Oro Verde

Mia madre alzò gli occhi a guardare le stelle. Ce n’erano tante lassù. Le tremava leggermente la mano mentre ne sceglieva una. Puntò un dito verso il firmamento: la sua intenzione iniziale era quella di indicarci un corpo celeste per completare la favola che, come spesso accadeva nelle calde serate estive, raccontava a me e a mia sorella.

Ma ora aveva intravisto qualcosa, un baluginio sospetto e un innaturale movimento delle nubi sparse come stanchi animali al pascolo nella sconfinata prateria scura del cielo notturno. Scrutò con più attenzione e, colpiti dal suo silenzio, pure io e mia sorella volgemmo il capo all’insù, alla ricerca della stella fatata verso la quale, nella favola di quella sera, il drago rosso del coraggio aveva intrapreso il suo viaggio millenario. Scorgemmo invece una strana sagoma luminosa che pioveva verso terra, assomigliava a una di quelle comete che sul finire dell’estate si è soliti avvistare. Ma a differenza di quelle vere, che scomparivano all’istante, bruciando tutta la loro esistenza al suono silenzioso dei nostri desideri, quella verso cui convergevano i nostri sguardi non stava svanendo affatto. Attorno ad essa si erano invece condensati i gas della nostra atmosfera tanto che, mano a mano che proseguiva verso la superficie del nostro pianeta, la luce che emetteva mutava colore, ora più bianca e azzurrognola, ora più giallognola o rossastra. Anche le correnti aeree e le nubi reagirono alla sua presenza, vorticando in modo sinistro, come falene attirate dall’affascinante luminosità che quel sospetto corpo celeste dispensava.

Mentre lo strano meteorite scendeva, la sua velocità diminuiva tanto che attirò l’attenzione anche dei miei vicini e di tutti quelli che abitavano nel mio quartiere. Se non della città intera.

Il rumore che produceva sembrava simile al rombo dei tuoni nei temporali più violenti, solamente che questa volta si trattava di un rimbombo prolungato e basso, che non dava l’impressione di voler smettere mai di borbottare.

–          Mamma, che cos’è quello?

Chiesi a un tratto, con ingenuità, la voce ridotta a un sussurro, un po’ perché rapito dallo spettacolo cui stavo assistendo e in parte perché spaventato da quell’ignota presenza spaziale.

–          Non lo so, figliolo, proprio non lo so…

La sua voce era calma e controllata ma intuii che anche lei temeva qualcosa. Io e mia sorella ci scambiammo uno sguardo complice leggendo ciascuno negli occhi dell’altra le medesime emozioni, sorpresa curiosità mista a paura destabilizzante.

Sembrava quasi come in quei film di fantascienza che la mamma non voleva che guardassimo in televisione perché, ce lo ripeteva sempre, ci avrebbero fatto venire gli incubi.

Ripensandoci in quell’istante, le diedi ragione e mi avvicinai un poco, solo per sicurezza. Timidamente allungai la mano per raggiungere la sua, senza però staccare mai lo sguardo dal cielo.

Ora, quello che credevamo un meteorite, non appariva più come un corpo roccioso. I vapori e il gas che lo avvolgevano si stavano via via dileguando mano a mano che questo planava sopra alla nostra città.

Osservandolo meglio, comprendemmo che quel misterioso corpo celeste non era composto di pietra e ghiaccio; non era nemmeno una cometa o un piccolo asteroide, come quello che, a scuola, ci avevano detto avesse estinto i grandi dinosauri della preistoria.

Appariva invece più simile a uno degli hovercraft che i grandi guidano per andare al lavoro, con un lungo muso piatto e schiacciato davanti, della ali tondeggianti ai lati e un grosso abitacolo nel mezzo. Solo che quello che stava levitando sopra alle nostre teste, a centinaia di metri di distanza da noi, appariva enormemente grande.  Il cielo stesso sembrava ribellarsi alla sua presenza: anche se era notte, tutto si era fatto più luminoso e correnti d’aria impetuose vessavano la nostra città.

Osservando meglio, compresi che era quell’astronave ad emettere luce per via dei potenti propulsori che la spingevano e che, ora, dopo aver modificato la propria inclinazione fino a posizionarsi orizzontalmente sopra di noi, la sospingevano verso le montagne a nord della città.

