25 anni di Future Shock: Michele Nigro intervista Antonio Scacco

21 settembre 2011

Le domande che compongono l’intervista traggono ispirazione dalla lettura di Fantascienza Umanistica, raccolta di saggi firmati dal prof. Antonio Scacco e che rappresenta, per certi versi, un’antologia-manifesto da cui trae origine la ‘mission’ culturale del quadrimestrale di saggistica e narrativa di fantascienza Future Shock.

Michele Nigro, giornalista partecipativo, blogger, bibliotecario. Ha diretto dal 2003 al 2009 la rivista letteraria “Nugae”. Lettore onnivoro e appassionato di letteratura fantascientifica, ha pubblicato racconti e articoli su riviste e antologie. Cura il blog personale denominato “Nigricante”: http://michelenigro.wordpress.com/

 

1) MN. Lei afferma in Fantascienza Umanistica che la funzione principale della science fiction è o dovrebbe essere quella di ricucire lo strappo tra la cultura umanistica e quella scientifica. Non crede che questo compito debba essere assunto principalmente dalle istituzioni accademiche, dai governi, dai legislatori che spesso assecondano le esigenze economiche delle varie ‘lobby’ senza preoccuparsi della formazione dei cittadini?

AS. L’uomo è un essere di cultura, intesa essenzialmente in senso umanistico. La sua formazione avviene, perciò, attraverso quegli strumenti idonei ad accrescere la sua umanità, quali la filosofia, la pedagogia, l’arte e, in primis, la religione. Oggi, il processo di umanizzazione è messo in crisi dal conflitto tra il sapere umanistico e quello scientifico. La science fiction, poiché getta un ponte tra le due culture, si pone come valido strumento di umanizzazione.

2) MN. In qualità di intellettuale cattolico ed esperto di letteratura fantascientifica, come valuta l’attuale scenario socio-politico e culturale italiano? Viviamo, come molti credono, in un’epoca dominata da una sorta di ‘dittatura bianca’ coadiuvata da un sorridente potere videocratico travestito da ‘partito dell’amore’? Può la science fiction risvegliare le coscienze e contribuire a contrastare lo ‘stato soporifero’ in cui versa una parte dell’umanità, svelando illusionismi e trucchi propagandistici?

AS. Oggi, la scienza, nella sua degenerazione scientista, ha reso molti italiani pragmatici: gli ideali, le utopie e, con essi, la morale sono stati messi in soffitta. Fortunatamente, c’è una buona fetta della popolazione che crede ancora nella morale tradizionale e nei valori non negoziabili. La fantascienza, poiché stimola la fantasia creatrice, è in grado di sottrarre l’uomo al sonno della ragione.

3) MN. Lei afferma in Fantascienza Umanistica che la religione può svolgere un’importante funzione di mediazione tra scienza e umanesimo, e che la science fiction attribuisce alla religione un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo moderno. Quale è l’impegno della Chiesa nei confronti di tale mediazione? Le è mai capitato di conoscere, durante questi anni dedicati allo studio della fantascienza, membri del clero o religiosi appassionati di science fiction?

AS. La scienza ha radici cristiane. E’ del tutto destituita di fondamento l’accusa che la Chiesa sia nemica della scienza. Il concetto di umanesimo sapienziale-scientifico da cui trae ispirazione il mio libro, non è frutto di pensiero laicista, ma è stato elaborato da un gesuita: il filosofo e scienziato atomico p. Enrico Cantore. Per i gravosi impegni pastorali che, oggi, li attendono – attualmente, la Chiesa è attaccata non solo dall’esterno ma anche dall’interno – non si può pretendere che i preti si occupino anche di fantascienza. Tuttavia, l’attenzione per essa è desumibile indirettamente dal dibattito di alcuni teologi su argomenti tipicamente fantascientifici: la macchina del tempo e l’esistenza degli extraterrestri.

4) MN. Interessante, anche se ovvio per chi si occupa di sci-fi, il rimedio di invertire lo specchio del tempo proposto da Alvin Toffler nel saggio intitolato Future Shock (da cui Lei ha mutuato il nome del suo quadrimestrale): ‘studiare’ il futuro per capire il presente. Quali sono, secondo Lei, gli argomenti riguardanti il futuro non sufficientemente trattati dalla moderna sci-fi, valutando lo scenario narrativo e saggistico offerto in questo primo decennio d’inizio secolo?

