Oro Verde

Mia madre alzò gli occhi a guardare le stelle. Ce n’erano tante lassù. Le tremava leggermente la mano mentre ne sceglieva una. Puntò un dito verso il firmamento: la sua intenzione iniziale era quella di indicarci un corpo celeste per completare la favola che, come spesso accadeva nelle calde serate estive, raccontava a me e a mia sorella.

Ma ora aveva intravisto qualcosa, un baluginio sospetto e un innaturale movimento delle nubi sparse come stanchi animali al pascolo nella sconfinata prateria scura del cielo notturno. Scrutò con più attenzione e, colpiti dal suo silenzio, pure io e mia sorella volgemmo il capo all’insù, alla ricerca della stella fatata verso la quale, nella favola di quella sera, il drago rosso del coraggio aveva intrapreso il suo viaggio millenario. Scorgemmo invece una strana sagoma luminosa che pioveva verso terra, assomigliava a una di quelle comete che sul finire dell’estate si è soliti avvistare. Ma a differenza di quelle vere, che scomparivano all’istante, bruciando tutta la loro esistenza al suono silenzioso dei nostri desideri, quella verso cui convergevano i nostri sguardi non stava svanendo affatto. Attorno ad essa si erano invece condensati i gas della nostra atmosfera tanto che, mano a mano che proseguiva verso la superficie del nostro pianeta, la luce che emetteva mutava colore, ora più bianca e azzurrognola, ora più giallognola o rossastra. Anche le correnti aeree e le nubi reagirono alla sua presenza, vorticando in modo sinistro, come falene attirate dall’affascinante luminosità che quel sospetto corpo celeste dispensava.

Mentre lo strano meteorite scendeva, la sua velocità diminuiva tanto che attirò l’attenzione anche dei miei vicini e di tutti quelli che abitavano nel mio quartiere. Se non della città intera.

Il rumore che produceva sembrava simile al rombo dei tuoni nei temporali più violenti, solamente che questa volta si trattava di un rimbombo prolungato e basso, che non dava l’impressione di voler smettere mai di borbottare.

–          Mamma, che cos’è quello?

Chiesi a un tratto, con ingenuità, la voce ridotta a un sussurro, un po’ perché rapito dallo spettacolo cui stavo assistendo e in parte perché spaventato da quell’ignota presenza spaziale.

–          Non lo so, figliolo, proprio non lo so…

La sua voce era calma e controllata ma intuii che anche lei temeva qualcosa. Io e mia sorella ci scambiammo uno sguardo complice leggendo ciascuno negli occhi dell’altra le medesime emozioni, sorpresa curiosità mista a paura destabilizzante.

Sembrava quasi come in quei film di fantascienza che la mamma non voleva che guardassimo in televisione perché, ce lo ripeteva sempre, ci avrebbero fatto venire gli incubi.

Ripensandoci in quell’istante, le diedi ragione e mi avvicinai un poco, solo per sicurezza. Timidamente allungai la mano per raggiungere la sua, senza però staccare mai lo sguardo dal cielo.

Ora, quello che credevamo un meteorite, non appariva più come un corpo roccioso. I vapori e il gas che lo avvolgevano si stavano via via dileguando mano a mano che questo planava sopra alla nostra città.

Osservandolo meglio, comprendemmo che quel misterioso corpo celeste non era composto di pietra e ghiaccio; non era nemmeno una cometa o un piccolo asteroide, come quello che, a scuola, ci avevano detto avesse estinto i grandi dinosauri della preistoria.

Appariva invece più simile a uno degli hovercraft che i grandi guidano per andare al lavoro, con un lungo muso piatto e schiacciato davanti, della ali tondeggianti ai lati e un grosso abitacolo nel mezzo. Solo che quello che stava levitando sopra alle nostre teste, a centinaia di metri di distanza da noi, appariva enormemente grande.  Il cielo stesso sembrava ribellarsi alla sua presenza: anche se era notte, tutto si era fatto più luminoso e correnti d’aria impetuose vessavano la nostra città.

Osservando meglio, compresi che era quell’astronave ad emettere luce per via dei potenti propulsori che la spingevano e che, ora, dopo aver modificato la propria inclinazione fino a posizionarsi orizzontalmente sopra di noi, la sospingevano verso le montagne a nord della città.

Non potemmo fare altro che seguirla con lo sguardo, come piccole formiche che assistono impotenti al cambio di direzione di un gigantesco pennuto.

–          Lo sapevo! Lo sapevo che sarebbero tornati!

Una voce carica di entusiasmo esplose alla nostra destra attirando l’attenzione di tutti noi.

Era quel matto di Phil, talmente appassionato di storie su alieni e altri mondi che era convinto che esistessero davvero altre forme di vita al di fuori del nostro pianeta, nello spazio o su altri sistemi stellari. Addirittura sosteneva che fossero già atterrati più volte anche nel nostro continente e che fossero i responsabili dei misteriosi disegni nel grano di cui, di tanto in tanto, avevano parlato alla televisione.

Ma la mamma ci aveva sempre detto che si trattava di burle, di bravate commesse da persone che non avevano niente di meglio da fare che ingannare la società e cucirsi storie interessanti addosso. Persone sole che volevano un po’ di attenzione. O soldi.

–          Sono loro, sono tornati! Vengono per l’oro verde vi dico: è la verità, credetemi!

Scuotendo il capo per le farneticazioni del nostro vicino, mia madre ci strinse a sé, sollevata che l’avvistamento non si fosse rivelata una minaccia per noi o per tutti gli altri.

–          Certo, Phil, come no! E se invece fosse stato un nuovo prototipo di velivolo militare?

Questa volta era la signorina Astrid a far sentire la propria voce acuta, sporgendosi appena dal terrazzo della sua villetta, dall’altra parte della strada.

–          Già!  Se fossero stati alieni, non ci avrebbero di certo ignorati: probabilmente ci avrebbero rapito o bombardati. Non lasciano mai testimoni e non viaggiano per distribuire la pace!

Anche Kato, un esimio docente del liceo cittadino, concordava con l’ipotesi della signora Astrid. Probabilmente più per schierarsi dalla sua parte e farle percepire una certa affinità più che per reale e autentica convinzione.

–          Ma non capite: è proprio quello che vogliono che crediamo. Quell’astronave è un velivolo alieno, vi dico! Quella forma, i motori, la tecnologia. Non portava alcuna bandiera e …

–          Ehi, come hai fatto a scorgerne una con questo buio? E’ notte Phil…

Sottolineò il professor Kato, mentre osservava in direzione della terrazza su cui stava la ragazza, scorgendo nel sorriso di Astrid un segnale di approvazione.

–          Sì … cioè no, non l’ho vista, in effetti … ma questo non significa che io non abbia ragione! Sono qui per l’oro verde, sono venuti per quello. Credetemi!

Phil insisteva con la propria teoria e altri, che erano usciti all’aperto per osservare il volo di quella misteriosa astronave color antracite, si intromisero nella questione, ognuno cercando di dare una spiegazione a quanto avevano appena assistito. Io e mia sorella ci guardammo senza capire granché di ciò di cui gli adulti parlavano. Di tanto in tanto però gettavamo uno sguardo al cielo, giusto per controllare che non ve ne fossero altre in arrivo. Chissà da dove provengono, mi chiesi

–          E cosa sarebbe questo fantomatico “oro verde”, Phil?

Nuovamente la signorina Astrid: incalzava il nostro vicino con malizia, più per schernirlo pubblicamente che per conoscere qualcosa di nuovo.

L’altro si aggiustò gli occhiali sul naso e raccolse le idee prima di parlare: erano tutti contro di lui, lo credevano un nerd inaffidabile e di certo lo avrebbero deriso qualunque cosa avesse detto. Forse avrebbe fatto meglio a tacere e a rinunciare, ma il suo orgoglio gli imponeva di diffondere un po’ di quelle conoscenze che i media tradizionali e le istituzioni tacevano alla gente comune.

–          Non si sa ancora che tipo di materiale sia ma il cosiddetto “oro verde” è un minerale  scoperto recentemente in alcune cave tra le montagne su, al nord. Si dice che sia particolarmente prezioso per le proprietà energetiche che possiede ma gli scienziati non hanno ancora individuato un modo per lavorarlo o trattarlo. Pensano però che, dopo le opportune analisi e rilevazioni, possa diventare una fonte energetica altamente efficiente. Secondo alcune teorie soppianterà altre forme di combustibili come il carbone o il petrolio. Che chiamano oro nero. E siccome possiede un’intensa colorazione verde fosforescente, ecco perché nel web tutti lo considerano “oro verde”.

Silenzio. All’improvviso tutti rimasero muti ad osservare Phil e a soppesare quanto aveva riferito loro, valutando le implicazioni e la plausibilità delle sue farneticazioni da nerd sfigato. Anche mia madre se ne stette immobile per un istante, riflettendo sul senso delle spiegazioni del nostro occhialuto vicino appassionato di storie fantastiche. Poi si voltò e ci sospinse verso casa.

–          Personalmente non ho mai sentito nulla di simile alla radio o alla televisione. Forse esageri un po’ con i film di fantascienza o leggi troppi fumetti per ragazzi, Phil. – lo rimproverò.

–          Anche secondo me: forse dovresti trovare un modo più sano per trascorrere il tempo. Alieni e oro verde! Che scempiaggini! – le fece eco Astrid.

–          Ma è la verità! Dovete credermi!

Nessuno, invece, gli dava credito.

Con la coda dell’occhio, prima di entrare in casa, vidi la delusione dipinta sul suo volto: chissà, pensai, magari un po’ di ragione ce l’ha.

 

A bordo della LAST-EDEN-01, il comandante Jorgsen aveva appena ultimato di dare le disposizioni al proprio equipaggio. La meta del loro viaggio era situata più a nord, a circa venti chilometri di distanza dal centro abitato alieno sopra cui erano appena planati. Nelle precedenti comunicazioni avevano avuto segnalazioni della cittadina ma, considerando l’attuale livello tecnologico raggiunto dalla popolazione indigena, avevano ritenuto che un passaggio sopra ad essa non avrebbe costituito alcun pericolo. Né per l’equipaggio né per il carico che stavano trasportando.

Infine, dopo quasi venti minuti di volo, raggiunsero il sito prestabilito. I propulsori anteriori dell’astronave vennero azionati per arrestare il moto del poderoso velivolo mentre, in contemporanea, furono attivati gli stabilizzatori gravitazionali, necessari a mantenerla orizzontale.

Al termine della manovra, Jorgsen afferrò la propria ricetrasmittente e impartì l’ordine:

–          Avviare procedura per l’apertura del portellone C02 della stiva.

Uno dei macchinisti ubbidì all’istante, digitando con velocità impressionante sul monitor touch screen collocato alla sua destra. Qualche istante dopo confermò il completamento dell’operazione.

Il comandante annuì, quindi comunicò il nuovo ordine.

–          Dare inizio alle operazioni di scarico delle scorie radioattive.

All’unisono, il personale di bordo avviò la procedura per trasportare a terra i rifiuti tossici trasportati dalla LAST-EDEN-01. Come uno sciame industrioso, piccoli velivoli dalle forme squadrate iniziarono a fare da spola tra il portellone della stiva e il suolo del pianeta.

Nell’osservare il continuo via vai di navicelle che scendevano e abbandonavano tonnellate e tonnellate di scorie prodotte dalle centrali nucleari del loro pianeta d’origine e che erano stati incaricati di smaltire, un ufficiale di bordo intavolò una breve chiacchierata con il comandante.

Uno scambio fugace, giusto per ingannare il tempo fino a che non venissero ultimate le operazioni di scarico e per conoscere meglio il pensiero del suo superiore.

–          Chissà cosa penseranno gli indigeni del fatto che stiamo trattando il loro pianeta come un’enorme discarica per materiale radioattivo …

Il comandante sospirò, quasi scocciato dalla presenza di Piotr: per qualche motivo quel tipo non gli andava a genio. Prima di esprimersi, valutò attentamente cosa rispondere: preferiva esser cauto ed evitare di prestare il fianco a un uomo ambizioso come lo era il suo ufficiale.

–          Francamente mi spiace per loro e per il fardello che gettiamo sul loro futuro. Ma noi eseguiamo solo degli ordini, come si aspettano i nostri capi sulla Terra. Ed è esattamente ciò che faremo, negli interessi degli azionisti che rappresentiamo, prima, e dell’umanità, poi.

L’altro annuì soddisfatto; quindi tornò a scrutare il cielo notturno, osservando l’attività svolta dai suoi subordinati e intravedendo, giù in fondo, alcuni riflessi verdastri emessi dal materiale tossico chela LAST-EDEN-01 stava rilasciando.