Non potemmo fare altro che seguirla con lo sguardo, come piccole formiche che assistono impotenti al cambio di direzione di un gigantesco pennuto.

–          Lo sapevo! Lo sapevo che sarebbero tornati!

Una voce carica di entusiasmo esplose alla nostra destra attirando l’attenzione di tutti noi.

Era quel matto di Phil, talmente appassionato di storie su alieni e altri mondi che era convinto che esistessero davvero altre forme di vita al di fuori del nostro pianeta, nello spazio o su altri sistemi stellari. Addirittura sosteneva che fossero già atterrati più volte anche nel nostro continente e che fossero i responsabili dei misteriosi disegni nel grano di cui, di tanto in tanto, avevano parlato alla televisione.

Ma la mamma ci aveva sempre detto che si trattava di burle, di bravate commesse da persone che non avevano niente di meglio da fare che ingannare la società e cucirsi storie interessanti addosso. Persone sole che volevano un po’ di attenzione. O soldi.

–          Sono loro, sono tornati! Vengono per l’oro verde vi dico: è la verità, credetemi!

Scuotendo il capo per le farneticazioni del nostro vicino, mia madre ci strinse a sé, sollevata che l’avvistamento non si fosse rivelata una minaccia per noi o per tutti gli altri.

–          Certo, Phil, come no! E se invece fosse stato un nuovo prototipo di velivolo militare?

Questa volta era la signorina Astrid a far sentire la propria voce acuta, sporgendosi appena dal terrazzo della sua villetta, dall’altra parte della strada.

–          Già!  Se fossero stati alieni, non ci avrebbero di certo ignorati: probabilmente ci avrebbero rapito o bombardati. Non lasciano mai testimoni e non viaggiano per distribuire la pace!

Anche Kato, un esimio docente del liceo cittadino, concordava con l’ipotesi della signora Astrid. Probabilmente più per schierarsi dalla sua parte e farle percepire una certa affinità più che per reale e autentica convinzione.

–          Ma non capite: è proprio quello che vogliono che crediamo. Quell’astronave è un velivolo alieno, vi dico! Quella forma, i motori, la tecnologia. Non portava alcuna bandiera e …

–          Ehi, come hai fatto a scorgerne una con questo buio? E’ notte Phil…

Sottolineò il professor Kato, mentre osservava in direzione della terrazza su cui stava la ragazza, scorgendo nel sorriso di Astrid un segnale di approvazione.

–          Sì … cioè no, non l’ho vista, in effetti … ma questo non significa che io non abbia ragione! Sono qui per l’oro verde, sono venuti per quello. Credetemi!

Phil insisteva con la propria teoria e altri, che erano usciti all’aperto per osservare il volo di quella misteriosa astronave color antracite, si intromisero nella questione, ognuno cercando di dare una spiegazione a quanto avevano appena assistito. Io e mia sorella ci guardammo senza capire granché di ciò di cui gli adulti parlavano. Di tanto in tanto però gettavamo uno sguardo al cielo, giusto per controllare che non ve ne fossero altre in arrivo. Chissà da dove provengono, mi chiesi

–          E cosa sarebbe questo fantomatico “oro verde”, Phil?

Nuovamente la signorina Astrid: incalzava il nostro vicino con malizia, più per schernirlo pubblicamente che per conoscere qualcosa di nuovo.

L’altro si aggiustò gli occhiali sul naso e raccolse le idee prima di parlare: erano tutti contro di lui, lo credevano un nerd inaffidabile e di certo lo avrebbero deriso qualunque cosa avesse detto. Forse avrebbe fatto meglio a tacere e a rinunciare, ma il suo orgoglio gli imponeva di diffondere un po’ di quelle conoscenze che i media tradizionali e le istituzioni tacevano alla gente comune.

–          Non si sa ancora che tipo di materiale sia ma il cosiddetto “oro verde” è un minerale  scoperto recentemente in alcune cave tra le montagne su, al nord. Si dice che sia particolarmente prezioso per le proprietà energetiche che possiede ma gli scienziati non hanno ancora individuato un modo per lavorarlo o trattarlo. Pensano però che, dopo le opportune analisi e rilevazioni, possa diventare una fonte energetica altamente efficiente. Secondo alcune teorie soppianterà altre forme di combustibili come il carbone o il petrolio. Che chiamano oro nero. E siccome possiede un’intensa colorazione verde fosforescente, ecco perché nel web tutti lo considerano “oro verde”.

