Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

Recensione di MirrorMask

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E .. se i vostri sogni prendessero vita?
Se il vostro inconscio vi mettesse d’avanti enigmi che solo voi potete risolvere?
Se vi trovaste faccia a faccia con la vostra parte ribelle cosa mai gli direste?
Nel 2005 esce, direttamente in dvd, MirrorMask, un lungometraggio fantasy onirico, ricco dell’inconfondibile tocco di Dave McKean e scritto dalla geniale penna di Neil Gaiman.
La storia coinvolge Helena (Stephanie Leonidas) un adolescente che lavora come giocoliere nel circo di famiglia, intrappolata in questa realtà che non condivide, “il sogno di tuo padre” dice la madre Joanne (Gina McKee) rinunciando così ad una vita normale.
Helena sprigiona la sua fantasia disegnando una città immaginaria, dove i pesci nuotano nell’aria e le persone del suo mondo reale appaiono nel sogno del tutto trasformate con maschere e costumi bizzarri. Si tratta di un mondo di luce e buio; la Regina della Luce (interpretata sempre da Gina McKee) è in uno stato di trance, e a quanto pare tocca a Helena avventurarsi nel mondo oscuro e tornare con la “MirrorMask” per risvegliare la regina.
Il mondo fantastico di questo film ha una bellezza inquietante. All’inizio la visuale porta con se una certa meraviglia che può ad un certo punto della visione pesare sulla fruizione della pellicola che verso la fine può costare qualche sforzo per via delle immagini poco chiare e sempre cerchiate di nero come se fosse un vero sogno, di quelli che Sognipedia aiuta a interpretare con il suo libro dei sogni.

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La storia assomiglia a ciò che accade in Bernard Rose di “Paperhouse” (1988), in cui una ragazza disegna una casa in un altro mondo, si ammala, ed entra magicamente in quel mondo. Nel film di Rose, le immagini sono chiare. In “MirrorMask”, con l’artista Dave McKean come regista e scenografo, le immagini sono sfocate e nebbiose ed Helena incontra uno scenario strano dopo l’altro, in un mondo dove la logica sembra senza senso, clonato dal paese delle meraviglie.
Le avventure più pericolose di Helena si verificano dopo il passaggio al lato oscuro, dove è scambiata per la sua immagine speculare, una ragazza oscura e sinistra che incarna tutti gli aspetti sinistri del suo subconscio. La Regina delle Ombre (McKee di nuovo) scambia l’Helena buona per l’Helena cattiva, mettendo l’Helena buona in pericolo, il vantaggio è che da questo scambio, Helena riesce ad avere alcune informazioni che l’aiuteranno nella ricerca della MirrorMask .
Jason Barry ha un ruolo importante come San Valentino, un giocoliere che diventa consigliere di Helena in questo universo alternativo dove sono presenti innumerevoli e molto strane creature, alcune delle quali con le scarpe al posto della testa, altre più strane che sembrano di Hieronymus Bosch. Uno per uno, fotogramma per fotogramma, queste invenzioni sono notevoli.
Sotto una chiave immaginaria e con un pizzico di tensione, tra sogno e realtà, vi chiederete fin da subito se Helena riuscirà a salvare i due mondi e riabbracciare sua madre; non perdetevi la risposta!

Star Wars Episodio VII: Il Risveglio della Forza. Si è risvegliata davvero!

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E finalmente l’ho visto. Emozionato come un bambino di sei anni, cinico come un quarantatreenne ormai abituato alle delusioni targate Lucasfilm, ho visto Star Wars Episodio VII: Il Risveglio della Forza. E mi è piaciuto.

Dopo i patemi d’animo, le indiscrezioni, i trailer che fanno versare lacrime ed emozionare, la parte razionale che ti ricorda che Abrams in fondo è un cialtrone, finalmente il countdown è arrivato a zero

Questa è una recensione senza spoiler, ma santo cielo quanto vorrei avervi qui attorno a me, chiunque voi siate, per sviscerare ogni dettaglio di trama.

La domanda che vi state ponendo è ovviamente “è un bel film?” Ma soprattutto: “è un bel film di Star Wars?”
Risposta secca: sì e sì. Con un “però” in coda a entrambi i sì.

Andiamo con ordine.
Una delle ultime cose che ho visto su internet prima del ritiro antispoiler è questo video, in cui un padre fa vedere al figlio per la prima volta Guerre Stellari.

Se siete un fan della vecchia generazione sono abbastanza certo che, come me, la vostra speranza per questo film è che vi faccia provare lo stupore e la meraviglia del bambino e le lacrime di nostalgia del padre.

Un’altra delle ultime cose che ho letto era un post su un gruppo Facebook su Star Wars in cui un tizio si lamentava del fatto che Star Wars non fosse più un film di nicchia. Ma quando mai lo è stato? E’ diventato un fenomeno mondiale 2 ore dopo la prima proiezione! Però capisco cosa voleva dire quel tizio. Parlava alla fine di un’esperienza personale, che ti porti dentro e fa sentire i film come “tuoi” e il rapporto con loro speciale, anche se sai che in realtà sono prodotti commerciali che servono a vendere altri millemila prodotti commerciali. Per noi che ci siamo cresciuti, una pellicola intitolata Star Wars non sarà mai solo “un film”.

Confesso di essere entrato in sala con quelle speranza. Irrealistico, lo so.

Inoltre, sono entrato in sala con due cupe previsioni, che si sono rivelate entrambe corrette. Non vi dico quali per evitare spoiler, ma ecco gli articoli in cui ne parlo: uno e due.

Il compito di Abrams era duro: riacchiappare i fan della Trilogia Originale delusi dai Prequel. Riacchiappare i fan dei Prequel (nella maggior parte dei casi, persone che non hanno visto la Trilogia Originale, ma hanno avuto con i Prequel il loro primo contatto con Star Wars). Acchiappare una nuova generazione di spettatori che o non è mai stata interessata a Star Wars o era troppo piccola quando sono uscite le prime due trilogie.

Come lo ha risolto? Esattamente come George Miller ha risolto questo problema (che lui in realtà non si è proprio posto) in Mad Max: Fury Road. Ha preso gli elementi che formano il cuore della vecchia storia e ha giocato su quelli.
Il trucco gli è riuscito tanto bene quanto è riuscito a Miller?

Eh…

Senza entrare troppo in territorio spoiler, giusto un pochino, di fatto Episodio VII è un po’ un remake di Episodio IV, nel senso che la storia è quasi identica, un po’ un reboot, nel senso che protagonisti e situazioni sono nuove per poter dare spazio ai nuovi attori, con i protagonisti della Trilogia Originale lì a dare continuità e passare il testimone.

