Cyberpunk 2077 (il videogioco) e Cyberpunk nel 2018 (la realtà)

24 Ottobre 2018

Parliamo di Cyberpunk.

Lo spunto sono due articoli sul videogioco di prossima uscita Cyberpunk 2077, che ne criticano la mancanza di coraggio e fantasia: il mondo futuro presentato nel gioco è il futuro degli anni ’80. Mancano spunti su quello che potrebbe essere il futuro visto da oggi e soprattutto un futuro con le potenzialità del cyberpunk, al di là dell’estetica neon e impianti cibernetici.

Cyberpunk 2077 e le occasioni mancate di descrivere il presente immaginando un futuro: https://www.rockpapershotgun.com/2018/09/03/trans-representation-in-cyberpunk-2077-matters-but-not-because-its-cyberpunk/

E il pezzo complementare: https://www.eurogamer.net/articles/2018-09-25-saving-punk-from-cyberpunk

Il cyberpunk dovrebbe essere il genere che dà voce agli oppressi, ai non rappresentati. A chi non viene considerato umano, degno, allo stesso livello di chi occupa posizioni dominanti nella società. E racconta della riscossa degli oppressi. Ma il cyberpunk moderno lo fa veramente? C’è veramente la rappresentazione di chi oggi è oppresso, non rappresentato, non compreso?

Vale la pena interrogarsi se viviamo, come pensano molti, in un presente gibsoniano e se il cyberpunk traccia una via d’uscita valida ai problemi del mondo.

Il Guardian si chiede, e si risponde, sul perché il genere sembra inchiodato alla sua versione originaria: https://www.theguardian.com/games/2018/oct/16/neon-corporate-dystopias-why-does-cyberpunk-refuse-move-on

Mi viene da pensare: il cyberpunk dà buoni esempi di azione civile? Di ribellione a un sistema e a un mondo ingiusto?

Direi di no, perché è fondamentalmente pessimista e individualista.

Il massimo a cui aspirano i protagonisti delle storie è stare meglio, diventare ricchi, vendicarsi. Un singolo o un gruppetto che pensa solo al proprio interesse.

I protagonisti delle storie non hanno interesse a migliorare la società o cambiare lo status quo. Spesso si incontra la logica post apocalittica alla Walking Dead: chi non è mio amico è mio nemico. Impossibile ricostruire o cambiare una società sull’homo homini lupus.

L’individualismo è congenito nel genere: John Perry Barlow, nella Declaration of the Independence of Cyberspace, dice: “Questi sono i nostri diritti“. Ma i doveri? Che dobbiamo fare l’uno per l’altro?

Nel Cyberpunk Manifesto, Kristiyan Kirchev si chiede “Ma in finale, che dobbiamo fare?” E si risponde:

15. The net will control the little man, and we will control the net.
16. For is you do not control, you will be controlled.

Il cyberpunk descrive bene l’oggi, perché a un certo punto s’è pensato che un’orrida distopia potesse essere un buon futuro. Ma il cyberpunk contemporaneo perde opportunità di rappresentare il diverso e dargli voce, nonostante abbia le potenzialità per farlo.
E non traccia una via d’uscita, invita solo a pensare a se stessi e ai pochi di cui ci si può fidare, contro tutti, per sopravvivere allo status quo, ma non per sovvertirlo. Al massimo si punta a unirsi ai privilegiati o a sostituirli.

Voi che ne pensate?


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