In fondo, si ritrovò a pensare l’ufficiale, meglio qui che nella città in cui vivono i miei figli…

Terra Nova

Nel ventiduesimo secolo la Terra è al limite del collasso ecologico: l’inquinamento ha fatto svanire la Luna dal cielo e l’aria è divenuta quasi irrespirabile.
L’unica speranza che rimane all’Umanità è la fuga dal pianeta da lei stessa condannato attraverso una frattura dimensionale che conduce ottantacinque milioni di anni nel passato, in un flusso temporale alternativo.
I “pellegrinaggi” attraverso la frattura, possibili solo una volta l’anno, vengono organizzati dal governo e gli umani iniziano il loro graduale esodo.  Al decimo pellegrinaggio partecipa raccambolescamente la famiglia Shannon composta da padre poliziotto, incarcerato per aggressione a pubblico ufficiale ed evaso dalla prigione, madre medico e tre figli.
Giunti sulla verde “Terra Nova” gli Shannon dovranno ricostruire i loro legami famigliari e prepararsi ad affrontare un mondo irto di pericoli.
E’ arrivata infine il 26 Settembre su Fox la prima puntata dell’attesa serie creata da Craig Silverstein e Kelly Marcel e prodotta da Spielberg, anticipata da un intenso battage pubblicitario.
Saltando a piè pari l’inevitabile, comprensibile e giustificata similitudine con Jurassic Park, le citazioni e gli omaggi (al limite del plagio) verso la serie Outcasts e fermandoci a riflettere a mente fredda su questa premiere tanto i lati negativi quanto quelli positivi emergono vigorosamente: l’architettura e l’impostazione stilistica del futuro distopico unita alla propaganda martellante sul “nuovo mondo” (un misto tra l’estetica di Blade Runner e quella del suo tardo derivato Priest) non sono originali ma ugualmente risultano evocative. La CG dei dinosauri non è eclatante nonostante il budget di venti milioni di dollari ma é comunque accettabile e la struttura abitativa di Terra Nova appare (ma questo riceverà conferma più avanti) realistica nelle sue funzioni sebbene le case dei coloni risultino improbabilmente sfarzose. Come impatto visivo iniziale la serie risulta piacevole ma non sconvolgente.
Il problema sorge immediatamente quando vengono rivelati i rapporti interni alla famiglia Shannon, che risultano tanto stereotipati da essere imbarazzanti, e le azioni dei suoi membri appaiono così improbabili (vedi la bigiata dalla lezione di orientamento del figlio maschio appena arrivati su Terra Nova che si trasforma nella prima situazione di emergenza) da essere fastidiose, doppiamente fastidiose se si prova a giustificare le assurdamente ingenue azioni dei protagonisti con il fatto che “i figli sono adolescenti ed il padre é
stato via per due anni in galera”. Il fastidio poi diviene vera irritazione quando si considera il delirante comportamento dei giovani cresciuti su Terra Nova che, senza armi od equipaggiamenti, compiono periodicamente “scampagnate clandestine” oltre il recinto di sicurezza, nelle zone di caccia dei mortali dinosauri noti come “Slasher”.
L’azione esplode immediatamente con verve commerciale, e sin qui la si può accettare con il senso di rimarcare le personalità dei protagonisti, e furbescamente nella seconda metà dell’episodio pilota con un escamotage narrativo che non mi sento di considerare onesto. Lascia perplessi inoltre l’assoluta libertà dei nuovi arrivati, improbabilmente impreparati al nuovo ambiente, nel compound umano: se questa può essere la scelta più semplice degli sceneggiatori per introdurre gli spettatori al nuovo mondo attraverso occhi altrettanto inesperti dal punto di vista logico vi sono pesantissime ed ingiustificabili falle.
Come la moda post-Lost prescrive non mancano accenni di enigmi, i primi misteri, le fazioni con i propri imperscutabili scopi e le cospirazioni, purtroppo sparati come palle di cannone piuttosto che sussurrati nell’orecchio, sebbene riescano a far sorgere qualche sincero interrogativo nello spettatore la loro presentazione è troppo didascalica per essere di reale effetto.
Non tutto è da buttare: Stephen Lang, già visto in Avatar in un ruolo tanto simile da farci immaginare il sorriso sornione di Spielberg, qui indossa il ruolo dell’apparentemente severo-ma-benigno comandante della base le cui reali intenzioni sono avvolte nel mistero mentre la bella Christine Adams, capo dei “sixers“, possiede il seme di un certo fascino ferino.
Possiamo concedere che Terra Nova per ora non sembra soporifero quanto Visitors o dolorosamente fallace quanto Flashforward ma altresì non risulta di certo un progetto innovativo o coraggioso: scorre sui binari ben definiti del “già visto, già sentito” con concessioni al “forse intuibile”: gettandosi su un (letteralmente) estemporaneo dramma famigliare anni ’90 sulla falsariga di The Walking Dead o peggio di Falling Skies la Fox, nota per l’abitudine di cancellare le serie di fantascienza, ha deciso di rischiare eccessivamente puntando su una stagione di tredici episodi come dimostrano gli impietosi indici di ascolto della premiere (tre punti, con una audience media di nove milioni di spettatori).
Probabilmente se si fosse deciso di usare come protagonisti un gruppo di sconosciuti dal passato travagliato uniti dalle circostanze piuttosto che l’ennesima versione della famiglia Robinson il prodotto ne avrebbe giovato.
Il teaser della serie in italiano:

Hobo with a Shotgun

Un vecchio vagabondo (Rutger Hauer) durante il suo peregrinare giunge nella città di “Hopetown” con il desiderio di iniziare una nuova vita. Le sue speranze svaniscono completamente quando l’ “hobo” si rende conto che il luogo è dominato attraverso il terrore dal sadico Drake (Brian Downey) e dai suoi sballati figli Slick e Ivan (Gregory Smith e Nick Bateman). Dopo essere stato malmenato dal corrotto capo della polizia e aver salvato la prostituta Abby (Molly Dunsworth) da uno stupro il vagabondo viene condotto oltre la soglia della sopportazione e armatosi di un fucile a canne mozze inizia a portare, un proiettile alla volta, giustizia nella città.

Al pari di Machete HwaS nasce come finto trailer all’interno del Grindhouse di Tarantino/Rodriguez e ancor più di Machete HwaS è un omaggio, meno elaborato e forse più sincero, ai film di exploitation degli anni ’70. Ma laddove la presenza di Trejo era inscindibile dall’impatto visivo e dal concetto del trailer di Machete e  quindi non poteva di certo essere sostituita nel film derivato con HwaS si è preferito affidare il ruolo dell’hobo non a David Brunt, che nel trailer ottimamente rimarca con la sua cadenza ed il suo camminare sbilenco l’alienazione del senzatetto, ma ad un Hauer che nulla ha perso con la vecchiaia e che ancora può dare al cinema, come dimostra il suo monologo nella nursery.

HwaS è estremo tanto da essere surreale -la città è così improbabilmente pregna di crimine e tanto moralmente in bancarotta da far sembrare Sin City il villaggio dei Puffi-, violento in modo compiaciuto, carico di un elemento splatter che in genere è concesso solo alle produzioni indipendenti: anche i bambini non scampano alla crudeltà del film e questo può far storcere il naso ad alcuni.

La brutalità grafica, priva dello pseudorealismo di Frontiers o della cervelloticità sterile e giustificazionista degli ultimi Saw, è così eccessiva da risultare alla fin fine ilare: il gore è copioso, le mutilazioni sono piuttosto creative senza essere macchinose ed ogni pretesa di politically correctness è bandita.

Ovviamente la trama è ridotta all’osso ma non è priva dei suoi punti di interesse: a differenza del trailer e del film di Machete la semplicità di HwaS viene mantenuta nel passaggio da spoof a film e permette al regista di giocare con le figure dell’hobo, lungi dall’essere il tipico protagonista macho hollywoodiano, e di Abby, con le quali si può almeno empatizzare.

HwaS non è per gli stomaci deboli e per i palati troppo delicati: è un concentrato di chili bollente versato direttamente in bocca. Ad alcuni di certo può piacere.

 

Il finto trailer originale:

 

 

Il trailer del film:

 

World Invasion – Battle Los Angeles

Agosto 2011: la Terra viene invasa senza preavviso da forze aliene meccanizzate mimetizzate da meteore che nell’arco di pochi minuti conquistano diverse città, eliminando senza pietà i loro abitanti. Il sergente maggiore Nantz (Aaron Eckhart) sul punto di ritirarsi dall’esercito dopo una missione fallita che ha causato la perdita di diversi suoi uomini riceve l’incarico di recuperare sotto il comando del sottotenente Martinez (Ramon Rodriguez) dei civili intrappolati a Los Angeles prima che l’aviazione bombardi l’area.

Superata l’impressione iniziale del “Black Hawk Down incontra Indipendence Day” Battle Los Angeles si rivela semplicemente per ciò che è: una men che sottile campagna pubblicitaria di reclutamento per l’Orgoglioso, Impavido e Nobile Corpo dei Marines.

Il film di Jonathan Liebesman (regista del remake di “Non Aprite quella Porta“) è indubbiamente rapido ed a parte un breve flashforward/flashback che anticipa le fasi iniziali dell’invasione e che introduce la situazione emotiva di Nantz , gettando le basi del rapporto con i suoi sottoposti e con il suo superiore, l’azione si svolge quasi in tempo reale e senza tergiversamenti scorrendo convulsa al pari di uno sparatutto in prima persona. I movimenti della telecamera sono spesso traballanti e sebbene adeguati all’azione hanno lo svantaggio di generare la nausea dopo pochi minuti di fuga, esplosioni e sparatorie. Il regista cerca di offrire un taglio di realismo militaresco ma cade purtroppo preda di errori e semplificazioni che, pur sfuggendo in genere ai non esperti, dimostra che si è preferito la spettacolarità hollywoodiana al dettaglio tecnico: non necessariamete un male.

Il problema si presenta non appena l’adrenalina comincia a diminuire e fanno capolino le inevitabili domande: come è possibile che una razza aliena abbastanza avanzata da attraversare gli spazi cosmici possieda corazze tanto fragili da essere penetrate da armi da fuoco convenzionali dei “primitivi” terrestri” e come mai gli extraterrestri dalla fisiologia non umana usano tute potenziate umanoidi? La trama, sottile come carta velina, non offre risposte preferendo concentrarsi (poco) sull’elemento umano. Il fatto che si possa indovinare chi andrà a morire ed in quale ordine non offre la possibilità di empatizzare eccessivamente con i protagonisti che sguazzano nel totale cliché razziale/ruolistico.

Se lo spettatore è disposto a digerire la retorica gonfiata con gli steroidi Battle Los Angeles è un film di certo dimenticabile ma non necessariamente orrendo: pur privo di spunti di riflessione e deficitando di una storyline realmente intrigante il film non tocca la compiaciuta inutilità di uno Skyline e per passare un sabato sera meno che impegnativo con amici interessati solo all’azione è quasi perfetto.

Ecco il trailer:

http://www.youtube.com/watch?v=Hassn24af58

 

Racconto: Nel nome del padre

Ero seduto al capezzale di mio padre. Gli stringevo la mano mentre esalava i suoi ultimi respiri. Non ero ancora pronto a lasciarlo. Era stato tutto per me dopo la morte di mia madre un anno addietro.

La porta alle mie spalle si aprì. L’uomo col cappotto e il cappello nero entrò e mi sorrise. Sapevo che sarebbe venuto. Era logico.

La prima volta che vidi quell’uomo in casa nostra avevo più o meno dodici anni.

Ricordo poco, perché ero molto malato. Avevo contratto una forte polmonite rimanendo fuori a giocare nei boschi con i miei amici fino a tardi.

In Alaska, nei giorni d’inverno, la temperatura è cosi bassa che ti si gela persino la lingua.

Ripensandoci adesso, col senno di poi, è probabile che ti si geli anche il cuore.

L’uomo vestito di scuro, con un lungo giaccone e un cappello d’altri tempi, entrò in casa scortato da mio padre.

Lo guardai negli occhi dal mio letto. Lui mi rispose con un sorriso.

Credevo fosse il delirio della febbre alta. Ma ebbi una tremenda paura di quello sconosciuto.

Li vidi parlare per molto tempo.

Alla fine l’uomo si alzò, con i miei genitori al seguito.

Mia madre mi disse che era il dottore.

Ed effettivamente mi visitò.

