Racconto: Il Cavaliere demoniaco dalle ali angeliche

“…Non esiste forza

o potenza alcuna

che riesca a sovrastarmi…”

I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro il nemico.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una creatura dorme nell’oscurità della pietra.

La guerra ormai infuria.

Urla di rabbia e di dolore.

I comandi impartiti dai capitani e le urla di incitamento prima della carica.

Combattimenti e sangue: gli uomini combattono e si uccidono per la supremazia sul territorio.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all’imboccatura della caverna. E’ una donna dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.

La creatura informe imprigionata nell’oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.

La musica diffonde nell’aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.

Ancora un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: la caverna è ormai vuota, ormai vuoto è il trono di pietra e di ghiaccio.

Dall’alto delle montagne lui osserva la vallata e la battaglia che i mortali stanno conducendo.

La donna suona ancora, avvolta dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d’angelo.

La creatura ne è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.

E percepisce qualcosa che non riesce a spiegarsi, una spiacevole sensazione di dejà – vu che non riesce a tollerare e che origina da quella donna che umana non lo è di certo.

Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.

Ma poi da essa si allontana, vittima dell’incantesimo che dal Manto delle Tenebre scaturisce e, volgendo la propria mente al compito che lo attende, osserva la battaglia nella vallata sottostante.

Piove mentre gli uomini combattono.

Cariche si alternano a duelli.

Il clangore delle spade, scudi che si infrangono e lame che tagliano la carne.

Un vento gelido percorre il campo, si insinua ovunque, nell’animo e nelle armature.

Scende la notte. O almeno è quanto sembra.

Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos della battaglia a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz’aria, immota.

Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.

Rimane solo un cratere e degli uomini che vi erano nemmeno la cenere.

Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.

Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.

Si posa dolcemente all’interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.

Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore delle centinaia di soldati.

L’armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro. Lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.

Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d’inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.

I suoi occhi d’oro scrutano attentamente gli umani attorno.

Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell’aria: nulla si muove e nulla si ode.

Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.

Alcuni pensano che sia un prodigio.

Alcuni silenziosamente pregano.

Alcuni sacerdoti, chiamati a benedir le armi, si inginocchiano a pregare.

Domande e dubbi, la gola secca e un terribile silenzio tutt’attorno.

Un’immobilità irreale che pervade la natura stessa.

All’improvviso il cavaliere apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall’inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.

Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.

E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”

Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell’abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell’aria una spada magnifica e perfetta: la lama d’argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l’impugnatura possente.

L’essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.

Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.

I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.

Si avvertono solo i fendenti della spada dell’oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.

Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.

E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.

Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell’assoluto.

La nebbia tutt’attorno e la privazione della vista.

La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti.

Ovunque solo urla e mutilazioni.

Cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.

Non vi è scampo, nemmeno la fuga.

Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.

Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora.

Solo morte. Solo distruzione.

Poi ad un tratto scompare la nebbia ed un raggio di sole squarcia le nuvole del cielo. Il cavaliere ha già ucciso centinaia di soldati e si sta pulendo la spada con le vesti dell’ultimo sacerdote che ha trucidato, un uomo che si nascondeva invano dietro una croce in cui a malapena credeva.

I soldati si cercano l’un l’altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente.

Il cavaliere guarda al cielo in silenzio.

Molti, alla vista di tanta morte si sentono persi e fuggono.

Nessuno di loro, riuscirà tuttavia ad abbandonare vivo la vallata.

Una musica suona nell’aria, una musica per i soldati umani. Il requiem a loro dedicato dalla suonatrice che siede all’imboccatura della prigione della bestia.

Ecco allora che accade qualcosa: nel cuore degli uomini torna la speranza e una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme l’araldo della morte.

Uniranno le forze e vinceranno la morte.

Nessuno pensa a fuggire.

Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.

Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull’oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.

Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Sigfrid Leone Bianco, l’eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto.

Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa la lancia e ne ferisce a morte il cavallo.

Sigfrid si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.

Il Leone Bianco urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.

Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.

Le spade si scontrano parecchie volte: Sigfrid combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d’argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.

Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.

I soldati esultano per la vittoria, mentre Sigfrid rigira la spada nella ferita.

Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l’eroe con i suoi occhi d’oro, lo fissa e ride feroce.

La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l’eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.

Il demone avanza, afferra l’eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra.

Le gambe di Sigfrid non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.

In quegli occhi dorati, vede l’inferno e gela il sangue nelle sue vene.

Con un ringhio demoniaco e tremendo, emettendo un suono orribile che strazia i timpani, appellandosi alla sua forza, strappa in due il corpo dell’eroe e ne getta i resti ai piedi dei soldati che poco prima incitavano il loro capitano.

Armatura ossa e carne giacciono a terra, in una pozza di sangue e visceri.

Una risata diabolica si diffonde tremenda nell’aria.

Sul suo corpo nemmeno una ferita appare evidente. E nemmeno una goccia di sangue intacca lo splendore della sua armatura divina.

Osservando i soldati e l’espressione di terrore nei loro volti, esclama calmo: “Non esiste forza o potenza alcuna che riesca a sovrastarmi!”

Poi, la sua spada prende fuoco e, bruciando di un fuoco bianco, candido come le ali che porta sulla schiena, con un colpo solo, si libera la strada riducendo a brandelli e polverizzando i soldati coraggiosi che seguivano Sigfrid.

Poi solleva in alto la spada e richiama la nebbia, un vortice d’aria che scende dal cielo e si diffonde ovunque divorando ogni cosa.

Una risata torna a riecheggiare nell’aria, mentre il demone riprende la sua macabra danza di morte, il compito al quale è preposto.

Di nuovo i soldati sono prigionieri di una prigione senza pareti, schiavizzati dalle proprie paure, incapaci di sfuggire alla forza inarrestabile del demone alato.

Impotenti, ridotti a niente: impossibile la lotta, impossibile la fuga.

Ogni speranza è negata da tutte quelle urla e tutto quel terrore.

Ogni soldato si ritrova solo, perduto e terrorizzato. Sente costantemente le urla di morte dei suoi compagni farsi ogni istante più vicine.

Lentamente, ognuno sente l’avvicinarsi del distruttore.

E il distruttore avanza, nella nebbia che lui stesso comanda. Avanza e semina morte e dolore, a cui è insensibile e indifferente, un burattino inconsapevole schiavo di quel suono che lui solo ode. Il suono dolce e armonioso di un flauto, che lo incita e lo governa, e annulla in lui la ragione.

La nebbia si apre e ogni soldato lo vede avanzare verso di se, potente e maestoso. Immenso e perfetto.

Non vi è speranza, solo un terrore primordiale e assoluto.

E poi la morte.

Al tramonto la vallata è ricoperta di sangue e cadaveri dilaniati.

Nessun uomo è stato risparmiato dai fendenti della belva: colpi così potenti e devastanti da squarciare la terra.

E per coloro che non son stati colpiti dalla spada, è stata la magia a fare da guida verso l’oltretomba. La magia in forma di folgori e spaventose visioni, e fiamme viola e rocce infuocate dal cielo.

Neri avvoltoi e corvi e sciacalli si aggirano tra i morti nell’ora del crepuscolo. Nel cielo i colori del tramonto mentre uno stormo di uccelli migra verso sud e il vento muove le fronde degli alberi.

Nessuno è stato risparmiato.

Nessuno vive.

Poi, inchinandosi deferente al sole dell’alba, l’occhio di Dio che tutto vede, l’essere della distruzione si alza in volo.

Per qualche istante quel suono tace, quel suono melodioso che lo ammaliava.

Libertà finalmente, dopo secoli di prigionia nel suo trono di pietra e ghiaccio: per il cavaliere eterno dall’armatura di tenebra e argento questa è la vittoria più grande.

Ma il suo volo è breve.

Una forza sconosciuta lo trattiene.

Una forza magica e invisibile che riecheggia nelle sue orecchie divine.

La musica di un flauto che nuovamente suona. La musica infernale e divina dalla quale non può trovar riparo. Contro di essa a nulla valgono i suoi poteri, né le sue armi né la volontà. Questa volta il suono è violento e tagliente, una musica cacofonica che lo annienta.

D’improvviso cade e, mentre si contorce e divincola, come intrappolato in una rete, il suo corpo inizia a sgretolarsi, colpito come da un’invisibile frusta celestiale: è il potere della musica divina che la donna suona all’imboccatura della caverna.

Questo il suo ultimo rabbioso pensiero mentre si riduce in polvere, polvere e piccole fiamme che un vento sovrannaturale trasporta fino al suo trono di pietra.

Non è ancora terminato il tempo della prigionia e nonostante i suoi sforzi, il cavaliere demoniaco dalle ali angeliche è ridotto di nuovo in pietra.

Di nuovo il sonno indotto, per dominare colui che non si può contrastare. Arriverà nuovamente il tempo per la battaglia.

E secondo il Patto Antico, giungerà anche il momento della Liberazione, ma per ora è ancora Lui ad averla vinta.

Per adesso, solo un lago di morte e devastazione ne rammenterà a tutti la tacita presenza.

Armi e corpi devastati riposano per sempre sotto la protezione delle stelle e quando compare la luna, la figura di donna avvolta nelle tenebre smette la sua divina melodia. Alzatasi, rimane immobile nell’aria della sera ad osservare la creatura della distruzione e della guerra.

Racchiuso nella pietra non ha forma alcuna, e la sua forma, non è la stessa di quando, nei secoli passati, il suo splendore eguagliava il sole.

Per un attimo, quella donna misteriosa si abbandona sulla scia dei ricordi, rammentando le sue gesta e le sue parole, sussurrando senza voce quell’antica promessa.

Un ultimo sguardo alla figura di pietra informe, una lacrima e un saluto all’essere che un tempo amava e, sciolto il Manto delle Tenebre, libera le luminose ali angeliche per tornare al mondo cui appartiene.

 

 

Note: Ero indeciso se descrivere quanto segue in forma di racconto o in forma di poesia, anche se credo che un racconto di genere fantasy riesca a rendere meglio l’idea che avevo in mente.  Tutto il racconto è incentrato su di una figura, una figura demoniaca e divina al tempo stesso che rappresenta l’essenza stessa della distruzione, che rappresenta tutti i limiti imposti all’uomo, il destino e la presenza dell’assoluto. Naturalmente rappresenta anche molte altre “cose”, tutto dipende dal lettore. L’idea alla base del protagonista di questo racconto trae origine da Dark Schneider e da Belzebub di Bastard!! (di K.Hagiwara), da Gatsu di Berserk (di K.Miura), dal Bestelbulzibar della Trilogia del Demone (di R. A. Salvatore) e non solo. L‘idea che volevo rappresentare è quella di un personaggio fortissimo, incommensurabilmente potente, che vive al di là della dimensione umana ma che alla dimensione umana è in qualche modo legato: un essere insomma che non teme né il Bene né il Male, ma che da entrambi è stato generato, un essere che non trova limiti e pari nel mondo degli umani. Una divinità che non appartiene né alla luce né alla tenebra. Tuttavia sono riuscito a rendere questo solo in parte (in quanto anche al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche sono stati posti dei limiti, come la schiavitù ad un segreto volere superiore), e questo credo sia dovuto al fatto che ho cercato di scrivere quanto segue il più rapidamente possibile, per imbrigliare l’idea stessa sul foglio, per intrappolarne l’essenza  del personaggio, quasi temendo di “perderlo” se solo avessi aspettato troppo prima di descriverlo.

Racconto: Gli Obviurs

Prologo

Ci sono verità che devono essere raccontate attraverso la menzogna, come dall’altro lato e per inversione speculare, la falsità deve affermarsi in un aspetto di verità.

Era un popolo strano e ostinato quello degli Obviur, talmente strano da esser riuscito a infiltrarsi tra gli abitanti del pianeta Terra senza che quasi nessun indigeno se ne potesse accorgere. Solo rarissime persone riuscivano a percepire la loro diversa natura, ma le ragioni di questa presenza strana e aliena erano, anche per costoro, relegate all’ambito delle ipotesi.
Esteticamente erano simili agli umani, ma avevano i piedi più grandi dei loro, e anche gli occhi si allungavano in un un taglio sottile che non ricordava quello dei cinesi. Altra caratteristica che avrebbe meravigliato gli umani, se questi li avessero notati, era dovuta all’impossibilità di riconoscerne il genere: maschi e femmine erano esteticamente indistinguibili, almeno per i terrestri.
Nessuno ha mai saputo da quale parte dell’universo provenissero, né se potessero essere originari del pianeta terra, magari da sempre indistinti e liberi di ordire i loro imperscrutabili fini. Si è scoperto con certezza soltanto uno di questi loro obiettivi, il principale: dovevano e devono impedire agli umani,  e solo a quelli risvegliati alla comprensione delle leggi universali dell’esistenza, di realizzare una compiuta consapevolezza sul fine della vita. Ovviamente per “compiuta” si deve intendere che questa consapevolezza non si arresti a una realtà teorica, ma che sia anche applicata nella prassi del comportamento. È per questa ragione che la loro natura è considerata demoniaca, anche se è ovvio che siano più intelligenti dei demoni i quali, a differenza degli Obviur, ignorano la centralità spirituale dell’universo.
La stragrande maggioranza degli umani non conosce nemmeno il significato del termine “universale”, e la quasi totalità anche quello di principio, quando a questo è associata l’universalità, così è facile immaginarsi che l’impegno degli Obviur non avrebbe dovuto essere poi molto gravoso, eppure a crederlo ci si sbaglierebbe, perché i rarissimi individui che sono risvegliati all’universale sono in grado di creare grosse difficoltà anche ad alieni in possesso di capacità extrasensoriali possenti, come erano gli Obviur.
Anche il loro nome non è quello reale, è stato dato loro per riderci sopra da un Maestro dello Spirito, che lo deformò sulla forma della loro missione, definendola “ovvia” e di serie B, a causa della natura in cui la “mala jente” che infesta l’oscuro mondo invisibile si trova invischiata.
Fino a oggi avevo creduto improbabile che questa “gente non gente” fosse anche sanguinaria, perché quando li ho incontrati, ormai tanti anni fa, si erano impegnati a sviarmi attraverso l’inganno e la paura, senza mai ricorrere alla violenza. Oggi so il perché in quel tempo non si sprecarono troppo con me: non valevo quella fatica. Nemmeno oggi probabilmente, ma i due che mi hanno chiuso qui dentro non hanno l’aria di saperlo.
Quand’ero ancora un giovane chiamato alla visione del “piccolo vero” ero stato condotto all’obbligo di dovermi scusare con l’elemento che noi terrestri chiamiamo acqua, perché avevo sporcato la purezza originaria che è sua essenza. Fu per questa ragione che mi fu comunicato il luogo dove avrei dovuto recarmi per compiere il rito necessario al ricomporre l’equilibrio dal quale ripartire, in questa mia difficile avventura.
Dal momento del mio risveglio avevo già visto esseri diversi dalla specie alla quale appartengo, e mi ero anche accorto che loro sapevano del mio risveglio interiore. Non erano molti e non stavano mai più di due insieme; mi guardavano, camminando tra la gente normale, con curiosità mista ad astio, con quella luce nei loro occhi simile a quella dei bimbi che nutrono rancore. A quel tempo ero ancora sotto l’intenso shock derivato dall’aver preso coscienza di ciò che ero in realtà, e del cumulo di errori commessi che deviavano il mio essere dal proprio centrale destino. Per questo non concentrai la mia attenzione su di loro, sarebbe stato come un fissare il pensiero su un piccolo nevo sapendo che sotto serpeggiava, da tempo, un tumore maligno già in metàstasi.
Pensai allora solo a curarmi l’anima, modificando le mie intenzioni nei confronti di un’esistenza che mi si era rivelata nella sua luce, incomunicabile per la sua non relatività, ma non più così misteriosa, nella quale il “Non compreso” intesse l’arabesco di ciò che appare essere un Mistero consueto.
Lottare contro il proprio ego  non richiede la conoscenza di trucchi, perché è contro il trucco che si lotta, e per vincerlo l’unica tecnica ammessa e concessa è racchiusa nella Verità.
E qui si affina l’arte di un vivere che deve maturare il distacco da sé. Loro, gli Obviur, a un certo punto della mia lotta devono essersene accorti che cominciavo a progredire, credo dal fatto che mi vedevano perdere sempre più spesso nel combattimento contro gli altri della mia specie.
Il giorno lontano, quasi sepolto nei miei ricordi, nel quale mi recai a chiedere perdono all’acqua, loro cercarono di uccidermi in modo dolce, portandomi nella nebbia fino all’orlo di un precipizio, che io vidi solo per una voce interiore ancora molto lontana dalla mia usuale consapevolezza, ma oggi si sono scatenati nella furia che non si vede, esternamente alle loro nere pupille, e mi hanno catturato. Oggi, nel buio dove sono rinchiuso, posso vederli bene i miei due carcerieri, e riconosco la volontà oscura che li lega. So che per liberarmi dalla loro stretta dovrei essere puro, in fondo avrei avuto tutto il tempo necessario per esserlo, ma non ce l’ho fatta. È arrivato il mio momento, sempre ho saputo che sarebbe arrivato, ma ora è tardi per piangere, come è tardi per vivere ancora nella perdita di un tempo del quale mi è mancata la misura.

