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	<title>Magrathea &#187; Racconti</title>
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	<description>Rivista di narrativa fantastica. Fantasy, fantascienza, horror. Notizie, recensioni e anticipazioni di libri, film, giochi e serie tv</description>
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		<title>Racconto: Nel nome del padre</title>
		<link>http://www.magrathea.it/2009/09/racconto-nel-nome-del-padre/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 10:16:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MatteoA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giovane Dylan si salva per miracolo da una polmonite, nella fredda Alaska. Ma, forse, non è un miracolo: il destino, o qualcun altro, ha dei progetti su di lui.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ero seduto al capezzale di mio padre. Gli stringevo la mano mentre esalava i suoi ultimi respiri. Non ero ancora pronto a lasciarlo. Era stato tutto per me dopo la morte di mia madre un anno addietro.</p>
<p>La porta alle mie spalle si aprì. L’uomo col cappotto e il cappello nero entrò e mi sorrise. Sapevo che sarebbe venuto. Era logico.</p>
<p>La prima volta che vidi quell’uomo in casa nostra avevo più o meno dodici anni.</p>
<p>Ricordo poco, perché ero molto malato. Avevo contratto una forte polmonite rimanendo fuori a giocare nei boschi con i miei amici fino a tardi.</p>
<p>In Alaska, nei giorni d’inverno, la temperatura è cosi bassa che ti si gela persino la lingua.</p>
<p>Ripensandoci adesso, col senno di poi, è probabile che ti si geli anche il cuore.</p>
<p>L’uomo vestito di scuro, con un lungo giaccone e un cappello d’altri tempi, entrò in casa scortato da mio padre.</p>
<p>Lo guardai negli occhi dal mio letto. Lui mi rispose con un sorriso.</p>
<p>Credevo fosse il delirio della febbre alta. Ma ebbi una tremenda paura di quello sconosciuto.</p>
<p>Li vidi parlare per molto tempo.</p>
<p>Alla fine l’uomo si alzò, con i miei genitori al seguito.</p>
<p>Mia madre mi disse che era il dottore.</p>
<p>Ed effettivamente mi visitò.</p>
<p>Sentivo un calore benevolo quando le sue mani mi toccavano il petto. Ma purtroppo la febbre troppo alta mi fece svenire prima che il dottore compisse la sua diagnosi.</p>
<p>Mi svegliai qualche ora dopo. I miei genitori avevano l’espressione sollevata di chi ha appena scampato un dramma.</p>
<p>Il dottore aveva lasciato delle pillole antibiotiche da prendere due volte al giorno. Mi ristabilii precocemente, e dopo solo dieci giorni ero di nuovo a scuola.</p>
<p>Il ciclo di antibiotici duro sei mesi. Per evitare ricadute, mi dicevano i miei, con sorrisi tirati.</p>
<p>Le pillole erano maledettamente amare. E quando mio padre era fuori nei boschi a tagliare gli alberi cercavo sempre di saltare la mia dose.</p>
<p>Ma mia madre non me l’ha mai permesso. Per lei era questione di vita o di morte che io prendessi quella dannata pillola fino all’ultimo giorno prefisso dal medico.</p>
<p>Fino ai miei diciotto’anni non rividi più l’uomo vestito di nero.</p>
<p>Fu proprio il giorno della morte di Ashley Logan.</p>
<p>Ashley era la mia ragazza da sei mesi, o meglio lo era stata fino al giorno prima.</p>
<p>Eravamo usciti come al solito per bere un caffè bollente in paese, e dopo aver fatto finta di niente per due ore se né usci fuori dicendo che non voleva più vedermi.</p>
<p>&lt;&lt;Eh?&gt;&gt; le risposi io pensando mi stesse prendendo in giro, anche se non era solita a scherzi del genere.</p>
<p>&lt;&lt;Mi piace un altro ragazzo Dylan..&gt;&gt; disse lei guardandosi le scarpe. &lt;&lt;Dovrai fartene una ragione, io non sento più niente per te.&gt;&gt;</p>
<p>Ovviamente non la presi bene.</p>
<p>Purtroppo, però, sono una di quelle persone che accumula dolore, delusioni e sofferenza dentro di sé.</p>
<p>Per questo non le dissi niente.</p>
<p>Mi alzai dal tavolino del bar e me ne andai a piedi verso casa.</p>
<p>Il cuore spezzato e ghiacciato dal freddo del nord America.</p>
<p>Invece di entrare, girai intorno a casa, e mi addentrai nei boschi dove mio padre spaccava la legna da rivendere.</p>
<p>Dopo mezzora di cammino mi sedetti su un tronco abbattuto e mi misi a piangere dalla rabbia.</p>
<p>La odiavo.</p>
<p>E il mio cervello formulò il pensiero, cattivo e infantile: “Spero che muoia“.</p>
<p>Non immaginavo che una disgrazia le avrebbe falciato la vita la notte stessa.</p>
<p>Mi sento ancora terribilmente in colpa.</p>
<p>La mattina mi svegliai con le lacrime agli occhi. Ripensavo ancora a lei. E ai bei sei mesi passati assieme. Ero ancora innamorato. L’avrei chiamata. Per chiederle di riprovarci.</p>
<p>Mi feci la colazione e mi preparai. Era domenica.</p>
<p>Ashley abitava infondo alla mia strada, e in dieci minuti di cammino sarei stato da lei.</p>
<p>Ma già da metà strada intravidi che qualcosa non andava.</p>
<p>Un denso fumo nero si alzava dalla fine della strada.</p>
<p>Un brivido mi corse sula schiena, lo ricordo ancora oggi, e mi misi a correre.</p>
<p>L’aria gelata contro il mio viso mi faceva lacrimare gli occhi.</p>
<p>O forse piangevo perché sapevo già.</p>
<p>Più mi avvicinavo più l’aria diventava calda e irrespirabile. Il fumo si alzava alto dalla casa di Ashley e le fiamme lambivano già il tetto.</p>
<p>Ero impietrito. Ma la cosa peggiore erano le sue grida!</p>
<p>La sentivo urlare dalla cucina al piano terra.  Erano le grida più terribili che avessi mai sentito.</p>
<p>Mi avvicinai d’istinto alla casa e la finestra della cucina esplose.</p>
<p>Ashley rotolò urlando fuori dalla finestra. Era una torcia umana.</p>
<p>La pelle le si staccava dalle braccia e i capelli..</p>
<p>Dio mio&#8230; i capelli le si fondevano alla faccia.</p>
<p>Urlò il mio nome.</p>
<p>&lt;&lt;Dylan!!!&gt;&gt; la sua voce era tremendamente distorta. &lt;&lt;Dylan!!!&gt;&gt;</p>
<p>Continuò a urlare avanzando verso di me con le braccia tese.</p>
<p>Ero terrorizzato.</p>
<p>Arrivò a un centimetro da me e cadde.</p>
<p>I gorgoglii che emetteva erano raccapriccianti, mentre il fuoco la consumava.</p>
<p>Scappai.</p>
<p>So di essere stato un codardo, ma ero terrorizzato, e convinto che fosse colpa mia.</p>
<p>Mentre correvo verso casa urlando che c’era un incendio vidi l’uomo col cappello e il giaccone. Fermo dall’altro lato della strada che guardava verso il fuoco.</p>
<p>Non ci riflettei sul momento. Ero troppo sconvolto.</p>