Sentivo un calore benevolo quando le sue mani mi toccavano il petto. Ma purtroppo la febbre troppo alta mi fece svenire prima che il dottore compisse la sua diagnosi.

Mi svegliai qualche ora dopo. I miei genitori avevano l’espressione sollevata di chi ha appena scampato un dramma.

Il dottore aveva lasciato delle pillole antibiotiche da prendere due volte al giorno. Mi ristabilii precocemente, e dopo solo dieci giorni ero di nuovo a scuola.

Il ciclo di antibiotici duro sei mesi. Per evitare ricadute, mi dicevano i miei, con sorrisi tirati.

Le pillole erano maledettamente amare. E quando mio padre era fuori nei boschi a tagliare gli alberi cercavo sempre di saltare la mia dose.

Ma mia madre non me l’ha mai permesso. Per lei era questione di vita o di morte che io prendessi quella dannata pillola fino all’ultimo giorno prefisso dal medico.

Fino ai miei diciotto’anni non rividi più l’uomo vestito di nero.

Fu proprio il giorno della morte di Ashley Logan.

Ashley era la mia ragazza da sei mesi, o meglio lo era stata fino al giorno prima.

Eravamo usciti come al solito per bere un caffè bollente in paese, e dopo aver fatto finta di niente per due ore se né usci fuori dicendo che non voleva più vedermi.

<<Eh?>> le risposi io pensando mi stesse prendendo in giro, anche se non era solita a scherzi del genere.

<<Mi piace un altro ragazzo Dylan..>> disse lei guardandosi le scarpe. <<Dovrai fartene una ragione, io non sento più niente per te.>>

Ovviamente non la presi bene.

Purtroppo, però, sono una di quelle persone che accumula dolore, delusioni e sofferenza dentro di sé.

Per questo non le dissi niente.

Mi alzai dal tavolino del bar e me ne andai a piedi verso casa.

Il cuore spezzato e ghiacciato dal freddo del nord America.

Invece di entrare, girai intorno a casa, e mi addentrai nei boschi dove mio padre spaccava la legna da rivendere.

Dopo mezzora di cammino mi sedetti su un tronco abbattuto e mi misi a piangere dalla rabbia.

La odiavo.

E il mio cervello formulò il pensiero, cattivo e infantile: “Spero che muoia“.

Non immaginavo che una disgrazia le avrebbe falciato la vita la notte stessa.

Mi sento ancora terribilmente in colpa.

La mattina mi svegliai con le lacrime agli occhi. Ripensavo ancora a lei. E ai bei sei mesi passati assieme. Ero ancora innamorato. L’avrei chiamata. Per chiederle di riprovarci.

Mi feci la colazione e mi preparai. Era domenica.

Ashley abitava infondo alla mia strada, e in dieci minuti di cammino sarei stato da lei.

Ma già da metà strada intravidi che qualcosa non andava.

Un denso fumo nero si alzava dalla fine della strada.

Un brivido mi corse sula schiena, lo ricordo ancora oggi, e mi misi a correre.

L’aria gelata contro il mio viso mi faceva lacrimare gli occhi.

O forse piangevo perché sapevo già.

Più mi avvicinavo più l’aria diventava calda e irrespirabile. Il fumo si alzava alto dalla casa di Ashley e le fiamme lambivano già il tetto.

Ero impietrito. Ma la cosa peggiore erano le sue grida!

La sentivo urlare dalla cucina al piano terra. Erano le grida più terribili che avessi mai sentito.

Mi avvicinai d’istinto alla casa e la finestra della cucina esplose.

Ashley rotolò urlando fuori dalla finestra. Era una torcia umana.

La pelle le si staccava dalle braccia e i capelli..

Dio mio… i capelli le si fondevano alla faccia.

Urlò il mio nome.

<<Dylan!!!>> la sua voce era tremendamente distorta. <<Dylan!!!>>

Continuò a urlare avanzando verso di me con le braccia tese.

Ero terrorizzato.

Arrivò a un centimetro da me e cadde.

I gorgoglii che emetteva erano raccapriccianti, mentre il fuoco la consumava.

Scappai.

So di essere stato un codardo, ma ero terrorizzato, e convinto che fosse colpa mia.

Mentre correvo verso casa urlando che c’era un incendio vidi l’uomo col cappello e il giaccone. Fermo dall’altro lato della strada che guardava verso il fuoco.

Non ci riflettei sul momento. Ero troppo sconvolto.

Ricordo di aver sognato Ashley in fiamme per almeno un mese. Rivedevo il suo volto consumato dal fuoco.

Ma soprattutto di notte udivo le sue grida.

Mi capita ancora a dir la verità. Insieme a quelle di mia madre.

Mio padre aumentò la pressione sulla mia mano quando vide alle mie spalle l’uomo nero che entrava.

L’uomo nero Mi mise una mano sulla spalla.

<<Credo di sapere chi sei.>> dissi io.

La tensione nella stanza d’ospedale di mio padre era palpabile.

Lo sguardo di mio padre era paralizzato dal terrore, e dalla morte che se lo stava prendendo.

Il mio ventesimo compleanno fu il giorno in cui capii che c’era qualcosa di sbagliato.

Qualcosa che mi possedeva dall’interno. E che mi usava.

Quel giorno morì mia madre.

Anche se sono quasi certo di essere stato io a farla morire.

Era il 6 dicembre.

Ero diventato molto più schivo e solitario dopo la morte di Ashley, e la mia capacità di rapportarmi con le persone era diminuita notevolmente.

Mi stavo isolando. Passavo le mie giornate nel bosco, da solo, a tormentarmi, a cercare di capire perché la mia vita andava cosi male.

Paranoie da adolescente diceva mia madre. Io non tolleravo che sorvolasse cosi i miei problemi.

Mi dava sui nervi.

Quella sera il vento ululava tra gli alberi, e la neve era fitta come non l’avevo mai vista.

Era una di quelle bufere che non si dimenticano facilmente.

Nonostante il clima proibitivo però ero seriamente intenzionato ad uscire nella tempesta.

Desideravo stare da solo tra ghiaccio e vento, tra freddo e oscurità.

Il buio mi attirava.

<<Tu non vai da nessuna parte!!!>> sentenziò mia madre.

<<Lasciami stare>> risposi disinteressato <<non ho chiesto il tuo parere>>

<<Dylan tu sei pazzo!>> gridò lei stringendo le mani sulle mie spalle e scuotendomi forte.

<<Può darsi>> risposi.

Mia madre mi colpì al volto uno schiaffo. Poi ritrasse la mano, come terrorizzata, e si allontanò da me.

<<Scusa Dylan, mi è scappato.>> La voce le tremava. Era terrorizzata.

<<Vai all’inferno!!!>> le gridai. E me ne andai lasciando la porta aperta.

Il vento gelido mi arrivò addosso come una fucilata.

<<Vai all’inferno.>> ripetei sotto voce. E mi incamminai verso il bosco.

Dopo pochi passi sentii il grido.

Era un grido di terrore puro. Rividi per un attimo nella mia mente Ashley in fiamme che gridava.

Il mio cuore batteva a mille all’ora.

Mi girai di scatto e quello che vidi mi lasciò impietrito.

Un’ombra nera stava saltando addosso a mia madre.

Lei urlò. Un urlo agghiacciante. Di quelli che ti si stampano nel cervello e che senti nelle notti di gelo.

Praticamente tutte.

Mi avvicinai di corsa e riuscii a distinguere l’ombra.

Era un lupo. Un grosso lupo nero.

<<Aiutami Dylan!!!>> urlò mia madre. Poi urlò di nuovo.

Ero a una decina di metri quando il grido si interruppe.

Il lupo le addentò la giugulare. Il sangue schizzò il bianco del terreno ghiacciato.

Mia madre ansimava ed emetteva strani gorgoglii tenendosi una mano stretta alla gola.

La bestia le salto di nuovo addosso e la addentò al viso.

Io mi muovevo al rallentatore, paralizzato dal terrore.

La mano di mia madre mollò la stretta e si abbandonò al suolo.

Priva di vita.

Mi resi conto di essere inginocchiato quando vidi gli occhi del lupo che mi fissavano, dritto negli occhi. Erano rossi. Con piccole pupille nere come il fondo di un pozzo.

Mi guardò per pochi secondi. Poi partì di corsa verso il bosco.

Ero impietrito.

Il lupo si fermò per guardarmi un ultima volta, appena prima di sparire nel bosco.

Trovai le forze per alzarmi e corsi fino al corpo di mia madre.

Urlai.

La sua faccia non esisteva più. Era solo un enorme grumo di sangue pulsante.

Respirava ancora.

<<..i.. .is.. iace ..>> sibilò mia madre.

<<Mamma!>> ero completamente fuori di senno, non sapevo che fare.

I suoni provenienti dalla sua gola aperta mi stavano facendo impazzire.

Provò ancora a dirmi qualcosa ma uscirono solo dei farfuglii sconnessi misti a sangue.

Prima di impazzire definitivamente mi alzai e mi misi a correre.

Verso il bosco. Al sicuro nel buio. Dove nulla poteva raggiungermi.

Mio padre trovò il cadavere di fronte alla porta di casa la mattina, al rientro da una notte di lavoro extra.

Sentii le sue grida disperate. Dalla mia tana nel buio.

Passai due giorni nella gelida oscurità della foresta.

Piangevo, gridavo, stavo in silenzio per ore.

La mia mente non riusciva ad accettare l’accaduto.

Fu mio padre a trovarmi, e a riportarmi a casa. Avevo un principio d’ipotermia, e i medici mi dissero che ero stato fortunato.

Purtroppo avevo smesso di credere alla fortuna.

Ero certo di essere la causa della morte di mia madre. E anche di quella di Ashley. Ero io il problema.

Smisi di frequentare la scuola. Non aveva senso, poiché non avevo più interesse né nell’apprendere, né nell’intraprendere rapporti con altre persone.

Ero sicuro che avrei causato di nuovo dolore.

Mio padre m’insegnò a tagliare la legna.

Il lavoro mi piaceva. Mi dava sfogo abbattere l’ascia sui tronchi, liberando ansia, dolore, rabbia a ogni colpo.

Il freddo era devastante, ma ogni sera che tornavo nel mio letto mi sentivo appagato. E un po’ più libero dai fantasmi che mi assillavano nella mente.

Per quasi un anno la mia vita ruotò intorno a tre elementi.

Ascia, freddo, e mio padre.

Avevo imparato a conviverci. E ormai la monotonia mi dava sollievo.

Non avevo pensieri. Ed era un bene per tutti.

Poi mio padre rovinò tutto. In buona fede ovviamente, ma ormai, nel mio folle stato catatonico non riuscii a capirlo.

<<Dylan. Devo parlarti.>> mi disse.

<<Cosa c’è?>> risposi seduto a riscaldarmi vicino alla stufa.

<<Voglio cambiare Dylan>> disse.

<<Cambiare cosa?>> risposi inquieto.

<<Cambiare tutto. Cambiare vita.>> disse guardandomi dritto negli occhi.

<<Cosa significa?>> cominciai a capire cosa aveva in mente. Era giorni che lo vedevo distante.

<<Andiamo via i qui. Da questo gelo maledetto. Sono stanco di tagliare legna e di vivere cosi. Trasferiamoci a sud figliuolo, al caldo. Per rifarci una vita.>>

<<No>> Ero terrorizzato. La monotonia della mia vita mi aveva salvato dalla pazzia, o almeno me ne aveva data una più sopportabile.

Non potevo perderla.

<<Ma Dylan, E’ meglio per tutti non credi.>> disse lui, sorpreso dalla mia cupa reazione.

<<No! Io non voglio andarmene da qui!>> urlai.

Ero fuori di me.

Perdere quel poco che avevo mi avrebbe definitivamente distrutto.

Il vento ululava intorno alla casa. Quel suono dava i brividi, come sempre.

<<Dylan noi ce ne andremo! E’ deciso!>>

<<NO!!!>> urlai.

Il vento aumento d’intensità. Il suo grido era fortissimo.

<<NO!!!>> urlai di nuovo.

Il rumore si fece assordante.

Era come un grido.

Come il grido di Ashley

Come il grido di mia madre.

Un grido di morte.

Mio padre si mise le mani alle orecchie.

<<BASTA!!! BASTA!!! OH MIO DIO.. CHE HO FATTO!!!>> urlò.

Poi il sangue cominciò a grondargli dal naso, e dagli occhi.

Crollò a terra urlando.

Come il vento.

Rimasi impietrito per un tempo che mi sembrò eterno.