Silenzio. All’improvviso tutti rimasero muti ad osservare Phil e a soppesare quanto aveva riferito loro, valutando le implicazioni e la plausibilità delle sue farneticazioni da nerd sfigato. Anche mia madre se ne stette immobile per un istante, riflettendo sul senso delle spiegazioni del nostro occhialuto vicino appassionato di storie fantastiche. Poi si voltò e ci sospinse verso casa.

–          Personalmente non ho mai sentito nulla di simile alla radio o alla televisione. Forse esageri un po’ con i film di fantascienza o leggi troppi fumetti per ragazzi, Phil. – lo rimproverò.

–          Anche secondo me: forse dovresti trovare un modo più sano per trascorrere il tempo. Alieni e oro verde! Che scempiaggini! – le fece eco Astrid.

–          Ma è la verità! Dovete credermi!

Nessuno, invece, gli dava credito.

Con la coda dell’occhio, prima di entrare in casa, vidi la delusione dipinta sul suo volto: chissà, pensai, magari un po’ di ragione ce l’ha.

 

A bordo della LAST-EDEN-01, il comandante Jorgsen aveva appena ultimato di dare le disposizioni al proprio equipaggio. La meta del loro viaggio era situata più a nord, a circa venti chilometri di distanza dal centro abitato alieno sopra cui erano appena planati. Nelle precedenti comunicazioni avevano avuto segnalazioni della cittadina ma, considerando l’attuale livello tecnologico raggiunto dalla popolazione indigena, avevano ritenuto che un passaggio sopra ad essa non avrebbe costituito alcun pericolo. Né per l’equipaggio né per il carico che stavano trasportando.

Infine, dopo quasi venti minuti di volo, raggiunsero il sito prestabilito. I propulsori anteriori dell’astronave vennero azionati per arrestare il moto del poderoso velivolo mentre, in contemporanea, furono attivati gli stabilizzatori gravitazionali, necessari a mantenerla orizzontale.

Al termine della manovra, Jorgsen afferrò la propria ricetrasmittente e impartì l’ordine:

–          Avviare procedura per l’apertura del portellone C02 della stiva.

Uno dei macchinisti ubbidì all’istante, digitando con velocità impressionante sul monitor touch screen collocato alla sua destra. Qualche istante dopo confermò il completamento dell’operazione.

Il comandante annuì, quindi comunicò il nuovo ordine.

–          Dare inizio alle operazioni di scarico delle scorie radioattive.

All’unisono, il personale di bordo avviò la procedura per trasportare a terra i rifiuti tossici trasportati dalla LAST-EDEN-01. Come uno sciame industrioso, piccoli velivoli dalle forme squadrate iniziarono a fare da spola tra il portellone della stiva e il suolo del pianeta.

Nell’osservare il continuo via vai di navicelle che scendevano e abbandonavano tonnellate e tonnellate di scorie prodotte dalle centrali nucleari del loro pianeta d’origine e che erano stati incaricati di smaltire, un ufficiale di bordo intavolò una breve chiacchierata con il comandante.

Uno scambio fugace, giusto per ingannare il tempo fino a che non venissero ultimate le operazioni di scarico e per conoscere meglio il pensiero del suo superiore.

–          Chissà cosa penseranno gli indigeni del fatto che stiamo trattando il loro pianeta come un’enorme discarica per materiale radioattivo …

Il comandante sospirò, quasi scocciato dalla presenza di Piotr: per qualche motivo quel tipo non gli andava a genio. Prima di esprimersi, valutò attentamente cosa rispondere: preferiva esser cauto ed evitare di prestare il fianco a un uomo ambizioso come lo era il suo ufficiale.

–          Francamente mi spiace per loro e per il fardello che gettiamo sul loro futuro. Ma noi eseguiamo solo degli ordini, come si aspettano i nostri capi sulla Terra. Ed è esattamente ciò che faremo, negli interessi degli azionisti che rappresentiamo, prima, e dell’umanità, poi.

L’altro annuì soddisfatto; quindi tornò a scrutare il cielo notturno, osservando l’attività svolta dai suoi subordinati e intravedendo, giù in fondo, alcuni riflessi verdastri emessi dal materiale tossico chela LAST-EDEN-01 stava rilasciando.