Gli Obviur stanno arrivando e so che non proveranno a spiegarmi il perché lo dovranno fare, ma non sarà con la mia uscita dal corpo che la nostra guerra si concluderà.

Racconto: Il druido

La piccola folla era radunata nella sala comune del “Cervo Rosso”, un grande edificio con mura in legno e pietre a vista che sorgeva al centro del villaggio. Fungeva da locanda per i rari viandanti e, molto più spesso, come ritrovo collettivo per discutere di questioni ufficiali, quasi fosse una sorta di reggia o luogo di pubblico esercizio oltre che una taverna ben fornita di liquori.

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Racconto: La Storia di Marco Valerio Terenzio

(Racconto ispirato a personaggi e ambientazione del gioco di ruolo Lex Arcana)

Un vento freddo spazzava i tendoni del mercato. I pochi che osavano sfidarlo, per lo più schiavi, camminavano ammassati per cercare di scaldarsi e di sostenersi a vicenda e per non scivolare sui ciottoli, ancora bagnati dopo la pioggia della notte.
I mercanti osservavano da dietro i loro banconi i clienti che gettavano occhiate veloci sulle merci, desiderosi di concludere in fretta i loro giri per poter tornare al calore del fuoco.
L’autunno stava cedendo il passo all’inverno. I sacerdoti avevano letto le viscere di colombe e agnelli e le previsioni erano chiare: inverno lungo e freddo mandato dagli Dei come monito per gli uomini.
Il mercato era un luogo triste e silenzioso. Privo delle grida dei mercanti che tessevano le lodi delle loro merci, privo del brusio di clienti e curiosi che vagavano di banco in banco. Quasi privo di colore, grigio come le nuvole basse nel cielo.
Due figure si guardavano attorno, ferme nel viale principale del mercato. Si tenevano distanti dai banchi e dalla massa infreddolita che vi si affrettava intorno.
Una delle due figure, la più piccola, infagottata in pesanti mantelli, si strinse ancora di più nei suoi vestiti, lanciò una veloce occhiata al suo compagno e soffiò una nuvola di vapore nell’aria gelida.
– Maledizione, che freddo! – Sibilò stizzita. – Sto morendo di freddo, tu non hai freddo?
La seconda figura continuava a guardare la folla. – No. Ho vissuto inverni ben peggiori.
– Già e intanto vai in giro con addosso più pelli di un orso delle montagne.
La figura più piccola guardò ancora il suo compagno, scrutandolo dalla testa ai piedi. Era molto alto, almeno una testa più alto di tutti quelli che avevano attorno. Quindi almeno due teste più alto di lei, forse anche di più.
Nonostante indossasse un mantello, una tunica e dei pantaloni di spessa pelliccia, la sua muscolatura imponente era perfettamente delineata sotto gli ampi abiti. I lunghi capelli rossi e la folta barba spuntavano dal cappuccio che si era calcato in testa. Gli acuti occhi azzurri osservavano la folla.
Un barbaro del nord. Non era una vista inusuale nella grande capitale, ciò non di meno, in molti gli lanciavano una rapida occhiata, per distogliere subito lo sguardo.
– Se non arriva subito me ne vado! – Esclamò la prima figura, tremante. – Senti, se hai vissuto inverni peggiori, perché non mi presti il tuo mantello, eh?
– No. – Il barbaro abbassò lo sguardo sorridendo: – Cosa farai quando arriverà l’inverno per davvero?
– Ah! Tornerò a casa mia, a Calpe, dove l’inverno è dolce e le estati miti. Sulla riva del grande mare! – Rispose la piccola figura, con una voce sognante che usciva dalle profondità dei mantelli nei quali si stringeva. – Mi lascerò alle spalle questo posto triste e freddo! – Concluse, tirando un calcio ad un sasso.
– Il clima di Roma è mite, d’inverno, e non piove poi così spesso.
– Per forza ti pare mite, sei abituato alla neve, la pioggia, il fango, i ghiacci eterni.
Il barbaro scoppiò in una fragorosa risata: – Non ci sono i ghiacci eterni a Vindobona!
– No, e i datteri sono sempre in fiore. Beh, io me ne vado!
– Aspetta, ecco che arriva.
Un uomo si avvicinò alle due figure, barcollando sotto il peso di alcune pentole di rame e orci di coccio. Era alto, anche se non alto quanto il barbaro, con corti capelli neri e una mascella forte e volitiva. Era avvolto in un mantello di pelliccia, come il barbaro, ma sotto indossava vestiti di tipica foggia romana.
– Aiutami Wulfgar. – Disse, rovesciando addosso al barbaro parte del suo carico.
– Pentole? – Urlò la figura più piccola. – Mi stavi facendo morire di freddo per delle stupide pentole?
– Eh? – Chiese perplesso il nuovo arrivato, guardando i suoi amici con aria interrogativa.
– Giulia era stufa di aspettarti al freddo, Caio. – Rispose Wulfgar, bilanciandosi tra le braccia il carico di pentole. – Stava appunto per tornarsene al caldo in Iberia.
– E’ un lungo viaggio da fare a piedi in questo periodo. – Sorrise il nuovo arrivato.
– Ah, che divertente! – Esclamò Giulia, tirando indietro il cappuccio che le copriva il volto, rivelando un piccolo viso ovale dalla carnagione scurissima, quasi nera, incorniciato da capelli lisci e corvini con dei riflessi blu in cui fiammeggiavano due occhi da gatta marroni. La ragazza si girò e fece per andarsene offesa quando qualcosa attirò la sua attenzione.
– Credo che ci stiano cercando. – Disse, indicando in mezzo alla folla.
Gli altri due guardarono nella direzione mostrata da Giulia. Due legionari stavano risalendo lungo il viale del mercato scrutando le facce delle persone che incrociavano. I soldati portavano le insegne di novizi della loro pretura di appartenenza, insegne che non erano familiari come quelle delle altre preture dell’Imperatore. Le insegne della Coorte Ausiliaria Arcana.
I tre amici si mossero vero i legionari.

Aveva ripreso a piovere. Una pioggerella leggera e fastidiosa che si insinuava tra i vestiti e arrivava a bagnare l’anima. Alcuni vigiles presidiavano un edificio appena fuori delle mura settentrionali della città. Si trattava di un palazzo marrone di due piani, decoroso senza essere ricco, di mattoni e legno.
Un ampio portone si apriva sulla strada, delle strette finestre illuminavano il primo e secondo piano. All’esterno del palazzo sembrava che la vita trascorresse al rallentatore. I vigiles impedivano a chiunque percorresse la strada di avvicinarsi all’edificio mettendo solerzia nel loro lavoro più per evitare di pensare al terzetto che avevano alle spalle che per senso del dovere.
Le tre figure si curavano poco degli uomini di guardia. Si erano stretti sotto il portone e stavano cercando do ripararsi dalla pioggia. Dei tre, uno attirava l’attenzione più degli altri. La sua carnagione scura e i suoi modi tradivano la sua origine egizia, anche se vestiva secondo gli ultimi gusti della moda romana. Aveva piccoli occhi vispi e intelligenti e una corta barba a punta spruzzata di grigio. Si appoggiava ad un lungo bastone che terminava in un’aguzza punta metallica. Il secondo uomo era chiaramente un patrizio, il lusso nel vestire e la nobiltà del portamento non lasciavano dubbi. Erano entrambi intenti ad ascoltare il terzo uomo. Un ragazzo in realtà, ancora imberbe, alto e magro, con lunghi capelli biondi che gli cadevano scomposti sul viso magro, che scostava con un gesto nervoso. Il ragazzo parlava sottovoce, ma in modo concitato, indicando spesso il tetto del palazzo.
Dall’interno del palazzo giungevano pianti e grida di disperazione.
Vennero distratti da un nitrito. Videro Wulfgar, Giulia e Caio sopraggiungere lungo la strada, a cavallo. Il patrizio ordinò ai soldati di lasciarli passare.
Anche i tre nuovi arrivati si rifugiarono sotto il portone.
– Maledetta pioggia! – Esordì Giulia, – E maledetti cavalli. Stupidi animali. Non volevano camminare, è stata un’impresa fargli fare gli ultimi metri!
– Potrebbero essere meno stupidi di quanto pensi. – Sussurrò il ragazzo.
Un brivido percorse le schiene dei nuovi arrivati.
– Ave Magister. – Disse Wulfgar con voce profonda. – Di chi è questa casa, chi è che piange?
Il patrizio rispose al saluto e domandò a sua volta: – Conoscete Aulo Terenzio?
Giulia, Wulfgar e Caio si scambiarono occhiate interrogative, Caio rispose per tutti: – No, Magister.
– Questa, – riprese il patrizio, – E’ la sua casa, i pianti che sentite sono di sua moglie e delle serve. E sua è la morte che piangono.
– Omicidio? – Chiese Wulfgar. Il nobile si limitò ad annuire.
– Un omicidio strano e misterioso, no? – Si intromise Giulia.
Sapeva già la risposta. Non sarebbero stati chiamati altrimenti. Gli omicidi normali erano compito dei vigiles. Il fatto poi che insieme a loro erano stati chiamati anche Aulete, l’egiziano ed Ecateo, voleva dire che il mistero doveva essere veramente fuori dal comune.
Manlio Giulio Perrone, Magister della Coorte Arcana, condusse i cinque compagni all’interno dell’edificio e su per le scale.

– Aulo Terenzio era un liberto. – Iniziò Perrone. – La generosità del suo dominus gli ha permesso di mettere in piedi una discreta attività mercantile. Non era ricchissimo, ma poteva permettersi tutto questo. – Continuò, mostrando ai cinque legionari le stanze accanto a cui passavano.
– Un gran lavoratore, onesto, sinceramente affezionato al suo dominus, grato e riconoscente. Da qualche tempo era sorvegliato. – Concluse, abbassando la voce mentre passavano davanti alla stanza in cui le donne si erano riunite a piangere e pregare. Un miliziano presidiava la porta e proibiva alle donne che volevano salire a ricomporre il cadavere di uscire.
– Sorvegliato da noi? – Chiese Giulia. – Qualche oscuro segreto?
– No. – Rispose Manlio. – Nessun segreto e non eravamo noi a sorvegliarlo, anche se l’ordine veniva comunque dalle stanze dell’Imperatore.
Arrivarono in cima alle scale, all’ultimo piano della costruzione, davanti ad una porta chiusa. Perrone non fece cenno di aprirla, ma riprese a parlare.
– Avrete sentito parlare del Senatore Marco Valerio Terenzio. Pur non essendo un membro di spicco del Senato, ha comunque una certa fama, per la sua generosità, correttezza, giustizia, fedeltà all’Imperatore e a Roma. Eppure, da circa tre mesi, nel Palazzo ha iniziato a girare la voce, fondata a quanto sembra, che Valerio Terenzio abbia iniziato ad ordire un complotto per rovesciare l’Imperatore e prendere per se il trono di Augusto.
– Aulo Terenzio era uno dei liberti di Valerio, forse quello che gli era più sinceramente devoto e intimo. Sapendo di questa intimità, Aulo era stato messo sotto sorveglianza, sperando che potesse fornire qualche indizio, qualche prova. A quanto pare, invece, anche lui era all’oscuro di tutto, ma deve aver intuito qualcosa. Negli ultimi tempi aveva detto a più di una persona di non riconoscere più il suo Dominus. Due giorni fa aveva anche detto pubblicamente di pensare che Valerio fosse impazzito o fosse preda di qualche spirito maligno che ne offuscava i pensieri. Stamattina è stato ucciso. Il servo che aveva il compito di sorvegliarlo ha collaborato con me in passato e ha pensato di avvertirmi.
– Perdonami Magister. – Disse Caio, – Ma questi sono affari di politica interna, cosa hanno a che fare con noi?
Perrone sorrise un sorriso triste e aprì la porta.

La stanza era uno studio. Ai due lati della porta c’erano due piccole statue raffiguranti Mercurio e Venere. Sulle pareti di destra e di sinistra c’erano numerosi scaffali con sopra rotoli e tavolette. Sulla parete di fondo si apriva un’ampia finestra che dava sul balcone. Verso il fondo della stanza, sotto la luce della finestra, c’era un tavolo ingombro di carte con vicino un piccolo scranno.
La pioggerellina fredda e fastidiosa entrava nella stanza da un buco nel tetto di legno e catrame. Il buco aveva contorni irregolari, pezzi di assi mezzi rotti pendevano ancora dal soffitto come rami morti. Era come se qualcosa di grosso e pesante fosse caduto sul palazzo, ma avesse arrestato la sua caduta prima del pavimento dello studio.
La stanza era nel caos. Suppellettili e pergamene erano sparse dappertutto, alcuni scaffali erano crollati.
La pioggia stava impregnando tutto, dava a tutto un’informe colorazione grigia.
Il cadavere di Aulo era a terra accanto al tavolo. Il suo corpo era piegato in una posizione innaturale, la schiena si era spezzata e il tronco era quasi separato dalle gambe. Il colpo che lo aveva ucciso era stato di una violenza tale che parte della cassa toracica era stata strappata via ed era volata dall’altra parte della stanza, ai piedi della statua di Venere. La Statua e la parete di destra erano coperte di sangue e il corpo straziato era immerso in un lago di sangue che la pioggia stava già diluendo. Il volto di Aulo era contorto in un’espressione di puro terrore. Gli occhi erano fissi, spalancati, le pupille due puntini appena visibili.
L’unico che trovò la forza di parlare fu Aulete.
– Eh sì, è affare nostro. – Mormorò con un filo di voce.

Sedici anni prima, nel 1229 a.u.c., l’imperatore Teodomiro, conscio dei pericoli derivanti dalle sette e culti che nascevano ovunque e dagli eventi di natura misteriosa che iniziavano a minacciare l’Impero di Roma dall’esterno e dall’interno dei suoi confini, restituì alle Coorti Pretoriane uno dei loro compiti storici, lo studio di tutti i fenomeni magici. Egli sapeva che questo non sarebbe stato sufficiente a garantire la sicurezza dell’Impero. Decretò quindi la creazione di una nuova Coorte Pretoriana, la Cohors Auxiliaria Arcana, ai cui membri, i Custodes, era affidato il compito di affrontare eventi di carattere magico.

Poco meno di un’ora dopo, i cinque Custodes e il Magister erano nuovamente riuniti, nell’ufficio di quest’ultimo nel Palazzo Imperiale.
– …Quindi, dopo aver visto il cadavere, Giabico, il servo, ha richiuso la porta e è venuto ad avvertirmi. Naturalmente quando sono arrivato con i vigiles abbiamo dovuto dare la notizia alla moglie, ma per fortuna nessuno ha visto il corpo. Poi vi ho mandato a chiamare. Ora abbiamo chiuso la stanza e proibito l’accesso dicendo che è piena di influssi nefasti. Che è anche vero, per dirla tutta.
Manlio concluse il suo racconto, distolse gli occhi dal giardino che aveva fissato per tutta la durata del suo racconto e si voltò a guardare i suoi uomini.
– Questo è quanto. Mancano ancora alcuni particolari, ma li avremo appena mi saranno consegnati i rapporti su Valerio Terenzio stilati in questi mesi.
– Come mai veniva sorvegliato un liberto di Terenzio e non direttamente lui? – Chiese Aulete.
– Da quando il Senatore Valerio ha iniziato il suo disegno è diventato inavvicinabile. Prima era un uomo molto aperto, facile da avvicinare. Ora si mostra raramente in pubblico, interviene solo alle sedute più importanti del Senato, ascolta senza mai intervenire e poi rientra nella sua villa fuori città. Anche la moglie è tagliata fuori da questa sua nuova vita. Lei è rimasta ad abitare nel loro palazzo qui in città, insieme alla maggior parte della servitù. Pare che lui abbia tagliato i contatti con tutti, si è rintanato a Pirgy, ha assunto nuova servitù e ha spostato lì tutti gli schiavi. Si è anche circondato di una scorta, altro fatto inusuale per lui.
– Pirgy? – Chiese Ecateo.
– E’ lì che ha la sua villa, nei pressi dell’antico porto, sulla Via Aurelia.
– Era una zona etrusca quella, un posto strano. – Concluse il ragazzo, scostando una ciocca di capelli dal viso. Gli altri lo osservarono per un po’, ma lui non aggiunse altro.
– Esce dalla villa solo per andare in Senato? Non va da nessun’altra parte? – Riprese l’egiziano.
– No, sembra che non esca mai.
– Riceve visite?
– No, a quanto pare non riceve visite. Non invita nessuno e non riceve chi si presenta, compresi i suoi liberti, non solo Aulo, ma anche gli altri.
– Questa villa potrebbe avere ingressi e uscite nascosti?
– Non lo so. Potrebbe averli, ma non ne so nulla.
– E non c’è modo di sapere cosa avvenga all’interno.
– Chi si è occupato della faccenda prima, non ha trovato alcun sistema.
– E dove trovano da mangiare? – Tutti gli sguardi si spostarono su Giulia. – Beh, – si schermì lei. – Dovranno pur mangiare, no?
– Ogni due, tre giorni alcuni schiavi e un servitore vanno al mercato fanno provviste e rientrano immediatamente. Alcuni uomini della scorta li accompagnano per assicurarsi che non parlino con nessuno.
Caio si grattò il mento pensieroso. – Tutto sommato penso che sia più semplice provare ad avvicinare i servi, come prima mossa.
Wulfgar annuì: – Non mi vengono in mente altre idee. Dovremmo sbarazzarci della scorta, però.
– Oh, – sorrise Aulete, – Penso di avere un’idea, per quello…