Poi corsi al telefono e chiamai soccorsi.

L’uomo col cappotto e il cappello nero mi rispose.

Aveva una voce sottile. Quasi un sussurro.

<<Ciao Dylan>> Il peso della sua mano sulla mia spalla mi terrorizzava.

Un lungo brivido mi percorse la schiena e mi spezzò il respiro.

<<Dylan>> sussurrò mio padre. <<Mi dispiace.>>

<<Come è andata papà?>> chiesi. Ormai nella mia mente era chiaro chi fosse l’uomo vestito di nero e perché fosse li.

Avevo solo bisogno di spiegazioni.

<<Non ce l’avresti fatta Dylan>> disse lui, con gli occhi colmi di lacrime.

<<La polmonite era troppo grave. Ti avremmo perso. Ho pregato tanto Dio, ma arrivati ad un certo punto, mi sono rivolto a qualcun altro.>>

<<Sei il diavolo?>> chiesi all’uomo alle mie spalle.

<<No Dylan, Sono solo la mano che pone fine alla vita degli uomini.>>

<<Tu sei la morte?>> chiesi.

<<Molti mi chiamano così.>>.

<<Mi dispiace>> sussurrò mio padre.

Poi guardò l’uomo con il cappotto e il cappello nero.

E Trasse il suo ultimo respiro.

<<Nell’ironia della sorte, ti ho salvato la vita, per portare la morte.>> disse l’uomo.

<<Perché mi hai fatto questo.>>

<<Perché ho bisogno di un discendente, che continui a interpretare questo ruolo.>>

Lo guardai.

<<Per permettere al mondo di continuare a girare.>>

Tutto era chiaro, le morti che avevo causato, il mio amore per il buio e per la solitudine.

Erano i primi sintomi di ciò che sarei diventato.

Era tutto scritto, segnato da anni. Mio padre aveva dato un discepolo alla falciatrice, in cambio della mia sopravvivenza.

Mi amava. Più di ogni altra cosa.

Gli sarei stato riconoscente. Sempre.

<<Forza figliuolo. E’ ora di andare. Ci aspetta molto lavoro.>> disse l’uomo vestito di nero.

Mi alzai e guardai dritto negli occhi il mio Padre adottivo.

Erano rossi. Con pupille nere come il fondo di un pozzo.

Diedi un ultimo sguardo all’uomo deceduto nel letto d’ospedale.

Poi mi girai verso l’uomo col cappotto e il cappello nero e dissi:

<<Andiamo, padre.>>

Racconto: Punto di non ritorno

396 miglia di autonomia.

Nathan sorrise guardando il computer di bordo del suo SUV. Trovava geniale il poter sapere quanta strada potevi ancora percorrere, con la benzina che avevi nel serbatoio. Sulle automobili di oggi vengono installate diavolerie di ogni tipo. Ma quella era la sua preferita.

Lo faceva sentire sicuro. E gli dimostrava che il suo piano procedeva come previsto.

Imboccò il casello dell’autostrada e ritirò il ticket. Con un sorriso smagliante sulle labbra.

Chiunque avrebbe sorriso con circa un milione di dollari nel bagagliaio.

Nathan tirò il SUV fino a novanta miglia l’ora, impostò il regolatore di velocità, e tolse il piede dall’acceleratore.

L’auto si assestò a quella velocità, e lui, stringendo forte il volante si lasciò andare in un profondo respiro. Di sollievo.

Era successo tutto così in fretta.

Nel giro di cinque giorni la sua vita era cambiata. Era passato da una parte all’altra della barricata.

Cosa non si fa per vendicarsi.

Nathan era cassiere in una banca. Parliamo chiaro, era una piccola filiale, non certo la sede della Bank of America, ma comunque di clienti se ne vedevano. Questo fino a quando non scoppiò la crisi. Da lì in poi i clienti cominciarono a diminuire, e anche il personale.

Nathan purtroppo finì tra i possibili da licenziare. E quando i capi si ritrovarono a scegliere tra lui, trentenne single dalla vita tranquilla, e Tyler Grant, buono a nulla, figlio di un importante uomo nel campo della finanza, la scelta si rivelò scontata.

Scontata, ma non giusta. Nathan questo non lo mando giù.

Cominciò a pianificare la vendetta. E non c’è modo di vendicarsi di una piccola banca se non con una rapina. E non c’era modo di vendicarsi dei suoi meschini capi e colleghi, se non con la violenza.

Passò quattro notti insonni a cercare un piano che risultasse infallibile da tutti i lati, mentre spendeva le giornate a comprare gli oggetti che gli sarebbero serviti.

La mattina del gran giorno uscì da casa con una tuta da jogging blu, passamontagna in tasca, guanti di lana, cappellino degli yankees, occhiali da sole, e una Colt 44 magnum automatica, fissata col nastro adesivo all’interno della felpa.

Arrivò davanti all’ingresso quindici minuti dopo l’apertura mattutina. Secondo le sue previsioni ci sarebbe stato al massimo uno o due clienti a quell’ora. Era il momento migliore per colpire.

Entrò sorridendo. Sapeva che il metal detector all’entrata non funzionava. Aveva chiamato lui stesso i tecnici cinque giorni prima. E sapeva che non erano dei fulmini a recarsi sul luogo della riparazione.

Douglas, la guardia giurata, lo guardò mentre entrava e gli fece un cenno di saluto.

Nathan gli rispose sparandogli al petto.

Douglas, con i suoi cento e più chili non cadde all’indietro come Nathan aveva immaginato più e più volte durante la notte. Praticamente si affloscio sulle ginocchia, e con gli occhi strabuzzati, e il sangue che gli colava dalle labbra, allungò la mano verso la sua pistola d’ordinanza. Un secondo proiettile gli disintegrò la faccia.

“Due colpi” pensò Nathan, mettendosi il passamontagna ed entrando nel raggio visivo delle telecamere e delle persone all’interno della banca.

“Nessun cliente” pensò sollevato

Il resto fu un velocissimo vortice di emozioni.

Un colpo in testa a Wendy, centralinista e contabile. Nathan c’era pure uscito a cena, ma lei gli disse che non era abbastanza ricco e importante per averla. Lei era attratta dal lusso.

Non più oramai.

“Tre colpi” Pensò Nathan.

Ordinò a Jason, e ai suoi baffetti sempre curati di consegnargli tutto quello che c’era in cassa. Se no lo avrebbe ucciso.

Ci vollero sei minuti. E durante questi sei minuti Nathan uccise il suo capo.

Gli dedicò quattro colpi. Ne avrebbe meritati il doppio il bastardo.

Il signor Ghilligan si era nascosto sotto una scrivania. Si era riconfermato codardo come sempre con chi era più potente di lui.

E a questo giro Nathan lo era.

Due colpi alle gambe. Ghilligan gridò, probabilmente più dalla paura che dal dolore. Poi uno al petto. Nathan guardò la camicia del suo “ex capo” macchiarsi velocemente e diventare quasi interamente colore del sangue. Gli sparò in testa mentre veniva implorato.

Almeno un briciolo di dignità gliela doveva lasciare. Quando Ghilligan si sarebbe trovato all’inferno gli sarebbe servita.

“Sette colpi. Perfetto.” Si girò verso Jason che aveva messo tutto nel sacco della spazzatura, come Nathan gli aveva ordinato.

<< Non uccidermi Nath..!! >>

Non riuscì a finire la frase perché due proiettili in sequenza lo colpirono al torace.

Nathan si chinò su di lui. Era ancora vivo.

Jason emetteva gemiti di dolore e respirava a fatica, mentre una pozza di sangue si allargava sotto di lui.

Nathan gli risparmiò la sofferenza.

“ E con questo sono dieci ”

Si guardò in torno, e vide un vecchio nascosto vicino al cadavere di Ghilligan.

Preso com’era dai suoi ex colleghi, Nathan non lo aveva neanche notato.

<< Lei chi è? >> gli chiese.

<< Maledetto Bastardo. Dammi i miei soldi! >> rispose il vecchio con un sibilo.

<< Lei chi è? >> ripeté Nathan puntandogli la pistola.

<< Jeremy Grant. E ho appena versato settecentomila dollari. >> rispose, freddo come il ghiaccio. << Se gliene do altri duecento mila mi lascia vivo? >>.

“ Sfacciato come tuo figlio. ” Pensò Nathan, e si giocò un altro proiettile.

Il vecchio cadde all’indietro. La pozza di sangue che prese forma sotto la sua testa si unì a quella di Ghilligan.

Era giunto il momento della fuga.

Prese le chiavi della macchina di Ghilligan dalla tasca dei pantaloni del suo ex capo.

Uscì di corsa e saltò, sulla Mercedes grigia parcheggiata nel posto riservato, partì a razzo.

Doveva fare in fretta, di lì a poco le forze dell’ordine sarebbero arrivate.

Guidò per due isolati e si fermò sotto casa sua. Scese, aprì il bagagliaio del suo SUV e vi buttò dentro il sacco. Poi chiuse e ripartì. Tre isolati a nord del suo appartamento lo aspettava un sacco di plastica contenente un ricambio completo d’indumenti.

Parcheggiò l’auto sul bordo della strada e lasciò le chiavi attaccate alla portiera. Magari qualche delinquente avrebbe rubato la Mercedes. Sarebbe stato un bel colpo di fortuna.

Entrò nel cantiere di un palazzo in costruzione e trovò i vestiti proprio dove li aveva lasciati.

Mezz’ora dopo era sotto casa sua, con addosso una polo bianca e blue jeans, pronto per partire.

Hawaii. Isola americana, niente frontiera, unico modo per portarsi indisturbato quasi un milione di dollari in una valigia.

Era praticamente fatta.

304 miglia di autonomia.

I pensieri gli avevano fatto volare l’ora di strada. Fu richiamato dal picchiettio della pioggia sul vetro.

Incombeva un temporale davvero violento. Le nuvole erano nere come la pece e il sole ormai era totalmente coperto. Era così buio che sembrava notte, e i primi fulmini solcarono l’oscurità con la loro luce.

<< Ci mancava solo la tempesta del secolo >> disse Nathan.

I lampioni ai lati dell’autostrada si accesero.

Ogni minuto che passava la pioggia aumentava d’intensità e la luce diurna diminuiva sempre più.

Fu allora che l’auto di Nathan fu colpita.

Nathan sentii un boato fragoroso. In un primo momento pensò che avessero sparato verso la sua macchina. Poi vide il fulmine abbattersi sul cofano del SUV. La luce fu così accecante che Nathan dovette chiudere gli occhi.

Schiacciò il pedale del freno con tutte le forze che aveva.

Passarono forse un paio di secondi prima che il flash smettesse di abbagliare gli occhi di Nathan, ma a lui sembrarono minuti.

Quando riuscì a riaprire gli occhi vide che il cofano della macchina era terribilmente segnato da bruciature. Ma soprattutto vide che era fermo in mezzo all’autostrada.

<< Merda! >> fu l’unica cosa che disse. D’istinto girò la chiave. Rischiava un tamponamento.

L’auto, contro ogni pronostico, si riavviò senza problemi, e ripartì.

Passarono almeno dieci minuti prima che Nathan si rilassasse abbastanza da poter ripensare a ciò che era accaduto.

“ E’ incredibile!! ” pensò Nathan “ Colpito da un fulmine in autostrada! Roba da matti! Proprio oggi! ”

Gli occhi gli lacrimavano dal momento del fulmine. Non se ne era neanche accorto.

“Maledetta luce! Ma perché è durata così tanto? Ancora un po’ e sarei rimasto cieco.”

Decise di ascoltare un po’ di radio. Si sarebbe rilassato.

Un grido. Metallico.

Il rumore uscì dalla radio a volume altissimo. Per poco Nathan non inchiodò di nuovo.

<< Ma che cazzo?! >> grido Nathan spaventato.

Provo a sintonizzare altre stazioni ma ottenne sempre lo stesso risultato. Probabilmente il fulmine aveva fatto saltare l’antenna radio.

<< Fanculo alla radio. >> disse a voce alta.

E fu solo allora che si rese conto di quanto era buio.

E che era dal momento della caduta del fulmine che non incontrava nessuno sulla strada.

Solo una distesa di asfalto nero, e lampioni infiniti.

Sul suo viso comparve una smorfia di preoccupazione.

234 miglia di autonomia.

“Ok. Qualcosa non va. Dove cazzo sono?? ”

Più di sessanta miglia senza un cartello stradale, una macchina nella sua corsia o in quella opposta, e nessun cambiamento di panorama.

Al posto della preoccupazione in Nathan stava maturando la paura.

