Il Mezzo Re di Joe Abercrombie: la recensione mezza positiva

13 giugno 2016

Il-mezzo-reSe non conoscessi Joe Abercrombie e dovessi giudicarlo solo da questo Il Mezzo Re, direi che è bravo, ma difficilmente leggerei altri suoi romanzi. E questo nonostante il libro sia bello.

Ok, prima di tutto devo confessare che l’unica opera di Abercrombie che ho letto è questo racconto qui. I romanzi del ciclo della Prima Legge non sono ancora arrivati in cima alla Torre di Babele, la traballante pila di libri reali e digitali che devo ancora leggere.
Però amici del cui giudizio mi fido mi hanno parlato bene di lui e nel racconto Two’s Company ho trovato quegli elementi e mi sono piaciuti: la caratterizzazione dei personaggi, l’abilità nel dialogo, l’approccio realistico al fantasy, in cui il combattimento è brutto, le ferite sanguinano, le viscere puzzano e buono e cattivo sono punti di vista.
Quando l’altro giorno in libreria mi è ricaduto l’occhio sui tre libri della Trilogia del Mare Infranto mi sono detto che il primo, lungo meno di 300 pagine, è un libretto che avrei liquidato in una giornata. E mi sono voluto togliere la curiosità.
Curiosità suscitata anche dalla sinossi de Il Mezzo Re, molto simile a quella di uno dei miei libri preferiti: L’Apprendista Ammiraglio di Los McMaster Bujold.

Il giovane rampollo del leader di una società guerriera è nato con una deformità e non è adatto al combattimento. Userà la sua intelligenza per superare i suoi limiti fisici, vincere le sfide che il destino gli pone davanti e trovare il suo posto nella società.

Il ciclo dei Vor della Bujold ha un’ambientazione fantascientifica. Il Mezzo Re invece è un fantasy con un’ambientazione pseudo vichinga: Yarvi, figlio minore del re, si sta avviando alla carriera religiosa quando arriva la notizia della morte di suo padre e del fratello maggiore: ora è lui il nuovo re di una nazione di guerrieri, anche se nato con una mano deforme che gli rende impossibile reggere uno scudo e combattere. Seguono progetti di vendetta, colpi di scena e…
E questo è uno dei problemi: la storia è assolutamente prevedibile. Godibile, eh, ma – e questo è buffo – complice anche la bravura di Abercrombie a racchiudere la storia in un’elegante struttura speculare e a disseminare la trama come un bravo giallista di indizi, anticipazioni e risoluzioni, ogni scena permette di prevedere le dieci successive. Facile razzia per vendetta? Andrà tutto male! Yarvi si imbarca su una nave? Naufragio! Gelido inverno nordico? Traversata a piedi delle gelide distese ghiacciate! E’ gentile con qualcuno? Sarà un fedele compagno!

 