AS. Secondo me, un argomento riguardante il futuro poco trattato dagli scrittori di fantascienza, tanto da avere l’impressione che su di esso pesi un interdetto, è la crescita esponenziale della popolazione musulmana. In uno studio pubblicato nel mese di gennaio 2011 dal Pew Research Center’s Forum on Religion and Public Life, si prevede che il totale di questa popolazione passerà, nel 2030, dagli attuali 1,6 miliardi a 2,2 miliardi. Se si tiene conto che, nella concezione originaria di Maometto (ultimo Profeta inviato da Dio), l’Islam è uno Stato, il cui fine ultimo è l’affermazione a livello mondiale del Corano, è facile immaginare lo scoppio di una Terza Guerra Mondiale (che, per la verità, è già latente e poco evidente con il fenomeno dell’immigrazionismo), per sottomettere definitivamente i popoli della Casa della Tregua (Dār al-Hudna).

5) MN. Nel capitolo di Fantascienza Umanistica intitolato L’infanzia maltrattata e la fantascienza non si accenna in alcun modo allo scandalo della pedofilia nella Chiesa. In qualità di intellettuale cattolico, quale è il suo pensiero in proposito? Dal momento che la dimensione religiosa, legata imprescindibilmente alla componente umana formante la Chiesa, svolge secondo Lei un ruolo fondamentale nella science fiction.

AS. Non voglio nascondermi dietro un dito e negare l’esistenza del caso dei preti pedofili nella Chiesa. Se non ne ho parlato, è perché la pubblicazione del mio libro è avvenuta qualche anno prima che scoppiasse lo scandalo. Ma non bisogna fare di ogni erba un fascio e permettere che questi crimini gettino nel dimenticatoio le centinaia di migliaia di uomini e donne, sacerdoti, religiosi e religiose, la stragrande maggioranza, che donano giorno per giorno la propria vita a Dio e ai fratelli in tanti ospedali, scuole, parrocchie, missioni…Penso che all’origine del fenomeno ci siano certi teologi che vanno propugnando tesi anticattoliche quali: il matrimonio dei preti, il sacerdozio alle donne, l’eucaristia ai divorziati e risposati, ecc. Il Cristianesimo diventa, per loro, sinonimo di buonismo, tanto da arrivare a sostenere la vecchia tesi di Origène, quella dell’apocatàstasis tòn pantòn, secondo cui l’inferno non esisterebbe.

6) MN. Nel capitolo di Fantascienza Umanistica intitolato La fantascienza in difesa del libro, nell’elenco delle ‘cattive letture’ che determinano la crisi del libro di narrativa, Lei include anche il ‘fumetto’: si riferiva anche ai fumetti tratti da opere di narrativa fantascientifica e che indirettamente, con la loro vendita, sostengono l’editoria di genere?

AS. Storicamente, è la fantascienza scritta che ha alimentato il fumetto e non viceversa. Si pensi al capostipite di tutti gli eroi fantascientifici con la nuvoletta in bocca, Buck Rogers, nato dalla fantasia dello scrittore Philip Francis Nowlan. Più in generale, l’ininfluenza dell’apparato iconico sulla science fiction è dimostrata dal fatto che le copertine sgargianti e le ricche illustrazioni interne non impedirono ai pulp magazines di scomparire. In particolare, il boom della fantascienza scritta si ebbe non con i pulp, quando cioè era predominante l’elemento grafico-visuale, ma, al contrario, quando, con l’avvento del pocket book, l’apparato iconografico venne completamente eliminato.

7) MN. Durante il trascorso primo decennio d’inizio secolo, ha personalmente registrato un aumento o una diminuzione dei pregiudizi contro la fantascienza (problema a cui Lei dedica un’intera sezione di Fantascienza Umanistica)?