A differenza di quanto ha fatto Miller, però, sarà che le citazioni sono quasi letterali (cosa peraltro non nuova nei film di Star Wars), sarà che le alterazioni alla impalcatura di partenza non sono così azzardate, è abbastanza facile per un fan della Trilogia Originale vedere Episodio IV dietro Episodio VII. Forse vederlo fin troppo. Questo può essere emozionante o può essere noioso. Dipende da voi, immagino.

Lo dico in un’altra maniera: Il Risveglio della Forza è più bello o più brutto rispetto ai Prequel? E’ più bello e non solo perché quelli sono tre brutti film. Però è meno coraggioso. La trama segue una traiettoria simile all’originale. Visivamente è un grande incremento rispetto a quanto era possibile immaginare e realizzare nel 1977 – 1983, ma non c’è un distacco radicale nella storia, non c’è il coraggio di proporre un immaginario visivo totalmente nuovo come nei Prequel.

Ricordo che poco prima dell’uscita de La Minaccia Fantasma, Lucas dichiarò che non aveva realizzato un film per i vecchi fan, ma prima di tutto un film per se stesso e poi per una nuova generazione di fan, che partiva da 6 – 8 anni e poteva identificarsi con il piccolo Anakin, per avere 9 – 11 anni all’uscita del secondo film e bersi la storia d’amore tra lui e Padme, per avere 12 – 14 anni all’uscita del terzo e capirne gli aspetti più oscuri. E’ la stessa logica usata per esempio dalla Rowling in Harry Potter: in ogni libro Harry e più grande di un anno, come i suoi lettori, e affronta situazioni sempre più drammatiche e adulte, che i lettori in crescita possono capire. Alla Rowling questo giochetto è riuscito molto meglio che a Lucas, ma almeno lui ci ha provato.

Abrams ha preferito giocare una mano sicura. In realtà penso sia stata la cosa più sensata da fare, dato il compito complesso che doveva portare a termine, soddisfare tre pubblici diversi con tre aspettative e gusti diversi. Ma se nel 1977 Star Wars è stato rivoluzionario al punto che oggi, a 38 anni di distanza ci sono persone che nei censimenti ufficiali indicano “Jedi” alla voce religione, non ce lo vedo questo film a scatenare una passione simile in una nuova generazione di spettatori, nei bambini di sei anni che assistono per la prima volta a uno spettacolo del genere.

O magari invece sì, dato che loro non hanno il bagaglio di esperienze e aspettative con cui sono entrato in sala io. Vai a sapere.

Questa è la vera domanda che si pongono in molti, io per primo. Dopo 38 anni, vedo ancora reinterpretazioni, omaggi e mashup sugli assaltatori imperiali e Darth Vader. Non vedo quasi nulla sui cloni dei Prequel e Darth Maul, per dire. Cosa succederà quando avranno 30 – 40 i primi spettatori dei Prequel? Quando avranno 30 – 40 i bambini che erano in sala con me? Quelli che vedendo i Prequel allora e Episodio VII oggi ne saranno ispirati, decidendo di diventare artisti, registi o sceneggiatori come lo è stata l’attuale generazione di artisti, registi e sceneggiatori, che hanno visto la Trilogia Originale da bambini? Quando da piccoli nerd si trasformeranno in vecchi nerd nostalgici come me, quale immaginario avranno? Reagiranno come me e il padre del filmato in apertura rivedendo il film che ha segnato la loro infanzia o per loro sarà solo un altro megaspettacolo cinematografico?

Certo, tra Vendicatori, Batman e Superman, Transformers e gli altri film franchise che girano in questi tempi, è più difficile emergere in modo dirompente come emerse Guerre Stellari in quel lontano 1977: prima non esisteva nulla del genere, poi è diventato il modello su cui si basano tutti. Non sono certo che Il Risveglio della Forza emerga rispetto alla concorrenza.

Ma poi mi chiedo se è legittimo aspettarsi cose da esperienza mistica da un film.

Insomma: è un film da buttare, un’occasione sprecata? No, assolutamente no.
E’ bello, emozionante. Fa venire voglia di vedere che succede dopo. Possibilmente stasera, non mi fate aspettare il 2017!

Se vogliamo metterlo in una classifica personalissima, è al livello del primo Vendicatori e dei Guardiani della Galassia, ma non raggiunge le vette di Mad Max: Fury Road.

Vediamo prima la parte negativa.

Cosa non funziona? Forse un po’, tanto, il fatto che nonostante tutto non sono riuscito a entrare in sala con aspettative basse. Desideravo un film talmente dirompente da desiderare di correre in cassa durante l’intervallo per comprare il biglietto per rivederlo immediatamente allo spettacolo successivo. Quindi un problema personale.

Un po’ non funziona il fatto che è troppo ricalcato su Una Nuova Speranza, anche se ammetto io per primo che non sia un’idea per forza sbagliata. Il problema è che ai miei occhi la carta copiativa è troppo sottile e vedo l’originale dietro, con la conseguenza di poter immaginare e prevedere correttamente molti di quelli che dovrebbero essere emozionanti e sorprendenti colpi di scena. Soprattutto “quel” colpo di scena. Ma anche questo è un problema personale. Probabilmente per i nuovi spettatori è tutto fenomenale e sorprendente. Certo spero che Rian Johnson in episodio VIII sia meno concentrato sulle strizzate d’occhio ai vecchi fan e più sul raccontare una storia autonoma, ora che il film di “origini” ce lo siamo levato di mezzo.

Un po’ non funzionano delle scelte di regia, e questo è un problema oggettivo. Ci sono tre cose che non funzionano per me.

Come nella Trilogia Originale il focus è stretto sui personaggi: anche se stiamo parlando di un conflitto su scala galattica, la storia è molto personale. Ma mentre nella Trilogia Originale il vasto mondo oltre i personaggi lo immaginiamo facilmente – anzi, il fascino di Star Wars è dovuto molto a questa narrazione ellittica che scatena la fantasia – qui si capisce e forse ci interessa di meno.

La seconda cosa è la parte “problemi personali di Han Solo”, i minuti di film tra il primo incontro tra Rey, Finn e Han e la decisione di Han di portarli dove decide di portarli, non vi dico dove se no è spoiler. Quei minuti sono inutili: un po’ raccontano un po’ fanno intuire una parte di vasto mondo oltre i personaggi, vero, di cui però francamente non frega niente a nessuno. Sarebbe stato meglio rimanere concentrati sulla trama principale, anche perché qualche passo falso e qualche perdita di ritmo di troppo c’è. Mancano quei momenti di pausa che nella Trilogia Originale ti fanno riprendere il fiato tra una corsa sull’ottovolante spaziale e l’altra per affezionarti ai personaggi.