Unico cambiamento di cui si era accorto era il lento svanire delle nuvole. Per lasciare spazio a un cielo nero, e all’intravedersi della luna.

“ Cristo!! Che sta succedendo?? Sono le dieci del mattino!! Non può esserci la luna!! “

Guardò di nuovo il cielo e quello che vide lo sconvolse.

Una seconda luna era spuntata dalle nuvole. Molto vicina all’altra.

Nathan guardò a bocca aperta. Le due lune erano molto vicine. Sembravano due occhi nella notte.

Due occhi morti che lo fissavano.

<< Ma che diavolo di posto e mai questo? È un incubo! >> urlò Nathan.

<< Nessun incubo capo! Questo è il punto di non ritorno! >> gli rispose la voce al suo fianco.

La voce.

Nathan si girò terrorizzato verso il sedile del passeggero.

Douglas sedeva nudo. La parte destra non esisteva più. Al suo posto vi era uno squarcio in cui potevi mettere una mano.

Anche il suo petto era ridotto male. Si riusciva quasi a vedere il sedile.

Nathan urlò. Una chiazza scura gli comparve tra le gambe.

<< Buh! >> gli urlò Douglas. E scoppiò a ridere. Una risata roca.

Nathan era paralizzato dal terrore.

Douglas allungò una mano verso di lui e Nathan si ritrasse urlando.

La macchina sbandò.

Nathan riaprì gli occhi e si ritrovò solo nella sua auto.

Respirava affannosamente.

La strada continuava nel buio, e le due lune lo guardavano.

“ oh mio Dio! Oh mio Dio! “ la sua lucidità mentale lo stava abbandonando.

L’apparizione di Douglas lo aveva terrorizzato.

“ Che cosa può avermi ridotto così ? ” pensò Nathan buttando un occhio allo specchietto retrovisore, cercando o sperando di vedere un’altra auto su quella strada sempre uguale. Si sarebbe sentito rassicurato.

Quello che vide fu l’immagine riflessa di Wendy seduta dietro al suo sedile.

Aveva il foro della pallottola che grondava sangue sulla faccia. E questo rendeva il suo ghigno malefico ancora più terrorizzante.

Nathan chiuse gli occhi, urlando mentre lei gli metteva le mani al collo.

Sentì un leggero formicolio al collo. Poi più nulla.

Nessuno in auto se non lui.

Le lune lo guardavano.

“ Sto impazzendo ? ”

112 miglia di autonomia.

Ghillighan e Jason gli erano apparsi insieme in mezzo alla strada. All’improvviso.

Aveva seriamente rischiato di andare fuori strada.

Sempre che ci fosse un “Fuori Strada”.

Infatti, il buio era così denso che non si vedeva nulla oltre il guardrail. Solo le lune spiccavano malefiche in quel buio. Una accanto all’altra.

La strada continuava, sempre uguale, in quel viaggio nel nulla.

Nathan non riusciva a trovare una spiegazione. Era terrorizzato, e le apparizioni dei suoi ex colleghi erano la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Non sapeva più cosa fare.

Guardò nello specchietto e vide un viso pallido e contratto in una smorfia di terrore.

Era il suo.

35 miglia di autonomia.

L’abitacolo dell’auto era pieno di voci, grida, e versi inumani.

Le anime delle persone che aveva ucciso con freddezza si stavano vendicando, terrorizzandolo a morte. Nathan non riusciva più a sopportarlo. E decise che l’unico modo per uscire da quell’universo orrendo e buio in cui era capitato era arrendersi.

“Game over Nathan” pensò, Poi schiacciò il pedale dell’acceleratore fino al massimo.

Guardo verso le lune.

Sembravano guardarlo divertite.

4 miglia di autonomia.

Il SUV filava a tutta velocità sulla strada. Ormai la benzina era terminata.

Ancora pochi minuti e la benzina sarebbe finita.

E lui sarebbe dovuto rimanere per sempre su quella strada. Tormentato dai fantasmi.

E osservato dalle lune.

Nathan ormai aveva scelto.

<< Decido io! Io comando sulla mia vita! E Quando deve finire! >> Grido diretto alle lune, e ai fantasmi che infestavano l’abitacolo.

<< Andate tutti a farvi fottere!! >>

Urlando le sue ultime parole, Nathan sterzò con tutta la forza nelle braccia.

Il SUV puntò dritto il guardrail e l’impatto che ne segui fu violentissimo.

Il corpo Nathan fu scagliato fuori dal veicolo, e si schiantò con un rumore di ossa rotte in mezzo alla carreggiata.

Il SUV, o meglio quello che ne restava, esplose in un boato lanciando rottami metallici tutto intorno a se.

Le lune osservarono il corpo di Nathan riverso sull’asfalto in una posa innaturale, quasi grottesca.

Buio.

Poi dolore. Dolore terrificante, al petto, alla testa. E alle gambe.

Nathan urlò.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> disse una voce.

<< Perché sono ancora vivo ?! >> urlò Nathan.

Riuscì ad aprire gli occhi con uno sforzo immenso.

Aveva entrambe le gambe rotte, e la tibia destra fuoriusciva dalla carne, lucida come una lama sotto la luce delle due lune.

Aveva un rottame di metallo incastrato nel petto. Il sangue fuoriusciva copioso ai lati dell’oggetto incastonato nella sua carne dalla violenza dell’esplosione.

Probabilmente aveva la spalla destra rotta, perché non riusciva a muovere il braccio.

Il sangue gli appannava la vista. Una ferita profonda alla fronte continuava a grondare sangue.

<< Oh mio dio!! >> Gridò Nathan.

Anche sotto la coltre rossa del sangue, che gli inibiva la vista, riconobbe Jeremy Grant.

Lo guardava sogghignando. Il sangue gli usciva ancora dal foro sulla fronte.

Alle sue spalle tutte le altre vittime di Nathan urlavano e ridevano.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> ripeté il vecchio.

Nathan lo guardò terrorizzato.

<< Tu sei già morto Nathan. Almeno trecento miglia fa. La gente non sopravvive a un fulmine del genere. >> Gli disse Grant.

<< Questo è l’inferno? >> sussurrò Nathan raccogliendo le forze.

A ogni parola il dolore aumentava terribilmente.

<< Né inferno né paradiso Nathan. Questo è il nulla. Dove finiscono quelli che vengono ritenuti non giudicabili. >> disse Grant. Il ghigno sul suo viso non accennava a svanire.

<< Se sei buono vai in paradiso, se sei cattivo vai all’inferno. Ma se sei entrambi Nathan ti ritrovi qui. E’ semplice no? >> gli sussurrò Douglas, che si trovava con gli altri alle spalle di Grant.

Nathan tossì e sputò sangue.

<< Provi dolore, ma non in questo posto non puoi morire Nathan >> disse Grant avvicinandosi.

Tutti gli altri lo imitarono.

<< L’eterno dolore sarà la nostra vendetta. >> Gracchiò il vecchio.

Ormai erano tutti intorno a Nathan.

<< I signori di questo posto si annoiano. Non capita molta gente da queste parti. >> disse Grant indicando le due lune. Il loro sguardo era eccitato, e malefico.

<< Io e i miei compagni di sventura gli daremo qualcosa da guardare. >>

Con un balzo Grant gli fu addosso. Aveva artigli lunghissimi.

Nathan Gridò mentre Il vecchio conficcava gli artigli in faccia.

<< Ti dovrai abituare Nathan!! >> grido Grant. << Abbiamo molto tempo da passare insieme. Tutto il tempo >>

Nathan, gridando, guardò gli altri osservare Grant all’opera sul suo corpo martoriato.

Sorridevano.

Aspettavano il loro turno.

L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi furono le due lune.

Lo guardavano.

Il loro spettacolo era appena cominciato.

Racconto: Ferite

Da quando mi sono trasferito a vivere da solo, svegliarsi alla mattina mi risulta traumatico.

L’odore di nuovo (vernice, intonaco, non so cosa sia..) mi arriva diretto alla testa.

Quella mattina in particolare fu anche peggio del solito.

Come aprii gli occhi, un forte senso di nausea mi diede il buon giorno.

Mi alzai a fatica dal letto diretto verso il bagno, e giunto al lavandino feci scrosciare l’ acqua e vi infilai sotto la testa. Rimedio infallibile secondo la mia ex moglie.

Ero sempre stato una persona puntuale, e nonostante la mia non perfetta condizione fisica anche quella mattina il mio orologio biologico non aveva fallito svegliandomi all’incirca un’ ora e venti prima dell’orario di ingresso in ufficio.

Dopo essermi asciugato la testa mi guardai nello specchio e fu allora che sentii il dolore che mi saettava nel braccio destro. L’avambraccio del pigiama era macchiato di qualcosa di scuro e denso.

“Cosa diavolo mi sono fatto?” pensai, cercando di riportarmi alla mente un possibile urto che mi avesse ferito. Sollevai la manica e guardai sorpreso il mio polso.

Un taglio verticale, a dir la verità non molto profondo, partiva dal polso e si fermava quasi in prossimità dell’ interno gomito. Più dello spavento fui colto dalla sorpresa. Il sangue si stava già coagulando. Passata incredulità iniziale valutai che la ferita dovesse più o meno risalire a qualche ora prima, sicuramente nel pieno della notte. Anche se assurda, vi era un’unica spiegazione per tutto ciò.

Mi recai in cucina e lo trovai lì. Sdraiato sul pavimento, quasi a fare finta di dormire.

<< Come lo spieghi questo? >> Gli dissi alzando il braccio e mostrando la ferita.

Il mio tono di voce comunque non fu alterato.

Lui in tutta risposta mi puntò i suoi occhi lucenti addosso, con espressione distaccata e disinteressata.

<< Sei stato tu Mike? >> dissi alzando un po’ la voce e avvicinandomi un poco. Cercavo di intimorirlo. Nel caso fosse stato lui, e chi altro potrebbe essere stato, avrebbe imparato a non farlo più.

Come mi vide avvicinarsi minaccioso, col braccio proteso verso di lui, si alzò, mi lanciò un’occhiata severa e miagolando saltò sul divano. Dal suo pulpito lanciò due miagolii, come a dire “ tu sei matto Brandon, non rompermi, io non centro niente.“ E si rimise a sonnecchiare ronfando come fanno tutti i gatti.

Sbuffai e mi recai in bagno a medicare la ferita.

Quel gattaccio maledetto si era impegnato sul mio braccio. E più la mia mente si svegliava più la ferita mi bruciava.

Solo la mattina dopo capii il particolare che mi era sfuggito. Una piccola cosa, che distratto non notai. Magari non mi avrebbe salvato, ma mi avrebbe fatto intuire prima cosa mi stava accadendo.

Giunto in ufficio il dolore era abbastanza diminuito da non distrarmi mentre svolgevo i lavori di contabilità. Per quello bastavano già i pensieri rivolti alla mia ex moglie.

Linda. Devo ammettere che a volte mi mancava. C’eravamo conosciuti da ragazzi, frequentavamo lo stesso liceo. Inizialmente non le prestai tante attenzioni, anche se bisogna dire che aveva (e secondo me ha ancora) uno dei migliori fondo schiena che io abbia mai visto. Ma poi riuscì a conquistarmi e fui totalmente cotto.

I primi anni per noi furono bellissimi: gite romantiche, passeggiate al chiaro di luna, serate in discoteca, con gli amici. Di problema vero alla fine ce n’è sempre stato solo uno.

Sua madre. Vecchia megera.

La famiglia di Linda era originaria di El Salvador. A detta di sua madre, che d’ora in poi chiamerò la vecchia, la famiglia di Linda era una delle più antiche del suo paese. Mai abbandonato la terra madre, neanche per un giretto. Solo la vecchia fu costretta ad abbandonare il suo paese, perché incinta di Linda e senza certezze sul nome del padre. Una volta, nelle rare occasioni in cui riuscii a tollerare la sua orribile presenza, mi disse che se non fosse scappata da El salvador l’avrebbero probabilmente torturata e avrebbero usato la bimba impura come sacrificio agli dei. Venivano da una famiglia antica. Gente un po’ troppo attaccata alle tradizioni direi.

Il momento in cui il rapporto tra me e Linda cominciò a rovinarsi fu quando la vecchia decise che io non andavo bene. Tutto qui. Di punto in bianco decise cosi. E iniziò a odiarmi. E a farmi odiare da Linda. Aveva un potere di convinzione immenso sulla figlia, ed io questo non lo sopportavo. Era stata lei a decidere il lavoro di estetista per la figlia, a scegliere la casa in cui avremmo dovuto abitare, a decidere cosa era meglio per Linda e me.