AS. È di vecchia data il disprezzo per la fantascienza delle élites culturali. Ricordo la notizia, apparsa su un numero di gennaio 1985 de Il Corriere dell’UNESCO, dove si riferiva che i membri della Science Fiction Research Association trovarono, un giorno, trasecolando, sui loro tavoli nella sala delle riunioni, dei volantini con su scritte queste parole: “Smettiamola di dedicare studi e convegni alla fantascienza, e lasciamola tor­nare nell’anonimato: questo è il suo posto”. E adesso? I pregiudizi contro la science fiction non sono certo diminuiti. Un esempio? Il libro da cui traggono ispirazione le sue domande per l’intervista. Ebbene, molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. Alla fine, dovetti attingere ai miei magri risparmi di maestro elementare in pensione.

8 ) MN. Crede nella possibilità che si avveri in futuro il fenomeno cosiddetto della ‘singolarità tecnologica’? La science fiction deve limitarsi a descrivere i possibili scenari causati da questo potenziale evento o può svolgere un ruolo attivo ‘preventivo’?

AS. Il problema centrale del fenomeno della singolarità tecnologica è, a mio parere, non tanto il suo avvento in un futuro più o meno prossimo, quanto il suo impatto sul processo di umanizzazione dell’uomo. In altri termini, la realizzazione di un’intelligenza superumana, preconizzata anche dallo scrittore di science fiction Vernor Vinge, sarà in grado di attualizzare le potenzialità tipiche della dignità umana: emotive, intellettive e pratiche? La costruzione di macchine più intelligenti dell’uomo sarà un successo se raggiungerà gli obbiettivi su accennati, altrimenti sarà un fallimento completo. Il compito della fantascienza? Non limitarsi a creare scenari futuribili da incubo, a cui ci hanno assuefatti certi film come Terminator, ma innescare una riflessione filosofica ed etica come in certi romanzi di Stanislaw Lem, ad esempio Pianeta Eden (Eden, 1959).

9) MN. Fantascienza e scuola; fantascienza e università: da anni Lei si batte per l’istituzione in Italia di cattedre universitarie di fantascienza. Con l’introduzione della cosiddetta ‘riforma Gelmini’, quale sarà il destino della sua meritoria e interessante iniziativa?

AS. Che io sappia, l’istituzione di una cattedra universitaria non è una decisione presa dall’alto, ma da una commissione di cattedratici. L’on. ministro Gelmini e la sua riforma, dunque, non c’entrano. C’entra, invece, il parere dei critici accademici, per i quali la science fiction non fa parte della letteratura propriamente detta, ma di quel ghetto letterario, pittorescamente definito: para o infraletteratura, Kitsch, Midcult, Masscult… denominazioni che, nella loro molteplicità, tradiscono l’incertezza regnante tra gli stessi studiosi di “alta letteratura”. Ci sono, dunque, poche chances per l’istituzione, in Italia, di una cattedra universitaria di fantascienza, anche perché gli stessi appassionati si sono dimostrati, finora, poco interessati alla mia iniziativa: il mio appello, infatti, ha raccolto sono qualche centinaio di firme. Ma, come si dice, spes ultima dea.

10) MN. Si punta spesso il dito contro la rivoluzione scientifica e industriale quali cause dell’eccessivo dinamismo scellerato che caratterizza la società moderna. Le scelte controcorrente del singolo individuo, la sua cultura, la sua storia personale non hanno valore? Tutto dipende solo ed esclusivamente da chi sta ai vertici e decide per noi?

AS. La principale caratteristica della nostra civiltà, nata dalla rivoluzione scientifica galileiana e da quella industriale, è la velocità esponenziale dei cambiamenti, di fronte ai quali il nostro mondo mentale è spesso impreparato. L‘homo tecnologicus, infatti, al contatto con i mutamenti così rapidi e radicali prodotti dalla scienza, vive in uno stato di smarrimento e di angoscia ed è preda della malattia del nostro tempo, che il sociologo americano Alvin Toffler indicò con il termine di future shock. La conseguenza più eclatante e allarmante è l’abbandono, da parte dell’uomo d’oggi, della visione umanistica del mondo e l’accettazione supina del materialismo, del relativismo e del nichilismo. La scienza ha qualche colpa in ciò? Nessuna! L’unica sua colpa è di rivelare l’uomo a sé stesso, ma questi ha poi paura di autoaffrontarsi e di intraprendere lo sforzo necessario per accrescere la sua responsabilità morale e la sua umanità. Al contrario, tende a feticizzare lo strumento tecnologico, a farsene un dio – il dio delle technicae artes, come lo definisce il Concilio Vaticano II nel suo documento fondamentale Gaudium et Spes – diventandone schiavo, anziché padrone.