Due giorni dopo il tempo non era affatto migliorato. Il mercato di Pirgy, però, era in piena attività. Dai banchi si levavano le grida dei mercanti e dei pescatori, che giuravano sugli dei la bontà della loro merce. I clienti erano numerosi e rumorosi, si spostavano da un lato all’altro del mercato alla ricerca dell’offerta migliore. Aulete e Wulfgar osservavano tutto questo dall’ombra di un vicolo che sbucava sulla strada del mercato.
– Eccoli. – Disse il barbaro.
Dalla folla emerse un piccolo gruppo di persone. I Custodes avevano passato il giorno precedente a informarsi discretamente. Non ebbero difficoltà a riconoscere l’uomo che apriva la fila. Timoteo, il capo della servitù di Terenzio. Gettava rapide occhiate alla merce esposta e faceva cenni ai quattro schiavi che lo seguivano. Gli schiavi caricavano gli acquisti nelle larghe borse che portavano a tracolla e Timoteo provvedeva a pagare. I cinque uomini erano controllati da vicino da tre membri della scorta di Terenzio. Erano tutti e tre alti e robusti, con facce truci e poco raccomandabili. Forse ex legionari, forse criminali a cui era stata fatta una buona offerta. I loro ordini erano chiari, impedire a chiunque di avvicinarsi ai servi e impedire che i servi parlassero con chiunque al di fuori dello stretto indispensabile.
Il primo degli sgherri superò il vicolo. Poi passò Timoteo. In quel momento, si sentì un rumore di creta che andava in frantumi e dal fondo della fila partì un grido di dolore seguito da una serie di imprecazioni. Uno dei due sgherri era inginocchiato e si stava massaggiando una caviglia, bestemmiando sonoramente. Sparsi a terra intorno a lui c’erano i resti di una grossa giara. L’altro stava cercando di afferrare un ragazzo alto, magro, biondo che si guardava attorno con aria assente. Un contadino cercava di fermarlo: – Ti prego… Perdonalo dominus… Gli Dei non sono stati benevoli con lui… Non è molto sveglio…
L’uomo della scorta che aveva superato il vicolo fece per tornare indietro, ma venne urtato da qualcuno. Si girò di scatto e rimase immobile ad occhi spalancati.
– Oh, scusami… – Davanti a lui c’era una piccola donna dalla carnagione scura e dagli occhi brillanti, affascinante. La grande differenza di altezza gli permetteva di avere una buona panoramica sulla generosa scollatura della ragazza.
Timoteo guardava perplesso le due scene e non si avvide delle braccia muscolose che si tesero dal vicolo e lo afferrarono alle spalle. In un attimo, sparì.
Si ritrovò con la schiena premuta contro il muro e una mano premuta contro la bocca, i suoi piedi penzolavano nel vuoto. A poca distanza dal suo viso c’era l’enorme faccia di un gigante dai capelli e la barba rossa. Il gigante gli stava sorridendo, ma non era un sorriso amichevole.
– Vorremmo farti alcune domande, se possibile. – Disse una voce cordiale che proveniva dal basso. – Annuisci, se intendi rispondere.
Gli occhi di Timoteo erano fissi sul sorriso del gigante, la sua fronte era imperlata di sudore.
– Prima che il mio amico si spazientisca, per favore. – Aggiunse la voce.
Timoteo annuì freneticamente, per il poco movimento che gli concedeva la mano che il gigante gli premeva sul viso. La mano si spostò, il gigante continuava a tenerlo sollevato. Con un braccio solo.
– Quante persone ospita la villa del tuo padrone?
– Ve … Venti. – Balbettò il servo.
– Compresi gli schiavi?
– Trenta, con gli schiavi…
– E dei venti che non sono schiavi, – continuò la voce con tono gentile, – Quanti sono servitori?
– Cinque… Io, mia moglie e altri tre.
– Ne rimangono quindici… Il Senatore Terenzio e altri quattordici bruti come quelli che vi accompagnano, forse?
– Sì.
– Sì, bene. Ora una domanda un po’ strana… C’è qualcuno che veglia sulla vostra incolumità di notte… Delle ronde di guardia?
– No.
– No? – Incalzò la voce gentile.
Il gigante allargò ancora di più il sorriso, scoprendo i canini.
– Non lo so! Non lo so!
– Non lo sai?
– Abbiamo l’ordine di chiuderci nelle nostre stanze la sera e non possiamo uscire fino al sorgere del sole.
– Davvero?
– Vi prego! Ho detto la verità!
– Tu gli credi? – Chiese la voce dal basso.
– No. – Ringhiò il gigante.
– Vi prego! Vi ho detto la verità! Il padrone vuole che ci chiudiamo nelle stanze e non usciamo fino all’alba. Vi prego! E’ la verità!
– Ma sì, penso che possiamo credergli. Puoi farlo scendere.
Wulfgar lasciò la presa e Timoteo cadde pesantemente a terra. Si rialzò con uno scatto e fece per correre fuori dal vicolo, ma il barbaro lo bloccò serrandogli una spalla in una morsa d’acciaio.
– Naturalmente avrai il buon gusto di non rendere pubblico questo nostro piccolo incontro, – disse la voce, – Non è vero?
Timoteo aveva le lacrime agli occhi: – Eh?
– Ha detto di non dirlo a nessuno! – Ruggì il gigante.
– No! No! A nessuno. Non dirò niente a nessuno!
– Bravo giovane, puoi andare.
La mano lasciò la presa e Timoteo si lanciò sulla strada. In quel momento la ragazza stampò un bacio sulla guancia della prima guardia, mentre il contadino e il ragazzo dall’aria ebete si allontanavano nella folla, continuando a chiedere umilmente scusa.

I tre sgherri e i servi ripresero il loro giro. Poco dopo Giulia, Caio ed Ecateo raggiunsero gli altri due Custodes nel vicolo.
– Strano, mi sarei aspettata degli uomini di guardia. – Disse la ragazza al termine del racconto di Wulfgar.
– Non ha detto che non ce ne sono, ha detto che non lo sa.
– Forse non ci sono perché hanno altri sistemi per assicurarsi che non ci siano visite indesiderate. – Mormorò Ecateo.
– Tipo? – Chiese Caio.
– Non saprei. Non lo so. Nessuno dei rituali che ho tentato in questi giorni mi ha permesso di vedere cosa accada là dentro, o cosa ci aspetti. Forse sono solo preoccupato per questo.
– Bene, – concluse Caio. – A questo punto c’è solo un modo per saperlo, entrare. Stanotte.
– Quattordici combattenti sono molti. – Disse pensieroso Aulete.
– Non credo che saranno tutti svegli, – rispose il giovane esploratore, – E noi abbiamo Giulia e Wulfgar che valgono ognuno quanto cinque dei più forti gladiatori.
– Ecateo? – Chiese Aulete, inarcando un sopracciglio.
– Non mi viene in mente altro. – Rispose il ragazzo, scrollando le spalle.
Poco prima del tramonto lasciarono la città. Mentre il sole stava finendo la sua corsa nel mare uno stormo di uccelli si levò stridendo da una macchia di bosco. L’augure li osservò con attenzione.
– Cosa vedi? – Gli chiese Caio.
– Morte.
– La nostra? – Non c’era una reale preoccupazione nelle parole dell’esploratore.
– Non so. Ma sicuramente è accanto a noi. – Sussurrò Ecateo quasi impercettibilmente.

Si fermarono lungo la strada, poco distante dalla villa. Consumarono una cena frugale e attesero qualche ora. Quando la luna scomparve dal cielo e le nuvole oscurarono le stelle si mossero.
La villa di Marco Valerio Terenzio era circondata da un alto muro che delimitava l’ampio giardino. Al centro del giardino sorgeva la costruzione principale, formata da un corpo centrale alto due piani e due ali che si protendevano in avanti, delimitando un giardino interno. A poca distanza sorgevano le stalle, il casolare degli schiavi e i recinti per gli animali. I Custodes superarono il muro e si diressero silenziosamente verso l’abitazione di Terenzio.
– Niente cani? – Si domandò vagamente perplesso Caio. Aveva portato con sé delle polpette di carne mista ad assenzio. La notte era completamente buia, gli edifici erano masse scure appena distinguibili. Solo una debole luce proveniva dal giardino interno.
– Fa freddo… – Commentò fra sé e sé Ecateo.
Si diressero verso la villa. Nel buio potevano distinguere le forme indistinte di statue, cespugli e bassi alberi, in distanza sentivano lo zampillare di una fontana. Alle pareti erano fissate ad una certa distanza l’una dall’altra delle lanterne schermate. Ognuna di queste proiettava un’isola di luce, illuminando una zona di un paio di metri, poi di nuovo il buio, fino alla macchia di luce successiva.
Sotto una lanterna c’era un ampio portone in legno.
– Bene, – sussurrò Aulete, – Non sappiamo come sia fatta dentro la casa, quindi un ingresso vale l’altro.
In silenzio si avvicinarono alla porta. Caio le si inginocchiò davanti e iniziò ad armeggiare più silenziosamente che poteva per alzare il saliscendi.
All’improvviso udirono un rumore. L’esploratore si rialzò portando la mano all’elsa del gladio. Prima ancora che avesse terminato il movimento, mentre il rumore era ancora sospeso nell’aria, Giulia con un unico gesto fluido aveva già estratto una sica dalla bandoliera che portava dietro la schiena e l’aveva scagliata nell’oscurità.
Udirono un rumore sordo, bagnato.
Una figura emerse dall’oscurità ed entrò barcollando nella zona illuminata.
Era un uomo dalla pelle bianchissima, nudo, eccetto per un perizoma attorno ai fianchi e un cappuccio che gli copriva il volto. Il petto, le braccia e le gambe erano coperte di disegni fatti con una pittura verdastra: spirali, cerchi, altri simboli mistici. Il pugnale di Giulia era profondamente conficcato nel suo petto. Fece un paio di passi incerti e crollò in silenzio, lasciando cadere sull’erba soffice il gladio che aveva in mano.
Dietro di lui emersero dalla notte altri quattro uomini, identici, anche loro armati. In un silenzio irreale avanzarono verso i Custodes.
Nel vederli Ecateo inspirò violentemente e con uno scatto si addossò alla porta ancora sprangata, gli occhi fissi sui misteriosi aggressori. Gli altri prepararono le loro armi. Le figure avanzavano lentamente, preparandosi a colpire, senza emettere un suono.
In un lampo Giulia lanciò un’altra sica e colpì un altro avversario. Il primo coltello era ancora in volo che ne aveva già estratto un altro. Avanzò con una piroetta aggraziata e infilò la sica nel collo di un secondo nemico. Un secco movimento del polso e anche questo cadde con la gola squarciata.
Caio evitò il goffo assalto dell’uomo che aveva davanti e lo colpì allo stomaco. La larga spata di Wulfgar si abbatté sulla testa del quarto assalitore, che crollò a terra con gli altri suoi compagni.
– Tutto qui? – Si chiese incredulo Aulete, allentando la presa sul suo bastone.
Come risposta altre cinque figure identiche alle prime entrarono nella zona illuminata, anche loro senza fare alcun rumore.
– Ma chi sono? – Mormorò Wulfgar, preparandosi a sostenere un nuovo attacco.
Con la coda dell’occhio notò Ecateo: si era accasciato a terra, con le spalle alla pesante porta di legno. Aveva gli occhi sbarrati, fissi sul primo cadavere. Non era da lui, pensò il guerriero, mentre con un passo laterale schivava l’assalto. La sua risposta invece fu micidiale. Anche i suoi compagni ebbero facilmente la meglio sugli uomini che avevano davanti.
– Sono… Morti… – Piagnucolò l’augure.
– Certo che sono morti! – Rispose Giulia, anche lei a bassa voce.
Poi, capì cosa intendeva.
Il primo uomo, quello che aveva colpito con quel lancio così preciso, ebbe un sussulto.
E si rialzò, con il pugnale ancora profondamente conficcato nel cuore. Dalla ferita usciva a mala pena una goccia di sangue. Il cadavere si rialzò, recupero la sua arma e avanzò verso i Custodes subito imitato dagli altri. I Custodes fecero appello al loro addestramento e relegarono nel profondo della loro mente l’urlo di terrore che quella vista provocava in loro.
I primi cinque cadaveri avanzarono e attaccarono, sempre in un silenzio spettrale. Quello che era stato colpito in testa da Wulfgar aveva perso il cappuccio, la metà del volto che non era stata straziata dal colpo rivelava un occhio spento, incavato, completamente nero e le labbra erano stirate in un sorriso o in un ringhio silenzioso, scoprendo denti marci e gialli.
I quattro compagni si strinsero spalla contro spalla e affrontarono il secondo attacco. Anche questo scontro avvenne in un silenzio irreale, gli assalitori furono sopraffatti facilmente e caddero in silenzio, ma già i secondi cinque cadaveri si erano rialzati e attaccarono a loro volta.
Il combattimento continuò ancora per pochi minuti, o forse per un’eternità, in un silenzio irreale.
Caio abbatté per l’ennesima volta il suo avversario e guardò rapidamente i suoi compagni, mentre un nuovo nemico gli si faceva incontro per l’ennesima volta. Aulete non era un combattente, aveva ricevuto un profondo taglio su un braccio. I suoi attacchi e la sua difesa erano sempre più imprecisi e non avrebbe potuto resistere ancora per molto. Wulfgar stava iniziando ad accusare la fatica, aveva due strisce cremisi sul petto e gli occhi pieni delle più terribili leggende del suo popolo. Anche lui era stato ferito ad un braccio e stava cominciando a sentire che si intorpidiva. Solo Giulia era ancora sana, troppo agile per i lenti morti viventi, affrontava gli attaccanti con le ultime due siche che le erano rimaste. Avrebbe potuto combattere ancora per molto, ma non poteva certo combattere da sola contro tutti. Ecateo era fuori combattimento, a terra in stato di shock.
Non lo aveva mai visto così. Bisognava trovare una soluzione.
– Cosa fate dalle tue parti quando siete in una situazione senza vie d’uscita? – Chiese sottovoce al barbaro.
Questi aggiustò la presa sull’elsa della spada e rispose solenne: – Moriamo con onore.
– Altrimenti?
– Creiamo una via d’uscita, preparatevi a correre!
Wulfgar allontanò con una spinta il suo avversario, ruotò su se stesso e con tutta la forza che aveva in corpo colpì la porta con la spata. In quel silenzio irreale il rumore dell’impatto ebbe il fragore di una valanga. Con un poderoso calcio sfondò la porta, afferrò l’augure inerte e urlò: – Correte! – Lanciandosi nel corridoio. I Custodes scattarono dietro di lui, troppo veloci per i goffi morti viventi. Ma il rumore stava svegliando tutta la casa, potevano udire il trambusto e le grida tutto intorno a loro. Percorsero tutto il corridoio, attraversarono una sala, girarono per un altro corridoio, poi girarono ancora. – La porta! – Sbuffò Aulete a corto di fiato, indicando il portone sul retro della casa, in fondo al corridoio. Erano a pochi metri dalla porta quando dal fondo del corridoio, davanti a loro, sbucarono due guardie. Giulia si fermò e lasciò partire i suoi coltelli. Il primo uomo cadde con un occhio trafitto, il secondo si accasciò contro la parete, lasciando cadere la sua spada e fissando con orrore l’impugnatura del coltello che spuntava dal suo ventre e la macchia di sangue che si stava allargando sulle sue vesti.
Wulfgar e Caio li superarono e con una spallata sfondarono la porta. Attraversarono il giardino di corsa, mentre le finestre dietro si loro si illuminavano.
Arrivarono al muro di cinta. Caio e Giulia ci saltarono agilmente sopra e insieme sollevarono Aulete. Wulfgar lanciò l’augure dall’altra parte e si issò sulle braccia possenti. Corsero intorno al muro fino al punto in cui avevano lasciato i cavalli. In distanza potevano sentire dei nitriti. Balzarono a cavallo.
– Non lungo la strada, nel bosco! – Disse Caio ai suoi compagni, mentre si lanciava al galoppo verso una collina boscosa.
Dopo pochi metri li fece fermare, scendere da cavallo e rimanere immobili. I cancelli della villa si spalancarono e una decina di cavalieri uscirono nella notte portando delle torce. Quando giudicò che erano sufficientemente lontani risalirono a cavallo e raggiunsero il bosco.