Non c’è dubbio che io amassi Linda. Ma arrivati a un certo punto l’istinto di sopravvivenza e l’indole umana nel crearsi situazioni favorevoli al vivere bene, fecero lentamente svanire il mio amore. E d’altra parte Linda ormai succube della vecchia cominciò a pensarla come lei.

Mi tolsero anche il piacere di mandarle al diavolo, perché mi ci mandarono prima loro.

Ebbi il colpo di genio grazie a Mike.

Orgoglioso come sono, passai i miei ultimi giorni a ideare uno sgarbo, qualcosa che avesse rovinato la festa e quelle due.

Il giorno del mio addio, con le valigie già sulla porta, dichiarai che Mike veniva con me, poiché era anche mio. Ovviamente non mi resero le cose facili, e si finì addirittura per vie legali.

Roba da non credere lo so, chiamare gli avvocati per l’affidamento di un gatto, ma per fare uno sgarbo a Linda e soprattutto alla vecchia ero disposto a tutto.

Vinsi la causa perché lavorando otto ore il giorno garantivo più di Linda come estetista part time.

E sicuramente più della vecchia, che faceva i tarocchi. Pensare che gente nel 2008 spenda soldi ancora in queste cazzate di stregoneria e magia mi fa venire voglia di ridere.

O meglio me la faceva venire. Adesso non più.

Fu cosi che traslocai in un appartamento in centro, un bilocale minuscolo ma sufficiente per me e il mio compagno felino, e non rividi mai più Linda e la vecchia.

Lasciai l’ufficio verso le 5.30. e andai in centro a fare una passeggiata. Mi piaceva camminare tra la gente e ogni tanto fumarmi una sigaretta seduto a fantasticare sul futuro.

Fu proprio mentre pensavo ad una possibile vacanza in qualche isola del pacifico che un dolore forte e scioccante mi colpì allo stinco. Trattenni a stento un grido.

Mi chinai per vedere cosa mi avesse colpito ma non trovai niente. Quando vidi i pantaloni macchiarsi di sangue sotto il ginocchio pensai che qualcuno mi avesse sparato.

Ma non vi erano fori sul tessuto.

Mi scoprii velocemente lo stinco e quello che vidi mi sconcertò a tal punto che fui costretto a lanciare un grido.

Un buco, più o meno del diametro di un paio di centimetri mi attraversava lo stinco da parte a parte, lasciando intravedere il candido bianco della tibia. Ero terrorizzato.

Non solo per la ferita, ma perché non riuscivo a capire che diavolo mi aveva colpito o che diavolo mi stava succedendo.

Mi alzai, pallido in viso. La gente mi guardava e abbassai subito la gamba del pantalone per rendere invisibile la ferita. Con scarso risultato poiché il tessuto era pregno di sangue.

Zoppicai fino a casa (Ringrazio ancora dio di essermi seduto sulla panchina di fronte al mio palazzo). E una volta giunto in bagno cercai la forza di medicarmi. E di trovarmi di nuovo di fronte a quell’orribile foro.

La ferita grondava sangue a fiotti, e il dolore era lancinante. Dovetti abusare di anti dolorifici, infatti, dopo essermi fasciato come potevo fui colto da una forte sonnolenza. Mi addormentai di botto. E feci sogni strani. Buie figure che mi stringevano nel loro pugno come se fossi un giocattolo.

Ricordo anche di essermi svegliato di soprassalto quella notte. E di aver scorto nel buio gli occhi di Mike, che mi osservavano.

La mattina fu traumatica, molto più di quella precedente e di tutte le altre. La gamba era un inferno. Non riuscivo quasi a poggiarla in terra senza urlare. Telefonai al mio capo e mi detti per malato. Gli dissi che avevo l’influenza, e che sarei stato casa almeno fino Lunedì. Era Mercoledì e pensai che mi sarei dovuto far bastare cinque giorni per capire cosa mi stava succedendo.

Misi a lavare i pantaloni e il pigiama e proprio mentre buttavo la roba in lavatrice notai che il pigiama era si sporco di sangue all’altezza del braccio. Ma non reciso. La ferita era stata fatta direttamente sulla carne. Ed era impossibile che Mike mi avesse tirato su la manica, graffiato, e rimesso a posto la manica. Non era stato lui.

Era la stessa cosa della gamba. Ne ero sicuro.

Riguardai il taglio. Sembrava quasi fatto da una mano insicura. In certi punti più profondo, in certi meno. Un po’ ondeggiante. Non una linea secca e precisa.

Sembrava quasi un primo tentativo. Una Prova.

<< Ma che diavolo significa! >> Gridai.

Mike mi rispose con un miagolio dal divano. I suoi occhi diabolici luccicavano.

<< Fottiti Mike >> gli risposi.

Passai l’intera giornata a fare ricerche su internet, cercando casi simili al mio o descrizioni cliniche di malattie che provocassero ferite simile a tagli sul corpo ma non trovai niente a parte racconti horror e cazzate sul voodoo.

Fu allora che decisi di farmi vedere da un medico.

James Andersson era il mio medico da sei anni. Ed era medico da venti. Aveva visto di tutto.

Ma rimase sconvolto.

<< Cosa diavolo hai fatto qui??? Oh cristo! >>

La ferita era ancora in un pessimo stato. Tolte le bende riprese a sanguinare.

<< ti hanno sparato??? Cristo Brandon!! Cosa è successo??! >>

Non riuscii a inventare una scusa. E non volevo. Avevo bisogno dell’appoggio di qualcuno.

<< Dottor Andersson >> dissi con voce roca. << Adesso le racconterò tutto. Forse lei potrà aiutarmi, perché io non riesco a spiegarmi niente di tutto ciò che mi sta accadendo. >>

Il dottore annuì mentre continuava a medicarmi e iniziai dal mio risveglio col graffio.

Raccontai tutto, senza pause, un vortice di quasi trenta ore angoscianti, riassunti in poco meno di venti minuti.

Quando arrivai alla fine ero sudato e terrorizzato. La mia mente non riusciva a trovare risposte.

<< Brandon.. >> iniziò il dottore dopo un lungo silenzio. << Non esistono ferite che si causano da sole. >>

<< Dottore non penserà mica…>> dissi io quasi urlando.

<< Forse Brandon non ricordi, o non ti sei reso conto.. >> continuò con tono acre il dottore.

<< L’autolesionismo è una forma di sfogo di qualche tormento della psiche..  ma è una cosa sbagliata Brandon, e non devi aver paura a parlarne..>>

<< Perché non mi crede dottore….. ?? >> chiesi io quasi in lacrime.

<< Figliolo, avanti… e tanti anni che faccio questo mestiere. Non sarebbe la prima volta che capita una cosa del genere. Basta solo la forza di ammettere che.. >>

<< Stronzate! >> gridai. Il dottore mi guardo come se fossi completamente matto. << Non sarei dovuto venire qui! Non per farmi prendere per un pazzo!!! >>

<< Ma Brandon ..>> mi implorò il dottore.

<< Al diavolo!! >> gridai. E me ne andai furibondo. Trascinando la gamba dolente, e con la testa che pulsava.

Giunto a casa mi rimisi al computer. Avevo bisogno di risposte. E dovevo trovarle da solo. Perché nessuno mi avrebbe creduto e tento meno aiutato.

Dopo due ore di navigazione e di ricerche i miei risultati erano a zero. E la gamba era uno schifo.

Mi mandava ondate di dolore fino alla testa. Mi alzai per prendere un antidolorifico.

Fu quando tornai a sedermi che con la coda dell’occhio notai un sito segnalato dal motore di ricerca in base alle mie richieste.

Il titolo era “ Il voodoo e le arti nere “. Ma soprattutto fu il sottotitolo a colpirmi.

Come provocare ferite a distanza usando il voodoo!!

Aprii il sito senza pormi domande. Ormai ero pronto a credere a tutto. Saranno stati l’abuso di antidolorifici o il principio di perdita di razionalità, ma più mi avvicinavo a questa folle idea, più sentivo che era giusta.

Dopo un’ora di studio del sito raggiunsi la piena convinzione che qualcuno mi stava facendo il voodoo.

Roba da pazzi penserete.

Beh.. io lo stavo diventando, E trovare una spiegazione era diventata la mia ossessione.

Rilessi di nuovo tutte le spiegazioni del sito e trovai quello che cercavo.

Il voodoo, arte magica nera, era praticato (c’è chi dice ancora oggi) da stregoni e fattucchiere africani, e del centro e Sud America.”

“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o animali.”

“ La bambola voodoo è un incanalatore di potere maligno che rappresenta il corpo della persona cui il rito nero è rivolto contro. Pochi elementi appartenenti alla tal persona e una bambola di iuta bastano per attivare il sortilegio. Solo i grandi stregoni delle più antiche famiglie arcane conoscevano i segreti per questo rito.”.

Era folle. E allo stesso tempo era lampante e chiaro.

La vecchia.

Fattucchiera da quattro soldi in America. Ma discendente da un’antica famiglia di El Salvador. Aveva a disposizione tantissimi oggetti che mi erano appartenuti, abbandonati là il giorno del mio addio.

E mi odiava.

Risi come un matto. Mike spaventato scappo in bagno.

Nella mia mente tutto tornava. E ne ebbi la certezza assoluta quando la mia mano sinistra all’improvviso prese fuoco.

Cacciai un grido fortissimo. Il dolore era accecante e la carne che bruciava emanava un odore terribile.

Corsi in bagno urlando e per poco non caddi nella doccia mentre cercavo di aprirla.

Mike mi guardava in modo allucinato, con la schiena rigida e inarcata. Pronto per difendersi se quell’essere urlante si fosse avvicinato.

Fu difficile spegnere il fuoco. E quando finalmente vi riuscii mi resi conto che stavo urlando frasi sconnesse.

Della mia mano non rimaneva molto. Era il dolore più forte che avessi mai sentito e mentre urlavo, piangevo.

La bendai e disinfettai. Poi usci dal bagno e mi vestii.

Ero pronto. Feci tappa in cucina a prendere ciò che mi serviva. Poi scesi in garage e partii.

Il campanello trillò nel silenzio del sonno di Linda. Si era addormentata sul divano.

Vivere con sua madre la stancava, e a volte lei la privava di un po’ di libertà con i suoi metodi all’antica.

Ma aveva ragione lei. Brandon era un buono a nulla, un perdente. E non era rispettoso delle tradizioni della famiglia. Aveva fatto bene a lasciarlo.

Aveva ragione sua madre.

“Chi diavolo può essere a quest’ora ?” Pensò Linda con la mente ancora addormentata.

“ Sarà il solito cliente di mamma, uno di quei Vip che non può farsi vedere mentre viene a farsi leggere il futuro.”

Arrivò alla porta e aprii.

L’immagine spettrale che si trovò davanti la terrorizzò.

Un uomo alto, pallido come un cadavere, sporco di sangue in una gamba e con una mano nera e deforme le si parava davanti. Prese fiato per urlare. Ma non emise suono.

<< Ciao Linda >> sussurrai.

<< Brandon ?? >> Chiese lei incredula.

Fuori il rombo di un tuono sancì l’arrivo di un violento temprale.

<< Posso entrare ? >> chiesi io con voce sempre più debole.

<< Si.. ma.. >> disse lei arretrando di due passi. << cosa ti è successo?? >>

<< Lo sai! >> esclamai. E la colpii col coltello da cucina che avevo nascosto dietro la schiena.

Il collo le si aprii. Fu abbastanza scioccante. E soddisfacente.

C’era sangue dappertutto. E uno strano gorgoglio usciva dalla gola di Linda.

La guardai morire. Poi mi diressi alla camera della vecchia.

Avevo vissuto per anni in quella casa. Sapevo dove andare.

Spalancai la porta e lei mi guardò sorpresa.

<< Che ci fai qui tu ?? >> urlò. << Maledetto demonio!! Che cosa hai fatto a mia figlia!! >>

Vide la lama del coltello luccicare alla luce delle candele che illuminavano il suo piccolo altare cerimoniale.

La bambola era li. Con un buco nella gamba e una mano bruciata.

<< Strega!! >> urlai! E mi buttai su di lei col coltello in pugno.

La colpii al petto. Ma non la uccisi.

Da terra mi guardò. Sanguinava copiosamente. E quando respirava riuscivo a udire un sibilo, probabilmente le avevo forato un polmone.

<< Tu non ti salverai! >> gridò isterica la vecchia.

<< Nessuno può far nulla ormai.. capisci? >> e si mise a urlare parole incomprensibili nella sua lingua sbavando.