11) MN. E’ rivelatrice e per certi versi sconfortante l’affermazione di Ursula Le Guin, riferendosi all’immaginazione e da Lei citata in Fantascienza Umanistica: “…l’uomo […] è […] costretto a definire la propria virilità attraverso il rifiuto di certi tratti […] che la nostra cultura definisce “femminei” o “infantili”…” Quali consigli sente di poter dare a chi coltiva certe passioni ‘infantili’, come la letteratura sci-fi, ed è costretto a scontrarsi quotidianamente con pregiudizi sociali alimentati da substrati culturali arretrati?

AS. Il pregiudizio secondo cui la fantascienza non sarebbe che un cumulo di sciocchezze, l’ho sperimentato personalmente. Dopo una conferenza in una scuola secondaria di una cittadina pugliese, nel corso della quale avevo spiegato, in lungo e in largo, che cosa si doveva intendere per science fiction, un professore intervenne rimproverandomi per il fatto che io, un settantenne, continuassi ad occuparmi di fantascienza. Roba da non crederci! Ma che consigli dare agli appassionati, se, come scriveva il poeta Schiller, “contro la stupidità anche gli dei lottano invano”? Potrei suggerire loro di tenere testa ai pregiudizi con questi tre ‘fattori di sopravvivenza’: 1- esiste un corpus narrativo e critico fantascientifico di ragguardevole spessore; 2 – si possono dibattere, con la fantascienza, i problemi suscitati dall’idolo del nostro tempo: la scienza; 3 – la fantascienza è una terapia d’urto contro il future shock, causato dal dinamismo inarrestabile impresso alla nostra società dall’avvento della scienza. Questi tre capisaldi mi sono stati utili per venticinque anni. Perché non dovrebbero essere utili anche a loro?

12) MN. Nel paragrafo intitolato La macchina può avere l’anima?, in Fantascienza Umanistica, Lei esclude la possibilità che vi sia un’essenza spirituale al di fuori dell’uomo tradizionalmente inteso, creato a immagine di Dio. Eppure alcune teorie scientifiche (e soprattutto fantascientifiche) considerano la possibilità di ‘conservare’ la coscienza di un individuo indipendentemente dal ‘substrato’ portante (organico o sintetico): gli esseri umani del futuro, al di là dei propri corpi mortali, forse avranno la possibilità di ‘archiviare’ il pensiero, le esperienze, i ricordi e tutto ciò che appartiene al mondo interiore di un essere senziente e pensante, per poi ‘ricaricare’ queste informazioni su un nuovo ‘supporto’ e ricominciare in un certo qual modo a vivere! Lei pensa che in futuro la dottrina della Chiesa dovrà adeguarsi anche nei confronti di questa tematica, come già è successo in passato per altre questioni scientifiche, e considerare ‘a immagine di Dio’ anche altre forme di umanità?

AS. In un romanzo di Arthur C. Clarke, La città e le stelle (The City and the Stars, 1956), gli ultimi uomini della Terra possono vivere infinite reincarnazioni grazie alla registrazione su computer dei loro dati fisici e psichici. L’autore parte dal presupposto materialistico e darwiniano secondo cui con c’è sostanziale differenza tra la realtà organica e quella sintetica, essendo entrambe materia aggregata casualmente. Qui, non c’è bisogno di tirare in ballo la dottrina della Chiesa sull’immortalità dell’anima, verità riconosciuta anche dalla filosofia greca, o sull’uomo, creato a immagine di Dio. Basta la scienza, la quale ci dice che dall’inanimato non può venire l’animato, che da un sasso non può nascere la vita. Sulla Luna, su Marte, sul Sole, non c’è neppure un filo d’erba. Il Big Bang biologico sulla Terra è un mistero che tutte le ipotesi evoluzionistiche non riescono a spiegare, meno che mai a replicare nei laboratori di bioingegneria.

13) MN. Lei afferma in Fantascienza Umanistica che il filone sci-fi denominato ‘cyberpunk’ addirittura ostacolerebbe l’incontro tra scienza e umanesimo. Non potrebbe essere, invece, che il cyberpunk, proprio perché capace di descrivere certi aspetti tecnici e certe atmosfere appartenenti alla vita dell’uomo moderno, rappresenti un valido strumento per realizzare questo incontro? Cosa ne pensa di quei religiosi (sacerdoti, suore…), ormai numerosi, che utilizzano il ‘cyberspazio’ per avvicinare e assistere i fedeli?

AS. Nella sua storia più che bimillenaria, la Chiesa, come ricordava il grande papa Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la 36a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ha dovuto “varcare numerose soglie culturali” per annunciare il Vangelo a tutte le nazioni. Una di queste soglie, oggi, è rappresentata dal nuovo mondo del ciberspazio, Internet, dove, accanto a tante potenzialità positive, ci sono anche tanti rischi e pericoli. Il flusso, ad esempio, quasi infinito di informazioni che circola nel Web, può dare la falsa convinzione che i fatti valgono più dei valori. In un contesto dove niente è duraturo, potendo essere cancellato ogni file con un semplice click, viene a mancare lo stimolo a un pensiero e a una riflessione più profonde. Se non c’è un’adeguata preparazione, Internet favorisce – afferma papa Wojtyla – “un modo di pensare relativistico e, a volte, alimenta la fuga dalla responsabilità e dall’impegno personali”. Una simile interpretazione del ciberspazio è tipica del filone fantascientifico denominato cyberpunk. Nel romanzo che ne costituisce il modello esemplare, Neuromante (Neuromancer, 1984) di William Gibson, il protagonista Case non ha grandi idealità, se non quella di collegare il proprio cervello direttamente alla rete e di rubare le informazioni per poi rivenderle. È il tipico esempio dell’uomo schiavo e non padrone delle tecnichae artes e, dunque, non è in grado di realizzare l’incontro tra scienza e umanesimo.

14) MN. Fantascienza e crisi lavorativa. In Fantascienza Umanistica Lei individua nell’automazione e nell’informatica le cause della cosiddetta disoccupazione tecnologica, descritta in alcuni romanzi sci-fi. In concreto cosa proporrebbe quindi di fare per risolvere il problema della disoccupazione: di rispolverare il Luddismo, ritornando tutti a una sana vita agricola pre-industriale, oppure di cercare un realistico compromesso tra il progresso e un nuovo ruolo dell’uomo nella produzione?

AS. Il paradosso del nostro tempo è che la scienza ci offre gli strumenti necessari per realizzare un’era di pace e di prosperità in ogni angolo del nostro pianeta, ma ciò non avviene. Perché? Credo che la causa principale sia da ricercarsi nell’eccessiva frammentazione del tessuto sociale, causato dall’abnorme individualismo da cui è afflitto l’homo tecnologicus. Si pensa soltanto al proprio tornaconto personale, ai vantaggi corporativi, alla soluzione provvisoria e abborracciata di problemi di vitale importanza, tra cui il lavoro. Io non sono né un sindacalista, né un economista, né un politico. Penso, però, che il problema della disoccupazione tecnologica si possa risolvere con una maggiore unità d’intenti, con un obiettivo comune da raggiungere, con un’iniezione di fiducia nel futuro. Ciò sarà possibile dando spazio alla fantasia creatrice, al “mondo oltre le colline” (Alexei Panshin), agli ideali, all’utopia e, soprattutto, al messaggio universalistico e al dinamismo soprannaturale del Cristianesimo, in cui l’attuale contesto di civiltà affonda le sue radici.

15) MN. Nel capitolo Decattolicizzazione, scienza e fantascienza di Fantascienza Umanistica, Lei afferma che in futuro la religione conoscerà gravi crisi ma non scomparirà. Dal momento che l’umanità, molto prima dell’avvento di Gesù Cristo, ha dimostrato di possedere una propria sapienza e una propria spiritualità, non si potrebbe ipotizzare il ritorno a una religiosità ‘arcaica’, non mediata da ‘personaggi storici’ di origine divina?

