Castlevania, la serie animata su Netflix

Come mai scrivere su Castlevania, giudizio meh+, quando potrei parlare di The Expanse, bello?

Il destino si dipana per vie misteriose. Una di queste vie è il fatto che ora ho tempo, questo inverno non ne avevo. E siccome ho visto Castlevania la settimana scorsa, eccoci qui.

Questa serie animata di produzione originale Netflix ha due segni distintivi. Il primo è che è tratta dall’omonima serie di videogiochi di successo – per la precisione si ispira molto al terzo capitolo. Il secondo è che è scritta dallo scrittore di libri e fumetti, saggista, futurologo, conferenziere Warren Ellis, la cui newsletter dovreste proprio seguire.

Il secondo punto mi ha attirato più del primo, quindi ho investito un’ora del mio tempo spalmata su due pause pranzo per vedere i quattro episodi della prima stagione.

Eeeeeeeeeeeeeeee. Beh.

Che gli vuoi dire: onesto. Forse hanno speso più soldi per pagare Ellis e il cast di doppiatori, tra cui spiccano Richard Armitage e James Callis, che per pagare l’animazione, ma insomma, una cosa media.

La prima stagione in realtà è un lungo setup in vista della già annunciata seconda, in cui le cose si dovrebbero fare serie. Nel primo episodio una donna determinata, Lisa, si presenta a Dracula chiedendogli di insegnarle la sua scienza per diventare un medico e curare la povera popolazione della Valacchia. Segue l’ammmmore e segue, qualche anno dopo, un rogo su cui Lisa viene bruciata dalla chiesa con l’accusa di stregoneria. Dracula non la prende bene. Divide gli abitanti della Valacchia in due categorie: quelli direttamente colpevoli della morte della moglie e quelli che avrebbero potuto opporsi all’uccisione. Decide quindi di evocare un’armata dall’inferno e uccidere tutti.

Gli episodi successivi mostrano come si forma il terzetto di personaggi che cercherà di fermarlo: Trevor Belmont, discendente di una casata di cacciatori di mostri scomunicata dalla chiesa; Sypha Belnades, maga appartenente all’ordine nomade degli Oratori e, soprattutto, Alucard, il dampiro figlio di Dracula e Lisa intenzionato a salvare l’umanità dall’ira del padre e tra i personaggi più amati della serie di videogiochi.

La serie, come dicevo, è onesta: bella l’ambientazione, belli gli scenari, un po’ così animazione e character design, buona l’idea di seguire l’esempio dei videogiochi e tenere Dracula nascosto. Molto convenzionale la storia: segue i topos del genere senza discostarsene. Non che sia per forza un male, però dalla penna di Ellis mi aspettavo qualcosa di più originale o un punto di vista diverso su una storia nota, un po’ di sorpresa, insomma. Inoltre, le sue battute fulminanti che su carta funzionano benissimo qui a volte stonano: il ritmo dell’azione spesso si ferma per permettere a un personaggio di pronunciare una battuta bella, ma lunga e articolata.

Vedere Castlevania non è stato uno sforzo, anzi, ma sicuramente il risultato è stato inferiore alle mie aspettative. Si prende una sufficienza e il mio consiglio è, se non l’avete visto, di aspettare che esca la seconda stagione di otto episodi, per guardarne dodici uno dietro l’altro e vedere dove va a parare.

Ecco il trailer della prima stagione di Castlevania

Bright: che è quasi Shadowrun, the movie

Shadowrun è uno dei miei giochi di ruolo preferiti.

La sua miscela di fantascienza Cyberpunk e fantasy, con il tocco di originalità delle tradizioni nativo americane, toccava nei punti giusti le corde della mia fantasia.

Ricordo un interrail in giro per l’Europa, portando sulle spalle tutto quello che la FASA aveva pubblicato fino al 1992, dal manuale base all’ultimo dei supplementi, razziati al Forbidden Planet di Londra.

Ricordo due campagne con il mio personaggio, un detective privato umano, che arrancava dietro a maghi e street samurai traboccanti di magia e cyberware, sorretto da una vergognosa fortuna dei dadi che mi permetteva di portare al tavolo una valida variante di Rick Deckard.

Le incarnazioni di Shadowrun su altri media, videogiochi e libri, non mi hanno mai convinto tantissimo. Fino ad ora.

Bright non è il film dal vivo di Shadowrun: manca tutta la fondamentale parte fantascientifica. Ma il film con Will Smith in uscita il 22 dicembre su Netflix sicuramente ha più di un debito nei confronti dell’immaginario del gdr FASA, nello spirito più che nella pedissequa aderenza all’ambientazione.

Ecco il trailer.

È morto George Romero


Per ora, almeno.

Ne danno notizia vari siti, tra cui io9.

Il padre degli zombie moderni aveva 77 anni e le battute di bassa lega come quella che ho scritto io si sprecheranno per le prossime ore.

40 anni di Star Wars

Il 25 maggio 1977 i primi spettatori hanno comprato i biglietti per questo nuovo film di fantascienza, appena uscito dopo una produzione travagliata, diretto da un regista con un paio di buoni film alle spalle, interpretato da un gruppetto di sconosciuti e con un paio di icone del cinema in ruoli secondari.

Non perdo tempo a raccontare cosa è successo dopo: sappiamo tutti l’impatto che Star Wars ha avuto sul cinema, sulla cultura, su tutto.

Cinque anni fa ho scritto i miei ricordi della mia prima visione del film, inutile aggiungere altro, se non per dire che oggi, 5 anni dopo, quando si parla di questa saga torno a essere quel bambino.

Che è successo nel frattempo?

Abbiamo avuto due nuovi film. Abbiamo perso Carrie Fisher e Kenny Baker. Siamo in attesa di un nuovo capitolo a dicembre. Poi ci sarà il film su Han Solo. Poi Episodio IX. Poi chissà.

Per le celebrazioni, ci sono un sacco di cose interessanti sul sito ufficiale e vari canali social. Per Gli Ultimi Jedi, c’è un bell’articolo di anteprima su Vanity Fair, corredato da foto fantastiche – tra cui le prime che raffigurano i nuovi personaggi interpretati da Benicio del Toro e Laura Dern.

Io, parafrasando una delle frasi simbolo della saga, have a good feeling about this. E voi? Commenti aperti: storie, ricordi, opinioni, pensieri: sono 40 anni, vale la pena mettere mano alle tastiere.

Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

E’ morta Carrie Fisher


Carrie Fisher era la Principessa Leia, il senatore Organa, il generale Organa.
Ma era anche una grande, grande scrittrice, autrice di libri in cui ha messo a nudo i suoi demoni, i suoi problemi, il disturbo bipolare e ha dimostrato come si possa trovare una via, un equilibrio, una forza per andare avanti e avere una vita piena nonostante una famiglia ingombrante, l’alcol e la droga, la malattia mentale.

Era un eroina sullo schermo e una super eroina nella vita reale.

Era la nostra principessa.

Il passato non passa mai. Ovvero: recensione di Stranger Things

strangerthingsposterInternet, lo sapete, è la patria delle iperboli. Qualsiasi cosa su cui si esprima un giudizio o è la cosa più fica dell’universo o è ‘nammerda. Nelle scale da uno a dieci, gli unici due voti sono 1 e 10. O 2 e 9, se non si è estremisti.

Per questo è complesso parlare di Stranger Things, una serie disponibile su Netflix e che o avete già visto, o ve ne ha parlato tre quarti della gente che conoscete, quindi è come se.

Perché è bello, ma per me parecchio fastidioso. Nella scala 2-9, non basta dargli 6 e chiuderla lì.


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Che è Stranger Things? E’ questa serie in 8 episodi un po’ E.T., un po’ i Goonies, un po’ IT, un po’ La Cosa, un po’ Poltergeist. Insomma, un po’ un mischione di tutti i classici dell’avventura horror-avventurosa degli anni ’80 firmati da Stephen Spielberg e Stephen King.

Quanto mischione? Tanto. Ma a livello proprio di copia e incolla, come potete vedere guardando questo video di circa 4 minuti che accosta scene della serie ai film da cui si ispira e che omaggia.

Quindi, bello, per carità. Ottima fotografia, ottima recitazione, ottima regia, ottimo tutto. Ottima riproposizione del look & feel del 1983. Giusto un paio di momenti vabbè, che però non guastano l’insieme. L’idea delle luci di Natale è splendida e il modo in cui Wynona Rider dà forza a quella scena e a tutte le sue scene è eccezionale.
Insomma, da vedere e consigliatissimo.

Però.
Però, ormai lo sapete, a me questo impacchettare la nostalgia e venderla un tanto al chilo dà sempre più fastidio. Su uno dei tanti “momenti E.T.” stavo per arrendermi e abbandonare la serie. Il gioco di riconosci-la-citazione (che qui è proprio riconosci-la-scena-che-abbiamo-rigirato-pari-pari) mi ha annoiato molto rapidamente.

Leggo varie recensioni in cui si celebra Stranger Things per il suo rievocare gli anni ’80. Ma se vi guardate in giro, se fate caso ai titoli dei film nelle sale negli ultimi tempi, vedrete che non stiamo tornando negli anni ’80: non ne siamo proprio mai usciti.
E’ normale.
Da un lato, chi era piccolo e si stava formando un immaginario in quegli anni, oggi è un professionista (regista, scrittore, sceneggiatore) che porta quell’immaginario nel suo lavoro e che passa dal “sarebbe bello vedere un film dal vivo di questo cartone/fumetto” di 30 anni fa al “realizziamo un film dal vivo tratto da quel cartone/fumetto” di oggi.
Dall’altro, e questa non è altro che buona pratica commerciale, chi era piccolo 30 anni fa oggi è adulto. Quindi ha un lavoro, quindi ha soldi e quindi è il bersaglio di ogni impresa commerciale legata all’intrattenimento. E siccome la nostalgia è una leva potente, rieccoci sprofondati negli anni ’80.

Che fastidio questo continuo, martellante far leva sulla nostalgia.
Fastidio che è del tutto personale: se volete vedere la serie, vi invito a farlo perché – davvero! – merita. Se vi piace senza riserve, ne sono felice.

Però io le mie riserve le ho.

Mi infastidisce la bieca e scoperta operazione di nostalgia commerciale. Sicuramente gli autori della serie, i gemelli Matt e Ross Duffer – nati nel 1984 – hanno voluto omaggiare un cinema che non hanno vissuto, ma con cui sono sicuramente cresciuti tra videocassette e proiezioni estive. Ma al di là del voler omaggiare (ogni volta che scrivo “omaggiare” leggete “copiare spudoratamente”, perché non ci si può giare intorno, è quello che hanno fatto), dicevo al di là del voler omaggiare un certo cinema, non ci possiamo nascondere il fatto che questo è un prodotto pensato a tavolino per andare a colpire con precisione chi aveva 10-15 anni in quegli anni ed è cresciuto tra un romanzo di King e un film di Carpenter.
Che va bene, è il motivo per cui il secondo Batman di Nolan aveva il titolo che aveva, è perché Giorni di un Futuro Passato era il film degli X-Men più atteso, è il motivo per cui gente cresciuta a pane e fumetti ha riempito le casse della Marvel di soldi per vedere i film dei Vendicatori, è perché al cinema ci sono ancora Star Wars e proprio in questi giorni delle nuove Ghostbusters.
Ma almeno in quei titoli la checklist di cose che ci devi mettere per acchiappare i quarantenni non è così spudoratamente evidente. In Stranger Things è un vanto, è un continuo strizzare l’occhio e dare di gomito.

Mi infastidisce questo essere costantemente inchiodati al passato e riciclarne i pezzi per tirare fuori varianti di roba già vista, già fatta.
Citare e ispirarsi va bene, ma per creare qualcosa di nuovo, non per rifare 30 anni dopo un mix di classici.
Per esempio, ecco un altro video che mescola un film con le opere a cui è ispirato. Dura due ore, ma potete saltellare avanti e indietro per farvi un’idea: è Star Wars rimontato inserendo nel film tutte le fonti da cui ha attinto Lucas.

Sia Stranger Things che Star Wars sono opere commerciali, sono pensate per un pubblico specifico con gusti specifici – gusti per alcuni formati nella giovinezza, ecco l’effetto-nostalgia – e sono entrambi una collezione di citazioni che possono arrivare al plagio (nell’attacco alla Morte Nera ci sono pari pari le battute di The Dam Buster).
Però Lucas ha pescato roba qua e là per creare qualcosa di mai visto prima.
I Duffer hanno proprio fatto taglia e cuci di Spielberg e King per creare nel 2016 un film del 1983 a beneficio di chi nell’83 andava a vedere Goonies ed E.T. e ora ha 40 e più anni. Non hanno creato nulla di nuovo a partire da quel linguaggio, da quelle idee. Se ne sono guardati bene! E’ una loro scelta artistica e commerciale, è legittima ed è valida. Ma è pure una – un’ennesima – occasione sprecata.

Stranger Things mi ha ricordato due film: Scott Pilgrim Vs. The World e Matrix.
In Scott Pilgrim di nostalgia ce n’è tanta. Degli anni ’90, della generazione Nintendo, visto che l’autore Bryan Lee O’Malley, nato nel 1979, era piccolo in quegli anni (i Duffer sono sempre nati nel 1984). Ma quegli anni non sono il focus della storia. Sono gli anni in cui si sono formati i personaggi e hanno fornito loro le lenti e i parametri attraverso i quali vedere e rapportarsi con il mondo del 2010 e che, tradotto nel brillante linguaggio del fumetto e del film, diventano le lenti, i parametri e gli strumenti visuali con cui noi vediamo il loro mondo.

Matrix è un brillante distillato di pulsioni che erano nell’aria sul finire degli anni ’90. A voler ben guardare, non c’era niente di veramente nuovo o mai visto prima nelle idee del film, ma il modo in cui quelle idee – di trama e di rappresentazione visiva – sono state tradotte in film è stato assolutamente innovativo e ha creato un nuovo linguaggio costruito sulla base di altri linguaggi già noti, magari non al grande pubblico.

E Stranger Things?
Stranger Things è un minestrone.
Non è il minestrone che potrei cucinare io, arrivando a casa stanco e affamato e con un unico pensiero in mente: carboidrati adesso!
E’ il minestrone che potrebbe preparare un cuoco famoso, diciamo un Carlo Cracco, mettendoci cura nella ricerca degli ingredienti e nella preparazione.
Ma sempre di un minestrone stiamo parlando. Surgelato poi: Minestrone Findus by Carlo Cracco. Minestrone!

Soprattutto nella sesta e settima puntata a volte mi sembrava di sentire in sottofondo, dietro le battute degli attori, i tre scenaggiatori de Gli Occhi del Cuore:

– Mettici anche questa citazione. E pure questa!
– Ma dai, è troppo scoperta, troppo sfacciata!
– Ma che troppo, daje, carica, carica che agli spettatori gli piace essere presi per il culo!

Infine, più che infastidirmi mi fa proprio paura il processo mentale dei produttori – che condividono con i banchieri il poco invidiabile primato del non capire niente di come funziona il mondo in cui si muovono.
Sicuramente in questi giorni decine e decine di produttori hanno iniziato a pensare a come tirare fuori altre opere simili per lucrare sul successo di Stranger Things.
Mi immagino i dialoghi (me li immagino con forte accento romano, anche se la scena è Hollywood, ufficio di due produttori, interno giorno, luci e aria condizionata sparati al massimo).

– Che je damo a sta gente per inchiodarli davanti ar TV? Che andava forte negli anni ’80?
– Guerre Stellari.
– Preso, poi?
– Mio fratello grande leggeva ‘na cifra di fumetti. Batman, l’Omo Ragno.
– Presi, presi!
– I Masters of the Universe?
– Presi!
– Transformers? Le Tartarughe Ninja?
– Oh, non mi stai aiutando.
– Robotech!
– Ce l’ha Di Caprio.
– L’Acchiappafantasmi!
– Aoh! Sveja, sta ar cinema adesso!
– Gli anni ’60!
– Eh?
– Gli anni ’60! Negli anni ’80 c’erano un botto di film sugli anni ’60. Ma un botto!
– Gli anni ’60 dici?
– Ma sì, Sapore di Mare, Sapore di Mare 2, Sapore di Mare la Vendetta. Tutti i film alla come eravamo giovani e fighi in vacanza in riviera.
– In vacanza.
– Sì, con le vespette, i lenti sulla spiaggia, mamma e papà con la frittata di cipolle in spiaggia e te che vuoi filartela per andare con la ragazzetta in pineta!
– In effetti c’hai ragione, c’erano un botto di film sugli anni ’60 negli anni ’80. E se li vedevano.
– Hai voja che se li vedevano.
– Oh, famo Sapore di Sale 2k18, co’ Rihanna che fa la cover dei Watussi! Miniserie in 8 puntate.
– Daje!
– E daje, cazzo, daje!

Capito come succede Chernobyl? Un’idea stupida e il fallimento catastrofico di tutti i sistemi di sicurezza umani e tecnologici che dovevano bloccarla sul nascere.

Negli anni 2000 siamo preda della nostalgia degli anni ’80, negli anni ’80 i nostri genitori erano preda della nostalgia degli anni ’60, quando erano giovani loro. La serie sulla nostalgia della nostalgia è solo questione di tempo.

Torniamo seri.
Stanger Things coglie alla perfezione la forma e lo spirito degli anni ’80.
Coglie lo spirito con una lucidità che addirittura era impossibile in quel tempo, quando si era immersi nell’epoca, e che è possibile dopo 30 anni di distacco e riflessione.

Questo scambio di battute è geniale e spiega tutto delle pulsioni dell’epoca, spiega perfettamente come nascono e come muoiono i Goonies:

Jonathan Byers: “Nancy Wheeler, she’s not just another suburban girl who thinks she’s rebelling by doing exactly what every other suburban girl does… until that phase passes and they marry some boring one-time jock who now works sales, and they live out a perfectly boring little life at the end of a cul-de-sac. Exactly like their parents, who they thought were so depressing, but now, hey, they get it.”

Nancy Wheeler: “I don’t think my parents ever loved each other. They must’ve married for some reason. My mom was young. My dad was older, but he had a cushy job, money, came from a good family. So, they bought a nice house at the end of the cul-de-sac… and started their nuclear family. Screw that.”

Ma come sappiamo, gli epigoni sono soliti prendere solo la forma di ciò che imitano, perdendosi completamente la sostanza, lo spirito. Che è quello che rende unico ed eccezionale ciò che stanno copiando. Ma di solito, gli epigoni non se ne rendono conto.
Insomma. Temo l’inondazione di serie anni ’80 alla Spielberg e King.

E però ripeto: vale la pena guardarle queste 8 puntate. Dateglieli ‘sti soldi a Netflix.
Il problema che ho con Stranger Things è un problema mio.
E’ come per la rubrica “la prima puntata non si scord… eh?” di Doc Manhattan: me la leggo e mi diverte, però poi penso sempre “sì, ma so’ passati 30 anni e stiamo ancora parlando delle stesse cose! Ma perché non uso il mio tempo per leggere le recensioni delle prime puntate della roba che esce oggi?!?”
Siccome sono vecchio, sono nostalgico come tutti. Ma questo continuo stare ancorati al passato quando c’è tanta roba da godersi oggi mi dà urta sempre più.
Non è Stranger Things, non sono gli anni ’80 a urtarmi. E’ l’impossibilità di sfuggire a questo passato, sono le dieci milioni di cose alla Stranger Things che mi annoiano.

Il finale di Stranger Things è aperto. Ci sarà una seconda serie? Boh tendente al probabile. Non so se la vedrò. E’ come il nuovo Ghostbusters, che non ho visto e non vedrò: a parte il fastidio del continuo lucrare sulla nostalgia, se una cosa non mi interessa, semplicemente non me la guardo.

Se non lo avete visto, ecco il trailer di Stranger Things

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Embassytown di China Miéville

embassytownSto leggendo Embassytown di China Miéville.

Questa non è una recensione, perché per quella dovrete aspettare che arrivi in fondo al romanzo.

E’ più un primo appunto.

China, ti voglio bene. Ed è per questo che sono faticosamente avanzato attraverso i 5 milioni di pagine che hai infilato tra la copertina e il momento in cui la tua storia ingrana. Una storia che è la tua versione di Snow Crash di Neal Stephenson, una bella e profonda e utile riflessione sul linguaggio che è un virus.

Quando parte, il romanzo è bello e lo sto terminando con passione.
Ma se sono riuscito a superare la prima parte è solo perché sapevo che ne valeva la pena da fonti esterne: recensioni, commenti, citazioni. La parte iniziale poi si capisce perché è scritta così e perché è importante, perché è fondamentale entrare nella testa della protagonista. Ma poi, dopo un sacco di poi, accidenti a te!

Non c’è niente dentro la parte iniziale del racconto che dia un motivo per superare i primi 20 milioni di pagine e non va bene se questi motivi li devo trovare fuori dal romanzo.

E’ come L’Oceano in Fondo al Sentiero di Neil Gaiman. C’è una luuuuunga parte centrale che è bella, ma ti chiedi perché tanti episodi e tanti dettagli, prima che si capisca il perché e il romanzo ti strappi il cuore e ne faccia poltiglia come manco i film della Pixar e ti lasci piegato in due a piangere perché improvvisamente ti sei ricordato cosa voleva dire essere bambino e non lo sei più e sto piangendo di nuovo, dannazione, Neil!

Però lì c’erano i primi capitoli che ti davano un’idea di dove si andasse a parare – ma che non facevano niente, niente!, per prepararti alla botta assassina dritta nei sentimenti.
In Embassytown non c’è nulla. Devi andare avanti fidandoti di elementi che stanno fuori dal romanzo e che ti promettono che lì in fondo, dopo i 100 milioni di pagine introduttive, c’è una storia molto bella che dà un senso a quella prima parte.

Comunque, recensione completa quando finirò di leggerlo.
Hai un fazzoletto?
Dannazione, Neil!