Le diedi un calcio. Ma continuò a farneticare.

Sollevai il coltello per colpirla definitivamente.

Fu allora che finì l’assurda litania e rise di gusto.

La colpii al collo cinque o sei volte. Ci misi molta foga, e la sua testa mi rimase tra le mani quando ebbi dato l’ultimo colpo.

Mi misi a piangere. Era finita.

Mentre mi allontanavo in macchina, la luce delle fiamme cominciò a diventare intensa.

La vecchia casa aveva preso fuoco meglio del previsto.

Qualcuno avrebbe chiamato i pompieri da lì a poco. Ma al momento del loro arrivo sarebbe stato già tutto carbonizzato.

<< Le streghe vanno bruciate. >> dissi ad alta voce.

Risi forte, guardando la bambola buttata sul sedile del passeggero.

Quella notte caddi in un sonno tormentato. Continuavo a sognare la vecchia sanguinante. E la sua orrenda litania. Mi terrorizzava il suono della sua voce, farneticante, in quella lingua sconosciuta.

Uscii improvvisamente dal sogno urlando. Un dolore terrificante al braccio sinistro all’altezza della spalla mi stava uccidendo. Non riuscivo a respirare. E sentivo sangue uscire dalla bocca. Gridai terrorizzato quando, accendendo la luce con la mano destra,

vidi che il dolore al braccio in realtà non era al braccio.

Il braccio non c’era più. Solo un moncherino che spruzzava sangue.

Urlai.

Il braccio giaceva in terra. Immobile. Era stato strappato dalla mia spalla.

Urlai di nuovo, più forte di prima, quando vidi Mike guardarmi con quegli occhi gialli.

Erano diabolici. La bambola giaceva tra le sue zampe. Il braccio della bambola poco più distante.

Come un lampo capii il significato della litania gracchiata in punto di morte dalla vecchia.

“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o ANIMALI !!! ”

Urlai per la terza, e ultima volta, mentre Mike, continuando a fissarmi maligno, addentò la testa della bambola.

Racconto: Il Cavaliere demoniaco dalle ali angeliche

“…Non esiste forza

o potenza alcuna

che riesca a sovrastarmi…”

I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro il nemico.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una creatura dorme nell’oscurità della pietra.

La guerra ormai infuria.

Urla di rabbia e di dolore.

I comandi impartiti dai capitani e le urla di incitamento prima della carica.

Combattimenti e sangue: gli uomini combattono e si uccidono per la supremazia sul territorio.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all’imboccatura della caverna. E’ una donna dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.

La creatura informe imprigionata nell’oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.

La musica diffonde nell’aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.

Ancora un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: la caverna è ormai vuota, ormai vuoto è il trono di pietra e di ghiaccio.

Dall’alto delle montagne lui osserva la vallata e la battaglia che i mortali stanno conducendo.

La donna suona ancora, avvolta dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d’angelo.

La creatura ne è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.

E percepisce qualcosa che non riesce a spiegarsi, una spiacevole sensazione di dejà – vu che non riesce a tollerare e che origina da quella donna che umana non lo è di certo.

Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.

Ma poi da essa si allontana, vittima dell’incantesimo che dal Manto delle Tenebre scaturisce e, volgendo la propria mente al compito che lo attende, osserva la battaglia nella vallata sottostante.

Piove mentre gli uomini combattono.

Cariche si alternano a duelli.

Il clangore delle spade, scudi che si infrangono e lame che tagliano la carne.

Un vento gelido percorre il campo, si insinua ovunque, nell’animo e nelle armature.

Scende la notte. O almeno è quanto sembra.

Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos della battaglia a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz’aria, immota.

Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.

Rimane solo un cratere e degli uomini che vi erano nemmeno la cenere.

Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.

Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.

Si posa dolcemente all’interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.

Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore delle centinaia di soldati.

L’armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro. Lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.

Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d’inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.

I suoi occhi d’oro scrutano attentamente gli umani attorno.

Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell’aria: nulla si muove e nulla si ode.

Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.

Alcuni pensano che sia un prodigio.

Alcuni silenziosamente pregano.

Alcuni sacerdoti, chiamati a benedir le armi, si inginocchiano a pregare.

Domande e dubbi, la gola secca e un terribile silenzio tutt’attorno.

Un’immobilità irreale che pervade la natura stessa.

All’improvviso il cavaliere apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall’inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.

Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.

E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”

Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell’abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell’aria una spada magnifica e perfetta: la lama d’argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l’impugnatura possente.

L’essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.

Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.

I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.

Si avvertono solo i fendenti della spada dell’oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.

Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.

E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.

Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell’assoluto.

La nebbia tutt’attorno e la privazione della vista.

La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti.

Ovunque solo urla e mutilazioni.

Cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.

Non vi è scampo, nemmeno la fuga.

Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.

Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora.

Solo morte. Solo distruzione.

Poi ad un tratto scompare la nebbia ed un raggio di sole squarcia le nuvole del cielo. Il cavaliere ha già ucciso centinaia di soldati e si sta pulendo la spada con le vesti dell’ultimo sacerdote che ha trucidato, un uomo che si nascondeva invano dietro una croce in cui a malapena credeva.

I soldati si cercano l’un l’altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente.

Il cavaliere guarda al cielo in silenzio.

Molti, alla vista di tanta morte si sentono persi e fuggono.

Nessuno di loro, riuscirà tuttavia ad abbandonare vivo la vallata.

Una musica suona nell’aria, una musica per i soldati umani. Il requiem a loro dedicato dalla suonatrice che siede all’imboccatura della prigione della bestia.

Ecco allora che accade qualcosa: nel cuore degli uomini torna la speranza e una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme l’araldo della morte.

Uniranno le forze e vinceranno la morte.

Nessuno pensa a fuggire.

Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.

Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull’oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.

Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Sigfrid Leone Bianco, l’eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto.

Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa la lancia e ne ferisce a morte il cavallo.

Sigfrid si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.

Il Leone Bianco urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.

Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.

Le spade si scontrano parecchie volte: Sigfrid combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d’argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.

Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.

I soldati esultano per la vittoria, mentre Sigfrid rigira la spada nella ferita.

Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l’eroe con i suoi occhi d’oro, lo fissa e ride feroce.

La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l’eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.

Il demone avanza, afferra l’eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra.

Le gambe di Sigfrid non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.

In quegli occhi dorati, vede l’inferno e gela il sangue nelle sue vene.

Con un ringhio demoniaco e tremendo, emettendo un suono orribile che strazia i timpani, appellandosi alla sua forza, strappa in due il corpo dell’eroe e ne getta i resti ai piedi dei soldati che poco prima incitavano il loro capitano.

Armatura ossa e carne giacciono a terra, in una pozza di sangue e visceri.

Una risata diabolica si diffonde tremenda nell’aria.

Sul suo corpo nemmeno una ferita appare evidente. E nemmeno una goccia di sangue intacca lo splendore della sua armatura divina.

Osservando i soldati e l’espressione di terrore nei loro volti, esclama calmo: “Non esiste forza o potenza alcuna che riesca a sovrastarmi!”

Poi, la sua spada prende fuoco e, bruciando di un fuoco bianco, candido come le ali che porta sulla schiena, con un colpo solo, si libera la strada riducendo a brandelli e polverizzando i soldati coraggiosi che seguivano Sigfrid.

Poi solleva in alto la spada e richiama la nebbia, un vortice d’aria che scende dal cielo e si diffonde ovunque divorando ogni cosa.

Una risata torna a riecheggiare nell’aria, mentre il demone riprende la sua macabra danza di morte, il compito al quale è preposto.

Di nuovo i soldati sono prigionieri di una prigione senza pareti, schiavizzati dalle proprie paure, incapaci di sfuggire alla forza inarrestabile del demone alato.

Impotenti, ridotti a niente: impossibile la lotta, impossibile la fuga.

Ogni speranza è negata da tutte quelle urla e tutto quel terrore.

Ogni soldato si ritrova solo, perduto e terrorizzato. Sente costantemente le urla di morte dei suoi compagni farsi ogni istante più vicine.

Lentamente, ognuno sente l’avvicinarsi del distruttore.

E il distruttore avanza, nella nebbia che lui stesso comanda. Avanza e semina morte e dolore, a cui è insensibile e indifferente, un burattino inconsapevole schiavo di quel suono che lui solo ode. Il suono dolce e armonioso di un flauto, che lo incita e lo governa, e annulla in lui la ragione.

La nebbia si apre e ogni soldato lo vede avanzare verso di se, potente e maestoso. Immenso e perfetto.

Non vi è speranza, solo un terrore primordiale e assoluto.

E poi la morte.

Al tramonto la vallata è ricoperta di sangue e cadaveri dilaniati.

Nessun uomo è stato risparmiato dai fendenti della belva: colpi così potenti e devastanti da squarciare la terra.

E per coloro che non son stati colpiti dalla spada, è stata la magia a fare da guida verso l’oltretomba. La magia in forma di folgori e spaventose visioni, e fiamme viola e rocce infuocate dal cielo.

Neri avvoltoi e corvi e sciacalli si aggirano tra i morti nell’ora del crepuscolo. Nel cielo i colori del tramonto mentre uno stormo di uccelli migra verso sud e il vento muove le fronde degli alberi.

Nessuno è stato risparmiato.

Nessuno vive.

Poi, inchinandosi deferente al sole dell’alba, l’occhio di Dio che tutto vede, l’essere della distruzione si alza in volo.

Per qualche istante quel suono tace, quel suono melodioso che lo ammaliava.

Libertà finalmente, dopo secoli di prigionia nel suo trono di pietra e ghiaccio: per il cavaliere eterno dall’armatura di tenebra e argento questa è la vittoria più grande.

Ma il suo volo è breve.

Una forza sconosciuta lo trattiene.

Una forza magica e invisibile che riecheggia nelle sue orecchie divine.

La musica di un flauto che nuovamente suona. La musica infernale e divina dalla quale non può trovar riparo. Contro di essa a nulla valgono i suoi poteri, né le sue armi né la volontà. Questa volta il suono è violento e tagliente, una musica cacofonica che lo annienta.

D’improvviso cade e, mentre si contorce e divincola, come intrappolato in una rete, il suo corpo inizia a sgretolarsi, colpito come da un’invisibile frusta celestiale: è il potere della musica divina che la donna suona all’imboccatura della caverna.

Questo il suo ultimo rabbioso pensiero mentre si riduce in polvere, polvere e piccole fiamme che un vento sovrannaturale trasporta fino al suo trono di pietra.

Non è ancora terminato il tempo della prigionia e nonostante i suoi sforzi, il cavaliere demoniaco dalle ali angeliche è ridotto di nuovo in pietra.

Di nuovo il sonno indotto, per dominare colui che non si può contrastare. Arriverà nuovamente il tempo per la battaglia.

E secondo il Patto Antico, giungerà anche il momento della Liberazione, ma per ora è ancora Lui ad averla vinta.

Per adesso, solo un lago di morte e devastazione ne rammenterà a tutti la tacita presenza.

Armi e corpi devastati riposano per sempre sotto la protezione delle stelle e quando compare la luna, la figura di donna avvolta nelle tenebre smette la sua divina melodia. Alzatasi, rimane immobile nell’aria della sera ad osservare la creatura della distruzione e della guerra.

Racchiuso nella pietra non ha forma alcuna, e la sua forma, non è la stessa di quando, nei secoli passati, il suo splendore eguagliava il sole.

Per un attimo, quella donna misteriosa si abbandona sulla scia dei ricordi, rammentando le sue gesta e le sue parole, sussurrando senza voce quell’antica promessa.

Un ultimo sguardo alla figura di pietra informe, una lacrima e un saluto all’essere che un tempo amava e, sciolto il Manto delle Tenebre, libera le luminose ali angeliche per tornare al mondo cui appartiene.

