Mr. Robot: la serie tv che dovreste guardare. Tipo ora

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Parliamo di Mr. Robot? Parliamo di Mr. Robot. Una serie di cui ho così voglia di parlare ma che è così complicata da affrontare, perché non vale la pena parlarne senza spoiler, ma spoilerarla è un crimine verso l’umanità.

 

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Questa recensione l’ho scritta in origine su Apofenia, la newsletter in cui parlo di cultura digitale, tecnologia e del loro impatto sulla società. Il che vuol dire che se ti interessa quello che scrivo su Magrathea, spesso troverai cose interessanti anche su Apofenia. Perché una newsletter? Lo spiego qui. Qui trovi gli archivi e qui ti puoi iscrivere alla newsletter.

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Ok, quindi. Mr. Robot.

Sono un po’ di anni che preferisco le serie tv ai film. Forse perché sto lavorando tanto, leggendo tanto, facendo meno scherma di quanto vorrei, quindi la sera sono stanco. E’ più facile buttare giù da uno a X episodi di un telefilm interrompendo su una sigla finale che interrompere un film. E in televisione negli ultimi anni s’è vista più sperimentazione, più coraggio, più narrazione che al cinema. Non dire che Netflix non è televisione: cambia il mezzo, ma il contenuto è quello. Tant’è che qui che Netflix ancora non c’è, House of Cards lo trasmettono su Sky e su Cielo e non cambia niente, a parte la possibilità di spararsi tutta una stagione in un week end. Questa è giusto una parentesi per stoppare ragionamenti su TV/non TV.

Ok, quindi. Mr. Robot.

Secondo me ė la serie TV del ventunesimo secolo.

Non nel senso di “è la più bella/quella che mi è piaciuta di più dall’1/1/2000 a oggi”. Non so se sia la più bella, quella che mi è piaciuta di più è Firefly.

No, è la serie del secolo, finora, perché è la più rilevante e perché è un perfetto riflesso dei tempi.

Ha qualche alto e basso, semplifica, banalizza e taglia alcuni concetti un po’ con l’accetta per renderli più fruibili, ha personaggi femminili abbastanza vuoti, non so se per incapacità degli sceneggiatori o perché visti attraverso il punto di vista di Elliot, il protagonista campione del mondo di occhiaie della foto qui sopra.

Ma la serie traduce talmente bene in immagini e storia una serie di pulsioni che sono nell’aria che alcuni eventi di cronaca – purtroppo anche nera – delle 11 settimane in cui il telefilm è andato in onda paiono operazioni di marketing virale, tanto labile è il confine tra le azioni nello schermo e la realtà quotidiana.

Matrix nel 1999 era molto simile: sembrava dirompente, ma a ben guardare era solo un film (che può piacere o meno, a me è piaciuto) molto furbo, che ha preso una serie di idee e concetti familiari a una nicchia di pubblico (anime e manga non erano ancora così diffusi, soprattutto in USA, Gibson era ancora solo un autore di fantascienza cyberpunk) e li ha frullati e distillati in un film per tutti con una storia e un’estetica in grado di lasciare il segno.

Però Mr. Robot è meglio di Matrix. Non tanto perché gli ingredienti del distillato Matrix erano narrativa, mentre per Mr. Robot è cronaca, ma per la capacità di sintonizzarsi in tempo reale con elementi talmente attuali che avvengono in parallelo con la messa in onda della serie.

Sam Esmail, il creatore della serie, ha dimostrato la stessa preveggenza di Gibson, quello della Trilogia Blue Ant non di Neuromante. In realtà non è magia, ma capacità di osservare la realtà, intuire collegamenti e immaginare conseguenze.

Di che parla Mr. Robot? A banalizzare, è una storia di hacker. E’ V per Vendetta ai giorni nostri e praticamente senza elementi fantastici, con gli hacker al posto di V ed Evey. Ovviamente le maschere indossate dal gruppo di hacker della Fsociety vogliono richiamare quelle di Anonymous, figlie del film tratto dal fumetto di Moore. Ma non sono esattamente quelle per un motivo banale e coerente: quel design è copyright Warner Bros., lo studio che ha prodotto il film. E per ogni maschera di Guy Fawkes che compri, qualche centesimo finisce nella casse della Warner per i diritti di licenza. Non si può fare la rivoluzione usando il design di una mega corporazione e dandole pure soldi!

Ah sì, Mr. Robot parla di rivoluzione. Parla di privacy, parla di quanto delle nostre vite è online e pubblico anche se pensiamo sia privato, regolato da algoritmi che neppure comprendiamo, di proprietà di poche grandi corporazioni di cui noi non siamo i clienti, non siamo gli utenti, ma siamo il prodotto. E della rivoluzione contro tutto questo.

