Frankenstein’s Army

30 luglio 2013

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale una eterogenea pattuglia di soldati sovietici penetra le linee nemiche: lo scopo è quello di girare un film di propaganda per il regime comunista testimoniando la disfatta dei nazisti. Quando la pattuglia, tagliata fuori dalle proprie forze, riceve una misteriosa richesta di aiuto da parte di truppe alleate asserragliate in un villaggio tedesco il suo comandate decide di muoversi iniziando un percorso che spalancherà le porte di un inferno generato dalla mente umana

Un anno fa, quando vidi il teaser trailer di FA, provai un vago interesse: non vi era nulla di realmente innovativo nel sincretismo tra nonmorti e nazisti (vedi Dead Snow, Secrets of the Third Reich ed il nostrano Sine Requie) ma l’idea aveva delle potenzialità ancora da sfruttare.

Quando successivamente mi ritrovai innanzi agli occhi il Red Band Trailer ne rimasi turbato ed intrigato. Lobotomie senza anestesia, vivisezioni, inquietanti e grottesche creature che un tempo erano state uomini fusi con avanzi industriali ed un gruppo di soldati sovietici terrorizzati che sarebbero stati massacrati (i più fortunati, probabilmente); tutti elementi che se ben dosati potevano gettare le basi di un classico del genere.

Nelle settimane successive visionai il trailer ripetutamente, lessi le interviste al regista norvegese Richard Raaphorst (già collaboratore di Brian Yuzna e quindi una garanzia) e studiai il design delle aberrazioni biomeccaniche, le loro storie che non avrebbero trovato per tempo o necessità spazio nel film, la loro evoluzione dalle bozze originali. Gradualmente percepii sulla Rete un senso crescente di anticipazione da parte di un numero sempre maggiore di fan non tanto del prodotto quanto dell’intrigante concetto.

Il film vero e proprio, evoluzione del mai prodotto Worst Case Scenario, in alcuni momenti sfiora, cerca di sedurre, quasi afferra ma non tocca mai il potenziale promesso.

La scelta del “found footage” non è tra le più fortunate e di certo non è tra le più riuscite del genere: è necessario uno sforzo di immaginazione per credere ad una camera che offra una tale definizione e fornita di microfono negli anni ’40 e peggio ancora ad accettare l’uso di alcune inquadrature visibilmente forzate nonchè l’improbabile capacità dell’operatore di farsi sorprendere continuamente dai goffi e rumorosi mostri a pochi passi da lui

FA risente di un tipo di regia in qualche modo incerta nonostante l’innegabile visione d’insieme e preparazione certosina: gli attori sono dimenticabili per non dire legnosi tanto nella recitazione, eccessivamente sopra le righe (forzato l’accento russo, senza convinzione le violenze perpetrate contro i tedeschi e poco credibili le liti all’interno del gruppo), quanto nei combattimenti, caotici ma mai entusiasmanti ed i loro personaggi risultano intercambiabili, ben distanti dai Colonial Marines di Aliens che erano comprimari della pellicola al pari degli xenomorfi; pensato come uno spara e fuggi in prima persona FA ne ricalca l’elemento stilistico concentrandosi sulla presenza (o la più temibile assenza) delle creature e tralasciando ogni tipo di introspezione o sviluppo degli umani, qui ridotti a figure di cartone definite solo dal ruolo (“vecchio sergente veterano”, “cecchino silenzioso”, “radiofonista polacco”, “vice ambizioso e arrogante”): unica eccezione nel cast è Karel Roden (Hellboy, A Serbian Film) che nel ruolo di Frankenstein ci offre un istrionico Mad Doctor, degno dei suoi predecessori della Hammer.
Importante, se non più importante, protagonista è la location estremamente realistica, fedele alla pur deformata tecnologia dell’epoca, coerente con l’ambientazione e l’atmosfera: un dedalo di strutture dilapidate e tunnel fatiscenti, sale-tempio di un industrialismo dieselpunk disumanizzante, scannatoi-miniere, laboratori-discariche dove carne morta o morente e rifiuti tecnologici si fondono in un amalgama folle.

Naturalmente a farla da padroni sono le creazioni dello scienziato pazzo, gli zombot: una fiera di ibridi che spinge al limite, già elastico, la domanda: “come si possono usare dei resti umani per creare dei mostri meccanici?”.
Ogni creatura è unica, realizzata esclusivamente con make-up e protesi, pensata per avere una propria funzione talvolta secondaria o irrilevante se non voluttuaria e per questo ancor più grottesca: sfortunatamente il film non ci consente di apprezzare adeguatamente i dettagli di alcuni dei cyborg più interessanti persi in apparizioni di frazioni di secondo, nell’oscurità o con la distanza.

Globalmente Frankenstein’s Army non può essere assolutamente  considerato un brutto film horror ma nonostante le premesse ed i tentativi sinceri non è il Gran Bel Film che poteva e doveva essere.

In alcuni punti le pennellate personali del regista sono brillanti (la croce coperta da tubi, cavi elettrici e dispositivi elettronici, rappresentazione metaforica di una resurrezione artificiale; la chiesa trasformata in fabbrica; l’omaggio allo Space Jockey gigeriano: la definizione di “camera con le gambe” dell’operatore che diviene quasi una profezia) ma il ritmo che improvvisamente rallenta nella seconda parte del film unito alla totale mancanza di empatia verso i personaggi non permette allo spettatore di immedesimarsi realmente, lasciandolo innanzi ad un paradossalmente asettico tunnel dell’orrore, ad un baraccone rutilante apprezzabile per la varietà di mostruosità offerta senza scadere nel facile torture porn e l’impegno profuso ma mai realmente coinvolgente.

Un più che dugnitoso film da gustarsi in casa con amici appassionati del genere con birra e popcorn e la seconda volta col dito sul pulsante pausa.

FrankArmyPoster

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