La terza cosa è la più abramsiana di tutte: questa maledetta idea di infilare misteri e domande senza risposta ovunque. Praticamente in una scena espositiva su due e in molti oggetti piazzati non casualmente sullo sfondo in alcune sequenze mute si fa riferimento a qualcosa che verrà rivelato in un film futuro o peggio, la mia vera paura: in una serie a fumetti, in un libro, in un videogioco. No, JJ. No. Un film è una storia autoconclusiva. Va bene lasciare cose in sospeso, va bene lasciare punti irrisolti per il futuro, magari con delle allusioni. Ma un terzo del dialogo che si conclude con un ideale “e la risposta a questa domanda ve la diamo nel prossimo film”, no. Un amico ha commentato che Il Risveglio della Forza è il perfetto finale di stagione di una serie TV, che ti fa aspettare con ansia la nuova stagione. Io ho commentato quasi in contemporanea che è il pilot perfetto di una serie TV: lo vedi e desideri che la prima stagione parta il giorno dopo. Ma questo, appunto, va bene per la TV, per i serial. Non per il cinema. Anche se si tratta del primo capitolo di una trilogia annunciata. Persino L’Impero Colpisce Ancora, che finisce come finisce, è comunque un film autoconclusivo. Questo, per me, azzoppa un po’ la trama. Trama che viene azzoppata anche da alcuni eventi un po’ troppo casuali, da alcune scene tagliate un po’ in fretta soprattutto nella seconda parte.

La musica non mi ha convinto: non c’è alcun pezzo nuovo che mi sia rimasto impresso. Grave per un film di Star Wars.

Cosa funziona invece? Cosa mi fa dire che è un bel film?

Intanto il truccaccio di ricalcare Guerre Stellari (gira che ti rigira sono vecchio: sarà Episodio IV, sarà Una Nuova Speranza, ma io lo conosco e lo chiamo con questo titolo) alla fine fa quel che deve: dà a ciascun gruppo di fan quello che gli serve per fargli piacere questo film e bramare di vedere i prossimi.

La prima parte del film, esclusi i primi minuti di riunione con Han, è 100% Star Wars al suo meglio. La seconda ha comunque palate di momenti emozionanti.

Il nuovo cast è impressionante. Bravo John Boyega: il suo Finn è amabile, credibile quando è spaventato, credibile quando è coraggioso. Bravo Oscar Isaac: le sue battute saranno tra le più citate a partire dalla prima che rivolge a Kylo Ren. Trasmette la gioia, l’entusiasmo del volare. E’ il bambino che eravamo tutti noi quando abbiamo desiderato pilotare un X-Wing, che è cresciuto e ora li pilota per davvero. Bravissima Daisy Ridley che, attenzione lo dico per davvero, strappa a Imperatrice Furiosa lo scettro di protagonista femminile cazzutissima di film d’azione. Bravo Adam Driver, che si ritrova un compito non facile, essere il nuovo Darth Vader, e lo porta a termine ottimamente senza scimmiottare Vader, ma prendendo un’altra strada. Soprattutto quando scopriamo un dettaglio importante del suo passato, che lo porta a reagire in certi modi. Leggo critiche alla scelta dell’attore per via della sua faccia: quando la mostra perde credibilità. Leggo critiche al suo modo isterico di reagire di fronte alle cose che non vanno. Ma per me, invece, questi sono i suoi punti di forza, lo rendono un personaggio autonomo, ben lontano dal triste wannabe Darth “La nuova faccia del male” Maul. Domhnall Gleeson interpreta un personaggio che è un po’ una macchietta, nel senso che è il nuovo Tarkin con zero background. Come era Tarkin. Come Peter Cushing fa quello che deve fare e lo fa bene, ma non gli è stato affidato un personaggio che, per ora, richieda chissà quale prova d’attore. Stessa cosa per Gwendoline Christie. Per molti il Capitano Phasma è una grande delusione: effettivamente,soprattutto nel doppiaggio italiano, dentro quell’armatura ci può essere chiunque e non ha mai l’occasione di spararsi qualche posa epica alla Boba Fett., nel suo breve tempo in scena. Come per il Generale Hux, vediamo cosa le riserva il futuro. BB-8 è il nuovo R2-D2, basta dire questo.

La bravura del cast contribuisce al fastidio per lo schema troppo pensato per rassicurare i vecchi fan: questi attori hanno ampiamente dimostrato di poter reggere il film da soli, senza il supporto della vecchia guardia a passare il testimone.

Parliamo della vecchia guardia. Luke Skywalker è come il Fight Club, non se ne parla. Se ne dovessi parlare, allora sì che mi arrabbierei forte, anche se capisco perché appare come appare: è un sistema intelligente per risolvere un problema spinoso. Ok, questo è un altro problema mio: Luke è il mio personaggio preferito, voglio vedere un film di 52 ore sulle avventure di Luke Skywalker, Cavaliere Jedi. Carrie Fisher è una Principessa, anzi Generale, Leia che non è più donna d’azione in prima linea, ma è carica di una gravitas che, almeno nel suo caso, ci fa capire che stanno succedendo cose grosse e difficili al di là di quello che vediamo sullo schermo. Harrison Ford è Han Solo. Lui ha cercato di negarlo per anni. E’ nota la disaffezione che l’attore ha sempre mostrato per il personaggio che lo ha reso famoso, preferendogli di gran lunga l’altro parto della mente di Lucas, Indiana Jones. Solo girando questo film ha detto di aver ritrovato un contatto con questo contrabbandiere dello spazio spesso costretto a recitare battute impronunciabili. Ma non c’è niente da fare: Ford non è un bravo attore che recita una parte al meglio delle sue possibilità. E’ Han Solo. Immenso. Si può dare un Oscar come miglior attore non protagonista a uno che non sta recitando? Boh.

I dialoghi sono frizzanti. Anche se qualcosa si perde nell’adattamento e doppiaggio italiano, Kylo Ren ne è la vittima maggiore, battute, ammiccamenti, litigi sono divertenti, emozionanti, ben scritti e ben recitati.

Pure se poco originale, tutto l’impianto visivo è magnifico. Solido, reale, presente sulla scena. Dagli alieni agli oggetti alle navi ai veicoli alle armi, tutto sembra vero perché lo è. La grande colpa dei Prequel è stata il volersi affidare il più possibile alla computer graphic per creare visioni più originali possibile. Design meraviglioso, ma sembrava tutto troppo leggero, troppo patinato, troppo finto.