In fondo, si ritrovò a pensare l’ufficiale, meglio qui che nella città in cui vivono i miei figli…

Terra Nova

Nel ventiduesimo secolo la Terra è al limite del collasso ecologico: l’inquinamento ha fatto svanire la Luna dal cielo e l’aria è divenuta quasi irrespirabile.
L’unica speranza che rimane all’Umanità è la fuga dal pianeta da lei stessa condannato attraverso una frattura dimensionale che conduce ottantacinque milioni di anni nel passato, in un flusso temporale alternativo.
I “pellegrinaggi” attraverso la frattura, possibili solo una volta l’anno, vengono organizzati dal governo e gli umani iniziano il loro graduale esodo.  Al decimo pellegrinaggio partecipa raccambolescamente la famiglia Shannon composta da padre poliziotto, incarcerato per aggressione a pubblico ufficiale ed evaso dalla prigione, madre medico e tre figli.
Giunti sulla verde “Terra Nova” gli Shannon dovranno ricostruire i loro legami famigliari e prepararsi ad affrontare un mondo irto di pericoli.
E’ arrivata infine il 26 Settembre su Fox la prima puntata dell’attesa serie creata da Craig Silverstein e Kelly Marcel e prodotta da Spielberg, anticipata da un intenso battage pubblicitario.
Saltando a piè pari l’inevitabile, comprensibile e giustificata similitudine con Jurassic Park, le citazioni e gli omaggi (al limite del plagio) verso la serie Outcasts e fermandoci a riflettere a mente fredda su questa premiere tanto i lati negativi quanto quelli positivi emergono vigorosamente: l’architettura e l’impostazione stilistica del futuro distopico unita alla propaganda martellante sul “nuovo mondo” (un misto tra l’estetica di Blade Runner e quella del suo tardo derivato Priest) non sono originali ma ugualmente risultano evocative. La CG dei dinosauri non è eclatante nonostante il budget di venti milioni di dollari ma é comunque accettabile e la struttura abitativa di Terra Nova appare (ma questo riceverà conferma più avanti) realistica nelle sue funzioni sebbene le case dei coloni risultino improbabilmente sfarzose. Come impatto visivo iniziale la serie risulta piacevole ma non sconvolgente.
Il problema sorge immediatamente quando vengono rivelati i rapporti interni alla famiglia Shannon, che risultano tanto stereotipati da essere imbarazzanti, e le azioni dei suoi membri appaiono così improbabili (vedi la bigiata dalla lezione di orientamento del figlio maschio appena arrivati su Terra Nova che si trasforma nella prima situazione di emergenza) da essere fastidiose, doppiamente fastidiose se si prova a giustificare le assurdamente ingenue azioni dei protagonisti con il fatto che “i figli sono adolescenti ed il padre é
stato via per due anni in galera”. Il fastidio poi diviene vera irritazione quando si considera il delirante comportamento dei giovani cresciuti su Terra Nova che, senza armi od equipaggiamenti, compiono periodicamente “scampagnate clandestine” oltre il recinto di sicurezza, nelle zone di caccia dei mortali dinosauri noti come “Slasher”.
L’azione esplode immediatamente con verve commerciale, e sin qui la si può accettare con il senso di rimarcare le personalità dei protagonisti, e furbescamente nella seconda metà dell’episodio pilota con un escamotage narrativo che non mi sento di considerare onesto. Lascia perplessi inoltre l’assoluta libertà dei nuovi arrivati, improbabilmente impreparati al nuovo ambiente, nel compound umano: se questa può essere la scelta più semplice degli sceneggiatori per introdurre gli spettatori al nuovo mondo attraverso occhi altrettanto inesperti dal punto di vista logico vi sono pesantissime ed ingiustificabili falle.
Come la moda post-Lost prescrive non mancano accenni di enigmi, i primi misteri, le fazioni con i propri imperscutabili scopi e le cospirazioni, purtroppo sparati come palle di cannone piuttosto che sussurrati nell’orecchio, sebbene riescano a far sorgere qualche sincero interrogativo nello spettatore la loro presentazione è troppo didascalica per essere di reale effetto.
Non tutto è da buttare: Stephen Lang, già visto in Avatar in un ruolo tanto simile da farci immaginare il sorriso sornione di Spielberg, qui indossa il ruolo dell’apparentemente severo-ma-benigno comandante della base le cui reali intenzioni sono avvolte nel mistero mentre la bella Christine Adams, capo dei “sixers“, possiede il seme di un certo fascino ferino.
Possiamo concedere che Terra Nova per ora non sembra soporifero quanto Visitors o dolorosamente fallace quanto Flashforward ma altresì non risulta di certo un progetto innovativo o coraggioso: scorre sui binari ben definiti del “già visto, già sentito” con concessioni al “forse intuibile”: gettandosi su un (letteralmente) estemporaneo dramma famigliare anni ’90 sulla falsariga di The Walking Dead o peggio di Falling Skies la Fox, nota per l’abitudine di cancellare le serie di fantascienza, ha deciso di rischiare eccessivamente puntando su una stagione di tredici episodi come dimostrano gli impietosi indici di ascolto della premiere (tre punti, con una audience media di nove milioni di spettatori).
Probabilmente se si fosse deciso di usare come protagonisti un gruppo di sconosciuti dal passato travagliato uniti dalle circostanze piuttosto che l’ennesima versione della famiglia Robinson il prodotto ne avrebbe giovato.
Il teaser della serie in italiano:

World Invasion – Battle Los Angeles

Agosto 2011: la Terra viene invasa senza preavviso da forze aliene meccanizzate mimetizzate da meteore che nell’arco di pochi minuti conquistano diverse città, eliminando senza pietà i loro abitanti. Il sergente maggiore Nantz (Aaron Eckhart) sul punto di ritirarsi dall’esercito dopo una missione fallita che ha causato la perdita di diversi suoi uomini riceve l’incarico di recuperare sotto il comando del sottotenente Martinez (Ramon Rodriguez) dei civili intrappolati a Los Angeles prima che l’aviazione bombardi l’area.

Superata l’impressione iniziale del “Black Hawk Down incontra Indipendence Day” Battle Los Angeles si rivela semplicemente per ciò che è: una men che sottile campagna pubblicitaria di reclutamento per l’Orgoglioso, Impavido e Nobile Corpo dei Marines.

Il film di Jonathan Liebesman (regista del remake di “Non Aprite quella Porta“) è indubbiamente rapido ed a parte un breve flashforward/flashback che anticipa le fasi iniziali dell’invasione e che introduce la situazione emotiva di Nantz , gettando le basi del rapporto con i suoi sottoposti e con il suo superiore, l’azione si svolge quasi in tempo reale e senza tergiversamenti scorrendo convulsa al pari di uno sparatutto in prima persona. I movimenti della telecamera sono spesso traballanti e sebbene adeguati all’azione hanno lo svantaggio di generare la nausea dopo pochi minuti di fuga, esplosioni e sparatorie. Il regista cerca di offrire un taglio di realismo militaresco ma cade purtroppo preda di errori e semplificazioni che, pur sfuggendo in genere ai non esperti, dimostra che si è preferito la spettacolarità hollywoodiana al dettaglio tecnico: non necessariamete un male.

Il problema si presenta non appena l’adrenalina comincia a diminuire e fanno capolino le inevitabili domande: come è possibile che una razza aliena abbastanza avanzata da attraversare gli spazi cosmici possieda corazze tanto fragili da essere penetrate da armi da fuoco convenzionali dei “primitivi” terrestri” e come mai gli extraterrestri dalla fisiologia non umana usano tute potenziate umanoidi? La trama, sottile come carta velina, non offre risposte preferendo concentrarsi (poco) sull’elemento umano. Il fatto che si possa indovinare chi andrà a morire ed in quale ordine non offre la possibilità di empatizzare eccessivamente con i protagonisti che sguazzano nel totale cliché razziale/ruolistico.

Se lo spettatore è disposto a digerire la retorica gonfiata con gli steroidi Battle Los Angeles è un film di certo dimenticabile ma non necessariamente orrendo: pur privo di spunti di riflessione e deficitando di una storyline realmente intrigante il film non tocca la compiaciuta inutilità di uno Skyline e per passare un sabato sera meno che impegnativo con amici interessati solo all’azione è quasi perfetto.