AS. Indubbiamente, prima di Gesù Cristo, l’umanità aveva una sua spiritualità e una sua sapienza. Nel mondo greco-romano, accanto ad una religiosità idolatrica intrisa di superstizioni, di sacrifici di animali e di prostituzione sacra, c’era una religiosità più elevata, di cui troviamo tracce nel filosofo Platone e nel poeta Virgilio Marone. E, allora, perché molti pagani abbracciarono il Vangelo di Gesù? Forse perché, secondo l’accusa di Plinio il Giovane, erano afflitti da inflexibilis obstinatio o forse perché, come ironizzava il filosofo-imperatore Marco Aurelio, erano presi da puro spirito di opposizione (psilé paràtaxis)? In realtà, il mondo pagano e la religiosità che ne scaturiva, non erano del tutto soddisfacenti. La violenza dominava l’uomo, la famiglia e la società. I bambini malformati venivano gettati giù dal monte Taigeto, si praticava la legge del taglione e i vinti diventavano schiavi dei vincitori: vae victis! C’è una frase del filosofo Seneca, il maestro di Nerone, che è rivelatrice della mentalità pagana e, nel contempo, dell’insoddisfazione che l’attanagliava. Parlando degli schiavi, egli affermava: servi sunt sed homines! Credo che l’umanità non ne trarrebbe nessun vantaggio nel ritornare ad una religiosità pre-cristiana. Già i frutti negativi di un simile tentativo, si vedono al presente: droga, pornografia, aborto, divorzio, ubriachezza, stupri, ecc. Mancano solo i giochi gladiatorii!

16) MN. Nel capitolo La fantascienza sta morendo? di Fantascienza Umanistica, Lei espone quelli che dal suo punto di vista rappresenterebbero dei ‘segnali inquietanti’ e tra questi include la ‘contaminazione’ tra generi letterari. Non sarebbe ipotizzabile semplicemente un’evoluzione della science fiction, anziché paventare una sua ‘morte per diluizione’?

AS. Nella storia della fantascienza, c’è stato sempre qualche scrittore che, non conoscendo forse bene le origini scientifiche del genere, ha cercato di cambiarle il codice di identificazione: James Ballard con la new wave, William Gibson con il cyberpunk, Jacques Sternberg con il surrealismo, ecc. Ma sono stati tentativi conclusisi tutti con un fallimento. Il motivo? La fantascienza non ha una genesi letteraria, come il Classicismo, il Barocco, l’Arcadia, il Romanticismo, il Verismo, ecc., ma nasce e si sviluppa con l’avvento della scienza moderna. Il primo romanzo di fantascienza, Frankenstein (Frankenstein, or the Modern Prometheus, 1818), nasce dall’ipotesi darwiniana che Dio è “assente dalla creazione: perciò l’uomo è libero di creare una propria sub-vita” (Brian W. Aldiss, Un miliardo di anni). Ecco perché Isaac Asimov raccomandava caldamente ai giovani scrittori di leggere testi di divulgazione scientifica. Ma, poi, chiediamoci: se la science fiction viene mescolata con gli altri generi narrativi, come potrà svolgere efficacemente la sua funzione di ponte tra i due saperi?

17) MN. Come e perché è nata l’idea di pubblicare un’antologia di racconti per celebrare i 25 anni del quadrimestrale Future Shock da Lei diretto?

AS. Quando, per ragioni di lavoro, per esigenze familiari o per motivi di salute, siamo costretti a lasciare il nostro ambiente e a trasferirci altrove, è esperienza comune che in noi si verifichino dei cambiamenti nel modo di pensare, di esprimerci, di comportarci, ecc. È esattamente quello che è capitato a me. La mia formazione è stata eminentemente classica e i miei maestri sono stati i grandi della filosofia e della letteratura: Platone, Aristotele, sant’Agostino, san Tommaso, Dante Alighieri, Shakespeare, Foscolo, Byron, ecc. Per una serie di circostanze, ho dovuto occuparmi di fantascienza. All’inizio, mi sembrava una tappa marginale del mio iter verso il traguardo dell’insegnamento nelle scuole secondarie. Ma, man mano che approfondivo i miei studi e le mie ricerche sulla science fiction, cominciai a capire che mi trovavo di fronte alla punta di un iceberg di notevole spessore e grandezza. Così, l’episodio contingente si trasformò in nucleo centrale del mio impegno culturale e professionale. Non solo, ma dovetti cambiare anche mentalità e modificare il mio approccio alla cultura e alla letteratura. In sintesi, il motivo che mi ha spinto a pubblicare l’antologia Racconti del venticinquennale, è stato il desiderio di guardarmi indietro e riflettere sul cammino percorso.

