Ho letto The Peripheral di William Gibson. Dovreste farlo anche voi

4 dicembre 2014

The-Peripheral-William-Gibson-220x333Con The Peripheral, William Gibson torna alla fantascienza.
In realtà non l’aveva mai abbandonata.

Anche se la trilogia Bigend (o Blue Ant, chiamatela come volete) è ambientata nel recentissimo passato – ogni libro è ambientato nell’anno precedente alla data di pubblicazione – per descrivere e analizzare quella realtà, Gibson ha usato in quei romanzi tutti gli strumenti messi a disposizione dalla cassetta degli attrezzi dello scrittore di fantascienza.

Ma in questo ultimo romanzo anche nell’ambientazione e nelle descrizioni torna la fantascienza visionaria: il cielo con il colore della televisione sintonizzata su un canale morto, i pollici-pugnali retrattili, droni, sistemi avanzati di telepresenza, mega corporazioni, guerre mondiali segrete combattute sui campi di battaglia delle transazioni finanziarie eseguite a velocità di frazioni di secondo, sorveglianza invasiva, tecnologia avanzatissima.

Neuromante trent’anni dopo? The Peripheral non è cyberpunk. O forse è proprio cyberpunk, ma scritto dall’inventore del genere dopo trent’anni di immersione e osservazione di cultura e tecnologia, incluse le trasformazioni che lui stesso ha causato con il suo romanzo. Un cyberpunk che ancora non capiamo, perché sfugge alla definizione ormai obsoleta che ben conosciamo. O più probabilmente non è un nuovo genere, ma uno dei generi più vecchi, il murder mistery.

La storia, lo posso dire senza paura di spoiler dato che il setting viene definito nei primi capitoli, parte con un omicidio.
Burton è un ex marine che ha servito nella Guerra di Corea. Non quella degli anni ’50, ma quella combattuta in un futuro prossimo. Ha riportato dei danni neurologici e vive del sussidio da veterano e per non perderlo non può svolgere alcun lavoro. Ma la sua città, immaginaria piccola cittadina da qualche parte degli Stati Uniti, è povera e con poche possibilità di vita decente, se non per chi produce droghe sintetiche o vive dell’indotto. Accetta quindi un lavoro sottobanco: pilotare un drone per tenere lontani altri piccoli droni-paparazzo dalle finestre di un appartamento. E’ il beta testing di un gioco in cui il giocatore lavora nella sicurezza. O forse, è la sicurezza per il beta testing di un gioco. Non è chiaro, ma è facile e paga bene.
Però un giorno Burton deve saltare il turno e per non perdere l’ingaggio chiede a sua sorella Flynne, la protagonista del romanzo, di pilotare il drone per lui. Flynne assiste a un omicidio attraverso le telecamere del drone.

Si parte da qui e il resto della storia è una corsa per scoprire il colpevole e per proteggere Flynne, testimone oculare in grado di identificare la persona che ha organizzato l’omicidio, dall’organizzazione che la vuole eliminare. Lei e, per andare sul sicuro, tutta la sua famiglia e tutti i suoi conoscenti.

Ma c’è di più, un di più che ha svelato lo stesso Gibson quando ha annunciato il romanzo:

Cosa vuol dire questo? Che, come scopriamo presto, ma smettete di leggere se non volete veramente nessuno spoiler, l’omicidio è avvenuto nel futuro.
Un futuro distante e molto avanzato da quello di Flynne. Un futuro in cui è possibile stabilire un contatto con il passato attraverso un sistema che permette di trasferire informazioni avanti e indietro nel tempo.
Nel momento in cui si crea il primo contatto tra il futuro e il passato, si crea un nuovo continuum, una nuova linea temporale che non è più il passato del tempo da cui è partita la prima comunicazione e non andrà necessariamente verso quel futuro.
Dal momento del primo contatto, le due linee temporali avanzano con lo stesso ritmo: se passa un’ora in una linea temporale, ne passa una nell’altra.
E non si può “viaggiare nel tempo”: aprire un contatto con un momento del passato anteriore all’“adesso” relativo significa creare un continuum diverso.
Con questa costruzione che richiama le teorie quantiche dei multiversi, Gibson evita tutti i problemi di paradossi temporali. Semplice, ma molto efficace.
Tra i due tempi non si può viaggiare fisicamente, ma si possono trasferire informazioni. Quindi telefonate, email, videochat e, l’avrete ormai capito, comandi per il controllo di un drone. O di un robot, O di una replica sintetica di un essere umano. Periferiche. Ricchi aristocratici usano questi nuovi continuum come parco giochi, terreno per esperimento o per outsourcing di lavoro a basso costo.