Ecco il trailer:

http://www.youtube.com/watch?v=Hassn24af58

 

Racconto: Dischi volanti

Un disco piccolo ed elastico era spuntato come dal nulla, quasi materializzato da qualcosa che non si sarebbe aspettato di trovarsi lì, a dover schivare tutti quei rottami vaganti uno spazio che, fuori da quel sistema, di solito era pulito.
—Eccheccazzo!—
sibilò il sottopilota, ché il pilota dormiva sempre e lo si poteva svegliare solo nelle occasioni importanti
—Mi sa che siamo finiti nella discarica dell’Unione Galattica!—
continuò a dire, dando una tentacolata di nervosismo al navigatore per comunicargli il suo disappunto che avesse ancora cileccato i calcoli
—A te, quando torniamo a casa, ti deferisco al consiglio dei Savi
—Non se ne può più della tua incompetenza!—
L’altro, il navigatore, ancora stonato dalla droga che avevano prelevato nell’ultimo sistema a due soli visitato, non si scompose di un filo, non gli conveniva, perché erano due attimi solari che teneva il vomito che avrebbe potuto mandare in corto i circuiti della consolle, dove stava sfiorando il record intergalattico di flipper interstellare.
—Usa il cannoncino e disintegrali, quei rottami!—
rispose con l’alito fetido che caratterizzava quella razza e che non era nemmeno il loro difetto peggiore.
—Fallo tu!—
rispose il copilota
—Che sai sparare meglio!
—Non detieni ancora il record di tiro al bullone che hai stabilito sulla costellazione di Aldebaran, l’emiciclo scorso, con quel bellissimo colpo di culo che ti ha fatto guadagnare i tetra crediti del vantaggio?—
—Okkey!—
strisciò il navigatore, e con un tiro del cannoncino nuclearizzato, non proprio da maestro, mancò un grosso rottame ferroso davanti al piccolo ed elastico disco volante e disintegrò il pianeta Terra, giusto dietro. Non ricevettero mai lamentele, per questo increscioso fatto, dall’Unione Galattica.

