Lo Chiamavano Jeeg Robot: la recensione commossa

Jeeg_manifesto_definitivo-CopyE se Tarantino girasse un film di supereroi a Roma?
E se l’Uomo Ragno fosse di Tor Bella Monaca?
Tipo Unbreakable de noantri?

Ecco, se provassi a descrivere così Lo Chiamavano Jeeg Robot farei un cattivo servizio al film. Perché è chiaro che essendo un film di supereroi, uno dei maggiori e più tipici prodotti della cultura americana, incrociato con l’anime di Jeeg Robot e ambientato nella periferia di Roma, ti vengono quei paragoni là. Ma sarebbe un’offesa al film che Gabriele Mainetti ha tirato fuori dal cilindro. Perché è un film italiano che più italiano non si può. Anzi, romano. Culturalmente nostro. Che poi fino a ieri per me “film italiano” era sinonimo di “te lo vai a vedere te”, dato che condividevo le stesse posizioni di Stanis. Non Baratheon, quello è StanNis, con due enne, ma La Rochelle: il personaggio interpretato da Pietro Sermonti in Boris.

E invece.

Facciamo così, ve lo spiego.

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C’è questo criminaletto di bassa lega che ha avuto i suoi 15 minuti di celebrità apparendo a Buona Domenica, poi è sprofondato di nuovo nell’abisso dell’anonimato, sia come personaggio che come criminale. Costretto a seguire di giorno le orme del padre nella gestione di un canile e di notte sempre le orme del padre nelle rapine, quelle da quattro soldi che non ti fanno mai fare la svolta. E intanto c’è gente che fa i milioni di visualizzazioni su YouTube. E lui rosica. Ma forte! Allora decide di fare il grande salto, entrare nei giri della gente grossa e cattiva. Ma va tutto storto. Allora prova il piano B. Ma pure quello gli va male. Pare salvarsi in corner e sorpresa! No, pure quella va male. Alla fine è pure comprensibile che gli girino i coglioni, no?

Ecco, questo non è l’arco del protagonista, ma del cattivo. E quando azzecchi il cattivo, che è cattivo vero che fa paura, hai azzeccato il film. Questa è una cosa che alla Marvel non hanno ancora capito e Mainetti invece sì.

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Per cui il suo supereroe, criminaletto di periferia ancora più “etto” del cattivo, si trova ad affrontare una minaccia reale. Anche se lui non vorrebbe. Lui è uno semplice. Appena acquista i poteri pensa solo a come fare i soldi non con il salto di qualità, ma realizzando da solo e in maniera più semplice quello che avrebbe fatto prima in compagnia e con più difficoltà. Non pensa in grande, non ha una visione. Quando sembra che svolti, non lascia il buco in cui abita in periferia, si compra solo un videoproiettore per vedere meglio i porno e si riempie il frigo. Di budini, non di caviale.

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Per fortuna c’è Alessia. Alessia è matta come un cavallo. E quindi, come i matti di Shakespeare, grazie ai suoi discorsi a base di Jeeg Robot – suo unico e tenue contatto con la realtà – mostra a Enzo cosa deve fare, quale deve essere la sua strada. Li deve salvare tutti, lui che può diventare Jeeg.

Tutti chi?

Tutti!

Tutti quelli che la telecamera inquadra quando smette di stare fissa sul protagonista, sfocando tutto quello che c’è sullo sfondo pure se sta a 50 centimetri da lui, o smette di darci solo il suo punto di vista stretto e si allarga, si allarga in quella panoramica all’Olimpico e in quella panoramica sui tetti di Roma. Tutti. Tutti noi.

Ci sono una serie di espressioni nella calata romana che indicano un misto di sorpresa, stupore e ammirazione.

Mecojoni! Ciò a cui sto assistendo o che mi sta venendo raccontato è così sorprendente che stento a crederci e mi viene da dire che mi stai prendendo in giro. Me stai a cojona’!

Machedavero?!? Ma che, davvero? Simile alla precedente, ma con meno intensità e più sorpresa.

Ma chi cazzo sei? Da usare per rivolgersi a chi ha appena fatto qualcosa che, nelle esperienze quotidiane, appare incredibile. Tipo segnare un gol con un tiro a rientrare dalla linea di fondo, con la palla che scavalca due difensori e il portiere.

‘Tacci tua! Simile alla precedente, da pronunciare con tono affettuoso e braccio teso a indicare la persona a cui ci si rivolge. Il tono affettuoso è importante: in mancanza scatta la rissa coi coltelli.

Ecco, tutto questo è appena sufficiente a descrivere Lo chiamavano Jeeg Robot.

Mecojoni, che forza di film! Machedavero questo (si intende il regista) ha mischiato il crime movie di strada italiano con la origin story tipica supereroistica tirando fuori sto film bello ‘na cifra? Ma chi cazzo siete Claudio Santamaria (che lo sapevamo che è bravo), Luca Marinelli (che non lo sapevamo che poteva essere così bravo) e Ilenia Pastorelli (esperienze cinematografiche precedenti: niente! Poi dice che dal Grande Fratello esce solo lammerda) che m’avete fatto amare questi personaggi. ‘Tacci tua Gabriele Mainetti che hai tirato fuori un film maestoso, commovente, duro, divertente, spietato.
Bello, ma bello bello bello questo film. Per me? Appena un pelo sotto Mad Max: Fury Road.

Attenzione, questo film non risponde alla domanda “come si fa un film di supereroi italiani?“, esattamente come Mad Max non risponde alla domanda “come si fa un film action postapocalittico?” Rispondono entrambi alla domanda più alta: “come si fa cinema?” Come si fa? Così, si fa così.

Trailer.

Cover della sigla di Jeeg Robot.

Daje.

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