“Attraverso la Nebbia” un urban fantasy ambientato a Venezia

13 Agosto 2018

Sto scrivendo un romanzo urban fantasy: maghi, fantasmi e intrighi nella Venezia di oggi. Per ora si intitola Attraverso la Nebbia.

Qui sotto un estratto. Pubblicherò altri estratti sul mio Patreon. E se vorrete sostenermi rifornendomi di caffè, ve ne sarò grato!

Il buio della notte invernale si sparse in casa attraverso i vetri appannati delle finestre sporche.
Qualcuno bussò alla porta.
Tre colpetti leggeri.
Antonio andò ad aprire, chiedendosi perché qualcuno avesse bussato alla porta anzichè suonare il campanello.
Aprì. Nessuno a ostacolare il suo sguardo dalla soglia di casa alla parete del vecchio carcere, al di là del campo e del canale.
“Miao.” 
Abbassò lo sguardo. Due puntini rossi per occhi in una massa scura. Sbuffò. Poi prese un profondo respiro, facendo caso a ogni sensazione: l’aria fredda e pungente sul viso e concentrata attorno alle narici, la sensazione di fresco che si faceva strada nei polmoni. La maglietta che si stringeva sul petto che si espandeva. Espirò: aria calda e umida attorno alle narici, una nuvola di condensa davanti agli occhi. Si guardò attorno, la scena era familiare: il piccolo campo tinto di arancione freddo dal vecchio lampione, le nuove lampade a LED non le avevano ancora installate lì, la luce bianca e tremolante della piccola lampadina sull’edicola sacra. Persiane chiuse su finestre buie. Fece caso al rumore dell’acqua della fontanella, che copriva il tranquillo sciabordio del canale. Lo stava sentendo solo in quel momento? O c’era anche prima? Era un rumore di sottofondo familiare, di solito relegato nel suo subconscio.
“Miao?”
Non aveva miagolato, aveva proprio pronunciato la parola “miao”, con una vocetta acuta e squillante, gli occhietti rossi sempre fissi su di lui.
Antonio scosse la testa e sospirò, mentre rientrava in casa. Si guardò intorno: la solita casa. I cuscini buttati sul divano, bollette accatastate sul basso tavolino, la giacca abbandonata su una sedia, nel lavabo i piatti e le posate della cena.
“Squit, non miao,” disse alla forma nera fuori dalla porta. “Anche se penso che per un ratto di quelle dimensioni squak sia meglio.”
“Squak.” Provò il ratto, allungandosi in una forma affusolata e seguendolo all’interno. “Squak!” Ripeté, più convinto.
Antonio si concentrò sulle cartoline ricordo di alcune mostre, attaccate con puntine colorate a una lavagna di sughero appesa a una parete, mentre con la coda dell’occhio vedeva il ratto intrufolarsi dietro il divano. O sapeva che lo stava facendo. Prese una penna e un blocchetto, poggiati al loro posto accanto al telefono. Il telefono era un vecchio modello a disco. Ah, ecco, pensò, mentre si rivolgeva al ratto: “Non dovresti aspettare che io ti inviti, prima di entrare?” Si chiese se sentiva provenire rumori da sotto il divano. Pensò a qualcosa da scrivere. Gli venne in mente la strofa di una canzone. O pensò che gli fosse venuta in mente. Il ratto intanto era salito sul top della cucina, il naso e i baffi fremevano accanto a una cesta di frutta.
“Scendi da lì.”
Let me sleep for awhile and dream of Avalon and the Beltane fires
And a silent kiss steals away into the mist and out to the lake
Where the sword will rise again from the water into the
Hands of the chosen one the righteous one
Forever and again
Antonio scrisse le parole della canzone con tutta la cura di cui era capace, prestando molta attenzione ai movimenti della punta della penna sulla carta. Poi rilesse ciò che aveva scritto. Sul foglio c’erano segni e scarabocchi, non lettere e parole.
“Ok, quindi è un sogno.” Annunciò al ratto.
L’animale aveva una mimica limitata, ma il messaggio che lanciò con una specie di scrollata di spalle era chiaro: che ci vuoi fare?


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