Racconto: Grande vortice

Indefinite sono le Galassie che ruotano nello spazio cosmico che, a sua volta, ruota anche lui con loro. Attorno a cosa ruotino non si sa bene, ma tutti gli esseri dello spazio conosciuto condividono la consapevolezza che sia una specie di Gnomone. Un asse ideale che rappresenta la fissità di cui tutto il movimento ha necessità per non girare a casaccio, come una trottola che colpisce di tutto prima di piegarsi sul suo lato più debole, una volta per tutte. Nel cosmo non è che proprio ci sia “una volta per tutte”, l’idea che l’ha messo insieme ha pensato bene di procrastinare la fatica del ruotare, così da assegnarle indefiniti lati deboli che, tutti quanti, prima o poi, cederanno alla pressione del Grande Vortice senza piegarsi sul fianco, ma implodendo o esplodendo, in un trick-track deplorevole che non risparmierà nessuno. Così rifletteva l’esonauta Arisini, stringato nella sua tuta termica di vecchia generazione, con ancora l’espulsione a tempo random delle feci nello spazio, e che rendeva totale la solitudine della sua passeggiata senza gravità, a causa della pericolosità dell’avvicinamento in volo non programmato. Per questo era ancora uno scapolo, con la quasi certezza che il trick-track, per lui, fosse già cominciato da un pezzo.
Lavoro strano e malpagato, quello che svolgeva l’impiegato sub. di terzo livello Arisini, non tanto per il fatto che era subappaltato dalla Delegazione ai lavori reietti, ma perché portare in giro, sopra la esosfera, una bomba magnetica di sfumatura inerte non era faccenda da poco. In più c’era sempre il pericolo, anche se risibile, di perdere il teletrasportatore distanziale Eta-doppio, che aveva la deprecabile attitudine a scivolare di mano. Caratteristica che, nell’Eta-quadruplo, era stata pressoché eliminata con il suo inserimento nella tuta, concesso dal nuovo comando vocale e che, quando si rompeva il microfono, di solito, la bomba partiva dritta per la tangente che aveva in quel momento, verso l’ignoto. Almeno si sperava, che rimanesse ignoto. Per questa ragione, l’Eta-quadruplo, ancora non era stato implementato negli impiegati sub. di terzo livello, che erano così obbligati a fare, giornalmente, una massacrante ginnastica alle dita per mantenere una buona presa sull’impugnatura, gelatinosa e sporca, di quell’odioso marchingegno.
Come la sua tuta e il telecomando, anche la bomba a sfumatura aveva i suoi anni sulla carena, inossidabile solo all’apparenza. Le feci che, dal retro della tuta, schizzavano a tempo e a razzo tutt’intorno, pian pianino tendevano a corrodere il carbotitanium al silicio smaltato, e gli davano un aspetto inquietante, come se all’interno non ci fosse solo uranio arricchito di seconda scelta.
La ragione per la quale quell’oggetto distruttivo andava portato in giro era semplice: la generazione di ominidi terrestri che l’aveva progettata e costruita, non aveva previsto il suo invecchiamento eonidale e la valvola, ingrippata per lo scarico acido partiva, all’improvviso e inaspettatamente, a ogni plenilunio, in sintonia con le maree, e sputava acido radioattivo non degradabile, a intervalli ridotti e che, quando rilasciato in gravità, passava da parte a parte l’intero pianeta, senza intervallarsi. Si capirà facile che la questione richiese misure drastiche alla sua risoluzione, e apparve subito chiaro che lo spazio rappresentava l’unica via d’uscita. A ogni luna piena quindi, Arisini e tutti gli altri come lui, eroi sottopagati, silenziosamente e con la massima abnegazione, si recavano sulla piattaforma di lancio rapido e, con al fianco la bomba tenuta dal lacciocomando teletrasportatore distanziale, si proiettavano in una, ormai consueta, passeggiata appena oltre l’esosfera, a far pisciare acido a quella cagnolona che, già dall’aspetto feroce, si capiva essere infida bestia.
Quel plenilunio però, aveva subito notato l’Arisini, la luna rosastra aveva uno sguardo particolarmente dolce e comprensivo e il suo più bel cratere di destra glielo puntava contro semichiuso, come volesse schiacciargli l’occhiolino d’intesa. Di solito il buio era truce come la sua vita, tutta trascorsa nel totale anonimato perché, causa la delicatezza di quel lavoro, a lui non era concessa la libertà di percorrere il pianeta, e i lunghi intervalli lavorativi li passava, d’obbligo, nei sotterranei dell’Unione Galattica a giocare col vero virtuale, a far sesso col vero virtuale o a informarsi col falso virtuale, in una girandola di emozioni così ridicole che quando passeggiava con la sua bomba sporca gli pareva d’essere quasi felice. Poiché non era difficilissimo incrociare uno dei suoi ventisettemila colleghi a passeggio per il sopra esosferico, non si meravigliò di scorgere la sagoma di uno di loro, stagliata netta contro il pallore lunare e, per questo, iniziò a scartare di lato per non passargli troppo vicino, che era pericoloso. Per le bombe, più che altro. Stava già eludendo il saluto quando si accorse, con l’obiettivo liquido a moltiplicazione, che un particolare della tuta dell’altro esonauta non concordava con la sua, di tuta. Il suo cuore, già operato quattro volte alla mitralica e trattenuto dai cavetti bioenergetici, prese a sussultare scomposto e come impazzito, costringendo il regolatore di reflusso plasmatico a un superlavoro imprevisto. Era di certo una donna. Una donna esonauta vera. Da non crederci. Non ce n’eran molte di donne a fare il suo lavoro, perché loro non venivano rapite da piccole, come gli uomini. Dovevano offrirsi volontarie per questo ingrato ed eroico compito, e lui era la prima volta che ne vedeva una, in cinquantacinque anni di onorato servizio. Proprio oggi che era il suo compleanno. L’aura di quella straordinaria coincidenza lo inebriò e gli fece dimenticare il manuale degli esonauti, che costringeva al rispetto della distanza amagnetica. La donna, anche lei contagiata dalla luna che quel giorno era davvero diversa, non scartò di lato come faceva automaticamente di solito, e si lasciò accostare nel tremore che la pervadeva d’eccitazione. I loro occhi s’incontrarono da dietro gli obiettivi liquidi, che non riuscirono a nascondere l’emozione di quell’incontro davanti al chiaror di luna e le due lenti moltiplicarono, in schizzi di diamanti, i riflessi delle cornee, che così enfatizzarono ancor di più il sentimento che zoomava felice quel raro spettacolo cosmico. Si avvicinarono di molto quegli sguardi, di troppo, e la parola “amore”, che lei pronunciò sottovoce, vietata dall’Unione Galattica e che, per questo, costituiva il comando d’innesco dell’arma, fece scattare in avanti l’ordigno in tutta la sua bestiale voglia distruttiva la quale, sfiorando il braccio di Arisini, gli fece cadere nel buio l’Eta-doppio e, con lui, anche l’altra bomba convergette decisa sul pianeta di sotto. Quella fu l’ultima passeggiata romantica che quella Galassia vide per molti eoni ancora, ma lo spettacolo pirotecnico di quell’angolo d’universo riempì le cartoline d’invito turistico del resto della galassia che sopravvisse a quel botto, e costituì la fortuna di tutte le agenzie matrimoniali di quel sistema che, da quel giorno, incidettero tutte Arisini davanti al loro nome e tutti i bimbi, nati dopo quell’evento, ebbero l’obbligo governativo di avere quel cognome davanti a quello materno. La compagna per pochi secondi, esonauta di secondo livello, di Arisini, nessuno seppe mai come si chiamava ma, si sa, questo è il destino di tutti i volontari dell’Unione.