 

 

Note: Ero indeciso se descrivere quanto segue in forma di racconto o in forma di poesia, anche se credo che un racconto di genere fantasy riesca a rendere meglio l’idea che avevo in mente.  Tutto il racconto è incentrato su di una figura, una figura demoniaca e divina al tempo stesso che rappresenta l’essenza stessa della distruzione, che rappresenta tutti i limiti imposti all’uomo, il destino e la presenza dell’assoluto. Naturalmente rappresenta anche molte altre “cose”, tutto dipende dal lettore. L’idea alla base del protagonista di questo racconto trae origine da Dark Schneider e da Belzebub di Bastard!! (di K.Hagiwara), da Gatsu di Berserk (di K.Miura), dal Bestelbulzibar della Trilogia del Demone (di R. A. Salvatore) e non solo. L‘idea che volevo rappresentare è quella di un personaggio fortissimo, incommensurabilmente potente, che vive al di là della dimensione umana ma che alla dimensione umana è in qualche modo legato: un essere insomma che non teme né il Bene né il Male, ma che da entrambi è stato generato, un essere che non trova limiti e pari nel mondo degli umani. Una divinità che non appartiene né alla luce né alla tenebra. Tuttavia sono riuscito a rendere questo solo in parte (in quanto anche al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche sono stati posti dei limiti, come la schiavitù ad un segreto volere superiore), e questo credo sia dovuto al fatto che ho cercato di scrivere quanto segue il più rapidamente possibile, per imbrigliare l’idea stessa sul foglio, per intrappolarne l’essenza  del personaggio, quasi temendo di “perderlo” se solo avessi aspettato troppo prima di descriverlo.

Racconto: Gli Obviurs

Prologo

Ci sono verità che devono essere raccontate attraverso la menzogna, come dall’altro lato e per inversione speculare, la falsità deve affermarsi in un aspetto di verità.

Era un popolo strano e ostinato quello degli Obviur, talmente strano da esser riuscito a infiltrarsi tra gli abitanti del pianeta Terra senza che quasi nessun indigeno se ne potesse accorgere. Solo rarissime persone riuscivano a percepire la loro diversa natura, ma le ragioni di questa presenza strana e aliena erano, anche per costoro, relegate all’ambito delle ipotesi.
Esteticamente erano simili agli umani, ma avevano i piedi più grandi dei loro, e anche gli occhi si allungavano in un un taglio sottile che non ricordava quello dei cinesi. Altra caratteristica che avrebbe meravigliato gli umani, se questi li avessero notati, era dovuta all’impossibilità di riconoscerne il genere: maschi e femmine erano esteticamente indistinguibili, almeno per i terrestri.
Nessuno ha mai saputo da quale parte dell’universo provenissero, né se potessero essere originari del pianeta terra, magari da sempre indistinti e liberi di ordire i loro imperscrutabili fini. Si è scoperto con certezza soltanto uno di questi loro obiettivi, il principale: dovevano e devono impedire agli umani,  e solo a quelli risvegliati alla comprensione delle leggi universali dell’esistenza, di realizzare una compiuta consapevolezza sul fine della vita. Ovviamente per “compiuta” si deve intendere che questa consapevolezza non si arresti a una realtà teorica, ma che sia anche applicata nella prassi del comportamento. È per questa ragione che la loro natura è considerata demoniaca, anche se è ovvio che siano più intelligenti dei demoni i quali, a differenza degli Obviur, ignorano la centralità spirituale dell’universo.
La stragrande maggioranza degli umani non conosce nemmeno il significato del termine “universale”, e la quasi totalità anche quello di principio, quando a questo è associata l’universalità, così è facile immaginarsi che l’impegno degli Obviur non avrebbe dovuto essere poi molto gravoso, eppure a crederlo ci si sbaglierebbe, perché i rarissimi individui che sono risvegliati all’universale sono in grado di creare grosse difficoltà anche ad alieni in possesso di capacità extrasensoriali possenti, come erano gli Obviur.
Anche il loro nome non è quello reale, è stato dato loro per riderci sopra da un Maestro dello Spirito, che lo deformò sulla forma della loro missione, definendola “ovvia” e di serie B, a causa della natura in cui la “mala jente” che infesta l’oscuro mondo invisibile si trova invischiata.
Fino a oggi avevo creduto improbabile che questa “gente non gente” fosse anche sanguinaria, perché quando li ho incontrati, ormai tanti anni fa, si erano impegnati a sviarmi attraverso l’inganno e la paura, senza mai ricorrere alla violenza. Oggi so il perché in quel tempo non si sprecarono troppo con me: non valevo quella fatica. Nemmeno oggi probabilmente, ma i due che mi hanno chiuso qui dentro non hanno l’aria di saperlo.
Quand’ero ancora un giovane chiamato alla visione del “piccolo vero” ero stato condotto all’obbligo di dovermi scusare con l’elemento che noi terrestri chiamiamo acqua, perché avevo sporcato la purezza originaria che è sua essenza. Fu per questa ragione che mi fu comunicato il luogo dove avrei dovuto recarmi per compiere il rito necessario al ricomporre l’equilibrio dal quale ripartire, in questa mia difficile avventura.
Dal momento del mio risveglio avevo già visto esseri diversi dalla specie alla quale appartengo, e mi ero anche accorto che loro sapevano del mio risveglio interiore. Non erano molti e non stavano mai più di due insieme; mi guardavano, camminando tra la gente normale, con curiosità mista ad astio, con quella luce nei loro occhi simile a quella dei bimbi che nutrono rancore. A quel tempo ero ancora sotto l’intenso shock derivato dall’aver preso coscienza di ciò che ero in realtà, e del cumulo di errori commessi che deviavano il mio essere dal proprio centrale destino. Per questo non concentrai la mia attenzione su di loro, sarebbe stato come un fissare il pensiero su un piccolo nevo sapendo che sotto serpeggiava, da tempo, un tumore maligno già in metàstasi.
Pensai allora solo a curarmi l’anima, modificando le mie intenzioni nei confronti di un’esistenza che mi si era rivelata nella sua luce, incomunicabile per la sua non relatività, ma non più così misteriosa, nella quale il “Non compreso” intesse l’arabesco di ciò che appare essere un Mistero consueto.
Lottare contro il proprio ego  non richiede la conoscenza di trucchi, perché è contro il trucco che si lotta, e per vincerlo l’unica tecnica ammessa e concessa è racchiusa nella Verità.
E qui si affina l’arte di un vivere che deve maturare il distacco da sé. Loro, gli Obviur, a un certo punto della mia lotta devono essersene accorti che cominciavo a progredire, credo dal fatto che mi vedevano perdere sempre più spesso nel combattimento contro gli altri della mia specie.
Il giorno lontano, quasi sepolto nei miei ricordi, nel quale mi recai a chiedere perdono all’acqua, loro cercarono di uccidermi in modo dolce, portandomi nella nebbia fino all’orlo di un precipizio, che io vidi solo per una voce interiore ancora molto lontana dalla mia usuale consapevolezza, ma oggi si sono scatenati nella furia che non si vede, esternamente alle loro nere pupille, e mi hanno catturato. Oggi, nel buio dove sono rinchiuso, posso vederli bene i miei due carcerieri, e riconosco la volontà oscura che li lega. So che per liberarmi dalla loro stretta dovrei essere puro, in fondo avrei avuto tutto il tempo necessario per esserlo, ma non ce l’ho fatta. È arrivato il mio momento, sempre ho saputo che sarebbe arrivato, ma ora è tardi per piangere, come è tardi per vivere ancora nella perdita di un tempo del quale mi è mancata la misura.

Gli Obviur stanno arrivando e so che non proveranno a spiegarmi il perché lo dovranno fare, ma non sarà con la mia uscita dal corpo che la nostra guerra si concluderà.

Racconto: Il garzone di macelleria

Il garzone di macelleria

Fino ad allora era stato un semplice garzoncello di macelleria, insaccato in un camice quasi mai bianco e senza schizzi di sangue vivido, perché i garzoni inesperti e poco svegli non macellano mai le bestie. Capitava invece che, nel retrobottega e quando mancava il titolare, le amasse quelle bestie anche se, lo si può agilmente immaginare, il freddo corporeo da frigo di quelle carcasse rigide gli ritardava l’eiaculazione la quale, quando arrivava, si sgonfiava nell’angoscia che il macellaio potesse tornare all’improvviso, facendolo urlare al paese lì fuori di cosa, quel garzoncello timido, fosse capace. La sua esistenza trascorreva così, velocemente e nel greve fetore malato del sangue che, a strisce gelide, rigava la distanza che separava la ghiacciaia dalla turpe sua alcova. Un giorno però, il macellaio si ferì a una mano, e si vide costretto ad affidargli una mucca intera da squartare. Era la svolta professionale attesa da anni: una bestia intera e calda, beh… diciamo tiepida, da mettere al centro delle sue attenzioni morbose.
Anche quella giornata si era stranamente presentata diversa, e quando il muletto del fornitore gli depositò nel retro l’animale da dividere, pure il sole si imbarazzò dietro una nuvola, spessa e affilata come una scure.
Ottocento chili da trascinare gli pareva che lo stessero guardando con occhioni avidi, da sotto quelle ciglione romantiche e la linguona, spessa e un po’ pelosetta, sporgente di lato, gli suggeriva immagini che non si possono raccontare senza dannarsi l’anima. La fretta di consumare quel perverso progetto gli aveva fatto congedare anticipatamente il fornitore che aveva portato lì quel cadaverone chiazzato e ora non gli riusciva, nemmeno col carrello elettrico, di muovere l’animale. Ottenne solo d’inclinarle la schiena su un lato, di traverso alla porta, in modo da poterla socchiudere un poco e avventarsi, finalmente, sulla sua preda sì inanimata, ma non ancora fredda del tutto. Non poteva attendere che si raggelasse di più, perché in quella parvenza di tepore s’accoccolava la sua brama d’amore. Spense la luce del negozio e abbracciò la massa, che sembrava inchiodata a terra, e la baciò sul muso umido con trasporto mentre, impicciandosi, si sfilava velocemente i calzoni.
Il macellaio, tornando dall’ospedale, dove l’avevano cucito alla meglio, non si sarebbe mai fermato al negozio se non avesse visto quella testa di mucca che si sbatteva, a colpi secchi e decisi e con la lingua fuori, dallo spiraglio socchiuso della porta sul retro della macelleria.
Lo spettacolo che si offrì ai suoi occhi, quando entrò incuriosito, lo fece svenire di colpo dando così modo, a quel garzone infoiato, di avere un’altra e inattesa preda, ma finalmente calda per almeno un’ora…

La moglie del macellaio, soffocata dalle lacrime, non ebbe altro da pensare che suo marito l’avesse abbandonata per sempre, magari con quella giovincella, tinta e slavata, che gli sfiorava, bramosa, la cotta di maglia antitaglio che lo proteggeva dalle lame, insanguinata.
Tutti sanno, e anche la donna non ignorava, che piccoli eventi inducono a grandi sconvolgimenti, capaci di travolgere l’esistenza delle persone che si affidano troppo alla propria maturità, e il macellaio era uomo di grande equilibrio, come avrebbe potuto, altrimenti, maneggiare la mannaia con quella temibile naturalezza? Per questa ragione era esposto a tutti i rischi che la troppa sicurezza nei propri mezzi, prepara sempre con cura. Così, la mente eccitata della donna scorreva, analizzandole, tutte le possibili cause di disgrazia che potevano aver colpito il marito.
“Chissà dove sarà ora?”… sbottò infine, nell’impossibilità di scovarlo, disperata dall’imprevista solitudine che glielo faceva immaginare più in dolce compagnia che soffocato dal proprio cuore.

Intanto, in quel retrobottega maledetto, era tornato il silenzio. Tutto era stato lavato accuratamente e l’odore di candeggina, pur non volendo imitare quello d’incenso che aleggiava in chiesa, cercava di nascondere la sensazione che lì dentro si fosse compiuto un misfatto. Anche la mucca era stata lavata, fin nelle interiora e squartata, con maldestri e vendicativi colpi d’ascia, che avevano infierito, maciullandola, soprattutto nelle sue parti intime. Le sue mammelle, per il loro evocare tepori protettivi, erano state conciate come trippa sfogliata, e pure la grossa lingua era ridotta a strisce sottili, come messa nell’impossibilità di rivelare ciò che andava rimosso per sempre.

La polizia si stancò presto di vagliare sospetti improbabili, e convenne con la moglie nel credere alla fuga d’amore. Dopo aver peregrinato inopportuna per il negozio, tutta la notte e pure il giorno dopo, tra batuffoli di cotone e bombolette di spray rivelatore, i detective compresero, in mezzo a tutte quelle tracce rapprese, che quel sangue lavato col sangue non avrebbe parlato d’altro che del sangue di nessuno con odore di candeggina.
Nemmeno un poliziotto notò che la carne trita, troppo pallida, era scivolata, per l’inusitata freschezza, ammucchiandosi a grumi, rivoltati contro il bordo dei contenitori inclinati, fuoriuscendone e mostrandosi, in quella colatura sfacciata, sotto il vetro gelido di un bancone stranamente rallegrato da due mazzetti di freschi e chiusi fiori di prato, che non avrebbero mai voluto aprirsi.