Frammenti di Lucca Comics & Games 2011 (II)

12 novembre 2011

I miei occhi si aprono su di un soffitto sconosciuto.

Provo a verificare se la notte è stata di conforto ma dolorosi impulsi nervosi mi ricordano dell’esistenza di muscoli che avevo dimenticato. Cerco le forze necessarie per alzarmi con scatto felino dal letto del B&B e ricordo di aver mancato il giorno prima almeno tre live serali, un concerto di tamburi taiko ed una rassegna di autori di un qualche interesse. Peccato. Ma non è possibile toccare tutti gli eventi della fiera lucchese se non si possiede il dono dell’ubiquità od una riserva di energia fisica inusuale.

In piedi, marine.

Striscio poco atleticamente in bagno e mentre l’acqua tiepida bacia pelle e barba mi rendo conto che lo stress quotidiano che normalmente mi accompagna, amalgama di mille piccoli problemi e preoccupazioni, si è messo momentaneamente da parte e so con certezza che questo vale anche per la maggior parte degli altri frequentatori della fiera. E’ un pensiero rinvigorente.

La colazione è soddisfacente e nell’arco di mezz’ora vengo scaricato dai miei amici di fronte alla biglietteria di Porta San Pietro: in pochi secondi il mio polso viene stretto da un nuovo braccialetto di carta colorata. L’aria è frizzante senza essere fredda, la striscia di erba innanzi alle mura cittadine è ancora semivuota ed i pochi coraggiosi già in movimento sono sorridenti, ciarlieri e affannati. Si ricomincia.

Lucca Comics & Games è un luogo di incontri casuali, appuntamenti, riunioni. Amici che non si vedono di persona da mesi, forse anni, perchè troppo distanti o perchè, come spesso capita, si è troppo occupati si reincontrano sotto le arcate dei palazzi antichi. Gruppi di MMORPG, di chat, di forum approfittano dell’occasione per mangiate collettive, ricordare azioni gloriose contro i boss di fine livello, scambiarsi informazioni faccia a faccia e discutere degli ultimi avvenimenti sociali.

Forte di un cellulare funzionante riesco a placcare Izhim-ur-Baal, una delle vecchie guardie mia pari di Vampiri la Masquerade e setting connesso prima dell’avvento di Justin Achilli e della nuova edizione. Ci sediamo all’esterno di un caffè del corso principale e mentre leggo lo scontrino mi rendo conto che il vestito da membro della Banda Bassotti del cameriere probabilmente non è un cosplay.

La folla rumorosa ci sfiora a pochi centimetri  mentre parliamo amabilmente del passaggio graduale dei giochi White Wolf verso il powerplay degli anni ’90 e della nascita della Camarilla ufficiale, della “modularizzazione” di Requiem che probabilmente ne decretò infine il fato e della nostra passata collaborazione con la 25th Edition (mio il lavoro sul setting italiano di Vampiri ne Le Ultime Notti, suo doveva essere un quinto scenario, purtroppo mai pubblicato, di Gehenna ispirato a “Il Nome della Rosa”). Siamo l’equivalente geek dei due vecchietti che discutono dei “bei tempi andati”.

Mentre ci accomiatiamo vengo intercettato per caso da Ciro, “Due” e Cristiano, come me veterani dell’eternamente comatoso Cainiti.it: mi informano rapidamente su come è andata la prevista reimpatriata tra i decani del sito vampirico di due sere prima dopoichè svaniscono tra i padiglioni alla ricerca di fumetti di difficile reperimento.

Se l’elemento commerciale è la forza motrice indubbia della fiera sono i cosplay ad essere divenuti gradualmente e inesorabilmente il suo richiamo più vistoso. Estremamente elaborati o ingenuamente rozzi, assemblati all’ultimo momento in maniera furbesca o lavoro principale dei loro creatori nell’ultimo anno i costumi esplodono nella loro varietà, riempiendo le arterie principali e viuzze secondarie della cittadina.

Supero dozzine di decadenti vampiri vittoriani reduci dai live serali e tonnellate di putridi zombi e macchina fotografica in mano scatto a raffica cercando di catturare il numero maggiore di cosplayer con riguardo verso quelli più inusuali, meno comuni.

In genere non considero particolarmente interessanti i membri del cast di Dragonball, Naruto, Death Note, Full Metal Alchemist e Bleach: in alcuni casi i loro trucchi, le loro armi e le loro maschere sono veramente apprezzabili per l’impegno profuso e di certo visibile ma la mia superba preferenza va a serie lievemente più di nicchia, ai grandi classici rielaborati e reinterpretati o, ancor meglio verso cyberdollz e altri personaggi inventati con gusto per l’occasione.