I rivoluzionari non sono eroi, non sono Robin Hood o l’Alleanza Ribelle di Star Wars, anche se loro ovviamente si vedono così, si vedono come i buoni. Sono persone, più o meno brave persone, con difetti, problemi, macchie. Non sono antieroi. Sono persone con qualcosa di rotto dentro. Elliot è il più danneggiato di tutti. Mr. Robot, il capo della Fsociety, non perde occasione per puntualizzare il suo essere pazzo.

La serie doveva durare una stagione ed esaurirsi in 10 episodi. Visto il grande successo dell’episodio pilota, il canale che lo trasmette, USA Network, ha ordinato immediatamente una seconda stagione. Buona notizia? Cattiva notizia? Onestamente non lo so. Sapendo di avere almeno altri 10 episodi per raccontare la storia, Sam Esmail ha lasciato in sospeso alcuni elementi e chiuso la serie con un cliffhanger per avere un punto da cui ricominciare il prossimo anno e avere già dei pezzi di storia da raccontarci. Se avesse avuto una sola stagione, avrebbe tranquillamente potuto raccontare tutto, non lasciare nulla in sospeso, chiudere la serie sulla frase “We live in a kingdom of bullshit” e portarsi a casa lodi sperticate per aver realizzato un capolavoro. Riuscirà a mantenere lo stesso livello anche nella prossima? Ha in testa e nel cuore abbastanza storia per altri 10 episodi a questo livello? Spero di sì.

Finora ho scritto 985 parole e ancora niente spoiler. Da qui in poi non garantisco più. Anzi, guarda, sparo il super mega spoiler nel prossimo paragrafo. Dal prossimo punto a capo ti rivelo il mega colpo di scena della prima stagione. Mega colpo di scena che, in realtà e a guardare bene non è così sorprendente: Esmail in un’intervista ha dichiarato di aver fatto di tutto per anticipare agli spettatori la grande rivelazione. Perché voleva che Elliot fosse sorpreso, ma noi no. In modo che anziché essere sorpresi insieme al protagonista, potessimo concentrarci completamente sulle sue reazioni. Lo metterò tra due ++, così se sei molto bravo puoi coprirlo con la mano. Pronti? Via!

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Mr. Robot è il Fight Club del ventunesimo secolo. Lo è così tanto che sarebbe legittimo pensare che Mr. Robot è un remake di Fight Club, aggiornato ai nostri tempi. Mr. Robot e Tyler Durden vogliono la stessa cosa. Nel 1999 (Fight Club, Matrix e La Minaccia Fantasma e Il Sesto Senso sono usciti nello stesso anno? E chi se lo ricordava!) il miglior sistema che aveva Tyler per raggiungere il suo scopo era l’esplosivo. Nel 2015 il sistema migliore è un computer collegato a internet. Ma gli scopi e il sistema per raggiungerli sono identici. Come identica è la follia del protagonista.

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Molti dei temi di cui ho scritto in queste lettere che ti mando si ritrovano in questa serie TV: la perdita della privacy, il controllo sempre più pervasivo di poche grandi aziende mosse da interessi economici, la sempre maggior difficoltà a capire un mondo filtrato dalla tecnologia, che si vanta di essere trasparente e magico, ma in realtà, come la magia di un prestigiatore, si basa sul fatto che il funzionamento del trucco sia nascosto ai nostri occhi, la necessità di non assistere passivamente a tutto questo. Do atto a Sam Esmail e alle persone che hanno collaborato con lui alla realizzazione di questa serie di essere riusciti a descrivere tutto questo in termini assolutamente accessibili e in modo assolutamente più coinvolgente di quanto io avrei mai potuto fare. Se dopo la decima puntata non pensate seriamente a modificare i vostri comportamenti online, avete un problema grave.

Qualche giorno fa ho trovato questo strumento di analisi della personalità sviluppato dal Centro per gli studi Psicometrici dell’Università di Cambridge, che analizza i “mi piace” che abbiamo disseminato su Facebook per tracciare il nostro profilo. Secondo lui, il mio profilo è quello di una donna di 27 anni, single, eterosessuale, con tendenze politiche destrorse. Quando ho ceduto a Facebook a causa dell’effetto network (tutti i miei amici stavano lì e lo usavano per comunicare tra loro) mi sono ripromesso di mettere ogni tanto qualche mi piace a caso a pagine e aggiornamenti di stato, tanto per incasinare gli algoritmi. Bene, direi che funziona.

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