Dato il tipo di romanzo, fantasy di formazione, e dato il target – solo mentre lo leggevo ho scoperto che è un romanzo young adult – i luoghi comuni non sono un male di per sé. Ma il colpo di scena nel finale e quello nell’epilogo sono annunciatissimi. L’unica sorpresa – in realtà nascosta in bella vista nel testo pure quella – è la causa scatenante di tutti gli eventi.
Nonostante la prevedibilità, il romanzo scorre veloce, i brevi capitoli si chiudono sempre con qualcosa che spinge a girare la pagina e vedere cosa succede dopo, i dialoghi sono effettivamente brillanti, i personaggi – anche se abbastanza abbozzati – riescono ad avere un carattere e delle motivazioni. Yarvi cresce durante la storia e questo è espresso nelle azioni, nelle descrizioni, nel linguaggio e nel suo modo di definirsi quando pensa a se stesso. La traduzione ha qualche pecca, anche grave, ma non danneggia troppo la qualità della scrittura di Abercrombie.
Nel complesso è un buon libro che merita di essere letto e merita un’ampia sufficienza, ma non più di una sufficienza.
Cos’è che non va? L’ambientazione. E’ completamente generica e poco coinvolgente. Qui secondo me l’autore evidenzia la sua poca familiarità con il genere: i romanzi young adult possono essere semplici nel linguaggio e un po’ edulcorati nei temi (curiosamente quelli sessuali, non nella descrizione della violenza fisica e dei suoi effetti), ma questo non vuol dire che non debbano avere spessore. E lo spessore che manca qui è quello dell’ambientazione.
La regione del Mare Infranto è una generica vichingolandia fantasy con talmente pochi elementi fantasy che in effetti neppure si capisce la necessità del mondo secondario: tolti due ma giusto due elementi, la storia avrebbe funzionato lo stesso se ambientata nei paesi scandinavi nel nostro medioevo. Anzi, a essere precisi non è fantasy, è post apocalittica: alla prima descrizione delle “rovine elfiche”, è evidente che sta parlando di cemento armato e si capisce che Abercrombie sta giocando la stessa carta di Terry Brooks nella Spada di Shannara.

 

Ma fantasy o fantascienza, il discorso non cambia. Il mondo è piatto. Quando viene descritta la nave su cui si svolge buona parte del romanzo, è una generica “nave mercantile”. Vele? Bandiere? Decorazioni? Non c’è nulla che stimoli l’immaginazione, che dia una personalità alla nave. Stessa cosa per le misteriose rovine elfiche: stanno là, ma non c’è niente che faccia venir voglia di entrarci. Spade, scudi e cotte di maglia? Non sono descritte con molte più parole di queste, non importa che siano le ricche armi di un re o le generiche armi di un generico guerriero. Quando si parla di città, non c’è niente che spinga a chiedersi cosa possa esserci dietro quell’angolo, dentro quel palazzo, come possano essere il quartiere dei nobili e la parte povera e pericolosa. A parte la descrizione di uno specifico elemento architettonico, non c’è niente che dia carattere alle varie città, pochissimo che aiuti a distinguerle una dall’altra a parte il nome, niente che permetta di immaginarle. E lo stesso quando si vaga per la natura: niente che faccia venire voglia di sapere cosa ci possa essere nel cuore di una foresta o dietro una collina, complice anche il fatto che il grosso della natura che si vede è una distesa di mare inospitale e terra fredda, ghiaccio e morte totalmente – giustamente – repellente.
In breve, non c’è niente nelle descrizioni del mondo che permetta di immaginarlo al di là dell’immagine più generica e soprattutto non c’è nulla che faccia venire voglia di esplorarlo. E per me questo è grave. E non è né un problema di lunghezza del romanzo, né di sua destinazione a un pubblico young adult: il citato Apprendista Ammiraglio non è molto più lungo, ma costruisce un mondo spettacolare. Lo Hobbit è una favola per bambini, Brutto Incontro a Lankhmar ci fa venire voglia di girarla tutta e non lasciarla mai la città inventata da Fritz Leiber.
Il libro è bello, ma non mi ha fatto né immaginare un mondo nuovo, né fatto venir voglia di continuare a visitarlo nei due libri successivi, anche se sono più corposi.
Paradossalmente, mi ha fatto venire più voglia di leggere i libri della Prima Legge, perché a quanto pare lì sì che Abercrombie mostra quanto ci sa fare, mentre Il Mezzo Re è un buon antipasto.

Il Mezzo Re

Il Mezzo Re
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Pros

  • Ben scritto
  • Bei dialoghi
  • Buon ritmo

Cons

  • Storia poco originale
  • Ambientazione superficiale
  • Non c'era bisogno fosse un fantasy

In conclusione

Pros

  • Ben scritto
  • Bei dialoghi
  • Buon ritmo

Cons

  • Storia poco originale
  • Ambientazione superficiale
  • Non c'era bisogno fosse un fantasy

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