Eccomi quindi a trasformare in .jpg un Phemt in tuta di lattice dai lucidi riflessi a pochi metri da un Guts ricoperto dall’armatura logora del Berserk, una Bia con tanto di ombrello che tradisce un sorriso di orgoglio, un perfetto Actarus in posizione plastica, una Seras Victoria da Hellsing che riesce a mantenere in precario equilibrio un cannone Halconnen più alto di lei, una squadra cremisi e crema di ZAFT da Gundam SEED che si muove compatta, una unità di marines di Halo che si schiera in formazione. Dettagli e visione di insieme, questo è il trucco per attirare lo sguardo vorace delle masse.

Non esistono momenti di pausa, riposo e persino di intimità per i cosplayer e questi lo sanno, accettando le regole non scritte di Lucca: anche mentre Siegfried di SoulCalibur si concede un panino stroncato dal peso della sua corazza o il cast intero del Mago di Oz si siede in un caffè i fotografi non smettono di riprenderli, mai. E ne hanno ben donde: basta un attimo di distrazione ed un cosplay unico si perde inghiottito nella folla, scomparendo nel nulla. Catturare l’immagine, subito, prima che sia troppo tardi.

Se sono le ladre in tuta aderentissima e le sexy infermiere con calze a rete ad attirare maggiormente gli obiettivi professionali la parte più stimolante del gioco per me è nel riconoscere il personaggio, meglio se secondario, meglio se non appartenenete non a manga o anime o videogame quanto a serie TV (NCIS, Lost, CSI), a film di culto e/o trash (Delirio e Paura a Las Vegas, Borat, Sucker Punch, Italian Spiderman), a GdR che entrano così in un altro reame per intero: mi fermo di fronte al seguito dell’Inquisitore di Sine Requie, la sua Doppia Corona Spinarum in legno è un lavoro ammirevole e sebbene già viste e riviste le armature dei Guerrieri votati a Khorne, Slaanesh e Tzeench mi lasciano stupito per i particolari incisi su di esse, plasmati da amorevoli mani.

Si ferma la folla attorno alle scenette progettate ad hoc o create sul momento: Pikachu affronta all’ultimo colpo Ryu di Street Fighter, il grottesco Testa di Piramide e le inquietanti infermiere di Silent Hill cercano di afferrare i passanti, l’Imperatore e la sua scorta di Stormtrooper della 501esima Legione che si fanno strada tra la folla, le forze speciali Umbrella che trasportano in gabbia un letale Licker attraversando la folla estasiata, l’equipaggio della Perla Nera che anticipa il suo arrivo sulle note di violino, Altair di Assassin’s Creed viene immortalato mentre si arrampica sulle colonne delle porte cittadine.

Sia seta, cotone, polistirolo, lamiera o gommapiuma il genio del cosplay non si ferma all’abito, ai gadget, alle armi: la macchina dei Flintstones inclusiva Fred, Wilma, Betty e Barney sfreccia a fianco della Doppio Zero delle Whacky Races e ad una Yamato necessariamente superdeformata. Shinigami enormi poggiano sulle spalle dei loro ospiti legati fermamente con cinghie di cuoio mentre un realistico (almeno frontalmente) Trono di Spade si sposta assieme ai belligeranti Stark.

Non sfuggono alla febbre del cosplay bambini e cani, con risultati alterni.

Non è una esperienza che si conclude con la semplice prima vista quella del cosplay lucchese: la si avverte sulla pelle, con la vibrazione della sinergia tra modelli, fotografi e osservatori. Tutte le mie mille e quarantasette foto non possono replicare la ricchezza dell’attimo e penso quanto sia risibile il tentativo di rinchiudere questo mondo in testi sociologici senza anima o senza reale immersione.

Nonostante frequenti la fiera da più di un decennio la planimetria medioevale della città riesce sempre a confondermi e allontanatomi dalla via principale sono costretto a muovermi usando solo la percezione dei flussi dei costumi più “mangosi”. La mia tattica funziona e raggiungo infine il Japan Palace mentre cala il sole. Mostro per l’ennesima volta biglietto e bracciale al personale ed entro.

Non sono preparato.

Superate le antiche porte i miei occhi vengono aggrediti violentemente: negli stand centinaia, migliaia, decine di migliaia di peluche, gashapon, action figures, borse, portafogli, diari, magliette, poster, cappellini, collane, penne, maschere, fasce, anelli, man-ga originali, bambole tradizionali, salvadanai ed altri oggetti la cui funzione esula dalla mia comprensione ma sono certo che qualcuno comprerà. L’animalista convinto che è in me osserva con non poco fastidio il kingyo sukui, il tentativo di catturare pesci rossi con il fragilissimo retino di carta.