Racconto: Diplomazia

La piccola astronave mercantile era ferma nello spazio, una piccola forma scura nell’immensa ombra dell’incrociatore stellare.
Sul ponte di comando due figure discutevano animatamente, lanciando nervose occhiate alla torretta puntata su di loro.
– Ci farai uccidere tutti. Gli Snurg non lasciano scampo. – Stuart era al limite di una crisi isterica.
– Non avevo scelta. – Rispose Goyer, rassegnato. – Noi non siamo in grado di condurre una trattativa.
– E tu fai fare il lavoro a una sintesi olografica!
Era il passatempo preferito degli incrociatori di pattuglia Snurg. Costringere gli equipaggi dei mercantili bloccati nel loro spazio a estenuanti trattative, concludere accordi commerciali capestro e sparare alla prima violazione, che normalmente avveniva dopo non più di un minuto. Un buon modo per apparire civili agli occhi della galassia pur continuando ad essere spietati pirati dello spazio.
– Mentre lui tratta possiamo provare a scappare.
– Vallo a dire al raggio trattore. Perché lui, poi. Di tutti i personaggi possibili…
– E’ l’unico per cui avevo dati sufficienti. Il computer non può sintetizzare una personalità senza dati. Gli ho fatto processare tutti i miei videochip e ha tirato fuori… Lui.
– Ci farai uccidere tutti.

Otto ore dopo.

– Accettate l’accordo? – Goyer rilesse le parole sul monitor. C’era qualcosa di profondamente sbagliato.
– Integralmente. – Sintetizzò il vocoder applicato sul casco del comandante Snurg.
– Questo accordo? Lo accettate? Anche questo punto? E questo?
– Lo riteniamo soddisfacente, entità umana Goyer. La nostra entità regnante lo ha già ratificato. Ne siete vincolati. Non riteniamo le vostre incombenze eccessivamente vessatorie. – Lo Snurg stava cercando di fare dell’ironia. Non si rendeva conto, pensò Goyer, non si rendeva conto.
– Beh… No… Possiamo viverci.

Due minuti dopo.

– Ci uccidono?
– Scappiamo.
– Ci inseguono? Vogliono giocare a gatto e topo?
Goyer spinse Stuart sulla poltrona della console di navigazione, si sedette ai comandi e iniziò le procedure di accensione dei motori. L’ologramma entrò dietro di lui e iniziò a percorrere il ponte a lunghi passi, guardandosi incuriosito intorno.
– No, ci regalano mezza galassia in cambio di una fornitura di sigari. Scappiamo a registrare l’accordo prima che se ne rendano conto.
– Cosa? Cosa fanno? Che cosa gli hai fatto? – Urlò Stuart all’ologramma.
– Li ho ingannati. – Rispose questo con la massima calma. – Se ne sarebbe accorto perfino un bambino di quattro anni. Per fortuna non c’era un bambino di quattro anni in quella stanza.
– Computer, calcolo coordinate per il salto nell’iperspazio. Destinazione: qualsiasi. Velocità: frettaboia. Ringhiò Goyer.
Il 95% delle risorse di sistema sono impegnate per il mantenimento della simulazione olografica Groucho Marx. Il calcolo richiederà 213 ore standard.
– Disattivare simulazione. Eseguire calcolo. In fretta!
L’ologramma smise di camminare su e giù per il ponte, si tirò il sigaro via dalla bocca e roteò gli occhi.
– Come disattivare? Disattivare chi? Bella riconoscenza!
– Zitto Groucho!