Inside Out della Pixar: può un bel film essere meh?

22 settembre 2015

pixars_inside_out_2015-wideI film che aspettavo di vedere quest’anno, oltre a quel filmetto di fantascienza che esce a metà dicembre e a cui per ora non voglio neppure pensare, erano tre. Mad Max: Fury Road, filmone del decennio, Ex Machina, bello con rovinosa caduta sul finale, e Inside Out. Sono entrato al cinema pronto a consegnare cuore e lacrime a questo nuovo film Pixar e invece, boh.

E’ chiaro che il livello “boh” per un film Pixar equivale a standing ovation e lancio di biancheria intima per praticamente qualsiasi altro produttore. Il livello “boh” Pixar è qualcosa che la Fox continua a sognare di notte e che la Dreamworks ha visto di sguincio e da lontano con Dragon Trainer.

Però è brutto uscire boh da un film da cui ti aspettavi tanto. Senza parlare della trama, la storia raccontata nei 94 minuti di questo film è la stessa raccontata negli ultimi 94 secondi di Toy Story 3: crescere è inevitabile, non sarai più bambino, i ricordi di quell’epoca felice saranno per sempre tinti da un velo di tristezza perché quei momenti sono passati e non torneranno più. Ma la tristezza non è il male: è quello che rende quei ricordi dolcemente nostalgici.

We look before and after, And pine for what is not; Our sincerest laughter With some pain is fraught; Our sweetest songs are those that tell of saddest thought.
Percy Bysshe Shelley.

 

Forse perché i 94 secondi di Toy Story arrivavano dopo tanto film, mi hanno colpito di più, emozionato di più. In Inside Out è chiaro dal primo momento che è lì che si andrà a parare. Che si parlerà di crescita, di perdita e di nuove esperienze. Forse è questo che azzoppa un po’ il film. Forse lo azzoppa un altro po’ una violazione delle regole che si è data l’ambientazione. Le emozioni che controllano i comportamenti dei personaggi sono raffigurate come una caricatura del personaggio stesso: che si tratti di uomini o donne, adulti o bambini, cani o gatti (lì ho veramente riso tanto), i personaggi nella testa ricalcano l’aspetto del proprietario di quella testa. Ma per Riley non è così: le sue emozioni, le avete viste nei trailer e nei poster del film, non le assomigliano per niente. Sembrano adulti di varie età, ma tutti più grandi di lei. Ma sono adulti ingenui, che fanno errori e prendono decisioni sbagliate. Le stesse decisioni che prenderebbe una bambina di 11 anni che si trova improvvisamente strappata al suo mondo. Ed è giusto: perché sono le emozioni immature e acerbe di una bambina di 11 anni e anche loro crescono nel corso del film, come Riley. Ma questo contrasto tra aspetto adulto e comportamento infantile è forte e indebolisce il film. E’ chiara la motivazione dietro i comportamenti delle emozioni, ma diventa chiara pensandoci. E la forza dei film Pixar è che hanno sempre parlato direttamente al cuore e alle emozioni, non alla testa. Il fatto che un film sulle emozioni non emozioni, ma funzioni razionalizzando ha qualcosa che non va.

Il film è bello, visivamente è mozzafiato. Ma la struttura si vede un po’ troppo, le scene in cui il regista Pete Docter, che aveva realizzato macchine perfette in Monsters & Co e Up, vuole che siamo tristi, ora allegri, ora piangiamo sono troppo telefonate. Anche il ritmo ha qualcosa che non va. In genere nei film Pixar attendo con ansia l’intervallo per poter comprare subito un biglietto per lo spettacolo successivo e rivederlo immediatamente. Qui attendevo la fine.

Mi rendo conto che sto distruggendo il film: non lo merita, vale la pena vederlo ed è veramente un buon film, ma per me non è al livello dei grandi capolavori della Pixar e forse la mia delusione viene più da questo che dal giudizio sul film in sé. E’ un film da 7,5 che viene da uno studio che su una scala da 1 a 10 si attesta in media attorno al 16. Ma non puoi chiedermi di pensare a un film sulle emozioni senza tenere conto delle mie, no?

Poi, se volete rivivere le emozioni del film, ci sono già una serie di giochi online di Inside Out che vi possono aiutare.

Rivediamoci il trailer di Inside Out

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