Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

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