Mi muovo cercando di cogliere il maggior numero di dettagli, figure, composizioni ma il loro mero numero mi soverchia. Le trattative in corso sono rumorose, degne talvolta di un suq arabo, ma la concorrenza agguerrita impone sconti maggiori del solito: comprendo ora che spostare parte delle attività nel Padiglione Carducci è per un negozio di gadget una scelta più che razionale.

Distributori automatici di giapponeseria varia dividono lo spazio con bacheche che espongono i modelli di una discreta varietà di Real Robot e Super Robot dagli anni ’80 ad oggi. Un poster pubblicizza tutte le opzioni del costoso Black Jeeg in edizione limitata. Poco distante vi è un prototipo del Big Shooter che verrà commercializzato solo tra qualche mese. Schiere su schiere di snodabili Santi di Bronzo e Oro, classiche e moderne maho e majokko fornite di variegate bacchette, puccettosi gatti e pinguini: tutto pressato sui banconi oltre il credibile. La quintessenza della cultura anime più commerciale in Italia è racchiusa in pochi metri quadri. Sono ipnotizzato, in più di un senso.

Gradualmente mi rendo conto che sono le statuette femminili ad ottenere, comprensibilmente, maggiore attenzione da parte del pubblico: dal kawaii all’ecchii attraverso ogni sfumatura che divide il sottile erotismo dalla dichiarata pornografia e la timida innocenza dalla palese lascivia si stagliano in ordine sparso dietro vetrine di Ikea pudiche cameriere ottocentesche, studentesse in minigonna armate di katana e di gigantesche falci, prosperose manager d’assalto, lolite anoressiche in tute di pelle e latex, elfe seminude ed ogni possibile permutazione e variazione di Rei Ayanami e Asuka Sonryu Langley che risvegliano gli ormoni di maturi otaku e attendono con pazienza i futuri proprietari. Noto perplesso che questa sfilata di mutandine, calze, reggiseni e precisi dettagli di anatomia femminile priva di veli in alcuni punti è precisamente ad altezza bambino.

Gundam, più che mai forte grazie alla serie originale venduta e rivenduta in edicola, si staglia minaccioso sugli avventori intrappolati da alte pile di Perfect Grade, Master Grade, High Grade e Real Grade di Seed, Seed Destiny e 00: da purista dell’Universal Century sfioro i Mobile Suit della One Year War e dei Titans scala 1/144 che mancano alla mia selezionata collezione: ma quello non è un introvabile Neue Ziel? E questo Z’Gock non è praticamente regalato? Perchè non iniziare con i nuovissimi MS di Unicorn? Mentre sto per muovermi alla volta della cassa il ricordo dei miei modelli dipinti a metà se non addirittura ancora da montare mi spinge a malincuore a posare le confezioni. Riesco a soffocare parzialmente quell’impulso di acquisto da me deriso durante la lettura di “I Love Shopping” comprando un economicissimo Scopedog Red Shoulder Custom della serie Armored Trooper VOTOMS, piccolo e nel nostro paese semisconosciuto gioiello degli anni ’80 e mi ritengo quasi appagato. Dopo pochi minuti ne compro altri quattro. Dannazione.

L’offerta al secondo piano del Palace è a tuttotondo: da lezioni di lingua a viaggi organizzati verso il Sol Levante a corsi di disegno e di giochi tradizionali. Seguono mostre e rassegne con gli autori, primo tra tutti l’apprezzato Jiro Taniguchi.  Non manca ovviamente il punto di ristoro a tema che propone sakè, katsudon e onigiri.

Il NKGC Contest ha conquistato un locale all’interno del Palace, forse troppo piccolo per il numero e dimensioni dei pezzi esposti. Rispetto al Trofeo Grog questi modelli sono in genere assai più imponenti -una gigantesca Yamato riempie come un piccolo sarcofago egizio una intera teca-  e riproducono prevalentemente ma non esclusivamente mezzi meccanici: Mortar Headd di Five Star Stories, caccia di Star Wars e Galactica, Frog Suits da Schnabelgun, fanciulle con moto hi-tech di matrice shirowiana. Naturalmente sono le varie interpretazione del Mobile Suit bianco a fare da padrone tra costose UC Hardgraph, torsi di mecha e stupefacenti diorami interamente scratchbuilt: la materia verde lascia lo spazio al plasticard ed il pennello all’aerografo ma l’ammirazione per la cura certosina del dettaglio rimane.

Mentre la giornata si va a concludere le Catwoman e le Harley Quinn, stremate e sfatte, fanno gradualmente posto a più generici ma non meno sinceri streghette e mostriciattoli: probabilmente anche per la presenza della fiera durante il periodo Halloween qui è molto sentito ed i bimbi corrono di portone in portone richiedendo con imbarazzate risatine “dolcetto o scherzetto”.

Preferisco festeggiare a modo mio, con un piatto di tortelli alla zucca e patate al forno, in ristretta compagnia.

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