Ho visto il film di Capitan Harlock e…

2 gennaio 2014

Capitan-Harlock-poster-itaÈ il 1979, ho 7 anni. Mio padre mi sta crescendo a film di pirati e cowboy. Goldrake mi ha cambiato la vita, Guerre Stellari di più ed è un western spaziale. Poi arriva Capitan Harlock, il pirata dello spazio. Pirata. Nello spazio. È amore.

È il finire degli anni ’80, gli ultimi anni da teenager, ma i 18 sono ancora un pensiero lontano. Arrivano l’Arcadia della Mia Giovinezza e Capitan Harlock SSX, seguiti poi dalle repliche della serie originale. Con i miei amici abbiamo un rituale: ci vediamo il sabato per giocare di ruolo e facciamo un’ora di pausa per guardare insieme la double feature Capitan Harlock – Robotech, come quando eravamo piccoli e vedevamo i cartoni insieme. SSX è diverso dalla serie originale e già si capisce la tendenza di Leiji Matsumoto a prendere i suoi personaggi e girarli, rigirarli, reinventarli e riraccontarli come gli pare. Ma Harlock è sempre Harlock e la bandiera pirata vuol dire ancora libertà.

È il primo gennaio 2014, ho 41 anni, i 42 all’orizzonte. Ad aprile 2010 ho saputo del film in CGI di Capitan Harlock. Poi i teaser, i trailer, l’annuncio dell’uscita al cinema anche da noi. Il conto alla rovescia, l’appuntamento dato agli amici per oggi fin dalla fine dell’estate. La giornata passata canticchiando la sigla del cartone, anticipando il momento dell’ingresso in sala. Ma la cosa importante è come sono uscito da quella sala.

Ne sono uscito meh.

Data la tendenza di Matsumoto a rebootare il personaggio in versioni sempre nuove, leggermente diverse e, per me, decisamente peggiori dell’originale non mi aspettavo un lungometraggio tratto dalla serie del 1978. Il giudizio di un’amica che lo aveva visto a Venezia (è ok) e di una, appassionata come me, che lo aveva visto in Giappone (è buono, dai) mi avevano già fatto capire che non mi sarei trovato davanti a un film che mi avrebbe fatto uscire dal cinema cantando a squarciagola la sigla del cartone.

Sono invece uscito dal cinema commentando che avevamo appena visto un film con una storia alla Final Fantasy con i personaggi di Capitan Harlock.

L’aspetto visuale è glorioso. Il budget di 30 milioni di dollari non ha trasformato la Toei nella Pixar, ma quello che ho visto mi è piaciuto e molto. Il dettaglio, l’inventiva, la cura in quello che si vede sullo schermo sono notevoli. L’ascensore orbitale di Marte mi ha rallegrato. Quando uscirà l’artbook del film, sarà mio.

Le battaglie spaziali sono un po’ noiose: l’Arcadia volteggia tra centinaia di astronavi tutte uguali, tutte ferme a farsi distruggere in formazione, perché è chiaro che non c’erano i soldi né per sviluppare vari modelli di navi, né per realizzare scene d’azione coreografate. Ma quello che funziona, funziona alla grande.

Ma il capitano-c’è-un-capitano? Capitan Harlock non è il protagonista, i personaggi principali della vicenda sono i due fratelli Yama ed Ezra e la storia di Harlock si incardina sul conflitto tra i due. Questa non è una scelta sbagliata: permette di tenere il capitano al di sopra e al di là della storia, rendendolo una figura più grande, sovrumana, eccezionale e contribuendo al suo fascino. Forse non è l’Harlock della mia giovinezza, ma è indiscutibilmente un Capitan Harlock. Forse più confuso. Forse anche più ingenuo per certi versi, ma è Harlock.

Il resto dell’equipaggio fa il suo dovere, ma sospetto che giudico con occhio benevolo perché proietto su Key Yuki, Yattaran e Meeme i ricordi delle loro versioni animate. E sicuramente il ricordo delle versioni animate mi ha permesso di capire delle cose che nel film non sono spiegate e possono confondere chi non conosce l’originale. Sto parlando di te, computer di bordo.

La storia fa acqua da tutte le parti. È confusa e raffazzonata prendendo un po’ di Final Fantasy, un po’ di Wall-E, qualche frase a effetto che non è che c’entri molto con la trama del film e chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere, spiegoni infiniti e momenti soporiferi. Le terrificanti, interminabili tirate di technobabble e l’uso sportivo di termini come strategia, tattica, tecniche navali sono insopportabili e non da imputare all’adattamento italiano: sono certo che ci fossero anche in originale.

Il doppiaggio italiano, che mi aveva convinto nel trailer, non regge spalmato sulle due ore di durata del film. Ma siamo fortunatamente lontani dagli abissi toccati con Pacific Rim.

E quindi?

E quindi, nonostante tutto questo, nonostante tutto sommato in fondo in fondo un po’ sperassi di uscire dal cinema esaltato come dopo la prima visione della prima serie tanti anni fa e invece ho visto un film meh, non sono deluso.

Se non avete mai visto niente di Capitan Harlock, neppure la versione discutibile dell’Anello dei Nibelunghi (che per Matsumoto è la versione canonica del personaggio), se per voi non rappresenta nulla, risparmiatevi sti soldi.

Se invece per voi  quel “suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà” è importante, dovrete correre un rischio e vederlo.

Perché correre un rischio?

Perché potreste trovarvi davanti qualcosa che sta al Capitan Harlock del 1979 come i Prequel di Guerre Stellari stanno alla Trilogia Originale. E schiumare di rabbia non è un buon modo per iniziare l’anno.

Oppure potreste vederla come l’ho vista io.

Il film sta al Capitan Harlock del 1979 come i Prequel di Guerre Stellari stanno alla Trilogia Originale, non si discute. Ma è Harlock. E mi ha ricordato quello che provavo quando avevo 7 anni, quando ne avevo 16. I sogni fatti anche con il contributo del Capitano. I pensieri su chi sarei voluto essere da grande. L’esigenza di libertà. L’incertezza per il futuro che non deve far paura, ma diventare voglia di scoprire che succede. La speranza. Il guardare indietro, ricordare con la stesse nostalgia e la stessa malinconia che prova Harlock nella sua cabina, col suo bicchiere di vino. E usare questo guardarsi indietro per capire qual è la strada da percorrere là davanti. E prendere anche da lì la forza, la spinta, la voglia per percorrerla.

La nostalgia di una serie TV degli anni ’70, la malinconia sapendo che è irripetibile, la speranza che ci sarà un Firefly e poi un qualcos’altro a raccogliere il testimone. Questo nell’intrattenimento.

E nella vita reale il ricordo di quando avevo 7 anni, i sogni e le speranze di quando ne avevo 16. Dove sono ora che ne ho quasi 42. Il ricordo e la malinconia per ciò che ho perso, per ciò che non è staro. E pensare a dove voglio andare. E ricordare che, diamine, un po’ delle cose che volevo fare tra i 16 e i 42 anni, volevo farle anche per seguire l’esempio di Capitan Harlock, di Capitan Reynolds. E che un po’ di quelle cose, diamine, le ho fatte per davvero! E ne farò ancora altre, anche perché ho quelle storie a ispirarmi. E se a ricordarmi quelle storie deve essere un brutto film con un bel visual e un buon Harlock, ben venga!

L’importante è continuare a volare.

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *