Bright: che è quasi Shadowrun, the movie

Shadowrun è uno dei miei giochi di ruolo preferiti.

La sua miscela di fantascienza Cyberpunk e fantasy, con il tocco di originalità delle tradizioni nativo americane, toccava nei punti giusti le corde della mia fantasia.

Ricordo un interrail in giro per l’Europa, portando sulle spalle tutto quello che la FASA aveva pubblicato fino al 1992, dal manuale base all’ultimo dei supplementi, razziati al Forbidden Planet di Londra.

Ricordo due campagne con il mio personaggio, un detective privato umano, che arrancava dietro a maghi e street samurai traboccanti di magia e cyberware, sorretto da una vergognosa fortuna dei dadi che mi permetteva di portare al tavolo una valida variante di Rick Deckard.

Le incarnazioni di Shadowrun su altri media, videogiochi e libri, non mi hanno mai convinto tantissimo. Fino ad ora.

Bright non è il film dal vivo di Shadowrun: manca tutta la fondamentale parte fantascientifica. Ma il film con Will Smith in uscita il 22 dicembre su Netflix sicuramente ha più di un debito nei confronti dell’immaginario del gdr FASA, nello spirito più che nella pedissequa aderenza all’ambientazione.

Ecco il trailer.

40 anni di Star Wars

Il 25 maggio 1977 i primi spettatori hanno comprato i biglietti per questo nuovo film di fantascienza, appena uscito dopo una produzione travagliata, diretto da un regista con un paio di buoni film alle spalle, interpretato da un gruppetto di sconosciuti e con un paio di icone del cinema in ruoli secondari.

Non perdo tempo a raccontare cosa è successo dopo: sappiamo tutti l’impatto che Star Wars ha avuto sul cinema, sulla cultura, su tutto.

Cinque anni fa ho scritto i miei ricordi della mia prima visione del film, inutile aggiungere altro, se non per dire che oggi, 5 anni dopo, quando si parla di questa saga torno a essere quel bambino.

Che è successo nel frattempo?

Abbiamo avuto due nuovi film. Abbiamo perso Carrie Fisher e Kenny Baker. Siamo in attesa di un nuovo capitolo a dicembre. Poi ci sarà il film su Han Solo. Poi Episodio IX. Poi chissà.

Per le celebrazioni, ci sono un sacco di cose interessanti sul sito ufficiale e vari canali social. Per Gli Ultimi Jedi, c’è un bell’articolo di anteprima su Vanity Fair, corredato da foto fantastiche – tra cui le prime che raffigurano i nuovi personaggi interpretati da Benicio del Toro e Laura Dern.

Io, parafrasando una delle frasi simbolo della saga, have a good feeling about this. E voi? Commenti aperti: storie, ricordi, opinioni, pensieri: sono 40 anni, vale la pena mettere mano alle tastiere.

Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

E’ morta Carrie Fisher


Carrie Fisher era la Principessa Leia, il senatore Organa, il generale Organa.
Ma era anche una grande, grande scrittrice, autrice di libri in cui ha messo a nudo i suoi demoni, i suoi problemi, il disturbo bipolare e ha dimostrato come si possa trovare una via, un equilibrio, una forza per andare avanti e avere una vita piena nonostante una famiglia ingombrante, l’alcol e la droga, la malattia mentale.

Era un eroina sullo schermo e una super eroina nella vita reale.

Era la nostra principessa.

Recensione di MirrorMask

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E .. se i vostri sogni prendessero vita?
Se il vostro inconscio vi mettesse d’avanti enigmi che solo voi potete risolvere?
Se vi trovaste faccia a faccia con la vostra parte ribelle cosa mai gli direste?
Nel 2005 esce, direttamente in dvd, MirrorMask, un lungometraggio fantasy onirico, ricco dell’inconfondibile tocco di Dave McKean e scritto dalla geniale penna di Neil Gaiman.
La storia coinvolge Helena (Stephanie Leonidas) un adolescente che lavora come giocoliere nel circo di famiglia, intrappolata in questa realtà che non condivide, “il sogno di tuo padre” dice la madre Joanne (Gina McKee) rinunciando così ad una vita normale.
Helena sprigiona la sua fantasia disegnando una città immaginaria, dove i pesci nuotano nell’aria e le persone del suo mondo reale appaiono nel sogno del tutto trasformate con maschere e costumi bizzarri. Si tratta di un mondo di luce e buio; la Regina della Luce (interpretata sempre da Gina McKee) è in uno stato di trance, e a quanto pare tocca a Helena avventurarsi nel mondo oscuro e tornare con la “MirrorMask” per risvegliare la regina.
Il mondo fantastico di questo film ha una bellezza inquietante. All’inizio la visuale porta con se una certa meraviglia che può ad un certo punto della visione pesare sulla fruizione della pellicola che verso la fine può costare qualche sforzo per via delle immagini poco chiare e sempre cerchiate di nero come se fosse un vero sogno, di quelli che Sognipedia aiuta a interpretare con il suo libro dei sogni.

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La storia assomiglia a ciò che accade in Bernard Rose di “Paperhouse” (1988), in cui una ragazza disegna una casa in un altro mondo, si ammala, ed entra magicamente in quel mondo. Nel film di Rose, le immagini sono chiare. In “MirrorMask”, con l’artista Dave McKean come regista e scenografo, le immagini sono sfocate e nebbiose ed Helena incontra uno scenario strano dopo l’altro, in un mondo dove la logica sembra senza senso, clonato dal paese delle meraviglie.
Le avventure più pericolose di Helena si verificano dopo il passaggio al lato oscuro, dove è scambiata per la sua immagine speculare, una ragazza oscura e sinistra che incarna tutti gli aspetti sinistri del suo subconscio. La Regina delle Ombre (McKee di nuovo) scambia l’Helena buona per l’Helena cattiva, mettendo l’Helena buona in pericolo, il vantaggio è che da questo scambio, Helena riesce ad avere alcune informazioni che l’aiuteranno nella ricerca della MirrorMask .
Jason Barry ha un ruolo importante come San Valentino, un giocoliere che diventa consigliere di Helena in questo universo alternativo dove sono presenti innumerevoli e molto strane creature, alcune delle quali con le scarpe al posto della testa, altre più strane che sembrano di Hieronymus Bosch. Uno per uno, fotogramma per fotogramma, queste invenzioni sono notevoli.
Sotto una chiave immaginaria e con un pizzico di tensione, tra sogno e realtà, vi chiederete fin da subito se Helena riuscirà a salvare i due mondi e riabbracciare sua madre; non perdetevi la risposta!

Il trailer di Rogue One: A Star Wars Story

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Ed eccolo finalmente qui: il trailer del primo spin off di Star Wars. Rogue One: A Star Wars Story, il primo dei film che esplorano la galassia di Star Wars raccontando vicende che non vedono coinvolti Sith, Jedi e la famiglia Skywalker.

 

In Rogue One vedremo come un gruppo raccogliticcio di ribelli è riuscito a rubare i piani della prima Morte Nera, quelli in possesso di Leia all’inizio di Episodio IV.

Ovviamente è impossibile scrivere reazioni razionali a questo trailer, ma solo scomposte frasi di giubilo. E’ del tutto evidente che l’idea di mandare al cinema un film di Star Wars all’anno tra episodi principali e spin off è una bieca manovra commerciale della Disney. Ma da quello che vedo è una bieca manovra a cui sono felice di piegarmi.

Non posso fare altro che inserire una gif di Poe Dameron che balla con altri piloti.

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Questo trailer ha un mood strano: è assolutamente Star Wars, ma è uno Star Wars più sporco, più terra terra, meno epico, più duro. Molti, tra cui io, pensano che Firefly sia praticamente una serie di Star Wars in cui l’Impero ha vinto e ha spazzato via Jedi e alieni. Ecco, questo Rogue One dal trailer sembra un film di Firefly. Che per me è tipo un sogno che si avvera. C’è persino Alan Tudyk!

Il cast è senza senso: è come se il regista Gareth Edwards avesse iniziato a sparare nomi di attori del suo cast da sogno bagnato aspettandosi un “no, dai, questo no” dopo ogni nome. E invece la Lucasfilm continuava a dirgli di sì!

Felicity Jones? Ok.
Uh… Mads Mikkelsen? Certo!
Donnie Yen! Va bene!
Alan Tudyk. Ok.
ALAN TUDYK! Ho capito, ho detto che va bene.
Va beh, allora pure Forest Whitaker. Ok, ottima scelta.
No aspetta, ma davvero? Allora voglio Genevieve O’Reilly per interpretare Mon Mothma. Ottima idea! L’interpretava pure ne La Vendetta dei Sith, peccato abbiano tagliato le sue scene.
Ma davvero? Ma sei serio? Ma davvero mi fai fare un film con questo cast? Sì, eccoti pure un sacco di soldi. Vai Gareth!
Grazie Topolino!

Davvero, grazie Topolino!

Il team guidato da Felicity Joines in Rogue One ruberà i piani della Morte Nera il 14 dicembre 2016. Quelli che sopravvivranno a quegli AT-AT, almeno.

Lo Chiamavano Jeeg Robot: la recensione commossa

Jeeg_manifesto_definitivo-CopyE se Tarantino girasse un film di supereroi a Roma?
E se l’Uomo Ragno fosse di Tor Bella Monaca?
Tipo Unbreakable de noantri?

Ecco, se provassi a descrivere così Lo Chiamavano Jeeg Robot farei un cattivo servizio al film. Perché è chiaro che essendo un film di supereroi, uno dei maggiori e più tipici prodotti della cultura americana, incrociato con l’anime di Jeeg Robot e ambientato nella periferia di Roma, ti vengono quei paragoni là. Ma sarebbe un’offesa al film che Gabriele Mainetti ha tirato fuori dal cilindro. Perché è un film italiano che più italiano non si può. Anzi, romano. Culturalmente nostro. Che poi fino a ieri per me “film italiano” era sinonimo di “te lo vai a vedere te”, dato che condividevo le stesse posizioni di Stanis. Non Baratheon, quello è StanNis, con due enne, ma La Rochelle: il personaggio interpretato da Pietro Sermonti in Boris.

E invece.

Facciamo così, ve lo spiego.

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C’è questo criminaletto di bassa lega che ha avuto i suoi 15 minuti di celebrità apparendo a Buona Domenica, poi è sprofondato di nuovo nell’abisso dell’anonimato, sia come personaggio che come criminale. Costretto a seguire di giorno le orme del padre nella gestione di un canile e di notte sempre le orme del padre nelle rapine, quelle da quattro soldi che non ti fanno mai fare la svolta. E intanto c’è gente che fa i milioni di visualizzazioni su YouTube. E lui rosica. Ma forte! Allora decide di fare il grande salto, entrare nei giri della gente grossa e cattiva. Ma va tutto storto. Allora prova il piano B. Ma pure quello gli va male. Pare salvarsi in corner e sorpresa! No, pure quella va male. Alla fine è pure comprensibile che gli girino i coglioni, no?

Ecco, questo non è l’arco del protagonista, ma del cattivo. E quando azzecchi il cattivo, che è cattivo vero che fa paura, hai azzeccato il film. Questa è una cosa che alla Marvel non hanno ancora capito e Mainetti invece sì.

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Per cui il suo supereroe, criminaletto di periferia ancora più “etto” del cattivo, si trova ad affrontare una minaccia reale. Anche se lui non vorrebbe. Lui è uno semplice. Appena acquista i poteri pensa solo a come fare i soldi non con il salto di qualità, ma realizzando da solo e in maniera più semplice quello che avrebbe fatto prima in compagnia e con più difficoltà. Non pensa in grande, non ha una visione. Quando sembra che svolti, non lascia il buco in cui abita in periferia, si compra solo un videoproiettore per vedere meglio i porno e si riempie il frigo. Di budini, non di caviale.