Il romanzo intreccia vicende ambientate nell’immaginaria cittadina alla Breaking Bad degli Stati Uniti del prossimo futuro con vicende ambientate in una Londra di un futuro lontano che è l’evoluzione estrema e parossistica della Londra di oggi, controllata da gilde cittadine e oligarchi russi.

Il primo centinaio di pagine è denso, volutamente ostico, come se Gibson ci stesse mettendo alla prova con la precisa intenzione di scoraggiare la lettura se non ai più determinati, ai più attrezzati a riempire con la propria cultura tecnologica, fantascientifica e pop le forme e i contorni delle sue descrizioni.

Una volta Gene Roddenberry rivelò perché, nella serie classica di Star Trek, non spiegava mai come funzionavano le tecnologie di bordo dell’Enteprise come il motore a curvatura. Perché a bordo dell’astronave tutti avevano per lo meno un’idea di come funzionavano le tecnologie con cui convivevano tutti i giorni e quindi non dovevano spiegarsele tra loro. E’ come se in un film ambientato al giorno d’oggi, diceva Roddenberry, un personaggio spiegasse all’altro come funziona il motore a combustione prima di partire in automobile.
Gibson segue la stessa linea di pensiero. Cos’è un michikoid? Viene descritto a frammenti. E’ un robot. Antropomorfo. Dalle forme femminili. Rivestito di quella che pare ceramica. Usato come cameriera. Che in un attimo, quando serve, diventa una cosa piena di occhi prensili e armi uscito dritto dritto da Ghost in The Shell. Perché si chiama michikoid? A cosa assomiglia esattamente? Come sono questi occhi e queste armi? Amico, se non sai nulla di anime, lascia perdere, pare rispondere Gibson. E la stessa cosa si ripete in continuazione: amico, se non leggi i giornali, non hai cultura pop, non hai mai letto fantascienza prima, lascia perdere.

Superato l’esame, il romanzo parte in quarta e si sale sulle montagne russe. Montagne russe verbali, intellettuali e visuali, perché l’azione, in realtà, è ridotta al minimo e rispetta l’etica di combattimento del corpo scelto degli Haptic Recon, l’unità di Burton: velocità, intensità e azione violenta. Parte. E finisce. E qualcuno è morto a terra. E questo è tutto quello che sappiamo noi lettori-spettatori, testimoni dell’azione, incapaci, perché non siamo marine addestrati, di seguirla e interpretarla.

Diviso in capitoli brevi ed essenziali, il romanzo spinge a girare pagina dopo pagina per scoprire come si evolve la storia, cosa farà uno o l’altro dei tanti pittoreschi personaggi – anche se la storia non segue molteplici punti di vista, ma rimane sempre ancorata su Flynne e su Wilf Netherton, un esperto di pubbliche relazioni che è il primo contatto di Flynne con il futuro.
Questo focus stretto a volte può sembrare un limite: avvengono grandi cose, sconvolgimenti, attorno a questi due, ma noi ne sentiamo solo parlare, senza neppure, spesso, vederne gli effetti. E’ un errore? Gibson descrive anziché mostrare? No, è un trucco del mestiere, serve a disorientarci, a farci sentire piccoli, a darci un’idea di quanto limitata sia la nostra possibilità di osservazione diretta della realtà. Del resto noi sappiamo del riscaldamento globale e della guerra in Ucraina, ma gli effetti che vediamo con i nostri occhi, tutti i giorni, giorno per giorno, pure se sono evidenti, sono minimi. Vediamo frammenti, pezzettini. Per la maggior parte leggiamo articoli. Non è un’apocalisse esplosiva, è un gocciolio.

Pagina dopo pagina arriviamo al finale. Che a quanto leggo in giro, a molti non è piaciuto, a molti è parso in contrasto con il tono del resto del libro. Come se al termine di Neuromante Case si ritirasse a vivere, ricco e sereno, un qualche resort alle Hawaii. Il mio consiglio è: leggete bene gli ultimi due capitoli, pensate al mondo descritto fino a poche pagine prima. E’ un lieto fine?

Bello. Non dirompente come Neuromante, a meno che il massimo della tecnologia e della cultura contemporanea per voi non siano l’iPhone ma usato solo per Facebook e WhatsApp e i reality sulla cucina. Ma cibo per la fantasia e stimolo per una riflessione. Per andare a vedere… Gibson ripete spesso che gli scrittori di fantascienza, per fortuna, non predicono il futuro. Ma meglio andare a vedere, ora, da dove è partito lui oggi per immaginare i due futuri di The Peripheral. Cosa ha letto, cosa ha visto, cosa sta succedendo. Gli scrittori di fantascienza non predicono il futuro. Ma forse accendono faretti. Diamo un’occhiata a cosa illuminano.

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