è la Famiglia Bradford con gli alieni. E questo è uno dei problemi di questa serie. Perché la Famiglia Bradford andava in onda negli anni ’70 e ’80 e nel 2011 un telefilm con temi, ritmi, regia, sceneggiatura anni ’70 non è tollerabile.
Ma le scene d’azione di Falling Skies hanno sempre una regia ottima. E qualche volta qualche regista, che ha prestato più attenzione degli altri alle lezioni di Spielberg, tira fuori splendidi piani sequenza e movimenti di camera anche nelle scene di dialogo.

 

In Falling Skies i membri della Seconda Massachusetts meritano di perdere, venire spazzati via dagli alieni e sparire dalla faccia della terra. Non per colpa loro, ma per colpa di sceneggiatori che non hanno capito che la Famiglia Bradford in guerra non funziona. Perché? Perché se le piccole incomprensioni, i segreti, le cose non dette sono l’anima dei family drama, tenere segreti e non dirsi cose di rilevante importanza strategica per difendersi dal nemico che sta annientando la tua specie è semplicemente stupido.

Potreste obiettare che la maggior parte dei protagonisti del telefilm sono civili in condizioni disperate. Possono fare degli errori. Ed è vero. Anzi, i personaggi che commettono errori sono quelli che ci appassionano di più, sono quelli il cui errore ci fa gridare allo schermo “no, non farlo”, perché ci teniamo a loro. Ma quando fanno sciocchezze no, non ottengono altro da noi che un’alzata di occhi al cielo. E gli sceneggiatori gliene fanno fare tante di sciocchezze.

Prendiamo Rick, il ragazzo impiantato. Più o meno tutti capiscono subito che ha qualcosa che non va. Nessuno pensa di sorvegliarlo. Rick vuole tornare tra gli alieni, che sono brave persone, non si uccidono tra loro, amano i bambini impiantati. E per questo tradisce gli umani. Salvo poi scoprire che gli alieni cattivi non lo rivogliono con loro. Povero Rick, è tutta una menzogna.
Se non fosse che noi sappiamo che gli alieni amano veramente i bambini: ne vediamo uno che accarezza affettuosamente i bambini che ha in custodia nella puntata in cui viene liberato Ben, il secondo figlio di Tom Mason (il protagonista della serie interpretato da Noah Wyle).
Se non fosse che noi sappiamo che gli alieni sono cattivi: ne vediamo uno ordinare a un mech di fucilare i bambini che ha in custodia come monito per Hal, liberatene uno, uccidiamo gli altri.
Se non fosse che…
Se non fosse che evidentemente gli sceneggiatori non si parlano e non creano una storia coerente.
Ah, Rick tradisce gli umani rivela la posizione della scuola in cui si nascondono, svela i dettagli del piano d’attacco causando la morte di decine di soldati, ma è ok. Perché si fa un piantino insieme a Mason e quindi tutto torna a posto. Come nella Famiglia Bradford. Il dubbio che Rick possa essere stato lasciato indietro per continuare a fornire informazioni? Come già capitato due volte nell’arco di dieci puntate? Ma no: è un bambino che ha fatto un piantino, quindi per Mason è tutto ok.

Complimenti a Robert Rodat, creatore della serie, e ai suoi sceneggiatori. Nessuno pretende realismo da una serie di fantascienza. Ma credibilità sì. E qui non ce n’è, annientata dalla mancanza di coerenza.

 

Vogliamo parlare del penultimo episodio? In cui il Capitano Weaver dà segni di cedimento dopo 7 puntate passate a ritrovare il suo lato umano e torna a essere il militare paranoico e ossessionato dalla battaglia dei primi episodi? Con l’aiuto di un personaggio mai visto prima e sparito subito dopo? La posso immaginare la riunione in sala sceneggiatori.

– L’abbiamo fatta la puntata del conflitto tra civili e militari come in Battlestar Galactica?

– No.

– Oh cavolo. Quanti episodi mancano alla fine?

– Due.

– Oh cavolo! Allora facciamo che c’è Mick che…

– Mick è morto nell’episodio 7.

– Oh. Cavolo.

 

Vi invito a guardare la crisi tra militari e civili della prima stagione di BSG. E’ negli ultimi episodi. Sì, parte del finale di stagione, non una cosa nata e morta in un episodio annacquato.

Per tacere dell’episodio precedente in cui Weaver passa da voglio-combattere a mi-arrendo a sono-più-motivato-che-mai senza un perché, senza una ragione valida se non quella calata dall’alto dagli scrittori, per esigenze di storia e non di personaggio.

Che altro? Tom Mason. Professore di storia diventato guerrigliero. L’idea alla base del personaggio è molto interessante, salvo poi scoprire che Mason parla di storia, ma non la usa. In uno dei primi episodi spiega, traendo insegnamento dalla storia, quale sarebbe il modo migliore per attaccare la struttura aliena su Boston. Quando poi il piano si concretizza, nella versione più semplice e diretta, lui non muove alcuna obiezione. Lui, o meglio, gli sceneggiatori, si sono scordati di quello che era successo otto episodi prima.

Peggio ancora: per convincere suo figlio Matt a lasciare la scuola in cui si sono rifugiati per recarsi in un posto – apparentemente – più sicuro gli ricorda che gli abitanti di Londra sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale fecero la stessa cosa, spedirono i figli in campagna. Peccato che si dimentichi dell’altro elemento fondamentale di quella storia: inoltre gli abitanti di Londra, come di qualunque altra città sottoposta a bombardamenti, oscuravano le finestre per non far filtrare la luce all’esterno e diventare bersagli. Fateci caso: le finestre dalla scuola sono oscurate? No, non lo sono: di notte la luce delle candele è visibile all’esterno. Bravo, signor professore.

Per fortuna anche gli alieni hanno la memoria corta e si dimenticano di avere dei velivoli con cui potrebbero effettuare ricognizioni dall’alto. E si dimenticano di andare a controllare l’area da cui non hanno fatto ritorno due esploratori. Gli sceneggiatori si premurano di far ripetere più volte ai personaggi, a nostro beneficio, che gli invasori, appena si renderanno conto che uno dei Mech e degli Skitter inviati in esplorazione non sono rientrati, andranno a vedere che è successo nella zona che dovevano pattugliare. Ma niente.

 

Vi faccio notare una cosa. Noah Wyle è bravo: nell’arco delle 10 puntate si lascia crescere la barba. Logico no? Acqua razionata, Tom Mason non può sprecarla per fare toeletta. Ma suo figlio Hal ha sempre il capello impomatato perfetto. Mentre il capitano Weaver ha sempre la barba tipo Bruce Willis dopo una giornata dura. Questo è cercare il pelo nell’uovo, lo ammetto, ma il fatto che mi sia concentrato anche su questa imprecisione mostra chiaramente che non avevo proprio altro a cui badare. La serie è noiosa e costruita su una serie di situazioni e personaggi tipo sviluppati senza particolare fantasia.

 

Disastro completo allora? Quasi.

La recitazione è buona, gli attori ci credono e fanno quel che possono col materiale che hanno a disposizione. I personaggi sono validi, crescono e cambiano nel corso della serie e viene voglia di sapere che destino avranno.

Come detto, le scene d’azione sono di alto livello.

Anche se gli sceneggiatori non si ricordano cosa è successo nelle puntate precedenti, sono comunque scrittori preparati. Applicano alla lettera quello che hanno imparato alla scuola di sceneggiatura, scrivono seguendo lo schema tipico del tv show drammatico made in USA. Non ci mettono fantasia, ma quei meccanismi di base che ti fanno interessare ai personaggi e ti fanno venir voglia di vedere che succede nella prossima puntata ci sono. Il problema è che non è quella voglia spasmodica e urgente alla devo-vedere-il-prossimo-episodio-adesso-ora-subito! della prima stagione di Heroes (in lingua originale, non l’orrore di doppiaggio e adattamento visto da noi) e delle prime stagioni di Battlestar Galactica. E’ più un ok-sì-quando-ho-tempo-lo-vedo.

 

La serie è stata rinnovata per altri dieci episodi che andranno in onda la prossima estate. Segnale controverso. Da un lato il network crede nella serie, altrimenti non avrebbe ordinato una seconda stagione. Dall’altro non ci crede abbastanza da ordinare una stagione completa e mandarla in onda in autunno e inverno, quando la concorrenza è più feroce.

 

Anche se un po’ i film di invasione aliena hanno un po’ scocciato, c’è sempre speranza in un’opera firmata Spielberg. Speriamo che smetta per cinque minuti di giocare coi dinosauri di Terranova e rimetta in carreggiata Falling Skies.

Ecco il trailer di Falling Skies.

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