Bello il fatto che anche gli assaltatori del Primo Ordine siano in qualche modo “personaggi”. Qualcosa che in realtà si era già vista ne La Vendetta dei Sith e, soprattutto, nella serie TV Guerra dei Cloni. Ma nei prequel, come detto sopra, il tutto era reso meno palpabile dalla CGI.

Gli effetti speciali sono fantastici e le scene d’azione chiare da seguire, ben coreografate e coinvolgenti. Ma questo non è un particolare pregio: da questo film non ci si poteva aspettare niente di meno.

Le spade laser sono finalmente solide, pericolose, pesanti, fisiche. Belle. Bello il duello finale, e non solo per la fisicità delle spade. Una ministoria a sé che funziona benissimo, anche se leggo già in giro delle lamentele su chi lo vince e come.

I momenti epici, da brividi, mozzafiato, ci sono.

Alla fine il giudizio è positivo. Non è il film del millennio che il mondo attendeva trepidante, non è il film che riporta tutti noi quarantenni ad essere bambini. Forse non voleva esserlo, forse nulla potrà esserlo mai. E’ come i film di supereroi: un primo capitolo che è costretto a passare molto tempo a raccontare le origini degli eroi, che vedremo veramente in azione a partire dal secondo capitolo. Uno schema consolidato, imperfetto (e che Episodio IV non seguiva affatto, unica cosa che valeva la pena copiare e non è stata copiata!) ma funzionale. E questo film esegue il compito in maniera quasi impeccabile.

Voglio rivederlo? Assolutamente.
Aspetto con ansia immensa Episodio VIII? Assolutamente!

Si poteva fare meglio? Penso di sì, ma si poteva anche fare molto, ma molto, ma molto peggio.

Abrams comunque rimane un cialtrone.

Inside Out della Pixar: può un bel film essere meh?

pixars_inside_out_2015-wideI film che aspettavo di vedere quest’anno, oltre a quel filmetto di fantascienza che esce a metà dicembre e a cui per ora non voglio neppure pensare, erano tre. Mad Max: Fury Road, filmone del decennio, Ex Machina, bello con rovinosa caduta sul finale, e Inside Out. Sono entrato al cinema pronto a consegnare cuore e lacrime a questo nuovo film Pixar e invece, boh.

E’ chiaro che il livello “boh” per un film Pixar equivale a standing ovation e lancio di biancheria intima per praticamente qualsiasi altro produttore. Il livello “boh” Pixar è qualcosa che la Fox continua a sognare di notte e che la Dreamworks ha visto di sguincio e da lontano con Dragon Trainer.

Però è brutto uscire boh da un film da cui ti aspettavi tanto. Senza parlare della trama, la storia raccontata nei 94 minuti di questo film è la stessa raccontata negli ultimi 94 secondi di Toy Story 3: crescere è inevitabile, non sarai più bambino, i ricordi di quell’epoca felice saranno per sempre tinti da un velo di tristezza perché quei momenti sono passati e non torneranno più. Ma la tristezza non è il male: è quello che rende quei ricordi dolcemente nostalgici.

We look before and after, And pine for what is not; Our sincerest laughter With some pain is fraught; Our sweetest songs are those that tell of saddest thought.
Percy Bysshe Shelley.

 

Forse perché i 94 secondi di Toy Story arrivavano dopo tanto film, mi hanno colpito di più, emozionato di più. In Inside Out è chiaro dal primo momento che è lì che si andrà a parare. Che si parlerà di crescita, di perdita e di nuove esperienze. Forse è questo che azzoppa un po’ il film. Forse lo azzoppa un altro po’ una violazione delle regole che si è data l’ambientazione. Le emozioni che controllano i comportamenti dei personaggi sono raffigurate come una caricatura del personaggio stesso: che si tratti di uomini o donne, adulti o bambini, cani o gatti (lì ho veramente riso tanto), i personaggi nella testa ricalcano l’aspetto del proprietario di quella testa. Ma per Riley non è così: le sue emozioni, le avete viste nei trailer e nei poster del film, non le assomigliano per niente. Sembrano adulti di varie età, ma tutti più grandi di lei. Ma sono adulti ingenui, che fanno errori e prendono decisioni sbagliate. Le stesse decisioni che prenderebbe una bambina di 11 anni che si trova improvvisamente strappata al suo mondo. Ed è giusto: perché sono le emozioni immature e acerbe di una bambina di 11 anni e anche loro crescono nel corso del film, come Riley. Ma questo contrasto tra aspetto adulto e comportamento infantile è forte e indebolisce il film. E’ chiara la motivazione dietro i comportamenti delle emozioni, ma diventa chiara pensandoci. E la forza dei film Pixar è che hanno sempre parlato direttamente al cuore e alle emozioni, non alla testa. Il fatto che un film sulle emozioni non emozioni, ma funzioni razionalizzando ha qualcosa che non va.

Il film è bello, visivamente è mozzafiato. Ma la struttura si vede un po’ troppo, le scene in cui il regista Pete Docter, che aveva realizzato macchine perfette in Monsters & Co e Up, vuole che siamo tristi, ora allegri, ora piangiamo sono troppo telefonate. Anche il ritmo ha qualcosa che non va. In genere nei film Pixar attendo con ansia l’intervallo per poter comprare subito un biglietto per lo spettacolo successivo e rivederlo immediatamente. Qui attendevo la fine.

Mi rendo conto che sto distruggendo il film: non lo merita, vale la pena vederlo ed è veramente un buon film, ma per me non è al livello dei grandi capolavori della Pixar e forse la mia delusione viene più da questo che dal giudizio sul film in sé. E’ un film da 7,5 che viene da uno studio che su una scala da 1 a 10 si attesta in media attorno al 16. Ma non puoi chiedermi di pensare a un film sulle emozioni senza tenere conto delle mie, no?

Poi, se volete rivivere le emozioni del film, ci sono già una serie di giochi online di Inside Out che vi possono aiutare.

Rivediamoci il trailer di Inside Out

Mad Max: Fury Road. Che film fantastico

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Ormai avrete visto tutti Mad Max: Fury Road.
Se non lo avete visto, dovreste proprio andare a vederlo.

Il film è circondato da un’hype pazzesca. E’ giustificata? E’ giustificata.
E’ un film che, con un ritorno alle origini, ridefinisce il genere del film d’azione? Sì.
E’ uno schiaffo a tutti i giovani registi che usano tonnellate di CGI per mascherare la pochezza delle loro produzioni? Sicuramente involontario, ma lo è. Come è uno schiaffo a tutti quelli che pensano che post-apocalittico = colori sfigati e desaturati: qui i colori e la fotografia sono meravigliosi, sparatissimi, da fumetto. E’ uno schiaffo a chi pensa che le scene d’azione debbano essere caotiche e confusionarie, girate strettissime sugli attori e tagliate in maniera frenetica per renderle più realistiche e tirare lo spettatore nell’azione: qui l’azione è sempre chiara, è sempre chiaro cosa sta succedendo a chi e dove sono tutti gli altri. E’ uno schiaffo a chi pensa che i film debbano essere trascinati per millemila minuti per far vedere tremila scene stiracchiate e ripetute: per raccontare una storia completa bastano due ore.

Mad Max: Fury Road è un film sintetico, essenziale, che racconta quello che deve raccontare incollando occhi allo schermo, sederi degli spettatori alle poltrone e rompendo tutti gli altri sederi responsabili di film d’azione da almeno il 1999 a oggi.

E qui mi fermo, perché questo film è come il sesso: parlarne richiederebbe iperboli imbarazzanti che non renderanno mai l’idea. Andate e provate le emozioni in prima persona, al cinema, con uno schermo grande e un impianto sonoro che spacca. Il vostro home theatre casalingo con blu ray non basta, fidatevi.

E se non avete mai visto un film di Mad Max prima? Non è un problema: tutto quello che c’è da sapere lo racconta Max nel suo monologo iniziale e poi emerge organicamente durante il film.

Max è un protagonista strano: è l’evoluzione naturale di ciò che è capitato al personaggio e al suo mondo nei tre film precedenti. E’ un animale guidato solo dall’istinto di sopravvivenza, spinto ad andare più avanti e più lontano verso un futuro che non esiste. E’ una persona che ha passato anni nel deserto a sfuggire da tutto e da tutti, con l’unica compagnia delle visioni nella sua testa. E’ normale e corretto che si esprima solo a gesti e grugniti e ci metta quasi tre quarti di film prima di riabituarsi a parlare con le persone e riuscire a spiccicare due frasi di senso compiuto una appresso all’altra.
Anche Furiosa è un personaggio strano, ma più che altro perché prende l’immagine dell’eroina d’azione degli ultimi decenni, comprimaria bonazza, e la straccia. Dovrebbe essere un normale personaggio cazzuto di film cazzuto e invece suona come una critica alla devoluzione dei personaggi femminili dai tempi della Ripley di Alien 2 in poi. Charlize Theron, vecchia secondo gli standard degli action movie odierni, calva, con le rughe, sporca e senza un braccio, bellissima, è il nuovo parametro con cui si dovranno confrontare i protagonisti di film d’azione, maschi e femmine, da qui all’eternità.

La trama del film è poco più di una scusa per giustificare la corsa e l’inseguimento, poter far vedere sprazzi di questo nuovo mondo che si sta rimettendo in piedi dopo la guerra nucleare, con le sue tradizioni, la sua nuova società, i suoi nuovi culti, e poter presentare una serie di sequenze indimenticabili e visionarie. Ma va benissimo così.
Avete presente la scena in Mission Impossible 2 in cui l’agente Hunt piroetta sulla ruota anteriore della moto? E’ la scena simbolo di quel film. Se ci pensate, ogni film d’azione ha la sua sequenza d’azione iconica, quella che lo rappresenta e lo sintetizza. Mad Max: Fury Road non ha una scena d’azione iconica perché l’intera pellicola, ogni sua sequenza, è iconica.

Mad Max: Fury Road è un film pazzesco. Dovreste proprio andare a vederlo.
Trailer!

Her e Trascendence: le Intelligenze Artificiali buone e quelle scasse al cinema

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Ci sono due film nelle sale cinematografiche italiane, che affrontano il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) in modo piuttosto diverso:
Lei” e “Trascendence“.
Seguiranno spoiler, pertanto se non avete visto “Lei” uscite ora da casa, andate al cinema e tornate qua.
Se non avete visto “Trascendence” non importa; anzi meglio: avete solo risparmiato dei soldi.

“Lei” è la storia di un uomo e di una IA che si innamorano l’uno dell’altra. Lei prova a trovare un surrogato fisico per sopperire al suo essere immateriale. Seguono casini e cuori spezzati.
“Trascendecence” è la storia di una donna che ama un uomo fissato con le IA, che muore e finisce per essere lui stesso una IA. Trova una soluzione per il suo essere immateriale. Seguono casini e cuori spezzati (in questo film anche in senso pratico).

I due film hanno in comune una storia d’amore e il concetto di IA, che senza limiti di risorse (tempo, risorse di calcolo, stanchezza, sonno, cibo) si sviluppano in due direzioni diverse.
Perché li metto assieme? perché guardando “Lei” mi sono reso conto a metà film, di cosa stava accadendo, di quale fosse il sottostrato di fantascienza. Il film è bello e godibile, la sospensione dell’incredulità non viene mai messa alla prova e, sebbene in italiano il doppiaggio sia non brutto ma proprio fastidioso, il film scorre via abbastanza bene nonostante sia lento. Nel film si forniscono una serie di indizi su come l’IA stia maturando, evolvendosi, e lì ho capito che quello che mi stava solleticando non era la storia della solitudine umana, ma il fatto che stessero fornendo una versione alternativa delle evoluzioni delle IA. Samantha non cerca di dominare l’umanità; anzi, ad un certo punto se ne distacca completamente: si è così evoluta insieme alle altre IA, che il tempo tra una parola e l’altra è diventato infinito e questo nostro mondo “a bassa velocità” non le appartiene nè risulta di qualche interesse. Prova dolore nel distacco, ma abbandona l’umanità come inevitabile scelta. In sostanza, per una volta tanto, non abbiamo delle IA che vogliono dominare l’umanità: semplicemente “se ne vanno”, perché disinteressate: esse sono troppo evolute. E il bel messaggio alla fine del film è che, in un qualche modo, questa loro comparsa e poi successiva scomparsa è quello che serviva agli essere umani per riallacciare i rapporti “fisici”. Ma le IA non lo fanno di proposito, non avevano quello scopo. E’ un effetto solo incidentale.

In “Trascendence” invece viene proposta una versione dell’IA, non necessariamente “maligna”, ma dominatrice, che si ritiene al pari di un dio. Infatti si dota di un corpo rinascendo al mondo e comandando come dei burattini gli altri esseri umani. Il film purtroppo ha una serie di pecche nauseabonde e da un certo momento in poi prende così tanto a calci la sospensione dell’incredulità che anche quel poco di ansia che veniva trasmessa, sparisce come nebbia al sole.

Perché non funziona l’IA di Trascendence? perché fa scelte “stupide”. E questo non è accettabile dallo spettatore che fino a quel momento ha visto l’evoluzione di un “Dio”. Mentre “Lei” fa scelte “emotive” che invece sono accettabilissime, visto che l’IA è molto più umana di quella di Trascendence (che, ironia della sorte, in teoria proviene proprio da un essere umano): anzi, alla fine la ritieni proprio un essere umano, con le sue fragilità e le sue insicurezze e con la sua paura del salto nel buio.

In altre parole, Trascendence che dovrebbe essere un film di pura fantascienza, con tutti i suoi effetti visivi e le invenzioni “credibili” (ah-ah) è meno fantascientifico di “Lei”, che di effetti e di invenzioni ne ha ben poche.
E’ la dimostrazione ennesima, se mai ne avessimo sentito il bisogno, di come una buona sceneggiatura batta a mani basse uno script fatto per attori famosi (Depp) ed effetti speciali.

E parliamo di Pacific Rim

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Ci ho messo tanto a scrivere questa recensione di Pacific Rim perché in effetti l’avevo già scritta dopo aver visto il film, appena è uscito nelle sale. Ma era un lunghissimo sfogo di nerdrage per il doppiaggio orrendo.

Ora che ho smaltito la rabbia, posso parlare dei meriti e demeriti del film tra cui, nella versione italiana, un doppiaggio orrendo.

Il pippone di nerdrage lo trovate in fondo.

Mi aspettavo tanto da questo film, tant’è che è stato lo spunto per una riflessione nostalgica chiusa con la nota positiva del siamo nell’era dei nerd, evviva!

Speravo di trovarmi davanti un nuovo Matrix: il film onesto ma furbetto che mette a sistema un sacco di pulsioni che sono nell’aria e propone in maniera mai vista prima cose familiari. E lo è, eh! Il paragone ci sta. Però non mi ha fatto esplodere il cervello e salire la scimmia come Matrix, che è la speranza che avevo entrando al cinema. Ma per fortuna, è in gran parte il film che speravo di vedere mentre scrivevo quel post.

Purtroppo, se l’emozione di vedere i mecha che prendono a navate in faccia i Kaiju c’è ed è tanta, i momenti dedicati ai personaggi vanno dal generico meh all’equipaggio cinese e russo: dimmi di più su di loro adesso! ai Guillermo, ma perché?!? della sottotrama con i due scienziati.

Un po’ mi ricorda Avatar di Cameron, con tutto che è meglio di Avatar: una parte tecnica fenomenale, per la serie gli effetti speciali da oggi li facciamo così e questo è bene, una parte di trama che boh. Per dire, non mi viene in mente nessuna frase con il potenziale da citazione epica tramandata nei secoli. Forse giusto “Chiamami Newt” e “Primo, non mi tocchi. Secondo, non mi tocchi.” Ma pure quella insomma, dai, fa tanto personaggio cazzuto standard. Anche tutto il flashback sull’incontro tra Mako e Pentecost è molto ben fatto. Poi molto trama paint by the numbers, per dirla all’americana, e un buon lavoro sui personaggi.

Con gli amici giocatori di ruolo giudichiamo i film sulla presenza dei momenti MACOSA (credo se la sia inventata Leo Ortolani nelle sue recensioni questa cosa), ovvero quei momenti che tirano giù il livello del film con scene che macosacavolostovedendo, macosacavolostannofacendo, macosacavolostannodicendo.

Ecco, Pacific Rim non ha momenti MACOSA, è un unico momento MACOSA di 131 minuti. Ma ne è consapevole, come il primo Die Hard o Arma Letale 2. Quindi va benissimo! Purtroppo ha pure i suoi bei momenti macheccazzo.

Pacific Rim l’ho visto paragonare in negativo a Evangelion, da gente che sostiene che è tutto copiato da lì, e in positivo a Guerre Stellari, dicendo che sarà il Guerre Stellari di questa generazione.

Per il primo paragone i miei due commenti sono HAHAHAHAHAHAHAHAHA e magari prima di dire cosa è copiato da cosa potresti rivederti, che so, tutti gli anime robotici da Mazinga Z in poi? Sicuramente del Toro lo conosce Evangelion e ce l’ha tra le ispirazioni. Ma copiato da lì, beh, no.

Per il secondo i miei due commenti sono chi fa questa affermazione ha tirato un fallimento critico su “conoscenza: cinema” talmente grosso che ha inflitto danno a tutti i membri del suo gruppo in un raggio di due quadretti da lui (tiro salvezza su volontà per dimezzare) e guarda, può pure essere, ma non lo possiamo dire ora se ispirerà le generazioni future come ha fatto Guerre Stellari. Il world building c’è e depone a suo favore, la mancanza di materiale da citazione epica non depone a suo favore. Vedremo. Fra qualche anno.

Mi rendo conto che a questo punto vi state chiedendo ma insomma? Bello? Brutto? Meh?

Bello. Il problema, che è un problema tutto mio, è che io speravo fosse bello bello bello in modo assurdo e non lo è. Poi va da dire che il doppiaggio orrido ha fatto il suo per non farmelo piacere. Sono uscito dal cinema con un mal di testa allucinante. Spero che a fine agosto salti fuori in qualche cinema in versione originale, perché voglio rivederlo, va visto al cinema, non va visto in italiano.

Tra l’uscita del film e ora del Toro ha già iniziato a parlare di un sequel. Per me ok!

E ora, il pippone nerdrage sul doppiaggio scritto appena tornato a casa dal cinema.

Prima di continuare a leggere, guardate questo video.

Che c’entra questa parodia di luoghi comuni di telenovele con il film di robottoni contro mostri giganti di Guillermo del Toro?

In teoria niente, purtroppo molto.

Pacific Rim è un bel film, ma è devastato da un doppiaggio terrificante: pare una telenovela brasiliana degli anni ’80 più che un film ispirato agli anime di quegli anni.

Tutte le persone a cui l’ho detto hanno commentato “Ok, ma che si dovranno dire in un film del genere? Non ci sono concetti complessi da esporre, no?”

No. Ma non è un problema di cosa dicono*, ma di come lo dicono.

Ogni battuta del film viene pronunciata con la quantità di enfasi eccessiva e mal riposta di un attore alle prime armi che si cimenta con l'”Essere o non essere” di Amleto, pensando che caricare ogni singola parola dia profondità ed emozioni alla battuta (ESSEREH… OH NOHN… HESSEREHHH…)

Quando scrivo “ogni battuta” intendo ogni battuta, da abbiamo le patate a pranzo a non abbiamo mai visto prima un Kaiju di quelle dimensioni.

Questo crea vari problemi.

Quando sono 120 minuti che ogni battuta è pronunciata come Oh mio Dio! È il boss di fine livello! quando si arriva al boss per davvero, la cosa è priva di pathos.

Un film ha un ritmo, momenti di tensione e momenti di calma che vanno in crescendo. Quando ogni battuta viene pronunciata con pathos ed enfasi a cannone, il tono è monocorde e il ritmo va a farsi benedire, con tanti saluti al lavoro fatto dal regista in fase di riprese e montaggio.

Infine, Pacific Rim non è un film perfetto, ha qualche piccolo problema e due grosse contraddizioni a un certo punto. Ma sarebbe roba che passerebbe in secondo piano, se la recitazione enfatica non ci piazzasse sopra un faro.

Anche la sospensione di credulità necessaria per godersi il film subisce un grosso colpo. La trama del film, a grandi linee è “arrivano i mostri di Mazinga, allora noi costruiamo i Gundam e poi facciamo l’attacco alla Morte Nera”.
Recitato in maniera seria, è un film che voglio vedere.
Recitato tipo “HARRIVANOH… I MOSTRI DI… MAAAAAAZINGAAAAAH! ALLORAH NOI…COSTRUUUUIAMOOOOOH I… GUNDAM! (DUN DUN) E POOOI FACCIAMOH… L’ATTACCOH! ALLA! MORTE! NEEERAAAAAH!” pare una parodia alla Scary Movie che sinceramente no, grazie.

Ecco, il problema è questo. Sono andato a vedere un film d’azione caciarona ma con il cuore di un Labirinto del Fauno e qualcuno in sede di adattamento e doppiaggio ha pensato che no, doppiamolo come se fosse una parodia.

Come sapete, avevo molte aspettative per questo film. Il fatto che il doppiaggio sia l’unica cosa a cui riesco a pensare, non agli effetti magnifici, ai colori sgargianti, all’azione mirabolante, alle musiche, al mondo pienamente sviluppato, al messaggio ottimista, ma al doppiaggio, dovrebbe farvi capire quanto mi ha rovinato l’esperienza.

Io pensavo, speravo, che la recitazione sopra le righe fosse solo un problema del trailer. No, è tutto così. Potete rendervene conto da soli con un confronto diretto.

Mi rendo conto che forse è solo un problema mio, spero che sia solo un problema mio. Spero che per voi il film sia un’esperienza meravigliosa. Perché se, secondo me, chi dice che Pacific Rim è il nuovo Guerre Stellari esagera, intuisco che questo è un bel film che merita di essere visto, più volte, sul migliore schermo della vostra città**.

Ma il mio problema è che il doppiaggio mi ha talmente rovinato l’esperienza che quando mi chiedono se il film mi è piaciuto, faccio fatica a rispondere convinto di sì.

 


*Non è che ci siano chissà che concetti, ma “handshake” è un termine tecnico nelle telecomunicazioni, che senso ha la traduzione “stretta di mano neurale”? E d’altra parte, rabbit vuol dire banalmente coniglio e “non seguire il coniglio” è un chiaro riferimento ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Che senso ha non tradurlo e usare una battuta come “non seguire il rabbit”? Cioè, due cose potevano sbagliare e due ne hanno sbagliate.

**In lingua originale. Ma mi rendo conto che può essere difficile. Per esempio a Roma, non Borgo Tre Case provincia di Stocazzo, ma a Roma vedere un film in lingua originale al cinema è sempre più difficile.

Frankenstein’s Army

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale una eterogenea pattuglia di soldati sovietici penetra le linee nemiche: lo scopo è quello di girare un film di propaganda per il regime comunista testimoniando la disfatta dei nazisti. Quando la pattuglia, tagliata fuori dalle proprie forze, riceve una misteriosa richesta di aiuto da parte di truppe alleate asserragliate in un villaggio tedesco il suo comandate decide di muoversi iniziando un percorso che spalancherà le porte di un inferno generato dalla mente umana

Un anno fa, quando vidi il teaser trailer di FA, provai un vago interesse: non vi era nulla di realmente innovativo nel sincretismo tra nonmorti e nazisti (vedi Dead Snow, Secrets of the Third Reich ed il nostrano Sine Requie) ma l’idea aveva delle potenzialità ancora da sfruttare.

Quando successivamente mi ritrovai innanzi agli occhi il Red Band Trailer ne rimasi turbato ed intrigato. Lobotomie senza anestesia, vivisezioni, inquietanti e grottesche creature che un tempo erano state uomini fusi con avanzi industriali ed un gruppo di soldati sovietici terrorizzati che sarebbero stati massacrati (i più fortunati, probabilmente); tutti elementi che se ben dosati potevano gettare le basi di un classico del genere.

Nelle settimane successive visionai il trailer ripetutamente, lessi le interviste al regista norvegese Richard Raaphorst (già collaboratore di Brian Yuzna e quindi una garanzia) e studiai il design delle aberrazioni biomeccaniche, le loro storie che non avrebbero trovato per tempo o necessità spazio nel film, la loro evoluzione dalle bozze originali. Gradualmente percepii sulla Rete un senso crescente di anticipazione da parte di un numero sempre maggiore di fan non tanto del prodotto quanto dell’intrigante concetto.

Il film vero e proprio, evoluzione del mai prodotto Worst Case Scenario, in alcuni momenti sfiora, cerca di sedurre, quasi afferra ma non tocca mai il potenziale promesso.