<p>Ricordo di aver sognato Ashley in fiamme per almeno un mese. Rivedevo il suo volto consumato dal fuoco.</p>
<p>Ma soprattutto di notte udivo le sue grida.</p>
<p>Mi capita ancora a dir la verità. Insieme a quelle di mia madre.</p>
<p>Mio padre aumentò la pressione sulla mia mano quando vide alle mie spalle l’uomo nero che entrava.</p>
<p>L’uomo nero Mi mise una mano sulla spalla.</p>
<p>&lt;&lt;Credo di sapere chi sei.&gt;&gt; dissi io.</p>
<p>La tensione nella stanza d’ospedale di mio padre era palpabile.</p>
<p>Lo sguardo di mio padre era paralizzato dal terrore, e dalla morte che se lo stava prendendo.</p>
<p>Il mio ventesimo compleanno fu il giorno in cui capii che c’era qualcosa di sbagliato.</p>
<p>Qualcosa che mi possedeva dall’interno. E che mi usava.</p>
<p>Quel giorno morì mia madre.</p>
<p>Anche se sono quasi certo di essere stato io a farla morire.</p>
<p>Era il 6 dicembre.</p>
<p>Ero diventato molto più schivo e solitario dopo la morte di Ashley, e la mia capacità di rapportarmi con le persone era diminuita notevolmente.</p>
<p>Mi stavo isolando. Passavo le mie giornate nel bosco, da solo, a tormentarmi, a cercare di capire perché la mia vita andava cosi male.</p>
<p>Paranoie da adolescente diceva mia madre. Io non tolleravo che sorvolasse cosi i miei problemi.</p>
<p>Mi dava sui nervi.</p>
<p>Quella sera il vento ululava tra gli alberi, e la neve era fitta come non l’avevo mai vista.</p>
<p>Era una di quelle bufere che non si dimenticano facilmente.</p>
<p>Nonostante il clima proibitivo però ero seriamente intenzionato ad uscire nella tempesta.</p>
<p>Desideravo stare da solo tra ghiaccio e vento, tra freddo e oscurità.</p>
<p>Il buio mi attirava.</p>
<p>&lt;&lt;Tu non vai da nessuna parte!!!&gt;&gt; sentenziò mia madre.</p>
<p>&lt;&lt;Lasciami stare&gt;&gt; risposi disinteressato &lt;&lt;non ho chiesto il tuo parere&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Dylan tu sei pazzo!&gt;&gt; gridò lei stringendo le mani sulle mie spalle e scuotendomi forte.</p>
<p>&lt;&lt;Può darsi&gt;&gt; risposi.</p>
<p>Mia madre mi colpì al volto uno schiaffo. Poi ritrasse la mano, come terrorizzata, e si allontanò da me.</p>
<p>&lt;&lt;Scusa Dylan, mi è scappato.&gt;&gt; La voce le tremava. Era terrorizzata.</p>
<p>&lt;&lt;Vai all’inferno!!!&gt;&gt; le gridai. E me ne andai lasciando la porta aperta.</p>
<p>Il vento gelido mi arrivò addosso come una fucilata.</p>
<p>&lt;&lt;Vai all’inferno.&gt;&gt; ripetei sotto voce. E mi incamminai verso il bosco.</p>
<p>Dopo pochi passi sentii il grido.</p>
<p>Era un grido di terrore puro. Rividi per un attimo nella mia mente Ashley in fiamme che gridava.</p>
<p>Il mio cuore batteva a mille all’ora.</p>
<p>Mi girai di scatto e quello che vidi mi lasciò impietrito.</p>
<p>Un’ombra nera stava saltando addosso a mia madre.</p>
<p>Lei urlò. Un urlo agghiacciante. Di quelli che ti si stampano nel cervello e che senti nelle notti di gelo.</p>
<p>Praticamente tutte.</p>
<p>Mi avvicinai di corsa e riuscii a distinguere l’ombra.</p>
<p>Era un lupo. Un grosso lupo nero.</p>
<p>&lt;&lt;Aiutami Dylan!!!&gt;&gt; urlò mia madre. Poi urlò di nuovo.</p>
<p>Ero a una decina di metri quando il grido si interruppe.</p>
<p>Il lupo le addentò la giugulare. Il sangue schizzò il bianco del terreno ghiacciato.</p>
<p>Mia madre ansimava ed emetteva strani gorgoglii tenendosi una mano stretta alla gola.</p>
<p>La bestia le salto di nuovo addosso e la addentò al viso.</p>
<p>Io mi muovevo al rallentatore, paralizzato dal terrore.</p>
<p>La mano di mia madre mollò la stretta e si abbandonò al suolo.</p>
<p>Priva di vita.</p>
<p>Mi resi conto di essere inginocchiato quando vidi gli occhi del lupo che mi fissavano, dritto negli occhi. Erano rossi. Con piccole pupille nere come il fondo di un pozzo.</p>
<p>Mi guardò per pochi secondi. Poi partì di corsa verso il bosco.</p>
<p>Ero impietrito.</p>
<p>Il lupo si fermò per guardarmi un ultima volta, appena prima di sparire nel bosco.</p>
<p>Trovai le forze per alzarmi e corsi fino al corpo di mia madre.</p>
<p>Urlai.</p>
<p>La sua faccia non esisteva più. Era solo un enorme grumo di sangue pulsante.</p>
<p>Respirava ancora.</p>
<p>&lt;&lt;..i.. .is.. iace ..&gt;&gt; sibilò mia madre.</p>
<p>&lt;&lt;Mamma!&gt;&gt; ero completamente fuori di senno, non sapevo che fare.</p>
<p>I suoni provenienti dalla sua gola aperta mi stavano facendo impazzire.</p>
<p>Provò ancora a dirmi qualcosa ma uscirono solo dei farfuglii sconnessi misti a sangue.</p>
<p>Prima di impazzire definitivamente mi alzai e mi misi a correre.</p>
<p>Verso il bosco. Al sicuro nel buio. Dove nulla poteva raggiungermi.</p>
<p>Mio padre trovò il cadavere di fronte alla porta di casa la mattina, al rientro da una notte di lavoro extra.</p>
<p>Sentii le sue grida disperate. Dalla mia tana nel buio.</p>
<p>Passai due giorni nella gelida oscurità della foresta.</p>
<p>Piangevo, gridavo, stavo in silenzio per ore.</p>
<p>La mia mente non riusciva ad accettare l’accaduto.</p>
<p>Fu mio padre a trovarmi, e a riportarmi a casa. Avevo un principio d’ipotermia, e i medici mi dissero che ero stato fortunato.</p>
<p>Purtroppo avevo smesso di credere alla fortuna.</p>
<p>Ero certo di essere la causa della morte di mia madre. E anche di quella di Ashley. Ero io il problema.</p>
<p>Smisi di frequentare la scuola. Non aveva senso, poiché non avevo più interesse né nell’apprendere, né nell’intraprendere rapporti con altre persone.</p>
<p>Ero sicuro che avrei causato di nuovo dolore.</p>
<p>Mio padre m’insegnò a tagliare la legna.</p>
<p>Il lavoro mi piaceva. Mi dava sfogo abbattere l’ascia sui tronchi, liberando ansia, dolore, rabbia a ogni colpo.</p>
<p>Il freddo era devastante, ma ogni sera che tornavo nel mio letto mi sentivo appagato. E un po’ più libero dai fantasmi che mi assillavano nella mente.</p>
<p>Per quasi un anno la mia vita ruotò intorno a tre elementi.</p>
<p>Ascia, freddo, e mio padre.</p>
<p>Avevo imparato a conviverci. E ormai la monotonia mi dava sollievo.</p>
<p>Non avevo pensieri. Ed era un bene per tutti.</p>
<p>Poi mio padre rovinò tutto. In buona fede ovviamente, ma ormai, nel mio folle stato catatonico non riuscii a capirlo.</p>
<p>&lt;&lt;Dylan. Devo parlarti.&gt;&gt; mi disse.</p>
<p>&lt;&lt;Cosa c’è?&gt;&gt; risposi seduto a riscaldarmi vicino alla stufa.</p>
<p>&lt;&lt;Voglio cambiare Dylan&gt;&gt; disse.</p>
<p>&lt;&lt;Cambiare cosa?&gt;&gt; risposi inquieto.</p>
<p>&lt;&lt;Cambiare tutto. Cambiare vita.&gt;&gt; disse guardandomi dritto negli occhi.</p>