Si inoltrarono in profondità tra gli alberi. In silenzio scesero da cavallo e si appoggiarono agli alberi medicandosi le ferite, cercando di venire a patti con l’orrore che avevano appena affrontato. Caio si allontanò brevemente per nascondere le tracce che avevano lasciato entrando nel bosco.
Ecateo si sedette alla base di un albero e si rannicchiò, cantilenando una nenia sommessa. Ogni tanto un brivido lo scuoteva, come se il vento invisibile che sentiva solo lui si fosse fatto più freddo del solito.
Passarono qualche ora senza rivolgersi una parola. Poi, quando l’alba stava iniziando a colorare di rosa il cielo sopra le montagne, Ecateo parlò con voce stranamente salda e sicura: – C’è qualcosa, qui.
– Certo, – rispose sbuffando Giulia, – Morti che camminano!
– No, qui, vicino.
Istintivamente si guardarono attorno, stringendo le armi.
L’augure invece si alzò a fatica e iniziò a camminare deciso verso l’interno del bosco.
– Ecateo, dove vai? – Lo chiamò Aulete, – Ecateo!
Ma lui non rispose. Si alzarono e lo seguirono.

La luce del sole filtrava tra le foglie. I piccoli abitanti del boschetto, uccelli, conigli, scoiattoli, uscirono allo scoperto riempiendo l’aria dei loro richiami, mentre continuavano i preparativi per il lungo inverno.
I Custodes seguirono Ecateo, incontrarono un sentiero che saliva verso la cima della collina e lo percorsero. Arrivarono ad una radura tra gli alberi.
La radura era delimitata da un cerchio di alti pioppi. Al centro si ergeva un tumulo, una bassa costruzione cilindrica sormontata da un tetto conico schiacciato. Alcune scritte consumate dal tempo ornavano lo stipite della porta e le colonne scolpite nel muro, ai due lati della porta stessa.
Ecateo, come in trance, iniziò a girare attorno alla tomba, mentre Aulete si avvicinò alla porta, una grossa lastra di pietra incastrata nell’apertura.
– Il sepolcro della famiglia Valeria. – Disse, dopo aver letto le scritte. – Da almeno trecento anni.
Ecateo concluse il suo giro e si fermò accanto a Aulete. Chiuse gli occhi per un momento e poi si rivolse ai suoi amici.
– E’ successo qualcosa di terribile qui. Qualcuno ha violato la pace di questo luogo, ha infranto il silenzio della Morte. Guardate! – Esclamò, indicando a terra, davanti all’ingresso del sepolcro. – Qui è stata scavata una buca. E questo, – continuò mostrando una pietra posta accanto alla buca, – Questo è un altare.
Si chinò accanto alla buca, prese una manciata di terra dal fondo e se la mise in bocca. Rimase immobile per qualche secondo, poi la sputò.
– Sangue, sangue di capretti e colombe. Qualcuno ha richiamato gli spiriti che dimorano nel regno dei morti.
Rimasero tutti in silenzio. Un silenzio scomodo che alla fine fu rotto da Giulia: – Non c’è più niente che possiamo fare qui. Torniamo a Roma.
In silenzio si prepararono al viaggio di ritorno. Mentre lasciavano il bosco risuonò un tuono lontano.
– La Morte è ancora tra noi. – Sussurrò l’augure, senza rivolgersi a nessuno in particolare.

Poche ore dopo erano nuovamente nella capitale. Prima di raggiungere il palazzo della Cohors Auxiliaria Arcana, ognuno di loro si recò nella propria abitazione per rinfrescarsi e cambiare le bende alle ferite.
Caio arrivò per primo davanti al palazzo imperiale e si fermò ad attendere gli altri, godendosi il timido sole dopo tanti giorni di brutto tempo.
Il secondo ad arrivare fu Aulete.
Parlarono del più e del meno per un po’. Alla fine l’esploratore non riuscì più a trattenersi.
– Aulete, posso chiederti una cosa?
– Certo. – Rispose l’egiziano.
– Tu conosci Ecateo da più tempo di tutti noi. Io… Non l’ho mai visto come ieri… Così sconvolto, terrorizzato.
– Eravamo tutti terrorizzati.- Sorrise il sapiente. – Almeno, io dovevo concentrarmi per non farmela nei pantaloni.
– No, Aulete, sai cosa intendo dire.
Aulete non rispose subito. Lasciò spaziare lo sguardo sulla piazza gremita di persone che andavano e venivano dal centro del potere del mondo.
– Vuoi sapere perché Ecateo aveva tanta paura di quelle… Creature?
– Sì.
– Ebbene… Attenzione, io non ti sto dicendo nulla, eh? Ebbene. Penso che abbia paura di diventare come loro.
– Come loro?
– Come loro. Un cadavere che vaga per il mondo senza un’anima nel proprio corpo.
– Perché ha questa paura?
– Oh, credo che dipenda dal fatto che la sua anima non è nel suo corpo.
Caio guardò il suo compagno ammutolito, stordito.
– Cosa? – Gridò Caio, attirando l’attenzione delle persone intorno a loro. – Cosa stai dicendo? – Ripeté con un tono di voce più controllato, ma sempre incredulo, – Stai dicendo che Ecateo non ha un’anima?
– No, non ho detto questo. Il nostro amico ha un’anima, come tutti noi. Solo… La sua non è nel suo corpo.
– Non capisco. Non ci credo!
– Conosci Beneventum? – Chiese Aulete.
– Certo.
– Sai dell’albero di noce che cresce presso quella città?
Caio aggrottò la fronte. Tutto quello che sapeva di Beneventum è che un tempo si chiamava Maleventum e il nome fu cambiato dopo la grande vittoria su Pirro.
Ora che ci pensava c’era anche qualcos’altro, proprio riguardo un albero. Qualcosa che gli avevano detto durante il duro addestramento per entrare nella Cohors Arcana. Ma non riguardava né le arti del combattimento, né il suo campo, le arti dell’esplorazione.
– Non ricordo. – Disse alla fine
– Presso la città di Beneventum cresce un rigoglioso, enorme albero di noci. E’ più grande di un palazzo di tre piani e le sue fronde gettano ombra su una zona vasta quanto uno stadio. Di notte sotto i suoi rami imponenti si incontrano le streghe per compiere i loro rituali. Per questo la città si chiamava Maleventum. Gli abitanti del luogo sono spaventati dalle streghe, naturalmente, ma pur temendole non fuggono davanti a loro. Diciamo che le rispettano, temono e rispettano il loro potere. E quando hanno una preghiera che gli dei non ascoltano, si rivolgono a loro.
– Cosa c’entra questo con Ecateo?
– Ci sto arrivando. Una delle tante persone che pregavano gli dei ma non venivano ascoltati era il padre di Ecateo. Sua moglie era incinta del loro primo figlio, ma la gestazione era difficile, la donna gracile e debole. Il padre di Ecateo vedeva la donna che amava morire di giorno in giorno e con lei il figlio che portava nel grembo. L’uomo, disperato, chiese aiuto alle streghe dell’albero di noci e queste esaudirono la sua preghiera. Il figlio nacque e la madre si salvò.
L’augure tacque per un momento, osservando le reazioni sul volto del suo amico.
– Ma tutto ha un prezzo… – Riprese. – Al compimento del sesto anno le streghe vennero alla casa di Ecateo e lo portarono via con loro. Questo era il prezzo per la sua vita. Lo portarono con loro nelle loro buie caverne e qui lo usarono come loro servo, mentre loro si dedicavano alle ricerche di nuovi malefici. Ma Ecateo non era stupido allora come non lo è ora. Osservò le streghe, carpì i loro segreti e imparò con pazienza le arti oscure. Quando ritenne di essere pronto le sfidò e le uccise. Le sorelle delle streghe quando seppero ciò che era accaduto decretarono la sua morte e, ancora oggi, se si recasse da quelle parti la sua vita sarebbe in pericolo. Naturalmente fu presto notato da un osservatore della Corte, e oggi è uno dei nostri migliori auguri. Il resto lo sai.
– Non mi hai ancora spiegato la storia dell’anima.
– E’ vero. Bene. Immagina di dover affrontare i tre guerrieri più potenti che tu conosca utilizzando le loro armi e le loro tecniche di combattimento, che hai appreso da solo, studiando in segreto. Avresti paura?
– Sì, Aulete, avrei paura.
– Ma ti puoi concedere di avere paura in combattimento?
– No. Devo essere prudente, conoscere i miei limiti, ma non posso permettere alla paura di intralciarmi.
– Bene, Ecateo era in questa situazione. Doveva affrontare tre grandi avversari, sfidandoli con armi che conosceva a malapena. Aveva paura, ma non poteva permette che questo disturbasse la sua concentrazione. Aveva paura di morire, aveva paura che le streghe sprofondassero la sua anima nell’Averno.
Aulete inspirò profondamente e poi, come se le parole gli bruciassero in bocca, raccontò la fine della storia in un rapido soffio.
– Gli venne in mente una sola soluzione al suo dilemma e la mise in pratica. Nel cuore di una notte senza luna, ad un crocicchio sotto i piedi di un impiccato, strappò la sua anima dal suo corpo e la racchiuse in un piccolo uovo d’oro. Nascose l’uovo d’oro in un uovo d’argento, l’uovo d’argento in un uovo di ferro, l’uovo di ferro in un uovo di legno e sotterrò tutto in un luogo segreto. Se anche le streghe fossero state più potenti di lui non avrebbero potuto ucciderlo, perché non si può uccidere chi non ha un’anima.
Alla fine Ecateo riuscì a sconfiggere le tre streghe e a fuggire. Dissotterrò la sua anima, ma la lasciò chiusa nelle uova. E ancora oggi la sua anima è nascosta da qualche parte, custodita dentro un uovo d’oro. Non so perché. Forse questa specie di immortalità, o invulnerabilità, in qualche modo, è un bene a cui non riesce a rinunciare. Forse passata la disperazione del momento si è reso conto di quale incredibile impresa ha compiuto, che grandioso e complesso incantesimo è riuscito a tessere e ha paura di non riuscire a ripeterlo.

Caio Valerio era sconvolto. Non riusciva a credere che quell’incredibile vicenda fosse la storia di uno dei suoi più cari amici. Quante volte si erano salvati la vita a vicenda durante il loro servizio come Custodes della Cohors Arcana. Quante imprese avevano festeggiato ubriacandosi in qualche locanda? La voce di Aulete lo distrasse dai suoi pensieri.
– Capisci ora perché ha avuto quella reazione? Quelle tristi creature che abbiamo visto non sono, in fondo, molto diverse da lui: corpi senz’anima che camminano tra i vivi. Certo, lui ha ancora la sua ragione e i suoi sentimenti a guidarlo, mentre loro sono burattini privi di volontà in mano a chissà quale tremendo potere. Eppure…
– Tu sai dove ha nascosto la sua anima?
Aulete non rispose subito, guardò ancora una volta la grande piazza che si apriva davanti a loro. Tra la folla poteva distinguere Ecateo e Giulia che si avvicinavano parlando allegramente tra loro, come se l’orrore della notte prima non fosse mai accaduto.
– Sì. Diventammo buoni amici quando terminai l’addestramento. Una notte venne da me sconvolto, aveva fatto qualche sogno o avuto una visione, non ricordo. Era terrorizzato e mi raccontò tutto, forse per tranquillizzarsi e scacciare gli incubi della notte davanti ad un volto amico e un bicchiere di vino addolcito con miele.
Caio annuì pensieroso. Poi realizzò interamente le parole del suo amico.
– Quando tu hai finito l’addestramento? Ma è stato più di dieci anni fa!
– Esatto, amico mio. All’epoca Ecateo aveva già una fama consolidata come augure al servizio della Cohors Arcana.
– Ma ha poco più di vent’anni!
– Ha l’aspetto di un ventenne. Era l’età che aveva quando compì il rituale.
– Ma come è possibile?
– Hai mai visto un morto invecchiare?
– Ma lui non è morto!
– No, certamente non lo è. Il suo cuore batte, il sangue scorre nelle sue vene come nelle tue. Eppure, ricorda, non c’è un’anima in quel corpo.
– Quanti anni ha, veramente?
Aulete non rispose. Si alzò dal gradino su cui lui e Caio erano seduti e andò incontro ai suoi amici, salutandoli con un largo sorriso. Pochi minuti dopo li raggiunse Wulfgar e insieme si recarono dal Magister per il loro rapporto.

– … E siamo tornati qui per riferire e vedere se tu hai novità, o Magister. – Concluse Aulete.
Il Magister Perrone aveva ascoltato tutta la storia in silenzio e con attenzione. Con un certo disappunto di Wulfgar e Giulia non ebbe alcuna particolare reazione al racconto del combattimento contro i morti viventi. Si era invece dimostrato più interessato alle scoperte fatte da Ecateo davanti al tumulo dei Valerii.
– Questo mi fa venire in mente una cosa, una traccia forse. – Disse, alzandosi dal suo tavolo e iniziando a misurare la stanza a lunghi passi.
– Come sappiamo il Senatore Terenzio ha iniziato a comportarsi in maniera strana da circa tre mesi a questa parte. Dunque. Il senatore aveva un figlio, Flavio Valerio Lieto, il suo unico figlio. Flavio era in forze ad una delle nostre legioni in Siria. E’ morto circa quattro mesi fa, durante uno scontro con alcuni briganti. Una morte da eroe, a quanto pare. Si è sacrificato per permettere ai suoi compagni di salvarsi da un’imboscata.
– Una buca piena di sangue e un altare, – sussurrò Ecateo, – Possono essere usati per richiamare sulla terra l’ombra di un morto.
– Cosa può succedere, – si intromise Giulia, – Se qualcuno tenta una magia come questa e sbaglia qualcosa?
– Potrebbe non accadere niente. – Rispose Ecateo.
– Oppure?
– Potrebbe volerci un altro rituale, per chiederlo all’officiante. – Concluse l’augure, scostandosi i capelli dal volto e rivelando un sorriso.
– Bene, – attaccò Wulfgar, che era rimasto in silenzio per tutto il tempo, – Potrebbe essere impazzito per la perdita del figlio, potrebbe volersi vendicare dell’Impero per cui ha sacrificato la sua vita.
– Questo non spiega il rituale e soprattutto i morti viventi. – Rispose Perrone. – Qui c’è qualcosa che va ben oltre il semplice complotto, oltre la semplice vendetta. Oltre la pazzia.
Caio osservò l’amico barbaro. Il guerriero non temeva nulla di ciò che camminava alla luce del sole, ma l’atavica paura dei morti che camminano del suo popolo era qualcosa che il duro addestramento della Corte non era riuscito a sradicargli.
– Cosa possiamo fare? – Chiese.
– I morti non mentono. – Rispose semplicemente Ecateo.
– Che vuoi dire? – Chiese brusco Wulfgar.
– Quello che ho detto, i morti non mentono. – Ripeté l’augure stringendosi nelle spalle. Ogni tanto era sconvolto da un brivido e si riaggiustava il mantello.
Eppure, la stanza era riscaldata da un allegro fuoco e non c’era un alito di vento.
– Possiamo cercare altre informazioni, fare altre indagini. – Borbottò Wulfgar, a cui non piaceva la piega che stava prendendo la situazione. – Interrogare altre persone. – Concluse.
– Possiamo evocare lo spirito di Flavio Valerio Lieto e chiedere a lui cosa sia successo. – Tagliò corto Il ragazzo.
Wulfgar cercò qualcosa da ribattere, ma lo sguardo deciso di Perrone gli fece capire che sarebbe stato inutile.

Poche ore dopo erano nuovamente ai piedi del tumulo della famiglia dei Valerii. Oltre ai cavalli avevano portato con loro un carro, di cui Caio Velario aveva provveduto a far sparire ogni traccia.
L’esploratore era ora intento a scavare una buca insieme al barbaro, mentre Ecateo li guardava assorto e Aulete e Giulia parlavano a bassa voce, seduti ai piedi di un alto pioppo. Poco distante da loro, legati ad un paletto, c’erano due agnelli dal vello nero e accanto una gabbia con alcune colombe bianche. Gli animali ogni tanto emettevano un debole gemito, come se avessero capito cosa aveva in serbo per loro il destino.
– Non capisco! – Sbuffò Wulfgar rivolgendosi all’augure. – Prima ci hai fatto coprire la buca e rimuovere la pietra, ora ce ne fai scavare un’altra e hai con te una pietra identica. Non potevamo risparmiarci la fatica? – Era evidente che il guerriero era a disagio e non gli piaceva assolutamente quello che stava per accadere.
– Mettiamola così, – gli rispose Ecateo sorridendo. – Supponi che qualcosa sia andato storto perché gli strumenti erano imperfetti. Vorresti veramente che io tentassi un sortilegio tanto complicato con degli strumenti difettosi?
Il barbaro riprese a scavare con maggior vigore, imprecando a bassa voce. Ecateo e Caio si scambiarono un sorriso.

– Tutto questo mi ricorda qualcosa. – Stava dicendo Giulia ad Aulete.
– Hai mai assistito ad una cerimonia di questo genere?
– No, mai. Solo a funerali. Però mi pare familiare… La buca, gli animali… Forse un racconto?
– Ah, mia piccola, tu ricordi l’Odissea, il mio caro Omero!
– L’Odissea?
– Ricordi? Ad un certo punto Ulisse decise di interrogare l’indovino Tiresia, ma questi era morto. Allora, ne evocò lo spirito con un rituale. Con questo rituale, per la precisione.
– Ma quella è solo una storia! – Esclamò sorpresa la giovane guerriera.
– Mia scura bellezza, imparerai che i più grandi segreti sono nascosti nei posti più impensabili, spesso sotto gli occhi di tutti. – Concluse l’egiziano con un largo sorriso.

Verso il tramonto tutti i preparativi erano conclusi. Ecateo e Aulete rivolsero preghiere agli dei e agli spiriti dell’oltretomba, bruciarono incenso e compirono i rituali di purificazione. Ecateo estrasse dalla sua sacca un corto pugnale di pietra estremamente affilato. Prima di cominciare il rituale si avvicinò a Wulfgar.
– E’ indispensabile che il rito si svolga nella massima tranquillità, nulla mi deve distrarre. Vai al limitare del bosco e assicurati che nessuno esca dalla villa e venga qua.
Il barbaro scrutò a lungo il volto incavato del suo amico, capì che non c’era alcun bisogno di sorvegliare la villa. L’augure sapeva della sua paura e gli stava offrendo una via di fuga onorevole. Gli appoggiò una grossa mano sulla gracile spalla e un sorriso gli apparve in mezzo alla folta barba.
– Grazie, – rispose, – Ma il mio posto è al vostro fianco.
Ecateo ricambiò il sorriso e strinse forte la mano dell’amico.
La notte era limpida, fredda e senza luna. Milioni di stelle brillavano silenziose in cielo. Un piccolo fuoco ardeva a poca distanza dalla pietra che Ecateo aveva eretto come altare accanto alla buca.
– Cominciamo. – Disse semplicemente il giovane augure.
Wulfgar e Caio spostarono a fatica la grande pietra che chiudeva l’ingresso del tumulo. Un soffio di aria gelida e polverosa investì i cinque Custodes e si perse nella notte.
Con gesti rapidi e precisi, recitando antiche formule, Ecateo recise la gola degli animali sacrificali e lasciò che il loro sangue riempisse la buca, poi poggiò il pugnale di pietra sull’altare. Giulia distolse lo sguardo.
Un altro soffio d’aria uscì dal tumulo, stavolta sembrava un respiro caldo.
Ecateo immerse una coppa di legno nella buca e la pose sull’altare, accanto al pugnale. Caio Valerio e Wulfgar erano accanto a lui, con le armi in pugno, Giulia e Aulete si tenevano più indietro. Tutti avevano lo sguardo fisso sulla macchia buia all’interno della tomba. Pareva che la luce del fuoco non riuscisse a varcarne la soglia. Eppure, iniziava a intravedersi una vaga luminescenza.
– Come le ossa dei morti sugli antichi campi di battaglia… – Mormorò Wulfgar, teso e sudato. Non sentiva più il freddo della notte.
Ecateo continuava a recitare le sue invocazioni. Erano in latino, ma in un latino molto più antico di quello che veniva parlato abitualmente. Solo Aulete riusciva a capire tutto ciò che diceva l’augure, gli altri riconoscevano solo pochi termini.
Un altro soffio caldo uscì dalle tenebre e li investì.
All’improvviso Caio si rese conto del silenzio. Era un silenzio totale, non udiva più i versi degli animali notturni, era sparito anche lo scoppiettare del fuoco. L’unica cosa che riusciva a sentire erano le formule recitate da Ecateo.
Anche lui iniziò ad avere paura. Guardò di sfuggita il barbaro accanto a lui. Si stava sforzando per non tremare.
D’un tratto, l’augure ammutolì. Aveva lo sguardo perso all’interno del sepolcro e sembrava che stesse ascoltando qualcosa che solo lui poteva sentire.
– Salute a voi, tre Signore! – Esclamò, come rispondendo ad un saluto.
Rimase in silenzio per qualche momento, intento ad ascoltare voci che poteva udire solo lui.
– Al contrario, Tre che siete Uno, è mia intenzione vendicare dei torti e permettere ai defunti di riposare in pace.
Ancora una pausa.
– E così anche a voi, addio! – Concluse.
I suoi compagni si scambiarono sguardi interrogativi, ma rimasero in silenzio.
– Arrivano. – Sussurrò Ecateo.
Aguzzando la vista Caio e Wulfgar potevano vedere che stava succedendo qualcosa all’interno della tomba. La debole luminescenza tremolava e si coagulava in masse informi di luci e vapori. Un suono, una bassa vibrazione, iniziò a spargersi nell’aria.
La massa luminosa strisciò lentamente fuori dal sepolcro. Wulfgar sussurrò tra i denti alcuni scongiuri e una preghiera ai suoi dei.
– Ascoltatemi, – disse Ecateo, con gli occhi fissi sul vapore luminescente, – Le ombre dei morti sono confuse e intangibili, non possono farvi nulla e le vostre armi sono inutili contro di loro. Ma bere sangue gli ridà forza e sostanza. Allora dovrete colpirli con le spade e allontanarli dalla pozza. Dobbiamo permettere solo a Flavio Valerio Lieto di dissetarsi, gli altri li dovrete ricacciare indietro. Non fatevi spaventare dalle loro maledizioni, né impietosire dalle loro suppliche.
Caio e Wulfgar annuirono in silenzio.
La massa informe delle ombre dei morti strisciò sempre più veloce verso la pozza, attratta dal richiamo del sangue fresco. Era sempre più vicina, i Custodes iniziavano a distinguere i singoli corpi, i volti vuoti e disperati, gli occhi spenti.
I primi spiriti si riversarono sulla pozza. Istintivamente Caio vibrò dei colpi alle ombre che gli passarono più vicino, ma la lama attraversò le forme trasparenti.
Le ombre iniziarono a bere avidamente e man mano che bevevano i loro corpi diventavano sempre più tangibili, più colorati.
– Ecco! – Esclamò l’augure. – Ora sono vulnerabili, ricacciateli indietro!
I due uomini raccolsero tutto il loro coraggio e si avvicinarono alla buca, colpendo gli spiriti che sembravano più solidi. Le lame passavano ancora attraverso i corpi, ma stavolta Caio sentiva una resistenza. Le ombre si ritraevano doloranti, come se avessero ricevuto ferite profonde. Alcuni piangevano, altri pregavano per avere ancora un sorso di sangue, un assaggio di vita. Altri ancora lanciavano maledizioni e minacce, si lanciavano in vuoti attacchi contro i due Custodes. Per ogni ombra che si ritraeva, un’altra si faceva subito avanti per cercare di abbeverarsi alla fonte di vita, ormai un flusso continuo di spiriti fluiva dalle tenebre del tumulo dei Valerii.
Wulfgar e Caio continuavano ad agitare le spade e a colpire, cercando di ignorare le voci dei morti che rimbombavano nelle loro teste. Wulfgar agiva meccanicamente, il suo corpo era sconvolto dai brividi e preda di paure ancestrali. Caio sudava vistosamente, il freddo morso del terrore gli comprimeva il petto impedendogli di respirare, aveva la vista velata dalle lacrime. Era vagamente conscio del mormorio che aveva alle spalle: Giulia e Aulete continuavano a recitare le formule augurali che Ecateo aveva insegnato loro durante il viaggio.
L’augure era in piedi, silenzioso, dietro il piccolo altare. I suoi occhi erano fissi sul fiume di anime, scrutando alla ricerca di un segno.
– Lui! – Urlò all’improvviso. – E’ lui, lasciatelo avvicinare! – Esclamò, indicando uno spirito in mezzo ai tanti che si agitavano per raggiungere la pozza di sangue. Immediatamente il guerriero e l’esploratore si mossero verso l’ombra additata da Ecateo e iniziarono ad aprirle un varco fino alla buca. Lo spirito era una forma indistinta, appena umanoide. Il barbaro si chiese come avesse fatto l’augure a riconoscerlo tra tutti gli altri.
L’ombra di Flavio si accasciò accanto alla buca e iniziò a bere, acquistando sempre maggior consistenza e colore, mentre le altre anime intorno ululavano la loro rabbia.
Quando Ecateo giudicò che avesse raggiunto abbastanza solidità lo chiamò con voce imperiosa: – Alzati, Flavio Valerio Lieto, accetta questo sangue, bevanda di vita, per parlare con chi è vivo! – Prese con entrambe le mani la coppa ripiena di sangue che aveva poggiato sull’altare e la porse allo spirito. Questo ubbidì agli ordini dell’augure, si alzò e bevve avidamente dalla coppa.
Il corpo di Flavio era ormai quasi completamente solido, sebbene ancora vagamente trasparente. La sua carnagione e i suoi vestiti avevano ripreso colore, seppure fossero molto sbiaditi. Era un ragazzo giovane alto e forte, dall’aspetto nobile e fiero. Indossava ancora la corazza con i simboli dell’Impero. Un profondo squarcio sul petto e una ferita sulla tempia lasciavano pochi dubbi sulla causa della sua morte.
Flavio lasciò cadere la coppa e parlò, con una voce bassa e piena di echi: – Chi siete, voi che mi richiamate dalla mia triste dimora? Chi siete, voi che mi illudete con pochi momenti di vita rubata a creature innocenti?
Ecateo non rispose, ma domandò a sua volta: – Sei tu quello che era conosciuto come Flavio Valerio Lieto, figlio di Marco Valerio Terenzio, della famiglia dei Valerii?
– Quello era il mio nome.
– Io sono colui che ti ha richiamato, io ti farò delle domande, e tu mi devi rispondere il vero. Queste sono le regole e questo dicono le leggi.
– Ti risponderò per quanto conosco. I morti non conoscono fatti a loro non noti in vita.
– Quello che ti chiederò riguarda fatti che ti sono accaduti dopo la morte.
– Non mi è accaduto nulla, mago. Dopo la morte c’è il nulla.
– Lascia che sia io a fare le domande, – ribatté seccato Ecateo, – E giudicherò io le risposte.
– Cosa vuoi sapere?
– Ti domanderò di tuo padre, Marco Valerio Terenzio.
– Cosa vuoi sapere? – Ripeté lo spirito. Qualcosa tremava sotto i suoi occhi. I fantasmi possono piangere, si domandò Giulia.
Ecateo cominciò il suo strano interrogatorio: – Tuo padre non si è rassegnato alla morte del suo amato figlio. Tre mesi fa, ha compiuto un rituale simile a questo che sto officiando io ora per parlare di nuovo con te. E’ vero?
Flavio chiuse gli occhi, sul suo viso martoriato apparve una smorfia di profondo dolore e tristezza.
– E’ vero. Come tu oggi, mio padre mi richiamò dalla mia tomba.
– Che cosa è successo quella notte, Flavio? – La voce dell’augure non era più altera e imperiosa, aveva parlato con un tono dolce, amichevole.
– Quando caddi sotto i colpi dei nemici di Roma i miei uccisori offrirono la mia morte allo spirito malvagio che adoravano. Un demone orientale il cui nome viene sussurrato di notte in quelle terre lontane per spaventare i bambini, il cui nome viene urlato per dare forza alle più tremende maledizioni. Quando morii la risata di scherno del demone risuonò nelle mie orecchie e la sua ombra è sempre stata dietro di me, un riflesso fugace alle mie spalle, il suo alito pestilenziale sul mio collo.
– Quando il mio amato genitore mi richiamò dalle terre senza sole, lui venne con me. I suoi incantamenti non erano forti come i tuoi, il suo animo era indebolito dal dolore. Quando mi richiamò, il demone emerse con me dalla mia tomba, si nutrì del sangue sacrificale e divenne forte. Uccise i nostri schiavi e il loro sangue lo rese ancora più forte. Stava per uccidere anche mio padre quando la sua malizia ebbe la meglio sulla sua fame. Vide nella sua mente sconvolta dal terrore la grandezza dell’Impero e decise di prenderla per se. Entrò con violenza nel suo corpo prendendone il controllo e intrappolò la sua anima nei recessi del suo cuore. E ora, insozza la nostra casa con la sua presenza e trama per conquistare la Città che io e tutta la famiglia dei Valerii abbiamo giurato di difendere fino alla morte e oltre.
Lieto concluse il suo racconto, la radura tornò al suo silenzio irreale.
– Lascerai ora che io torni nelle tenebre, al riposo, finalmente?
– No. – Rispose semplicemente Ecateo, con una voce che non era la sua.
I suoi compagni lo fissarono come se fosse impazzito.
– Cosa? – Esclamò Aulete.
– Non è ancora giunto il tempo del tuo riposo, Flavio Valerio Lieto. Il tuo giuramento di fedeltà a Roma ti vincola ancora e le Erinni camminano al tuo fianco. Tu dovrai portare vendetta e giustizia. – La voce dell’augure era un ruggito, basso e profondo, sembrava che tre voci uscissero all’unisono dalla sua gola, aveva gli occhi sbarrati e un’espressione di grande dolore sul viso.
– Vendetta e giustizia. – Ripeté quasi ipnotizzato il fantasma.
Improvvisamente la luce del giorno esplose nella radura. I raggi del sole si riversarono come un fiume in piena sui cinque Custodes abbagliandoli, travolgendo e spazzando via i segreti i misteri e le paure della notte. Quando riacquistarono la vista, non c’era più traccia delle ombre dei morti, né dello spirito di Flavio. La pesante pietra che chiudeva il tumulo era di nuovo al suo posto.
Aulete balbettò qualcosa di incoerente, poi fece presa su se stesso e ripeté con tono più chiaro e voce più ferma: – Ecateo, con chi hai parlato, prima che le ombre uscissero dalla tomba?
L’augure era caduto a terra, come se i raggi del sole che lo avevano investito fossero una cosa solida che lo aveva colpito con violenza. Si rialzò, con uno scatto della testa si scostò un ciuffo di capelli dal volto e guardò prima i suoi compagni e poi il tumulo.
– Vendetta e giustizia. – Ripeté con voce sognante, in qualche modo diversa dalla sua solita voce. Poi cadde di nuovo a terra, svenuto.

Il sole stava scomparendo nelle profondità del mare e la luna si stava affacciando all’orizzonte. Il cielo aveva più colori di quanti un abile pittore potesse immortalare su una tavola.
Marco Valerio Terenzio sedeva da solo nel suo giardino e sorrideva compiaciuto davanti a quello spettacolo.
Meraviglioso, pensò, tutto va meravigliosamente bene. E’ tutto così facile.
L’indomani si sarebbe recato nuovamente a Roma, al Senato. Ad ascoltare e osservare. Mentre gli uomini parlavano lui li osservava. E osservandoli, capiva. Capiva quali avrebbe potuto comprare e quali avrebbe potuto ricattare, scopriva i loro prezzi e i loro segreti. Aveva visto quali lo avrebbero seguito spontaneamente e quali lo avrebbero avversato fino alla loro morte. Che sarebbe giunta presto!
Si lasciò sfuggire una risatina soddisfatta. Era tutto così facile e che fortuna! Lo stesso imperatore lo agevolava, la sua follia non sarebbe potuta rimanere un segreto ancora a lungo e allora ci sarebbe voluto un nuovo imperatore. Rise di nuovo, a lungo, una risata bassa e malvagia.
Si guardò intorno. Seduto sul bordo di una fontana poteva vedere gli uomini che abitavano la sua casa che correvano intorno, immersi nelle loro faccende.
Intenti ad eseguire i suoi ordini.
E lui li controllava dall’alto. Ah, era giusto che fosse così!
Un ricordo affiorò nella sua mente. Mancava qualcosa per completare quel quadro.
Ah, sì! Il cane fedele accucciato ai piedi del padrone, in servile adorazione.
Ma i cani avevano fiutato la sua vera natura, non gli si avvicinavano e quando lui era presente ringhiavano e abbaiavano.
Li aveva fatti uccidere.
Come quell’uomo. Aulo. Anche lui era un cane e anche lui aveva fiutato la sua vera natura.
E anche lui era morto.
Rise di nuovo, sguaiatamente.
Forse, rifletté, è stato un errore ucciderlo in quel modo, così plateale.
C’erano altri sistemi. Ma il sapore della sua paura, della sua agonia. Ah. Sì, Aulo aveva osato parlare contro di lui in pubblico. Stupido piccolo uomo sfrontato! Spirito malefico, lo aveva chiamato. Ah, il suo terrore, quando se lo era trovato davanti. Ora non mi chiami spirito malefico, piccolo uomo? Ora chiedi pietà, eh? Oh, sì, aveva fatto proprio bene a presentarsi a lui nella sua vera forma e a ucciderlo come meritava, schiacciato come un cane. In fondo, quello era, uno stupido cane che guaiva ai piedi del padrone. Bene, ora sono io il padrone, ringhiò a bassa voce, e non sopporto i cani.
Forse, però, non avrebbe dovuto ucciderlo in casa sua, in un posto in cui lo hanno ritrovato subito. Ecco. Forse quello era stato un errore.
Forse c’era un collegamento tra il ritrovamento del cadavere di Aulo e quegli uomini che erano entrati in casa qualche sera fa.
Non potevano essere normali banditi e neppure assassini mandati da qualche suo nemico. No, troppo abili, erano sopravvissuti all’attacco dei suoi guerrieri morti ed erano sfuggiti all’inseguimento delle sue guardie. Ma lui sapeva chi erano. Ah, certamente. Custodes della Legio Arcana, sicuramente.
Ecco, la Cohors Arcana poteva essere un problema. Sapeva che esisteva, lo sapevano tutti. Ma nessuno poi era a conoscenza di dettagli più specifici, di maggiori informazioni, di bersagli da colpire.
Beh, sarebbe venuto anche il momento della Cohors Arcana, aveva già delle idee, dei piani.
Ma doveva essere più prudente, basta con gli errori grossolani.
– Sei tu, vero? – Si chiese ad alta voce, con un tono sarcastico, battendosi il petto. – Combatti ancora, eh? Orgoglioso, come tuo figlio. Ma non riuscirai ad offuscare ancora i miei pensieri, sciocco umano. Presto ti lascerò andare, ti lascerò raggiungere il tuo stupido cucciolo e il tuo vecchio corpo sarà tutto mio, tutto mio. Come la tua città!
Rise ancora, a lungo, tenendosi la testa tra le mani.