18) MN. Può fornirci qualche anticipazione sulle novità, le idee, i progetti che caratterizzeranno i prossimi numeri di Future Shock?

AS. In un romanzo breve di Robert A. Heinlein, Alla deriva nell’infinito (Universe, 1941), gli occupanti di una gigantesca astronave generazionale dimenticano, ad un certo punto, non solo lo scopo della loro missione, ma scambiano anche lo spazio artificiale in cui vivono, per l’intero universo. È questa, secondo me, la condizione dell’umanità d’oggi: ha dimenticato non solo lo scopo per cui esiste, ma ha anche scambiato per definitivo il luogo provvisorio in cui vive. Perciò, la linea editoriale che intendo seguire per i prossimi numeri è di smuovere le acque, di mettere in luce le radici cristiane della nostra civiltà, di far capire perché il Cristianesimo ha, come scrive Rodney Stark in La vittoria della ragione, un “legame così stretto con l’ascesa della civiltà occidentale”. E – aggiungo io – con il sorgere della fantascienza!

19) MN. Cosa le ha insegnato questa avventura durata un quarto di secolo? Cosa vorrebbe migliorare e cosa invece non cambierebbe mai della sua rivista?

AS. Nell’arco di venticinque anni, ho spesso incontrato persone di ogni ceto sociale e di ogni formazione culturale, che mi dichiaravano, a volte in modo roboante, la loro passione per la fantascienza, ma, dopo un po’, sparivano all’improvviso, senza più dar notizie di sé e dimostrando così che il loro amore per la science fiction era solo un fuoco di paglia. Istruzioni per l’uso: la fantascienza ha, sì, bisogno di persone appassionate, ma la passione non basta. Occorre anche la costanza e, soprattutto, l’attenta riflessione critica. Non è facile, tuttavia, incontrare appassionati che si occupino a tempo pieno di fantascienza. A motivo di ciò, mi trovo a svolgere da solo il lavoro redazione, che non è semplice: elaborare graficamente i testi, stamparli, assemblare le pagine, cercare il tipografo d’animo buono che dia una rifilatina alle poche centinaia di copie della mia rivista. A volte, mi mancano le recensioni, a cui sono costretto a provvedere io stesso, immergendomi nella lettura di tre/quattro romanzi o nella visione di qualche DVD. Lavorare in solitudine è defatigante, ma ha anche i suoi vantaggi: si evita di impelagarsi in inutili polemiche e di beccarsi come i polli di manzoniana memoria.

20) MN. Le rivolgo la stessa domanda che Lei lascia in sospeso a pag. 69 di Fantascienza Umanistica (edizione 2009): “Chi risolleverà, nel terzo millennio, le sorti della fantascienza italiana?”

AS. Comunemente, si ritiene che la fantascienza italiana non decolli perché afflitta da un complesso di inferiorità verso la letteratura alta o mainstream. La verità è che non riesce ad esprimere autori non dico del livello di un Aldous Huxley o di un George Orwell, ma neanche di un Gregory Benford o di un David Brin, perché troppo impegnata a fare politica, a difendere a spada tratta questa o quella fazione, ad essere usata come corpo contundente contro questo o quel personaggio. È, insomma, un elemento più di divisione sociale che di unione. Perché la fantascienza italiana possa risorgere dalle sue ceneri, è necessario che si liberi dall’ipoteca politica e da quella letteraria. Lo scrittore dev’essere più un divulgatore della scienza che un ideologo, più un narratore che un abile manipolatore della forma e del linguaggio.

 

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