<p>&lt;&lt;Cosa significa?&gt;&gt; cominciai a capire cosa aveva in mente. Era giorni che lo vedevo distante.</p>
<p>&lt;&lt;Andiamo via i qui. Da questo gelo maledetto. Sono stanco di tagliare legna e di vivere cosi. Trasferiamoci a sud figliuolo, al caldo. Per rifarci una vita.&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;No&gt;&gt; Ero terrorizzato. La monotonia della mia vita mi aveva salvato dalla pazzia, o almeno me ne aveva data una più sopportabile.</p>
<p>Non potevo perderla.</p>
<p>&lt;&lt;Ma Dylan, E’ meglio per tutti non credi.&gt;&gt; disse lui, sorpreso dalla mia cupa reazione.</p>
<p>&lt;&lt;No! Io non voglio andarmene da qui!&gt;&gt; urlai.</p>
<p>Ero fuori di me.</p>
<p>Perdere quel poco che avevo mi avrebbe definitivamente distrutto.</p>
<p>Il vento ululava intorno alla casa. Quel suono dava i brividi, come sempre.</p>
<p>&lt;&lt;Dylan noi ce ne andremo! E’ deciso!&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;NO!!!&gt;&gt; urlai.</p>
<p>Il vento aumento d’intensità. Il suo grido era fortissimo.</p>
<p>&lt;&lt;NO!!!&gt;&gt; urlai di nuovo.</p>
<p>Il rumore si fece assordante.</p>
<p>Era come un grido.</p>
<p>Come il grido di Ashley</p>
<p>Come il grido di mia madre.</p>
<p>Un grido di morte.</p>
<p>Mio padre si mise le mani alle orecchie.</p>
<p>&lt;&lt;BASTA!!! BASTA!!! OH MIO DIO.. CHE HO FATTO!!!&gt;&gt; urlò.</p>
<p>Poi il sangue cominciò a grondargli dal naso, e dagli occhi.</p>
<p>Crollò a terra urlando.</p>
<p>Come il vento.</p>
<p>Rimasi impietrito per un tempo che mi sembrò eterno.</p>
<p>Poi corsi al telefono e chiamai soccorsi.</p>
<p>L’uomo col cappotto e il cappello nero mi rispose.</p>
<p>Aveva una voce sottile. Quasi un sussurro.</p>
<p>&lt;&lt;Ciao Dylan&gt;&gt; Il peso della sua mano sulla mia spalla mi terrorizzava.</p>
<p>Un lungo brivido mi percorse la schiena e mi spezzò il respiro.</p>
<p>&lt;&lt;Dylan&gt;&gt; sussurrò mio padre. &lt;&lt;Mi dispiace.&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Come è andata papà?&gt;&gt; chiesi. Ormai nella mia mente era chiaro chi fosse l’uomo vestito di nero e perché fosse li.</p>
<p>Avevo solo bisogno di spiegazioni.</p>
<p>&lt;&lt;Non ce l’avresti fatta Dylan&gt;&gt; disse lui, con gli occhi colmi di lacrime.</p>
<p>&lt;&lt;La polmonite era troppo grave. Ti avremmo perso. Ho pregato tanto Dio, ma arrivati ad un certo punto, mi sono rivolto a qualcun altro.&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Sei il diavolo?&gt;&gt; chiesi all’uomo alle mie spalle.</p>
<p>&lt;&lt;No Dylan, Sono solo la mano che pone fine alla vita degli uomini.&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Tu sei la morte?&gt;&gt; chiesi.</p>
<p>&lt;&lt;Molti mi chiamano così.&gt;&gt;.</p>
<p>&lt;&lt;Mi dispiace&gt;&gt; sussurrò mio padre.</p>
<p>Poi guardò l’uomo con il cappotto e il cappello nero.</p>
<p>E Trasse il suo ultimo respiro.</p>
<p>&lt;&lt;Nell’ironia della sorte,  ti ho salvato la vita, per portare la morte.&gt;&gt; disse l’uomo.</p>
<p>&lt;&lt;Perché mi hai fatto questo.&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt;Perché ho bisogno di un discendente, che continui a interpretare questo ruolo.&gt;&gt;</p>
<p>Lo guardai.</p>
<p>&lt;&lt;Per permettere al mondo di continuare a girare.&gt;&gt;</p>
<p>Tutto era chiaro, le morti che avevo causato, il mio amore per il buio e per la solitudine.</p>
<p>Erano i primi sintomi di ciò che sarei diventato.</p>
<p>Era tutto scritto, segnato da anni. Mio padre aveva dato un discepolo alla falciatrice, in cambio della mia sopravvivenza.</p>
<p>Mi amava.  Più di ogni altra cosa.</p>
<p>Gli sarei stato riconoscente. Sempre.</p>
<p>&lt;&lt;Forza figliuolo. E’ ora di andare. Ci aspetta molto lavoro.&gt;&gt; disse l’uomo vestito di nero.</p>
<p>Mi alzai e guardai dritto negli occhi il mio Padre adottivo.</p>
<p>Erano rossi. Con pupille nere come il fondo di un pozzo.</p>
<p>Diedi un ultimo sguardo all’uomo deceduto nel letto d’ospedale.</p>
<p>Poi mi girai verso l’uomo col cappotto e il cappello nero e dissi:</p>
<p>&lt;&lt;Andiamo, padre.&gt;&gt;</p>
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		<title>Racconto: Punto di non ritorno</title>
		<link>http://www.magrathea.it/2009/08/punto-di-non-ritorno/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Aug 2009 22:37:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MatteoA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>

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		<description><![CDATA[Una rapina in banca, una fuga ben progettata. Poi l'imprevisto e l'ingresso in un mondo di orrore dal quale non si può tornare indietro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>396 miglia di autonomia.</p>
<p>Nathan sorrise guardando il computer di bordo del suo SUV. Trovava geniale il poter sapere quanta strada potevi ancora percorrere, con la benzina che avevi nel serbatoio. Sulle automobili di oggi vengono installate diavolerie di ogni tipo. Ma quella era la sua preferita.</p>
<p>Lo faceva sentire sicuro. E gli dimostrava che il suo piano procedeva come previsto.</p>
<p>Imboccò il casello dell’autostrada e ritirò il ticket. Con un sorriso smagliante sulle labbra.</p>
<p>Chiunque avrebbe sorriso con circa un milione di dollari nel bagagliaio.</p>
<p>Nathan tirò il SUV fino a novanta miglia l’ora, impostò il regolatore di velocità, e tolse il piede dall’acceleratore.</p>
<p>L’auto si assestò a quella velocità, e lui, stringendo forte il volante si lasciò andare in un profondo respiro. Di sollievo.</p>
<p>Era successo tutto così in fretta.</p>
<p>Nel giro di cinque giorni la sua vita era cambiata. Era passato da una parte all’altra della barricata.</p>
<p>Cosa non si fa per vendicarsi.</p>
<p>Nathan era cassiere in una banca. Parliamo chiaro, era una piccola filiale, non certo la sede della Bank of America, ma comunque di clienti se ne vedevano. Questo fino a quando non scoppiò la crisi. Da lì in poi i clienti cominciarono a diminuire, e anche il personale.</p>
<p>Nathan purtroppo finì tra i possibili da licenziare. E quando i capi si ritrovarono a scegliere tra lui, trentenne single dalla vita tranquilla, e Tyler Grant, buono a nulla, figlio di un importante uomo nel campo della finanza, la scelta si rivelò scontata.</p>
<p>Scontata, ma non giusta. Nathan questo non lo mando giù.</p>
<p>Cominciò a pianificare la vendetta. E non c’è modo di vendicarsi di una piccola banca se non con una rapina. E non c’era modo di vendicarsi dei suoi meschini capi e colleghi, se non con la violenza.</p>
<p>Passò quattro notti insonni a cercare un piano che risultasse infallibile da tutti i lati, mentre spendeva le giornate a comprare gli oggetti che gli sarebbero serviti.</p>
<p>La mattina del gran giorno uscì da casa con una tuta da jogging blu, passamontagna in tasca, guanti di lana, cappellino degli yankees, occhiali da sole, e una Colt 44 magnum automatica, fissata col nastro adesivo all’interno della felpa.</p>
<p>Arrivò davanti all’ingresso quindici minuti dopo l’apertura mattutina. Secondo le sue previsioni ci sarebbe stato al massimo uno o due clienti a quell’ora. Era il momento migliore per colpire.</p>
<p>Entrò sorridendo. Sapeva che il metal detector all’entrata non funzionava. Aveva chiamato lui stesso i tecnici cinque giorni prima. E sapeva che non erano dei fulmini a recarsi sul luogo della riparazione.</p>
<p>Douglas, la guardia giurata, lo guardò mentre entrava e gli fece un cenno di saluto.</p>
<p>Nathan gli rispose sparandogli al petto.</p>
<p>Douglas, con i suoi cento e più chili non cadde all’indietro come Nathan aveva immaginato più e più volte durante la notte. Praticamente si affloscio sulle ginocchia, e con gli occhi strabuzzati, e il sangue che gli colava dalle labbra, allungò la mano verso la sua pistola d’ordinanza. Un secondo proiettile gli disintegrò la faccia.</p>
<p>“Due colpi” pensò Nathan, mettendosi il passamontagna ed entrando nel raggio visivo delle telecamere e delle persone all’interno della banca.</p>
<p>“Nessun cliente” pensò sollevato</p>
<p>Il resto fu un velocissimo vortice di emozioni.</p>
<p>Un colpo in testa a Wendy, centralinista e contabile. Nathan c’era pure uscito a cena, ma lei gli disse che non era abbastanza ricco e importante per averla. Lei era attratta dal lusso.</p>
<p>Non più oramai.</p>
<p>“Tre colpi” Pensò Nathan.</p>
<p>Ordinò a Jason, e ai suoi baffetti sempre curati di consegnargli tutto quello che c’era in cassa. Se no lo avrebbe ucciso.</p>
<p>Ci vollero sei minuti. E durante questi sei minuti Nathan uccise il suo capo.</p>
<p>Gli dedicò quattro colpi. Ne avrebbe meritati il doppio il bastardo.</p>
<p>Il signor Ghilligan si era nascosto sotto una scrivania. Si era riconfermato codardo come sempre con chi era più potente di lui.</p>
<p>E a questo giro Nathan lo era.</p>
<p>Due colpi alle gambe. Ghilligan gridò, probabilmente più dalla paura che dal dolore. Poi uno al petto. Nathan guardò la camicia del suo “ex capo” macchiarsi velocemente e diventare quasi interamente colore del sangue. Gli sparò in testa mentre veniva implorato.</p>
<p>Almeno un briciolo di dignità gliela doveva lasciare. Quando Ghilligan si sarebbe trovato all’inferno gli sarebbe servita.</p>
<p>“Sette colpi. Perfetto.” Si girò verso Jason che aveva messo tutto nel sacco della spazzatura, come Nathan gli aveva ordinato.</p>
<p>&lt;&lt; Non uccidermi Nath..!! &gt;&gt;</p>
<p>Non riuscì a finire la frase perché due proiettili in sequenza lo colpirono al torace.</p>
<p>Nathan si chinò su di lui. Era ancora vivo.</p>
<p>Jason emetteva gemiti di dolore e respirava a fatica, mentre una pozza di sangue si allargava sotto di lui.</p>
<p>Nathan gli risparmiò la sofferenza.</p>
<p>“ E con questo sono dieci ”</p>
<p>Si guardò in torno, e vide un vecchio nascosto vicino al cadavere di Ghilligan.</p>
<p>Preso com’era dai suoi ex colleghi, Nathan non lo aveva neanche notato.</p>
<p>&lt;&lt; Lei chi è? &gt;&gt; gli chiese.</p>
<p>&lt;&lt; Maledetto Bastardo. Dammi i miei soldi! &gt;&gt; rispose il vecchio con un sibilo.</p>
<p>&lt;&lt; Lei chi è? &gt;&gt; ripeté Nathan puntandogli la pistola.</p>
<p>&lt;&lt; Jeremy Grant. E ho appena versato settecentomila dollari. &gt;&gt; rispose, freddo come il ghiaccio. &lt;&lt; Se gliene do altri duecento mila mi lascia vivo? &gt;&gt;.</p>
<p>“ Sfacciato come tuo figlio. ” Pensò Nathan, e si giocò un altro proiettile.</p>
<p>Il vecchio cadde all’indietro. La pozza di sangue che prese forma sotto la sua testa si unì a quella di Ghilligan.</p>
<p>Era giunto il momento della fuga.</p>
<p>Prese le chiavi della macchina di Ghilligan dalla tasca dei pantaloni del suo ex capo.</p>
<p>Uscì di corsa e saltò, sulla Mercedes grigia parcheggiata nel posto riservato, partì a razzo.</p>
<p>Doveva fare in fretta, di lì a poco le forze dell’ordine sarebbero arrivate.</p>
<p>Guidò per due isolati e si fermò sotto casa sua. Scese, aprì il bagagliaio del suo SUV e vi buttò dentro il sacco. Poi chiuse e ripartì. Tre isolati a nord del suo appartamento lo aspettava un sacco di plastica contenente un ricambio completo d’indumenti.</p>
<p>Parcheggiò l’auto sul bordo della strada e lasciò le chiavi attaccate alla portiera. Magari qualche delinquente avrebbe rubato la Mercedes. Sarebbe stato un bel colpo di fortuna.</p>
<p>Entrò nel cantiere di un palazzo in costruzione e trovò i vestiti proprio dove li aveva lasciati.</p>
<p>Mezz&#8217;ora dopo era sotto casa sua, con addosso una polo bianca e blue jeans, pronto per partire.</p>
<p>Hawaii. Isola americana, niente frontiera, unico modo per portarsi indisturbato quasi un milione di dollari in una valigia.</p>
<p>Era praticamente fatta.</p>
<p>304 miglia di autonomia.</p>
<p>I pensieri gli avevano fatto volare l’ora di strada. Fu richiamato dal picchiettio della pioggia sul vetro.</p>
<p>Incombeva un temporale davvero violento. Le nuvole erano nere come la pece e il sole ormai era totalmente coperto. Era così buio che sembrava notte, e i primi fulmini solcarono l’oscurità con la loro luce.</p>
<p>&lt;&lt; Ci mancava solo la tempesta del secolo &gt;&gt; disse Nathan.</p>
<p>I lampioni ai lati dell’autostrada si accesero.</p>
<p>Ogni minuto che passava la pioggia aumentava d’intensità e la luce diurna diminuiva sempre più.</p>
<p>Fu allora che l’auto di Nathan fu colpita.</p>
<p>Nathan sentii un boato fragoroso. In un primo momento pensò che avessero sparato verso la sua macchina. Poi vide il fulmine abbattersi sul cofano del SUV. La luce fu così accecante che Nathan dovette chiudere gli occhi.</p>
<p>Schiacciò il pedale del freno con tutte le forze che aveva.</p>
<p>Passarono forse un paio di secondi prima che il flash smettesse di abbagliare gli occhi di Nathan, ma a lui sembrarono minuti.</p>
<p>Quando riuscì a riaprire gli occhi vide che il cofano della macchina era terribilmente segnato da bruciature. Ma soprattutto vide che era fermo in mezzo all’autostrada.</p>
<p>&lt;&lt; Merda! &gt;&gt; fu l’unica cosa che disse. D’istinto girò la chiave. Rischiava un tamponamento.</p>
<p>L’auto, contro ogni pronostico, si riavviò senza problemi, e ripartì.</p>
<p>Passarono almeno dieci minuti prima che Nathan si rilassasse abbastanza da poter ripensare a ciò che era accaduto.</p>
<p>“ E’ incredibile!! ” pensò Nathan “ Colpito da un fulmine in autostrada! Roba da matti! Proprio oggi! ”</p>
<p>Gli occhi gli lacrimavano dal momento del fulmine. Non se ne era neanche accorto.</p>
<p>“Maledetta luce! Ma perché è durata così tanto? Ancora un po’ e sarei rimasto cieco.”</p>
<p>Decise di ascoltare un po’ di radio. Si sarebbe rilassato.</p>
<p>Un grido. Metallico.</p>
<p>Il rumore uscì dalla radio a volume altissimo. Per poco Nathan non inchiodò di nuovo.</p>
<p>&lt;&lt; Ma che cazzo?! &gt;&gt; grido Nathan spaventato.</p>
<p>Provo a sintonizzare altre stazioni ma ottenne sempre lo stesso risultato. Probabilmente il fulmine aveva fatto saltare l’antenna radio.</p>
<p>&lt;&lt; Fanculo alla radio. &gt;&gt; disse a voce alta.</p>
<p>E fu solo allora che si rese conto di quanto era buio.</p>
<p>E che era dal momento della caduta del fulmine che non incontrava nessuno sulla strada.</p>
<p>Solo una distesa di asfalto nero, e lampioni infiniti.</p>
<p>Sul suo viso comparve una smorfia di preoccupazione.</p>
<p>234 miglia di autonomia.</p>
<p>“Ok. Qualcosa non va. Dove cazzo sono?? ”</p>
<p>Più di sessanta miglia senza un cartello stradale, una macchina nella sua corsia o in quella opposta, e nessun cambiamento di panorama.</p>
<p>Al posto della preoccupazione in Nathan stava maturando la paura.</p>
<p>Unico cambiamento di cui si era accorto era il lento svanire delle nuvole. Per lasciare spazio a un cielo nero, e all’intravedersi della luna.</p>
<p>“ Cristo!! Che sta succedendo?? Sono le dieci del mattino!! Non può esserci la luna!! “</p>
<p>Guardò di nuovo il cielo e quello che vide lo sconvolse.</p>
<p>Una seconda luna era spuntata dalle nuvole. Molto vicina all’altra.</p>
<p>Nathan guardò a bocca aperta. Le due lune erano molto vicine. Sembravano due occhi nella notte.</p>
<p>Due occhi morti che lo fissavano.</p>
<p>&lt;&lt; Ma che diavolo di posto e mai questo? È un incubo! &gt;&gt; urlò Nathan.</p>
<p>&lt;&lt; Nessun incubo capo! Questo è il punto di non ritorno! &gt;&gt; gli rispose la voce al suo fianco.</p>
<p>La voce.</p>
<p>Nathan si girò terrorizzato verso il sedile del passeggero.</p>
<p>Douglas sedeva nudo. La parte destra non esisteva più. Al suo posto vi era uno squarcio in cui potevi mettere una mano.</p>
<p>Anche il suo petto era ridotto male. Si riusciva quasi a vedere il sedile.</p>
<p>Nathan urlò. Una chiazza scura gli comparve tra le gambe.</p>
<p>&lt;&lt; Buh! &gt;&gt; gli urlò Douglas. E scoppiò a ridere. Una risata roca.</p>
<p>Nathan era paralizzato dal terrore.</p>
<p>Douglas allungò una mano verso di lui e Nathan si ritrasse urlando.</p>
<p>La macchina sbandò.</p>
<p>Nathan riaprì gli occhi e si ritrovò solo nella sua auto.</p>
<p>Respirava affannosamente.</p>
<p>La strada continuava nel buio, e le due lune lo guardavano.</p>
<p>“ oh mio Dio! Oh mio Dio! “ la sua lucidità mentale lo stava abbandonando.</p>
<p>L’apparizione di Douglas lo aveva terrorizzato.</p>
<p>“ Che cosa può avermi ridotto così ? ” pensò Nathan buttando un occhio allo specchietto retrovisore, cercando o sperando di vedere un&#8217;altra auto su quella strada sempre uguale. Si sarebbe sentito rassicurato.</p>
<p>Quello che vide fu l’immagine riflessa di Wendy seduta dietro al suo sedile.</p>
<p>Aveva il foro della pallottola che grondava sangue sulla faccia. E questo rendeva il suo ghigno malefico ancora più terrorizzante.</p>
<p>Nathan chiuse gli occhi, urlando mentre lei gli metteva le mani al collo.</p>
<p>Sentì un leggero formicolio al collo. Poi più nulla.</p>
<p>Nessuno in auto se non lui.</p>
<p>Le lune lo guardavano.</p>
<p>“ Sto impazzendo ? ”</p>
<p>112 miglia di autonomia.</p>
<p>Ghillighan e Jason gli erano apparsi insieme in mezzo alla strada. All’improvviso.</p>
<p>Aveva seriamente rischiato di andare fuori strada.</p>
<p>Sempre che ci fosse un “Fuori Strada”.</p>
<p>Infatti, il buio era così denso che non si vedeva nulla oltre il guardrail. Solo le lune spiccavano malefiche in quel buio. Una accanto all’altra.</p>
<p>La strada continuava, sempre uguale, in quel viaggio nel nulla.</p>
<p>Nathan non riusciva a trovare una spiegazione. Era terrorizzato, e le apparizioni dei suoi ex colleghi erano la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.</p>
<p>Non sapeva più cosa fare.</p>
<p>Guardò nello specchietto e vide un viso pallido e contratto in una smorfia di terrore.</p>
<p>Era il suo.</p>
<p>35 miglia di autonomia.</p>
<p>L’abitacolo dell’auto era pieno di voci, grida, e versi inumani.</p>
<p>Le anime delle persone che aveva ucciso con freddezza si stavano vendicando, terrorizzandolo a morte. Nathan non riusciva più a sopportarlo. E decise che l’unico modo per uscire da quell’universo orrendo e buio in cui era capitato era arrendersi.</p>
<p>“Game over Nathan” pensò, Poi schiacciò il pedale dell’acceleratore fino al massimo.</p>
<p>Guardo verso le lune.</p>
<p>Sembravano guardarlo divertite.</p>
<p>4 miglia di autonomia.</p>
<p>Il SUV filava a tutta velocità sulla strada. Ormai la benzina era terminata.</p>
<p>Ancora pochi minuti e la benzina sarebbe finita.</p>
<p>E lui sarebbe dovuto rimanere per sempre su quella strada. Tormentato dai fantasmi.</p>
<p>E osservato dalle lune.</p>
<p>Nathan ormai aveva scelto.</p>
<p>&lt;&lt; Decido io! Io comando sulla mia vita! E Quando deve finire! &gt;&gt; Grido diretto alle lune, e ai fantasmi che infestavano l’abitacolo.</p>
<p>&lt;&lt; Andate tutti a farvi fottere!! &gt;&gt;</p>
<p>Urlando le sue ultime parole, Nathan sterzò con tutta la forza nelle braccia.</p>
<p>Il SUV puntò dritto il guardrail e l’impatto che ne segui fu violentissimo.</p>
<p>Il corpo Nathan fu scagliato fuori dal veicolo, e si schiantò con un rumore di ossa rotte in mezzo alla carreggiata.</p>
<p>Il SUV, o meglio quello che ne restava, esplose in un boato lanciando rottami metallici tutto intorno a se.</p>
<p>Le lune osservarono il corpo di Nathan riverso sull’asfalto in una posa innaturale, quasi grottesca.</p>
<p>Buio.</p>
<p>Poi dolore. Dolore terrificante, al petto, alla testa. E alle gambe.</p>
<p>Nathan urlò.</p>