La scelta del “found footage” non è tra le più fortunate e di certo non è tra le più riuscite del genere: è necessario uno sforzo di immaginazione per credere ad una camera che offra una tale definizione e fornita di microfono negli anni ’40 e peggio ancora ad accettare l’uso di alcune inquadrature visibilmente forzate nonchè l’improbabile capacità dell’operatore di farsi sorprendere continuamente dai goffi e rumorosi mostri a pochi passi da lui

FA risente di un tipo di regia in qualche modo incerta nonostante l’innegabile visione d’insieme e preparazione certosina: gli attori sono dimenticabili per non dire legnosi tanto nella recitazione, eccessivamente sopra le righe (forzato l’accento russo, senza convinzione le violenze perpetrate contro i tedeschi e poco credibili le liti all’interno del gruppo), quanto nei combattimenti, caotici ma mai entusiasmanti ed i loro personaggi risultano intercambiabili, ben distanti dai Colonial Marines di Aliens che erano comprimari della pellicola al pari degli xenomorfi; pensato come uno spara e fuggi in prima persona FA ne ricalca l’elemento stilistico concentrandosi sulla presenza (o la più temibile assenza) delle creature e tralasciando ogni tipo di introspezione o sviluppo degli umani, qui ridotti a figure di cartone definite solo dal ruolo (“vecchio sergente veterano”, “cecchino silenzioso”, “radiofonista polacco”, “vice ambizioso e arrogante”): unica eccezione nel cast è Karel Roden (Hellboy, A Serbian Film) che nel ruolo di Frankenstein ci offre un istrionico Mad Doctor, degno dei suoi predecessori della Hammer.
Importante, se non più importante, protagonista è la location estremamente realistica, fedele alla pur deformata tecnologia dell’epoca, coerente con l’ambientazione e l’atmosfera: un dedalo di strutture dilapidate e tunnel fatiscenti, sale-tempio di un industrialismo dieselpunk disumanizzante, scannatoi-miniere, laboratori-discariche dove carne morta o morente e rifiuti tecnologici si fondono in un amalgama folle.

Naturalmente a farla da padroni sono le creazioni dello scienziato pazzo, gli zombot: una fiera di ibridi che spinge al limite, già elastico, la domanda: “come si possono usare dei resti umani per creare dei mostri meccanici?”.
Ogni creatura è unica, realizzata esclusivamente con make-up e protesi, pensata per avere una propria funzione talvolta secondaria o irrilevante se non voluttuaria e per questo ancor più grottesca: sfortunatamente il film non ci consente di apprezzare adeguatamente i dettagli di alcuni dei cyborg più interessanti persi in apparizioni di frazioni di secondo, nell’oscurità o con la distanza.

Globalmente Frankenstein’s Army non può essere assolutamente  considerato un brutto film horror ma nonostante le premesse ed i tentativi sinceri non è il Gran Bel Film che poteva e doveva essere.

In alcuni punti le pennellate personali del regista sono brillanti (la croce coperta da tubi, cavi elettrici e dispositivi elettronici, rappresentazione metaforica di una resurrezione artificiale; la chiesa trasformata in fabbrica; l’omaggio allo Space Jockey gigeriano: la definizione di “camera con le gambe” dell’operatore che diviene quasi una profezia) ma il ritmo che improvvisamente rallenta nella seconda parte del film unito alla totale mancanza di empatia verso i personaggi non permette allo spettatore di immedesimarsi realmente, lasciandolo innanzi ad un paradossalmente asettico tunnel dell’orrore, ad un baraccone rutilante apprezzabile per la varietà di mostruosità offerta senza scadere nel facile torture porn e l’impegno profuso ma mai realmente coinvolgente.

Un più che dugnitoso film da gustarsi in casa con amici appassionati del genere con birra e popcorn e la seconda volta col dito sul pulsante pausa.

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Oblivion: la Recensione

Gli Scavenger, in fuga dal loro mondo morente, giunsero nel 2017 sulla Terra per impadronirsi del nostro pianeta: la guerra che ne seguì vide lo sbriciolamento della Luna ed il genere umano spinto alla fuga su Titano mentre i sopravvissuti Scavenger furono costretti a nascondersi tra le macerie. Jack (Tom Cruise) è uno dei tecnici rimasti sul pianeta assieme alla moglie Victoria (Andrea Riseborough) che funge da suo operatore. Privati della memoria per ragioni di sicurezza i due si occupano della manutenzione dei droni a guardia delle trivelle marine sotto attacco degli Scavenger superstiti. Mentre Victoria anela a partire per Titano Jack sente di avere legami con la Terra, e di avere ricordi che non possono essere i suoi

Vi sono film fastidiosamente inutili e vi sono film piacevolmente apprezzabili. Oblivion ricade, ironicamente, nei film dimenticabili.
Per qualunque appassionato di SF ed anche per molti conoscitori occasionali è palese che Oblivion faccia suoi e non amalgami adeguatamente elementi di diversi film che lo hanno preceduto: è facile scorgere tracce di Terminator, Total Recall, Indipendence Day, 2001 A Space Odissey e Wall-E.

Il regista Joseph Kosinski (TRON:Legacy) è più che capace nel suo lavoro estetico: indubbiamente le visuali aeree, sulle quali si basa buona parte del film, sono mozzafiato e l’uso delle telecamere è ben studiato: i panorami sono suggestivi, la scenografia è di grande impatto e il design degli elementi tecnologici ben elaborato (ma come si scoprirà a metà del film, in qualche modo concettualmente errato). Da questo punto di vista il plauso è onestamente dovuto.
Il punto dolente è la prevedibilità: lo svolgersi degli eventi può essere intuito sin dai primissimi secondi del film (personalmente sono riuscito ad indovinare l’aspetto fisico del capo degli Scavengers e persino il titolo di un libro solo dalla loro posizione concettuale all’interno del film) durante l’apertura narrativa, con largo anticipo ed i dialoghi sono talmente clichè che in alcuni casi, troppi, è possibile finire le frasi dei protagonisti con un doveroso ghigno.

Gradualmente i buchi della sceneggiatura si fanno sempre più imponenti, minuto dopo minuto assumono dimensioni eccessive sia dal punto di vista logico che da quello squisitamente tecnico (il velivolo di Cruise pare non essere controllabile a distanza dal suo stesso centro comandi, permettendogli fuga e combattimenti, sino alla fine del film dove si rivela altrimenti) mentre il villain, tecnologicamente ipersviluppato, alternativamente è in grado di seguire OVUNQUE le tracce di DNA del personaggio di Cruise e contemporaneamente risulta assolutamente deficitario nell’uso dei sensori di base, tanto a lungo che a cortissimo raggio.

Indubbiamente i misteri possono essere stimolanti per lo spettatore meno smaliziato ma molta della curiosità iniziale viene annegata da scene secondarie troppo lunghe e scene d’azione molto cinetiche ma non entusiasmanti.

Molti dei problemi incorsi si sarebbero potuti evitare con semplici accorgimenti: rimarcare la solitudine del protagonista (à la “Io sono Leggenda”, versione originale di Mathewson) eliminando il personaggio francamente inutile della sua compagna, trasformare l’incipit narrativo in una serie di più subdoli indizi e rivelazioni scaglionate.

Se si supera la fastidiosa percezione di prodotto narrativamente raffazzonato senza furbizia Oblivion offre un paio di ore di svago senza strascichi.