Qualcosa attirò improvvisamente la sua attenzione.
Si alzò in piedi di scatto e fissò la villa. C’era ancora fermento, gli uomini correvano ancora avanti e indietro, ma c’era qualcosa di differente. Gli schiavi correvano tutti verso la loro baracca, mentre le guardie si stavano si dirigevano verso i cancelli. Guardò attentamente, ma non con gli occhi di un uomo, vedendo cose che gli umani non possono vedere.
La sua risata si trasformò in un possente ruggito.
– Stupidi! Stupidi sciocchi uomini presuntuosi! Pensate che i vostri talismani possano nascondervi alla mia vista? Credete che la vostra ridicola magia possa salvarvi dalla mia ira?
Iniziò a correre verso l’edificio principale. Passò accanto ad una macchia di cespugli di rose e lo superò, concentrato sul piccolo gruppo di umani che si agitava davanti a lui. Poteva distinguere tre figure che si stavano faticosamente aprendo la strada in mezzo ai suoi uomini, dirigendosi verso di lui.
– Sì, – mormorò, – Venite incontro al vostro destino!
Avanzò ancora. Alcune delle sue guardie erano cadute, alcuni non si sarebbero rialzati mai più. I due uomini e la donna combattevano come posseduti, con un’abilità straordinaria, ma poteva già sentire l’odore del sangue che sgorgava dalle ferite dei due uomini, mentre la donna sgusciava in mezzo alle lame delle guardie, colpendo con rapidità e precisione i suoi avversari.
– Ah, la Cohors Arcana mi onora di una nuova visita. – Ringhiò, mentre continuava ad avvicinarsi, – e mi porta un dono, che gentili! – Aggiunse, osservando la piccola donna dalla pelle scura. C’era qualcosa di affascinante nel suo aggraziato e letale modo di combattere. Un altro dei suoi uomini cadde sotto i colpi del barbaro dalla chioma rossa. Poco male, ne avrebbe trovati altri disposti a servirlo.
Il gruppo di combattenti era ormai a meno di cento metri da lui, l’odore inebriante del sangue e del dolore riempiva le sue narici, il lamento dei feriti era una dolce melodia.
Cinquanta metri. Quanto doveva essere doloroso il taglio nella gamba del più piccolo dei due guerrieri. Non era più in grado di avanzare e i tre Custodes si misero in cerchio, spalla contro spalla pronti ad affrontare l’ultimo assalto dei suoi servi, due di loro per ogni pretoriano. Bene, bravi, riconobbe la cosa oscura che abitava nel corpo di Marco Valerio. Solo due delle sue guardie non avevano ancora ricevuto ferite.
Trenta metri, era giunto il momento di divorare le anime dei due uomini e prendere un nuovo giocatolo dalla pelle scura.
Udì un sibilo quasi impercettibile alle sue spalle e due oggetti roventi gli si conficcarono nella schiena.
Marco Valerio Terenzio urlò. Un urlo disumano, assordante. Un urlo che nessuna gola umana avrebbe potuto produrre.
Le guardie e i tre Custodes interruppero il combattimento, schiacciati da quell’urlo, e si voltarono tutti a guardarlo.
Terenzio portò le mani dietro la schiena, cercando di capire cosa produceva quel dolore bianco, abbagliante, mentre davanti a lui danzavano mille luci.
Toccò le aste di due frecce, due frecce conficcate nella sua schiena. Provò ad estrarle con tutta la forza che aveva in corpo, ma non ci riuscì, eppure erano solo frecce, ma facevano troppo male, per essere solo frecce, troppo dolore, eppure lui non doveva, non poteva provare tutto quel dolore per due misere frecce, lui non era un debole umano.
Gridò ancora la sua rabbia e la sua impotenza. Le aste delle frecce bruciarono profondamente le carni delle sue mani.
Una terza freccia lo raggiunse in mezzo alle scapole, urlò ancora. Una quarta freccia, un altro ruggito rabbioso.
Erano solo frecce, metallo e legno! Perché provava tanto dolore?
Perché gli si stava annebbiando la vista? Perché improvvisamente era così difficile respirare?
Perché le sue braccia si erano fatte così pesanti? Perché le gambe tremavano e cedevano sotto il suo peso? Perché stava morendo?
Con le sue ultime forze si girò, mentre le gambe non erano più in grado di sorreggerlo e lui si accasciava a terra. Dietro di lui stavano uscendo da un cespuglio di rose altri due uomini. Uno era un ragazzo, alto, magro, si reggeva a fatica in piedi e si stava appoggiando stancamente a un arco. C’era qualcosa di strano, nel ragazzo. La sua figura tremolava, era come se ci fossero due corpi, sovrapposti, nello stesso punto. Ma questo non poteva essere visto con occhi umani. L’altro, dalla pelle scura e gli occhi decisi stava invece incoccando un’altra freccia.
Un altro schiocco, un altro sibilo, una nuova esplosione di dolore accecante in una spalla, un nuovo urlo di dolore assordante.
Aveva visto la freccia lasciare una scia luminosa mentre volava e ora che era conficcata nella sua carne emetteva un vago bagliore, ma anche queste erano cose che gli occhi di un semplice umano non potevano vedere.
Stava morendo, c’era solo una cosa che poteva fare.

Caio Valerio, Wulfgar e Giulia Placidia videro Aulete scagliare un’ultima freccia contro Marco Valerio. Il vecchio senatore lanciò un altro grido disumano e crollò a terra. I sei uomini della sua scorta che erano rimasti in piedi abbassarono leggermente la guardia, indecisi sul da farsi.
– Padre. – Mormorò Ecateo.
Il corpo del senatore ebbe un sussulto, un tremito. Scattò in piedi come un burattino i cui fili vengono tirati violentemente. Il suo corpo rimase rigido, in piedi. Lanciò un grido, un grido umano, stavolta, un grido di dolore e di liberazione.
Spalancò la bocca e gli occhi, come in un urlo silenzioso, e dalla sua bocca, dagli occhi e dalle narici, uscì un denso fumo nero, compatto, da cui filtravano piccoli lampi di luce rossastra.
Il fumo si coagulò in una massa umanoide a mezz’aria, sospeso sopra la testa di Terenzio. Quando anche l’ultima spira di fumo abbandonò il suo corpo, il vecchio ricadde pesantemente a terra. La massa scura acquistò una forma sempre più definita, fino a solidificarsi in una mostruosa parodia di Terenzio, con piccoli occhi rossi e malvagi, una larga bocca piena di zanne, il corpo massiccio e ingobbito, le braccia lunghe fino ai piedi che terminavano in mani artigliate.
La creatura, il demone, ruggì inferocita.
Le guardie ancora in piedi lasciarono cadere le armi e fuggirono verso la villa gridando in preda al terrore. Giulia, Wulfgar e Caio fecero ricorso a tutta la loro forza di volontà per non seguirli.
– Quale di voi mi nutrirà per primo? – Ringhiò il demone.
– Affronta me! – Risuonò una voce imperiosa alle sue spalle.
Il demone si voltò e scrutò Ecateo. – Sei coraggioso, piccolo uomo.
Ecateo ebbe un sussulto, il suo corpo fu percorso da uno spasmo.
Lasciò cadere l’arco a cui si appoggiava faticosamente e si piegò su se stesso, come se fosse stato colpito nello stomaco. Con un grugnito si raddrizzò nuovamente.
Fu avvolto da un tenue bagliore che delineava la sua magra figura. Il bagliore vibrò nell’aria e assunse una forma differente, mentre la figura dell’augure si trasformava e si sbiadiva e sotto la sua forma iniziava ad intravedersi un altro corpo, un altro volto. Con un ultimo sforzo, la figura di Flavio Valerio Lieto si sovrappose a quella del Custos e poi si separò da lui, abbandonando il suo corpo. Ecateo barcollò per un momento e poi crollò ai piedi dello spirito del giovane guerriero.
– Affronta me! – Ripeté Flavio.
– Stolto, piccolo, presuntuoso! – Ringhiò il demone. I due spettri si avvicinarono.
Aulete lasciò cadere il suo arco, ormai inutile, e si lanciò sul corpo del senatore. Con rapidità e precisione estrasse le frecce dalle ferite e trasse dalla sacca che aveva a tracolla degli unguenti e delle erbe, medicine rare e potenti custodite gelosamente nei forzieri della Coorte Arcana e utilizzate raramente, solo nei casi più importanti. Rivolse una rapida preghiera a Minerva perché lo assistesse in quel difficile compito, e iniziò a prestare le prime cure al senatore.

Caio, Wulfgar e Giulia erano come ipnotizzati, non riuscivano a staccare lo sguardo dall’incredibile battaglia a cui stavano assistendo. Il sole era completamente tramontato e le due figure spettrali erano l’unica fonte di luce.
Agli occhi degli uomini sembravano enormi, riempivano tutto il cielo. I loro movimenti sembravano rallentati, ogni colpo attraversava l’eternità prima di giungere a segno. Il demone rideva e provocava Flavio, urlandogli parole di scherno.
– Bravo, cucciolo fedele, combatti la tua inutile lotta. Verrai distrutto, morirai ancora in mio onore!
Valerio Lieto non rispondeva, ma continuava a lottare con tutte le forze che aveva, le sue e quelle che aveva sottratto all’augure.
– Debole ombra, come pensi di potermi sconfiggere! Sei l’ombra dell’ombra di un uomo!
– Dall’alba dei tempi mi nutro di anime come la tua! Nelle notti senza luna il mio nome viene pregato e invocato!
I Custodes non erano in grado di dire da quanto tempo andasse avanti lo scontro. Il loro mondo era riempito dalle due figure eteree, potevano udire solo la voce del demone e il rumore del gladio spettrale di Flavio che cozzava violentemente contro gli artigli del mostro.
Aulete cercava invece di concentrarsi solo sul suo compito, applicando medicamenti al corpo del senatore ferito e pregando la sua divinità tutelare.
Gli artigli e il gladio mordevano le carni dei due spettri, senza lasciare ferite o tracce visibili. Sui volti dei due combattenti era impossibile leggere qualsiasi emozione.
– Flavio…
La voce di Marco Valerio Terenzio era un gemito appena percepibile, coperto dal rumore dello scontro.
– Flavio… Figlio mio.
Il demone arretrò e un largo sorriso si aprì sul suo volto.
– Ah, grazie Custodes! Pensavo di dover rinunciare ad usare ancora le spoglie del vecchio! Per questo vi ucciderò con clemenza e…
La frase gli morì in gola. Flavio lo colpì con una forza e una velocità impossibili.
– Piccolo demone! – Ruggì Flavio. – Non capisci che sei morto? Le tre Signore della Vendetta combattono al mio fianco, io avrò giustizia!
I colpi di Flavio si abbatterono sul demone, possenti, imparabili. Ad ogni nuova ferita la creatura arretrava e urlava impotente.
– Figlio mio, aiutami. – Gemette debolmente Terenzio.
Un ultimo colpo si abbatté con forza sul demone. L’essere mostruoso riacquistò per un momento la sua orribile vera forma e aprì le fauci per un’ultima maledizione. Ma il suo tempo era finito e si dissolse in una silenziosa esplosione di luce nera.

Il primo a riprendere i sensi fu Wulfgar. Riversi accanto a lui c’erano Caio e Giulia, più distanti Aulete ed Ecateo. Accanto all’egiziano, Valerio Terenzio si era faticosamente messo a sedere. In piedi davanti a lui, quasi invisibile alle prime luci dell’alba, c’era lo spirito di suo figlio.
– Come puoi chiedermi di lasciarti andare? Sei la cosa più preziosa che ho!
– Padre mio. Il mio destino si è compiuto, le Parche hanno filato e teso e poi reciso il filo della mia vita. Io non appartengo più a questo mondo.
– Cosa posso fare?
– Puoi piangere, perché è giusto piangere i morti. Poi asciugherai le lacrime e vivrai la tua vita, ricordando che tuo figlio ti ama.
– Addio figlio mio.
– Addio padre.
Lo spirito di Flavio Valerio tremolò nell’aria rosata dell’alba e poi sparì. Suo padre singhiozzò sommessamente.

Il giorno successivo, al tramonto, Marco Valerio e sua moglie si tenevano per mano, all’ombra del tumulo di famiglia.
La bassa costruzione e gli alberi che la circondavano erano decorati con ghirlande di fiori. L’odore dell’incenso e del miele si mischiavano nell’aria della calda serata, la prima senza pioggia dopo tanto tempo. La radura risuonava dei richiami allegri degli animali della foresta e delle formule della festa funebre.
Le cerimonie per garantire la pace e il riposo eterno erano andate avanti per tutta la giornata e stavano volgendo al termine. Erano stati offerti i doni e i sacrifici e Aulete, che officiava le cerimonie, aveva chiamato tre volte ad alta voce il nome del defunto.
Gli altri quattro Custodes avevano partecipato tenendosi in disparte, lontani dai parenti di Flavio Valerio. Le loro ferite fisiche e spirituali guarivano rapidamente.
– E’ incredibile che un sentimento puro come l’amore di un padre per il figlio possa causare tutto questo dolore. – Disse Giulia. – Ed e’ anche molto triste.
– Sì, – le rispose Caio, – Ma l’amore di un figlio per il padre ha rimesso tutto a posto, per cui direi che tutto torna. Non trovi anche tu, Wulfgar?
– Sì, – rispose il barbaro, – Penso di sì. Sicuramente dimostra la saggezza dei miei avi, che ci hanno insegnato di lasciare in pace i morti.
Ecateo ridacchiò a bassa voce.
– Non sei d’accordo? – Gli chiese il guerriero.
– Oh, sì, i tuoi avi avevano ragione da vendere. In effetti, penso che in questa storia ci sia più di un insegnamento.
– Ad esempio? – Domandò Giulia.
– Beh, – sorrise l’augure dietro il suo ciuffo di capelli, – Penso che ognuno potrà trovare facilmente quello che preferisce.