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Per fortuna c’è Alessia. Alessia è matta come un cavallo. E quindi, come i matti di Shakespeare, grazie ai suoi discorsi a base di Jeeg Robot – suo unico e tenue contatto con la realtà – mostra a Enzo cosa deve fare, quale deve essere la sua strada. Li deve salvare tutti, lui che può diventare Jeeg.

Tutti chi?

Tutti!

Tutti quelli che la telecamera inquadra quando smette di stare fissa sul protagonista, sfocando tutto quello che c’è sullo sfondo pure se sta a 50 centimetri da lui, o smette di darci solo il suo punto di vista stretto e si allarga, si allarga in quella panoramica all’Olimpico e in quella panoramica sui tetti di Roma. Tutti. Tutti noi.

Ci sono una serie di espressioni nella calata romana che indicano un misto di sorpresa, stupore e ammirazione.

Mecojoni! Ciò a cui sto assistendo o che mi sta venendo raccontato è così sorprendente che stento a crederci e mi viene da dire che mi stai prendendo in giro. Me stai a cojona’!

Machedavero?!? Ma che, davvero? Simile alla precedente, ma con meno intensità e più sorpresa.

Ma chi cazzo sei? Da usare per rivolgersi a chi ha appena fatto qualcosa che, nelle esperienze quotidiane, appare incredibile. Tipo segnare un gol con un tiro a rientrare dalla linea di fondo, con la palla che scavalca due difensori e il portiere.

‘Tacci tua! Simile alla precedente, da pronunciare con tono affettuoso e braccio teso a indicare la persona a cui ci si rivolge. Il tono affettuoso è importante: in mancanza scatta la rissa coi coltelli.

Ecco, tutto questo è appena sufficiente a descrivere Lo chiamavano Jeeg Robot.

Mecojoni, che forza di film! Machedavero questo (si intende il regista) ha mischiato il crime movie di strada italiano con la origin story tipica supereroistica tirando fuori sto film bello ‘na cifra? Ma chi cazzo siete Claudio Santamaria (che lo sapevamo che è bravo), Luca Marinelli (che non lo sapevamo che poteva essere così bravo) e Ilenia Pastorelli (esperienze cinematografiche precedenti: niente! Poi dice che dal Grande Fratello esce solo lammerda) che m’avete fatto amare questi personaggi. ‘Tacci tua Gabriele Mainetti che hai tirato fuori un film maestoso, commovente, duro, divertente, spietato.
Bello, ma bello bello bello questo film. Per me? Appena un pelo sotto Mad Max: Fury Road.

Attenzione, questo film non risponde alla domanda “come si fa un film di supereroi italiani?“, esattamente come Mad Max non risponde alla domanda “come si fa un film action postapocalittico?” Rispondono entrambi alla domanda più alta: “come si fa cinema?” Come si fa? Così, si fa così.

Trailer.

Cover della sigla di Jeeg Robot.

Daje.

E’ morto Alan Rickman

tumblr_o0y1hbzlLq1qg07vqo1_500Dopo David Bowie, questo inizio 2016 si porta via un altro grande inglese.

Brutto momento per i sessantanovenni.

E’ morto Alan Rickman, che ricorderete come Severus Piton in Harry Potter se siete giovani, Hans Gruber in Die Hard se siete vecchi, il colonnello Brandon in Ragione e Sentimento se siete romantici, la voce di Marvin l’androide paranoico nell aguida Galattica per Autostoppisti se l’avete visto in inglese, lo sceriffo di Nottingham nel Robin Hood con Kevin Costner se ricordate solo cose belle, Metatron in Dogma di Kevin Smith e un milione di altri film in cui lui era sempre magnifico. E torreggiando su tutto e su tutti: Il dottor Lazarus in Galaxy Quest.