<p>&lt;&lt; Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? &gt;&gt; disse una voce.</p>
<p>&lt;&lt; Perché sono ancora vivo ?! &gt;&gt; urlò Nathan.</p>
<p>Riuscì ad aprire gli occhi con uno sforzo immenso.</p>
<p>Aveva entrambe le gambe rotte, e la tibia destra fuoriusciva dalla carne, lucida come una lama sotto la luce delle due lune.</p>
<p>Aveva un rottame di metallo incastrato nel petto. Il sangue fuoriusciva copioso ai lati dell’oggetto incastonato nella sua carne dalla violenza dell’esplosione.</p>
<p>Probabilmente aveva la spalla destra rotta, perché non riusciva a muovere il braccio.</p>
<p>Il sangue gli appannava la vista. Una ferita profonda alla fronte continuava a grondare sangue.</p>
<p>&lt;&lt; Oh mio dio!! &gt;&gt; Gridò Nathan.</p>
<p>Anche sotto la coltre rossa del sangue, che gli inibiva la vista, riconobbe Jeremy Grant.</p>
<p>Lo guardava sogghignando. Il sangue gli usciva ancora dal foro sulla fronte.</p>
<p>Alle sue spalle tutte le altre vittime di Nathan urlavano e ridevano.</p>
<p>&lt;&lt; Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? &gt;&gt; ripeté il vecchio.</p>
<p>Nathan lo guardò terrorizzato.</p>
<p>&lt;&lt; Tu sei già morto Nathan. Almeno trecento miglia fa. La gente non sopravvive a un fulmine del genere. &gt;&gt; Gli disse Grant.</p>
<p>&lt;&lt; Questo è l’inferno? &gt;&gt; sussurrò Nathan raccogliendo le forze.</p>
<p>A ogni parola il dolore aumentava terribilmente.</p>
<p>&lt;&lt; Né inferno né paradiso Nathan. Questo è il nulla. Dove finiscono quelli che vengono ritenuti non giudicabili. &gt;&gt; disse Grant. Il ghigno sul suo viso non accennava a svanire.</p>
<p>&lt;&lt; Se sei buono vai in paradiso, se sei cattivo vai all’inferno. Ma se sei entrambi Nathan ti ritrovi qui. E’ semplice no? &gt;&gt; gli sussurrò Douglas, che si trovava con gli altri alle spalle di Grant.</p>
<p>Nathan tossì e sputò sangue.</p>
<p>&lt;&lt; Provi dolore, ma non in questo posto non puoi morire Nathan &gt;&gt; disse Grant avvicinandosi.</p>
<p>Tutti gli altri lo imitarono.</p>
<p>&lt;&lt; L’eterno dolore sarà la nostra vendetta. &gt;&gt; Gracchiò il vecchio.</p>
<p>Ormai erano tutti intorno a Nathan.</p>
<p>&lt;&lt; I signori di questo posto si annoiano. Non capita molta gente da queste parti. &gt;&gt; disse Grant indicando le due lune. Il loro sguardo era eccitato, e malefico.</p>
<p>&lt;&lt; Io e i miei compagni di sventura gli daremo qualcosa da guardare. &gt;&gt;</p>
<p>Con un balzo Grant gli fu addosso. Aveva artigli lunghissimi.</p>
<p>Nathan Gridò mentre Il vecchio conficcava gli artigli in faccia.</p>
<p>&lt;&lt; Ti dovrai abituare Nathan!! &gt;&gt; grido Grant. &lt;&lt; Abbiamo molto tempo da passare insieme. Tutto il tempo &gt;&gt;</p>
<p>Nathan, gridando, guardò gli altri osservare Grant all’opera sul suo corpo martoriato.</p>
<p>Sorridevano.</p>
<p>Aspettavano il loro turno.</p>
<p>L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi furono le due lune.</p>
<p>Lo guardavano.</p>
<p>Il loro spettacolo era appena cominciato.</p>
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		<title>Racconto: Ferite</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 10:45:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MatteoA</dc:creator>
				<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>

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		<description><![CDATA[Un divorzio interrompe una vita normale. Ma quella che è un'interruzione triste, ma tutto sommato comume, per Brandon si trasforma in un viaggio in un abisso di mistero e orrore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">
<p>Da quando mi sono trasferito a vivere da solo, svegliarsi alla mattina mi risulta traumatico.</p>
<p>L’odore di nuovo (vernice, intonaco, non so cosa sia..) mi arriva diretto alla testa.</p>
<p>Quella mattina in particolare fu anche peggio del solito.</p>
<p>Come aprii gli occhi, un forte senso di nausea mi diede il buon giorno.</p>
<p>Mi alzai a fatica dal letto diretto verso il bagno, e giunto al lavandino feci scrosciare l’ acqua e vi infilai sotto la testa. Rimedio infallibile secondo la mia ex moglie.</p>
<p>Ero sempre stato una persona puntuale, e nonostante la mia non perfetta condizione fisica anche quella mattina il mio orologio biologico non aveva fallito svegliandomi all’incirca un’ ora e venti prima dell’orario di ingresso in ufficio.</p>
<p>Dopo essermi asciugato la testa mi guardai nello specchio e fu allora che sentii il dolore che mi saettava nel braccio destro. L’avambraccio del pigiama era macchiato di qualcosa di scuro e denso.</p>
<p>“Cosa diavolo mi sono fatto?” pensai, cercando di riportarmi alla mente un possibile urto che mi avesse ferito. Sollevai la manica e guardai sorpreso il mio polso.</p>
<p>Un taglio verticale, a dir la verità non molto profondo, partiva dal polso e si fermava quasi in prossimità dell’ interno gomito. Più dello spavento fui colto dalla sorpresa. Il sangue si stava già coagulando. Passata incredulità iniziale valutai che la ferita dovesse più o meno risalire a qualche ora prima, sicuramente nel pieno della notte. Anche se assurda, vi era un&#8217;unica spiegazione per tutto ciò.</p>
<p>Mi recai in cucina e lo trovai lì. Sdraiato sul pavimento, quasi a fare finta di dormire.</p>
<p>&lt;&lt; Come lo spieghi questo? &gt;&gt; Gli dissi alzando il braccio e mostrando la ferita.</p>
<p>Il mio tono di voce comunque non fu alterato.</p>
<p>Lui in tutta risposta mi puntò i suoi occhi lucenti addosso, con espressione distaccata e disinteressata.</p>
<p>&lt;&lt; Sei stato tu Mike? &gt;&gt; dissi alzando un po’ la voce e avvicinandomi un poco. Cercavo di intimorirlo. Nel caso fosse stato lui, e chi altro potrebbe essere stato, avrebbe imparato a non farlo più.</p>
<p>Come mi vide avvicinarsi minaccioso, col braccio proteso verso di lui, si alzò, mi lanciò un’occhiata severa e miagolando saltò sul divano. Dal suo pulpito lanciò due miagolii, come a dire “ tu sei matto Brandon, non rompermi, io non centro niente.“ E si rimise a sonnecchiare ronfando come fanno tutti i gatti.</p>
<p>Sbuffai e mi recai in bagno a medicare la ferita.</p>
<p>Quel gattaccio maledetto si era impegnato sul mio braccio. E più la mia mente si svegliava più la ferita mi bruciava.</p>
<p>Solo la mattina dopo capii il particolare che mi era sfuggito. Una piccola cosa, che distratto non notai. Magari non mi avrebbe salvato, ma mi avrebbe fatto intuire prima cosa mi stava accadendo.</p>
<p>Giunto in ufficio il dolore era abbastanza diminuito da non distrarmi mentre svolgevo i lavori di contabilità. Per quello bastavano già i pensieri rivolti alla mia ex moglie.</p>
<p>Linda. Devo ammettere che a volte mi mancava. C’eravamo conosciuti da ragazzi, frequentavamo lo stesso liceo. Inizialmente non le prestai tante attenzioni, anche se bisogna dire che aveva (e secondo me ha ancora) uno dei migliori fondo schiena che io abbia mai visto. Ma poi riuscì a conquistarmi e fui totalmente cotto.</p>
<p>I primi anni per noi furono bellissimi: gite romantiche, passeggiate al chiaro di luna, serate in discoteca, con gli amici. Di problema vero alla fine ce n’è sempre stato solo uno.</p>
<p>Sua madre. Vecchia megera.</p>
<p>La famiglia di Linda era originaria di El Salvador. A detta di sua madre, che d’ora in poi chiamerò la vecchia, la famiglia di Linda era una delle più antiche del suo paese. Mai abbandonato la terra madre, neanche per un giretto. Solo la vecchia fu costretta ad abbandonare il suo paese, perché incinta di Linda e senza certezze sul nome del padre. Una volta, nelle rare occasioni in cui riuscii a tollerare la sua orribile presenza, mi disse che se non fosse scappata da El salvador l’avrebbero probabilmente torturata e avrebbero usato la bimba impura come sacrificio agli dei. Venivano da una famiglia antica. Gente un po’ troppo attaccata alle tradizioni direi.</p>
<p>Il momento in cui il rapporto tra me e Linda cominciò a rovinarsi fu quando la vecchia decise che io non andavo bene. Tutto qui. Di punto in bianco decise cosi. E iniziò a odiarmi. E a farmi odiare da Linda. Aveva un potere di convinzione immenso sulla figlia, ed io questo non lo sopportavo. Era stata lei a decidere il lavoro di estetista per la figlia, a scegliere la casa in cui avremmo dovuto abitare, a decidere cosa era meglio per Linda e me.</p>
<p>Non c’è dubbio che io amassi Linda. Ma arrivati a un certo punto l’istinto di sopravvivenza e l’indole umana nel crearsi situazioni favorevoli al vivere bene, fecero lentamente svanire il mio amore. E d’altra parte Linda ormai succube della vecchia cominciò a pensarla come lei.</p>
<p>Mi tolsero anche il piacere di mandarle al diavolo, perché mi ci mandarono prima loro.</p>
<p>Ebbi il colpo di genio grazie a Mike.</p>
<p>Orgoglioso come sono, passai i miei ultimi giorni a ideare uno sgarbo, qualcosa che avesse rovinato la festa e quelle due.</p>
<p>Il giorno del mio addio, con le valigie già sulla porta, dichiarai che Mike veniva con me, poiché era anche mio. Ovviamente non mi resero le cose facili, e si finì addirittura per vie legali.</p>
<p>Roba da non credere lo so, chiamare gli avvocati per l’affidamento di un gatto, ma per fare uno sgarbo a Linda e soprattutto alla vecchia ero disposto a tutto.</p>
<p>Vinsi la causa perché lavorando otto ore il giorno garantivo più di Linda come estetista part time.</p>
<p>E sicuramente più della vecchia, che faceva i tarocchi. Pensare che gente nel 2008 spenda soldi ancora in queste cazzate di stregoneria e magia mi fa venire voglia di ridere.</p>
<p>O meglio me la faceva venire. Adesso non più.</p>
<p>Fu cosi che traslocai in un appartamento in centro, un bilocale minuscolo ma sufficiente per me e il mio compagno felino, e non rividi mai più Linda e la vecchia.</p>
<p>Lasciai l’ufficio verso le 5.30. e andai in centro a fare una passeggiata. Mi piaceva camminare tra la gente e ogni tanto fumarmi una sigaretta seduto a fantasticare sul futuro.</p>
<p>Fu proprio mentre pensavo ad una possibile vacanza in qualche isola del pacifico che un dolore forte e scioccante mi colpì allo stinco. Trattenni a stento un grido.</p>
<p>Mi chinai per vedere cosa mi avesse colpito ma non trovai niente. Quando vidi i pantaloni macchiarsi di sangue sotto il ginocchio pensai che qualcuno mi avesse sparato.</p>
<p>Ma non vi erano fori sul tessuto.</p>
<p>Mi scoprii velocemente lo stinco e quello che vidi mi sconcertò a tal punto che fui costretto a lanciare un grido.</p>
<p>Un buco, più o meno del diametro di un paio di centimetri mi attraversava lo stinco da parte a parte, lasciando intravedere il candido bianco della tibia. Ero terrorizzato.</p>
<p>Non solo per la ferita, ma perché non riuscivo a capire che diavolo mi aveva colpito o che diavolo mi stava succedendo.</p>
<p>Mi alzai, pallido in viso. La gente mi guardava e abbassai subito la gamba del pantalone per rendere invisibile la ferita. Con scarso risultato poiché il tessuto era pregno di sangue.</p>
<p>Zoppicai fino a casa (Ringrazio ancora dio di essermi seduto sulla panchina di fronte al mio palazzo). E una volta giunto in bagno cercai la forza di medicarmi. E di trovarmi di nuovo di fronte a quell’orribile foro.</p>
<p>La ferita grondava sangue a fiotti, e il dolore era lancinante. Dovetti abusare di anti dolorifici, infatti, dopo essermi fasciato come potevo fui colto da una forte sonnolenza. Mi addormentai di botto. E feci sogni strani. Buie figure che mi stringevano nel loro pugno come se fossi un giocattolo.</p>
<p>Ricordo anche di essermi svegliato di soprassalto quella notte. E di aver scorto nel buio gli occhi di Mike, che mi osservavano.</p>
<p>La mattina fu traumatica, molto più di quella precedente e di tutte le altre. La gamba era un inferno. Non riuscivo quasi a poggiarla in terra senza urlare. Telefonai al mio capo e mi detti per malato. Gli dissi che avevo l’influenza, e che sarei stato casa almeno fino Lunedì. Era Mercoledì e pensai che mi sarei dovuto far bastare cinque giorni per capire cosa mi stava succedendo.</p>
<p>Misi a lavare i pantaloni e il pigiama e proprio mentre buttavo la roba in lavatrice notai che il pigiama era si sporco di sangue all’altezza del braccio. Ma non reciso. La ferita era stata fatta direttamente sulla carne. Ed era impossibile che Mike mi avesse tirato su la manica, graffiato, e rimesso a posto la manica. Non era stato lui.</p>
<p>Era la stessa cosa della gamba. Ne ero sicuro.</p>
<p>Riguardai il taglio. Sembrava quasi fatto da una mano insicura. In certi punti più profondo, in certi meno. Un po’ ondeggiante. Non una linea secca e precisa.</p>
<p>Sembrava quasi un primo tentativo. Una Prova.</p>
<p>&lt;&lt; Ma che diavolo significa! &gt;&gt; Gridai.</p>
<p>Mike mi rispose con un miagolio dal divano. I suoi occhi diabolici luccicavano.</p>
<p>&lt;&lt; Fottiti Mike &gt;&gt; gli risposi.</p>