Racconto: Dialoghi tra Don Chisciotte, Sancho Panza e un Controllore della Realtà

– Anche oggi? – Chiese Sancho.
– Anche oggi. – Rispose Chisciotte.
Il vento spazzava le terre brulle, sembrava quasi che ululasse i loro nomi.
I mulini iniziarono a delinearsi all’orizzonte, Chisciotte si aggiustò il catino in testa. – E andiamo un’altra volta.
– Mi perdoni vossignoria.
– Sì, Sancho?
– Ecco, io sono ignorante e non conosco troppo le cose, ma mi chiedevo… Ecco… Insomma chi ce lo fa fare?
– Cosa?
– Tutto questo: ripetere eternamente tutti i giorni lo stesso giorno.
– Ma noi non ripetiamo tutti i giorni lo stesso giorno, ieri abbiamo ripetuto ieri, oggi ripetiamo oggi e domani ripeteremo domani, è questo che facciamo tutti i giorni.
– Quello che intendevo dire è che ieri abbiamo cavalcato fin qui, voi avete visto il mulino, avete urlato ‘Un gigante’, lo avete caricato e siete stato colpito dalla pala. E questo è successo anche l’altro ieri e il giorno ancora prima e sta per succedere anche ora, non negatelo.
– Ma quello non era ieri o ieri l’altro, era… Beh oggi, ma prima.
– E’ quello che dico io, continuiamo a rivivere sempre la stessa storia, mai un cambiamento.
– Noi non viviamo una storia, viviamo una vita.
– Chiamatela come vi pare, sempre ciclica rimane, e il saperlo non migliora le cose.
– Ora smetti di blaterare! – Sbuffò Chisciotte. – C’è un gigante da abbattere e chiudiamo qui il discorso.
Per quanto l’idea di essere colpito ancora da quella pala…
– Non che voglia affrontare ancora la questione, però devo dire che i tuoi argomenti possono essere interessanti…
Da quella grossa, pesante pala…
Chisciotte scese da cavallo.
– E sicuramente non è da cavaliere lasciare a metà una questione. Dicevi che viviamo in maniera ciclica.
– Esattamente, mio signore, e la cosa non mi garba. Vedete…
COSA STATE FACENDO VOI DUE?
Un essere dalla forma umanoide, avvolto in una tunica si materializzò alle loro spalle. La cosa non li stupì affatto. Di questo furono stupiti.
– E tu che demoniaca creatura dovresti essere? – Chiese Chisciotte.
NON SONO UNA CREATURA DEMONIACA, SONO UN CONTROLLORE DELLA REALTA’.
– E cosa controlleresti?
LA REALTA’!
– Più precisamente…
IL MIO COMPITO E’ EVITARE CHE SI CREINO FRATTURE NEL CONTINUUM DEL MULTIVERSO.
– Cosa vuoi da noi?- Chiese Sancho.
VOI STATE RISCHIANDO DI CREARE UN FRATTURA NEL…
– Sì, sì, ma come?
RIFIUTANDOVI DI FARE CIO’ CHE E’ STABILITO CHE FACCIATE.
– E’ già stabilito ciò che dobbiamo fare?
IN OGNI PIU’ PICCOLO PARTICOLARE.
– E il libero arbitrio?
Il controllore parve preso in contropiede.
CHE VE NE FATE?
– Come che ve ne fate? E’ il fondamento della libertà! Ecco cosa ce ne facciamo!
E’ CIO’ CHE ADDUCETE A FONDAMENTO DELLA LIBERTA’.
– E’ quello che ho detto!
NO, VOI PARLATE IN TERMINI SOGGETTIVI, IO PARLO IN TERMINI ASSOLUTI.
– E questo che vuol dire?
CHE DOVETE CARICARE IL MULINO.
– L’ho già fatto ieri.
NON ERA IERI, ERA OGGI… PRIMA.
– Non ha senso!
– Mi scusi vossignoria, ma è quello che avevate detto voi prima.
– Ieri?
– No, oggi, prima di apprestarsi a caricare il mu… Il gigante.
– Sancho non mi interrompere!
SE NON CARICATE IL MULINO SI PRODURRA’ UNA FRATTURA NEL CONTINUUM SPAZIO-TEMPORALE E LA REALTA’ SI RIAGGIUSTERA’ DI CONSEGUENZA.
– E ciò è male? – Chiese Sancho
E’ DISASTROSO
– Ma – interruppe Chisciotte – Se ho già caricato il gigante, prima, ieri o quando è stato, siamo a posto, è inutile rifarlo.
FORSE NON CI SIAMO CAPITI, LASCIATE CHE VI SPIEGHI.
Il controllore raccolse un ramo e tracciò una linea per terra.
IMMAGINATE CHE QUESTA LINEA RAPPRESENTI IL PERCORSO DEL TEMPO, DI LA’ C’E’ IL PASSATO E DI LA’ SI VA VERSO IL FUTURO. EBBENE IL TEMPO SCORRE LUNGO QUESTA LINEA, CHE POSSIAMO CHIAMARE STORIA, ALLA VELOCITA’, APPROSSIMATA, DI UN SECONDO AL SECONDO. RAGIONANDO IN TERMINI ASSOLUTI NATURALMENTE. IN TERMINI SOGGETTIVI LA VELOCITA’ VARIA.
ORA, SE LUNGO IL PERCORSO SI VERIFICA UN’INTERRUZIONE, COSA PENSATE CHE SUCCEDA?
– Il tempo si ferma? Azzardò Sancho
EH? NO! NO! Maledizione, pensò il controllore, il contadino c’era arrivato. NO, INTERRUZIONE E’ UN TERMINE TECNICO CHE USIAMO NOI PER INDICARE UN EVENTO DIVERSO DA CIO’ CHE E’ STABILITO, mentì, UN INTERRUZIONE PROVOCA UN CAMBIO DI BINARIO SE MI PERDONATE L’ESPRESSIONE.
Gliela perdonarono, del resto non sapevano cosa fosse un binario.
– E che effetti provoca un cambio di…
DI BINARIO?
– Sì.
ECCO, SE AD ESEMPIO L’INTERRUZIONE AVVENISSE QUI, Puntò il ramo sulla linea, SUCCEDEREBBE QUESTO. Tracciò una linea che partiva da dove aveva poggiato il ramo e diventava parallela alla prima. COSI’ SI AVREBBE UNA NUOVA LINEA TEMPORALE.
– E chi se ne accorgerebbe?
SCUSI?
– Voglio dire… se si avesse un’interruzione e una nuova linea immagino che la memoria del passato degli uomini verrebbe cambiata anch’essa, giusto?
SI’, MA…
– E allora chi se ne accorgerebbe?
MA…
– E poi se lei ha rappresentato la storia come una linea devo dedurre che la storia stessa, e quindi il tempo, siano lineari, quindi gli eventi non si ripetono, quindi non c’è necessita che io carichi il mul… Il gigante.
INNANZITUTTO NON E’ DETTO CHE LA NUOVA LINEA TEMPORALE DEBBA SVILUPPARSI PARALLELAMENTE ALLA VECCHIA, POTREBBE ALLONTANARSENE CON QUALSIASI ANGOLAZIONE. E’ ANZI MOLTO PROBABILE CHE LA NUOVA LINEA O UN’ALTRA CHE SI DIPANI DALLA NUOVA O UN’ALTRA ANCORA INTERSECHINO QUELLA ORIGINARIA COSI’, – disegnò una linea spezzata circolare che intersecava la prima linea – CREANDO UN CIRCOLO TEMPORALE E RENDENDO IL TEMPO CICLICO. UNA SPECIE DI CIRCOLO VIZIOSO DI EVENTI CHE SI RIPETONO IN CONTINUAZIONE FINCHE’ NON SI INTERROMPE IL CICLO O NON C’E’ UN INTERVENTO ESTERNO CHE SBLOCCA LA SITUAZIONE, E QUANDO DICO CICLICO LO INTENDO IN SENSO ASSOLUTO…
– Quindi normalmente il tempo è lineare.- Interruppe Sancho.
SECONDO LA VOSTRA PERCEZIONE SOGGETTIVA NORMALMENTE SI’. QUESTO CI PORTA ALLA SECONDA PARTE DELLA QUESTIONE: VOI CONTINUATE A PENSARE IN TERMINI SOGGETTIVI, PERCEPITE IL TEMPO UNICAMENTE NELLA DIMENSIONE PRESENTE. PER QUANTO RIGUARDA PASSATO E FUTURO DOVETE RICORRERE ALLA MEMORIA E ALLA FANTASIA. NON PENSATE CHE CI POSSANO ESSERE ENTITA’ CHE PERCEPISCONO INTERAMENTE E ISTANTANEAMENTE L’INTERO ASSE TEMPORALE. PERCHE’ QUESTE ENTITA’ POSSANO PERCEPIRE IL TEMPO E’ NECESSARIO CHE MENTRE GLI EVENTI FUTURI DIVENTANO PRESENTE IL PASSATO SI RINNOVI CONTINUAMENTE IN MODO TALE CHE LORO PERCEPISCANO IL TUTTO COME UNITA’.
MENTRE VOI DITE “RICORDO IL PASSATO” O “IMMAGINO IL FUTURO” LORO DIREBBERO “RICORDO
QUANDO TUTTO QUESTO SUCCEDERA’ ANCORA”.
– Stiamo parlando di Dio? – Chiese Chisciotte sospettoso.
NON PER FORZA DI UN DIO.
– Dunque esistono più divinità!
Chisciotte pareva sconvolto, aveva sempre trovato più che sufficiente un solo dio. A volte, più che sufficiente, ingombrante.
PER CIO’ CHE RIGUARDA VOI UMANI ESISTE CIO’ CHE VOI CREDETE CHE ESISTA, QUESTIONE DI CONVINZIONE COLLETTIVA E DI INFLUENZA DELLA VOLONTA’ SULLO SPIRITO NATURALE.
COMUNQUE NON HO DETTO CHE STIAMO PARLANDO DI DIVINITA’ O ANCHE SOLO DI ESSERI ESISTENTI, HO SOLO DETTO CHE IL TEMPO E’ COSI’ COM’E’ PERCHE’ SE CI FOSSERO ESSERI TALI POTREBBERO PERCEPIRLO.
– Stai dicendo che il tempo è organizzato in maniera tale da soddisfare le esigenze di esseri che non è detto che esistano?
ESATTO.
– Non ha senso.
SI’ INVECE, COSI’ SE SCOPRISSIMO CHE ESISTONO O SE VENISSERO AD ESISTENZA SAREMMO GIA’ PRONTI. LO CHIAMIAMO GIOCARE D’ANTICIPO. E’ L’UNICO MODO PER AVERE UN MULTIVERSO BEN ORGANIZZATO, O QUANTO MENO CAOTICO IN MODO COERENTE. DI PIU’ NON POSSO DIRVI.
Soprattutto la parte sulla stasi universale, pensò, quella è sempre meglio passarla sotto silenzio.
– Ricapitolando dici che se il padrone non caricasse quel mulino si creerebbe un’altra linea temporale che potrebbe portare alla formazione di un circolo temporale.
ESATTO, INOLTRE NEL PUNTO DI INTERFERENZA SI CREEREBBE UNO STRAPPO NEL TESSUTO DELLA REALTA’ CHE LA REALTA’ STESSA PROCEDEREBBE A RIAGGIUSTARE.
– Con effetti?
IMPREVEDIBILI
– Oh!
GUERRE IN MENO, TERREMOTI IN PIU’, PERSONE CHE NON NASCONO O NON SI ACCORGONO DI MORIRE… QUALSIASI COSA.
– Dunque per evitare tutto questo lei consiglia…
DI CARICARE IL MULINO.
– Ma io non voglio farlo.
OH INSOMMA, HA VOLUTO FARE IL CAVALIERE ERRANTE E ORA NE PAGHI LE CONSEGUENZE.
– Non l’ho fatto mica di mia volontà!
COME NO?
– L’ha detto lei, tutto già predeterminato, mi è stato imposto.
NO. LA PRIMA VOLTA L’HA DECISO LEI LIBERAMENTE. ORA STIAMO SOLO RINNOVANDO GLI EVENTI. ORA NON HA SCELTA, PRIMA L’AVEVA.
– Io voglio riscegliere ora.
NON SI PUO’.
– Scusate…
– Chi lo dice?
LA LOGICA DELLE COSE. NON SI PUO’ CAMBIARE IL PASSATO!
– Ma questo è il presente!
– Scusate…
IN SENSO SOGGETTIVO, NON ASSOLUTO.
– Scusate…
CHE C’E’!?! Urlarono in coro Chisciotte e il controllore.
– Ecco, – cominciò Sancho – Se, come ha detto lui, per gli uomini esiste ciò che credono che esista basta che noi diciamo in giro che voi avete caricato il mulino, la gente ci crede quindi l’evento esiste. La convinzione collettiva.
Il controllore irradiava panico allo stato più puro: il contadino aveva capito tutto.
EHI! MICA POTETE FARLO!
– Perché no? Pensi alle religioni: molti ci credono perché l’hanno letto in un libro o perché gli hanno detto che è così. A proposito di libri, quel vostro amico scrittore, Miguel nonricordocosa, è bravo, gli raccontiamo la storia, lui la scrive e noi siamo a posto. Potremmo anche guadagnarci qualcosa.
MA STAI SCHERZANDO?
– Sai Sancho, potrebbe essere un’idea. – Disse Chisciotte lisciandosi la barba.
NON FATEVI VENIRE CERTE IDEE. DOVETE VIVERE LA VOSTRA VITA COSI’ COME L’AVETE VISSUTA, SENZA CAMBIARE NULLA.
– Senti mucchio di stracci, hai mai preso una di quelle sui denti? – Disse Chisciotte indicando le pale del mulino.
NO, IO USO ALTRI METODI PER FAR COLPO SULLE CONTADINE.
Ripresero ad urlare e mentre il controllore cercava di spingere Chisciotte in groppa a Ronzinante, Sancho pensava.
– Scusi signor controllore.
Il controllore lasciò la barba di Chisciotte che gli tirò un calcio dove dovevano esserci le gambe. Non c’erano.
COSA? Rispose brusco.
– Non potrebbero aver fatto tutti così?
COSI’ COME?
– Aver raccontato una storia.
EH?
– O essere il frutto della fantasia di qualcuno.
Alle spalle di Sancho l’aria iniziò a tremare e luccicare.
La frattura.
– Intendo dire, se la percezione degli uomini è strettamente soggettiva e in più esiste ciò in cui credono, allora potremmo ipotizzare che ogni uomo crea la propria realtà o, il che è lo stesso, vede la realtà in una sua maniera diversa da quella di tutti gli altri.
Il controllore parlò molto lentamente.
ADESSO, TU NON HAI IDEA DI QUELLO CHE PUOI COMBINARE, IO SI’, PER CUI TI PREGO DI FARE SILENZIO.
– Ma se ciascuno vede la realtà in modo diverso dagli altri, come ti spieghi che gli uomini vedono le stesse cose, si capiscono quando parlano… – Chiese Chisciotte, che però iniziava ad intuire la risposta.
Li uccido tutti e due, pensò il controllore, questo non risolverebbe il problema, ma vuoi mettere la soddisfazione?
– Ecco, secondo me, – riprese Sancho, guardandosi intorno – Ecco, vedete la porta del mulino?
– Naturalmente.
– Di che colore è?
– Marrone.
– Ecco, diciamo che invece è verde, però a quel colore avete sempre associato il nome marrone, magari perché siete daltonico o qualcosa del genere. Quando, fin da piccolo vi mostravano qualche cosa marrone, dicendovi che era marrone voi, che la vedevate verde, dicevate ‘sì, è marrone’, perché il marrone voi lo vedete verde ma lo chiamate marrone, perché non sapete che in realtà lo vedete di colore diverso da chi ve lo mostra. E’ un esempio piuttosto semplicistico, ma è facile generalizzare.
Al controllore stava venendo un forte mal di testa, Chisciotte aveva capito.
– Quindi gli uomini possono chiamare cose che vedono diverse con lo stesso nome e capirsi lo stesso, perché non sanno di vederle diverse.
– Secondo me è così.
– Ma se fosse così per l’uomo non cambierebbe nulla, non si renderebbe mai conto realmente della soggettività della percezione, potrebbe accettare o meno questa teoria, ma non verificarla.
Il controllore inviò un messaggio al suo superiore: ‘Ho qui due che stanno per scoprire il fondamento del multiverso, che faccio? Ah, va bene.’
Intanto il tremolio nell’aria pareva essersi fermato. Un gabbiano lanciò un urlo acuto.
– Io credo che delle prove siano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, guardate il cielo, la dove si unisce al mare, secondo me quel colore è grigio, per altri è azzurro chiaro. Donne che io trovo appena passabili per altri sono splendide. Partendo da esempi del genere e generalizzando si può avere una prima conferma della soggettività della realtà. – Fece una pausa, aggrottò le sopracciglia. – Mi chiedo se non possiamo arrivare ad affermare che la percezione sia talmente soggettiva da escludere l’interazione.
– Cosa intendi dire?
Il controllore si mosse indietro di qualche passo. Che cavolo di consiglio, pensò sconsolato.
– Intendo dire che potremmo ipotizzare il fatto che i nostri rapporti con gli altri, ma potremmo dire la nostra vita in generale, non siano altro che un frutto della nostra mente, che crediamo di fare, vedere, parlare, sentire, ma in realtà è solo un’illusione. O il frutto della fantasia di uno scrittore. Il che è lo stesso, se vogliamo.
– Ma poiché gli uomini percepiscono la realtà in modo soggettivo, ma la descrivono con un linguaggio comune non saranno mai in grado di rendersi conto di tutto questo. Per loro non cambia nulla.
Ci siamo, pensò il controllore, che modo fesso di morire.
Il tremolio nell’aria sparì. Un osservatore attento avrebbe detto che il cielo si stava striando di viola. I mulini e il mare parvero improvvisamente più vicini e i richiami dei gabbiani sembravano durare all’infinito o spegnersi prima ancora di essere lanciati. Un arbusto di kiwi fiorì lì vicino.
Sancho rifletté per un attimo, poi rispose: – Secondo me dal punto di vista dei singoli… – Ragionando in termini soggettivi, mormorò il controllore chiudendo gli occhi, – Non cambia nulla in effetti, ma se ci spostiamo in un’ottica più generale, superiore, – ragionando in termini assoluti, mormorò il controllore tappandosi le orecchie con le mani, – Cambia tutto.
– E cosa vuol dire tutto ciò?
Eccolo che arriva eccolo che arriva eccolo che arriva, grugnì il controllore rannicchiandosi.
Un fulmine silenzioso partì dalla scogliera, che ora era lontanissima, attraversò una nuvola vaporizzandola e si perse nello spazio. L’arbusto di kiwi guardava la scena incuriosito.
– Proprio non saprei.
All’inizio non successe nulla, poi, all’improvviso, continuò a non succedere nulla.
– Si sente bene?
EH?
– Ho chiesto se si sente bene.
COSA SUCCEDE?
– Nulla credo, perché?
Il controllore aprì un occhio, poi un altro, poi un altro. Tolse le mani dalle orecchie e si alzò in piedi.
NON C’ERA UN KIWI QUI?
– Può essere, cos’è un kiwi?
Il controllore si guardò intorno con circospezione, poi lanciò l’equivalente quadrimensionale di un urlo di gioia.
Quindi si ricompose. Chisciotte e Sancho si scambiarono un’occhiata perplessa.
– E’ sicuro di stare bene?
EH? OH, SI’ SI’ STO BENISSIMO… SI’, SI’, MAI STATO MEGLIO, SI’.
Essere stato ad un passo da un collasso dimensionale ed essersela cavata per il rotto della cuffia lo rendeva piuttosto euforico. Chiudi gli occhi e tappati le orecchie, eh? Lo avrebbe dato lui un consiglio al suo superiore, oh si! Aspetta che torno e vedrai. Ma prima…
VI VA UNA BIRRA?
– Certo!
– Buono un attimo Sancho, come la mettiamo con il gigante?
IL GIG… AH, IL MULINO SI… CHISSENE FREGA, LASCIATELO LI’, MICA VI HA FATTO DEL MALE… OGGI.
– E tutte le storie sulle fratture del continuum se non lo carico?
E TUTTE LE STORIE SULLA LIBERTA’ DI SCELTA? VOI UOMINI AVRESTE MOLTI PROBLEMI IN MENO SE AGISTE INVECE DI FRIGNARE. E COMUNQUE NON SONO IO CHE MI PRENDO LA PALATA IN FACCIA. POI FATE COME VOLETE.
L’ultimo argomento era convincente.
– Conosco una buona locanda in un paese qui vicino. Ottima birra e cameriere formose.
PERFETTO! Esclamò il controllore trasformando un kiwi che non aveva ragione di essere lì in un cavallo.
Il vento spazzava le terre brulle, sembrava quasi che ululasse i loro nomi.
Cavalcavano verso il tramonto cantando stupide canzoni da osteria.
Sancho disse: – Ma se noi fossimo veramente il frutto della fantasia di uno scrittore e vivessimo soltanto quando la nostra storia viene letta?
Il controllore lo colpì con un grosso randello.
– Ma… Ma… – Balbettò Chisciotte.
GLI OFFRIRO’ UNA BIRRA E MI PERDONERA’. FORSE QUANDO SI RIPRENDERA’ GLI SPIEGHERO’ PERCHE’ L’HO FATTO, COSI’ SARA’ LUI AD OFFRIRLA A ME.
CHE RAZZA DI GIORNATA. UN PAZZO E UN IGNORANTE HANNO FATTO PIU’ DANNI ALLA REALTA’ IN UN’ORA DI QUANTI NE ABBIANO FATTI FILOSOFI E PREDICATORI IN INNUMEREVOLI ETERNITA’.
– Beh! Ti abbiamo fatto vivere una giornata emozionante, quando ti ricapita un’avventura come questa?
TUTTI I GIORNI.

FINE (o meglio: ideale punto di separazione tra una serie di eventi e altri eventi intimamente, anche se non evidentemente, legati ai primi.)

Racconto: Caduta e Rinascita

Rapito da vorticosi pensieri
Vedo la vita scivolare nell’ombra.
Domande senza risposta turbano i miei giorni
E io sono il mistero più grande.
E i giorni volano via,
Come cavalli selvaggi corrono via.
E io non posso spiegare le mie ali per inseguirli
Poiché le ho perse in un tempo remoto.
Dentro di me il demone urla,
Incatenato nell’ombra da catene che lui stesso ha forgiato,
Intrappolato ad un passo dalla luce.
Non osa guardarsi allo specchio
Perché vede l’immagine del suo persecutore.

CADUTA 1

Guardo il sole sorgere dietro la basilica e di nuovo assaporo i ricordi ritrovati. I dubbi sono spariti con le tenebre e sono certo che le immagini che ho visto questa notte non sono un sogno, ma memorie di ciò che ero, accompagnate dalla consapevolezza di ciò che sono diventato.

Chiudo gli occhi e sento. Sento la brezza che mi accarezza il viso e fa scendere brividi piacevoli lungo la schiena. Sento il calore del sole farsi sempre più forte sulla mia pelle. Sento due rondini che si chiamano e si inseguono nell’aria rosa dell’alba. Riapro gli occhi e le vedo, volano alte, sembrano zigzagare tra i raggi di sole che perforano le nubi. Seno le lacrime rigarmi il viso.

Ricordi.
Ricordi di quando anche io avevo le ali.
Ricordi di quando ero un angelo.
Eoni fa.
Ero uno degli araldi di Dio, volavo in un universo ancora giovane ed ero i Suoi occhi, le Sue orecchie, la Sua voce, la Sua mano.
Ero libero.
Vivevo nella luce.
Poi…

Ricordo il dubbio che si insinua, le parole dette a bassa voce e le occhiate complici, sperando che Lui non se ne accorgesse, ricordo i primi incontri segreti, le discussioni, le idee di tradimento e vera libertà.
E ricordo il discorso di Lucifero.
Era il più bello, il più potente e nella luce della Sala Maggiore sembrava un vero Dio. Le sue parole erano un fiume travolgente di verità, libertà, luce. Non era possibile non lasciarsi convincere.
Io ero accanto a lui, il suo braccio destro. Quel discorso lo avevamo preparato insieme.
Così decidemmo di ribellarci a Dio.
Per milioni di anni infuriò la guerra. Non c’era momento in cui le nostre spade fiammeggianti non si incrociassero. Il giorno era oscurato dal fumo e dalla cenere, la notte era illuminata dalle fiamme e dai fulmini.
Poi scoprii l’inganno.
Lucifero aveva mascherato i suoi disegni di potenza e dominio con le mie parole di libertà e uguaglianza.
La rabbia mi fece capire per la prima volta la distinzione tra essere ed essere vivo.
Io e altri lasciammo le schiere dei ribelli, ma non potevamo, non volevamo tornare a essere pedine di Dio. Avevamo assaggiato la libertà, non potevamo più rinunciarvi.
Iniziammo a combattere Satana, ma dovevamo difenderci anche dagli angeli.
Alla fine vinse Dio.
La sua vendetta fu tremenda.
Precipitò i ribelli di Satana nelle viscere della Terra e li mutò in maniera orribile. Divennero diavoli.
Con noi non fu così clemente.
Ci privò dei nostri poteri, delle nostre ali e della memoria. Ci disperse sulla Terra, nel tempo e nello spazio, incatenati nelle tenebre, bramosi della luce, intrappolati tra Inferno e Paradiso. E con una maledizione. La solitudine. Non ci furono concessi l’amore e l’amicizia degli uomini. Per quanto ci potessimo sforzare, per quanto ci potessimo avvicinare, alla fine saremmo stati sempre soli. Vagamente consci del fatto che fosse una condanna, ma senza averne mai la certezza, perché privati del passato.
Ricordai che scrissi, tempo fa alla nascita di un amore, una poesia:

Scendete nelle strade voi che vi amate
Ballate nelle piazze.
Ho bisogno di vedervi,
Come il prigioniero nella torre
Guarda gli uccelli volare.
E per ogni vostro bacio verserò due lacrime
Una di dolore per ciò che mi manca
Una di gioia per ciò che avete.
Due lacrime per l’amore.
E tu, tu che hai la chiave della torre,
Vieni.
Liberami.
Amami.
E sarai libera anche tu.
Voleremo insieme
Sopra la nebbia
Oltre le nubi
Verso le stelle.
Danzeremo su una luna d’argento
Danzeremo sulle rovine della torre
Danzeremo sorretti dal vento.

Poche settimane dopo aggiunsi una strofa:

La fredda pietra sottrae calore al mio corpo.
Una farfalla muore fiammeggiando nella luce della mia candela.
Attraverso una feritoia vedo le nubi coprire le stelle.
La porta é ancora sprangata.
Gli uccelli sono volati lontano,
E tu con loro.

Non sono un angelo, ma neanche un diavolo. Prima di condannarci Dio ci chiamò demoni.

Sopra di me altri uccelli salutano l’alba, il loro cinguettio soffocato dal rumore delle auto. Anche la città saluta il sole.
Quella notte avevo recuperato la memoria, sapevo chi sono, cosa avevo fatto.
Cosa avrei dovuto fare?
Ci sono ancora delle zone d’ombra. Quando ero un angelo potevo vedere il tempo nella sua interezza, quello che gli uomini chiamano passato, presente e futuro erano contemporaneamente sotto i miei occhi.
C’è qualcosa. Un evento di fondamentale importanza che stava per accadere, ma io non lo ricordo.
Stringo le palpebre e fisso il sole. Il mondo è pieno di previsioni e profezie, basta distinguere quelle vere dalle fasulle e interpretarle e saprò cosa sta per accadere.
Ma prima devo trovare gli altri demoni che si sono incarnati nel mio stesso tempo.
Insieme avevamo combattuto contro Dio e contro Lucifero. Insieme combatteremo ancora. I nostri ideali sono immortali.
Tento un’ultima volta di muovere muscoli della schiena che non ho più. Inchiodato a terra, mi volto e mi incammino verso casa, accompagnato da un brutto presentimento.
L’ultimo mi aveva annunciato la fine di un amore, questo mi fa quasi più paura.

CADUTA 2

Sfreccio attraverso le nubi che dividono il Regno dal mondo degli uomini. Per un attimo il sole indora le mie ali e mi immagino come una freccia di luce che attraversa lo spazio. Sotto di me, una ferita nel bianco – oro della Città, c’è il nero cratere che una volta era la Sala Maggiore, lasciato lì dal Signore come monito per chi gli si volesse ribellare nuovamente.

La Sala Maggiore, il luogo in cui ebbe inizio la rivolta di Satana e in cui si svolse la battaglia che ne sancì la fine. Poco distante c’è la collina su cui il braccio destro di Satana affrontò e uccise Daniele, il campione del Signore.
Che giorno incredibile fu quello: il più nobile e valente degli arcangeli sconfitto da un semplice angelo.
Non tanto semplice in verità se dopo essere stato consigliere di Satana lo ha abbandonato una volta scoperto l’inganno e con pochi seguaci è riuscito a tenere testa a lui e a noi.
Forse il Signore temeva che potesse divenire un nuovo Satana e cercasse anche lui di detronizzarlo, per questo avrà deciso di condannare lui e i suoi a vivere come demoni tra gli umani.

Un brivido mi corre lungo la schiena, una condanna veramente terribile la solitudine, considerato anche il fatto che se non fosse stato per il loro aiuto le forze di Satana alla fine ci avrebbero sopraffatto. Comunque non sta ad un angelo valutare il disegno divino.
Passo troppo tempo con gli umani appena trapassati, sto venendo influenzato dalla loro maniera di percepire gli eventi come passati, presenti e futuri.
Dal momento della vittoria non è passato neppure un attimo: qui il tempo non esiste.
Mentre plano verso il Palazzo non posso fare a meno di chiedermi come finirà questa volta, le linee temporali sono troppo confuse per poter vedere l’evento chiaramente.
L’unica certezza é che difendere la pace e l’armonia del creato sarà il nostro scopo.

CADUTA 3

Il sentiero è stretto e scivoloso e a strapiombo su uno dei Pozzi, ma io scendo velocemente aiutandomi con gli artigli delle mani e dei piedi.
Trasformando i nostri corpi pensava di punirci, invece ci ha dato grandi vantaggi.
La mia forma oscura e imponente si riflette per un istante negli occhi di un dannato incatenato. Contrae la faccia in una smorfia e si prepara per il dolore, ma oggi non sono venuto per lui.
Raggiungo la Voragine, è già piena e lui ha appena iniziato a parlare.
E’ come la prima volta, le sue parole ci inebriano, la sua voce ci droga. Le fiamme lo ammantano con un alone di potenza e le sue ali ci circondano nell’abbraccio del padrone.
Mentre parla non usa le esche che aveva usato l’altra volta per irretire quanti più angeli poteva, noi siamo i suoi fedeli, i suoi adoratori, con noi parla chiaro. Parla di potere, parla di dominio, parla di conoscenza, parla di nuove anime con cui banchettare.
Parla di vendetta.
Lui è Lucifero e condurrà noi diavoli alla vittoria.

RINASCITA

La terra si apre e da essa si riversano fuori come una nera marea i diavoli. Gli artigli e le zanne splendono e chiedono sangue e vendetta.
Il cielo si squarcia e da esso calano come una meteora infuocata gli angeli. Le spade e le ali fiammeggianti promettono giustizia e punizione.
Dalle ombre scivolano fuori i demoni, l’inganno ancora brucia nei loro petti, ma anche la punizione sofferta chiede un riscatto. Si voltano verso il loro condottiero. Dice una sola parola: – Diavoli.
E la battaglia comincia.

Dura tre giorni e due notti e vien combattuta su tutta la Terra.
Alcuni uomini avevano letto le profezie e fecero quanto vi era prescritto, salvandosi. Gli altri morirono.
Poi la battaglia finisce.

Sulle rovine della casa di un amore perduto vi sono un diavolo agonizzante, un angelo e un demone. Il demone guarda il paesaggio un tempo familiare, ora completamente devastato. I palazzi non ci sono più, le villette sono un cumulo di macerie. Il prato incolto ora è un cratere fluorescente e del campetto da calcio rimangono quattro tizzoni in ricordo delle porte.
Tutto è distrutto. Su tutta la Terra.

Parla il diavolo: – Abbiamo cercato la vendetta e il potere con ogni mezzo, subdolo o scoperto, che siamo riusciti ad architettare. Forse oggi abbiamo fallito, o forse abbiamo portato a termine l’inganno più perfetto.

Parla l’angelo: – E’ stata una lotta terribile che ha portato lutti e distruzione, ma, infine, per gli eletti che sono sopravvissuti, si prospetta una vita di pace e armonia nella luce del Signore.

Lacrime scendono sul viso del demone, si mischiano al sangue delle ferite e cadono a terra.
Qui c’era la sua camera, doveva essere qui quando è crollato tutto. L’ho avvertita, ma non potevo dirle tutta la verità, non mi avrebbe creduto, almeno credo. La mia indecisione mi causa sempre dolore.

Parla il demone: – Ma non vedete cosa abbiamo fatto? Che devastazione abbiamo portato? Abbiamo combattuto nel nome di grandi ideali dimenticando i piccoli uomini. Cosa sono pace, vendetta, libertà, potere, verità, armonia, uguaglianza, se non vuote parole senza gli uomini che le rendono vive? Per perseguire i nostri egoistici progetti per il genere umano abbiamo schiacciato gli uomini, abbiamo dimenticato di dover servire ogni singolo essere vivente, non imponendogli i nostri sogni, ma aiutandolo a realizzare i propri.
– Dovevamo confortarli nel dolore e abbiamo distrutto le loro vite.
– Dovevamo condividere le loro gioie e li abbiamo annientati con la nostra vittoria…
Non riesce a proseguire, si accascia a terra singhiozzando sommessamente.

Parla di nuovo il diavolo: – Siamo sconfitti. – Dice, poi muore.

Poi parla Dio.

Ma noi non sappiamo cosa disse perché il demone, che mi ha raccontato questa storia, non lo ascolta.
Le parole di Dio erano per gli uomini e per gli angeli, non lo riguardano. E comunque non lo interessano.
Si allontana trascinandosi dietro la sua spada fiammeggiante.
Una spada fiammeggiante, pensa guardandola, l’arma di un angelo.
Per un momento è tentato di lasciarla lì, una specie di lapide. Ma poteva ancora essere utile.
Si dirige verso un cumulo di macerie, dove si stanno riunendo altri demoni. Prova a raddrizzare le spalle. Non ci riesce, e in realtà non si sforza neppure più di tanto.

Dio finisce di parlare e l’angelo si volta. Il demone è appoggiato a quello che rimane di un muro. Si sta bendando le ferite.
– E allora? – Gli sente dire rivolto ad altri demoni, – Cosa sono quelle facce? Pensate che il pianeta si ricostruisca da solo? Abbiamo del lavoro da fare, muovetevi.

L’angelo sorride e pensa che non è proprio compito suo valutare il Disegno Divino.
Spiega le ali, si libra nell’aria e raggiunge gli altri angeli. La luce del sole indora le loro ali, una scia di frecce luminose saluta il nuovo giorno.

FINE

Questo racconto è dedicato ad alcune persone, per alcuni motivi.
E’ dedicato ad un amore perduto, perché mi ha dato molte cose, anche l’ispirazione per questo racconto.
E’ dedicato a Calliope – Musa della poesia epica, che è viva e reale e continuerà ad essere viva e reale, come le sue sorelle, finché qualcuno avrà qualcosa da dire – lei sa perché.
E infine è dedicato a me e a quelli come me, a noi che ci guardiamo intorno e non riusciamo a trovare un posto. O una ragione.
E’ dedicato a me e a quelli come me perché ce lo meritiamo.