<p>Passai l’intera giornata a fare ricerche su internet, cercando casi simili al mio o descrizioni cliniche di malattie che provocassero ferite simile a tagli sul corpo ma non trovai niente a parte racconti horror e cazzate sul voodoo.</p>
<p>Fu allora che decisi di farmi vedere da un medico.</p>
<p>James Andersson era il mio medico da sei anni. Ed era medico da venti. Aveva visto di tutto.</p>
<p>Ma rimase sconvolto.</p>
<p>&lt;&lt; Cosa diavolo hai fatto qui??? Oh cristo! &gt;&gt;</p>
<p>La ferita era ancora in un pessimo stato. Tolte le bende riprese a sanguinare.</p>
<p>&lt;&lt; ti hanno sparato??? Cristo Brandon!! Cosa è successo??! &gt;&gt;</p>
<p>Non riuscii a inventare una scusa. E non volevo. Avevo bisogno dell’appoggio di qualcuno.</p>
<p>&lt;&lt; Dottor Andersson &gt;&gt; dissi con voce roca. &lt;&lt; Adesso le racconterò tutto. Forse lei potrà aiutarmi, perché io non riesco a spiegarmi niente di tutto ciò che mi sta accadendo. &gt;&gt;</p>
<p>Il dottore annuì mentre continuava a medicarmi e iniziai dal mio risveglio col graffio.</p>
<p>Raccontai tutto, senza pause, un vortice di quasi trenta ore angoscianti, riassunti in poco meno di venti minuti.</p>
<p>Quando arrivai alla fine ero sudato e terrorizzato. La mia mente non riusciva a trovare risposte.</p>
<p>&lt;&lt; Brandon.. &gt;&gt; iniziò il dottore dopo un lungo silenzio. &lt;&lt; Non esistono ferite che si causano da sole. &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Dottore non penserà mica…&gt;&gt; dissi io quasi urlando.</p>
<p>&lt;&lt; Forse Brandon non ricordi, o non ti sei reso conto.. &gt;&gt; continuò con tono acre il dottore.</p>
<p>&lt;&lt; L’autolesionismo è una forma di sfogo di qualche tormento della psiche..  ma è una cosa sbagliata Brandon, e non devi aver paura a parlarne..&gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Perché non mi crede dottore….. ?? &gt;&gt; chiesi io quasi in lacrime.</p>
<p>&lt;&lt; Figliolo, avanti… e tanti anni che faccio questo mestiere. Non sarebbe la prima volta che capita una cosa del genere. Basta solo la forza di ammettere che.. &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Stronzate! &gt;&gt; gridai. Il dottore mi guardo come se fossi completamente matto. &lt;&lt; Non sarei dovuto venire qui! Non per farmi prendere per un pazzo!!! &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Ma Brandon ..&gt;&gt; mi implorò il dottore.</p>
<p>&lt;&lt; Al diavolo!! &gt;&gt; gridai. E me ne andai furibondo. Trascinando la gamba dolente, e con la testa che pulsava.</p>
<p>Giunto a casa mi rimisi al computer. Avevo bisogno di risposte. E dovevo trovarle da solo. Perché nessuno mi avrebbe creduto e tento meno aiutato.</p>
<p>Dopo due ore di navigazione e di ricerche i miei risultati erano a zero. E la gamba era uno schifo.</p>
<p>Mi mandava ondate di dolore fino alla testa. Mi alzai per prendere un antidolorifico.</p>
<p>Fu quando tornai a sedermi che con la coda dell’occhio notai un sito segnalato dal motore di ricerca in base alle mie richieste.</p>
<p>Il titolo era “ <em>Il voodoo e le arti nere</em> “. Ma soprattutto fu il sottotitolo a colpirmi.</p>
<p>“ <em>Come provocare ferite a distanza usando il voodoo!! </em>”</p>
<p>Aprii il sito senza pormi domande. Ormai ero pronto a credere a tutto. Saranno stati l’abuso di antidolorifici o il principio di perdita di razionalità, ma più mi avvicinavo a questa folle idea, più sentivo che era giusta.</p>
<p>Dopo un’ora di studio del sito raggiunsi la piena convinzione che qualcuno mi stava facendo il voodoo.</p>
<p>Roba da pazzi penserete.</p>
<p>Beh.. io lo stavo diventando, E trovare una spiegazione era diventata la mia ossessione.</p>
<p>Rilessi di nuovo tutte le spiegazioni del sito e trovai quello che cercavo.</p>
<p>“ <em>Il voodoo, arte magica nera, era praticato (c’è chi dice ancora oggi) da stregoni e fattucchiere africani, e del centro e Sud America</em>.”</p>
<p><em>“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o animali.”</em></p>
<p><em>“ La bambola voodoo è un incanalatore di potere maligno che rappresenta il corpo della persona cui il rito nero è rivolto contro. Pochi elementi appartenenti alla tal persona e una bambola di iuta bastano per attivare il sortilegio. Solo i grandi stregoni delle più antiche famiglie arcane conoscevano i segreti per questo rito.”. </em></p>
<p>Era folle. E allo stesso tempo era lampante e chiaro.</p>
<p>La vecchia.</p>
<p>Fattucchiera da quattro soldi in America. Ma discendente da un’antica famiglia di El Salvador. Aveva a disposizione tantissimi oggetti che mi erano appartenuti, abbandonati là il giorno del mio addio.</p>
<p>E mi odiava.</p>
<p>Risi come un matto. Mike spaventato scappo in bagno.</p>
<p>Nella mia mente tutto tornava. E ne ebbi la certezza assoluta quando la mia mano sinistra all’improvviso prese fuoco.</p>
<p>Cacciai un grido fortissimo. Il dolore era accecante e la carne che bruciava emanava un odore terribile.</p>
<p>Corsi in bagno urlando e per poco non caddi nella doccia mentre cercavo di aprirla.</p>
<p>Mike mi guardava in modo allucinato, con la schiena rigida e inarcata. Pronto per difendersi se quell’essere urlante si fosse avvicinato.</p>
<p>Fu difficile spegnere il fuoco. E quando finalmente vi riuscii mi resi conto che stavo urlando frasi sconnesse.</p>
<p>Della mia mano non rimaneva molto. Era il dolore più forte che avessi mai sentito e mentre urlavo, piangevo.</p>
<p>La bendai e disinfettai. Poi usci dal bagno e mi vestii.</p>
<p>Ero pronto. Feci tappa in cucina a prendere ciò che mi serviva. Poi scesi in garage e partii.</p>
<p>Il campanello trillò nel silenzio del sonno di Linda. Si era addormentata sul divano.</p>
<p>Vivere con sua madre la stancava, e a volte lei la privava di un po’ di libertà con i suoi metodi all’antica.</p>
<p>Ma aveva ragione lei. Brandon era un buono a nulla, un perdente. E non era rispettoso delle tradizioni della famiglia. Aveva fatto bene a lasciarlo.</p>
<p>Aveva ragione sua madre.</p>
<p>“Chi diavolo può essere a quest’ora ?” Pensò Linda con la mente ancora addormentata.</p>
<p>“ Sarà il solito cliente di mamma, uno di quei Vip che non può farsi vedere mentre viene a farsi leggere il futuro.”</p>
<p>Arrivò alla porta e aprii.</p>
<p>L’immagine spettrale che si trovò davanti la terrorizzò.</p>
<p>Un uomo alto, pallido come un cadavere, sporco di sangue in una gamba e con una mano nera e deforme le si parava davanti. Prese fiato per urlare. Ma non emise suono.</p>
<p>&lt;&lt; Ciao Linda &gt;&gt; sussurrai.</p>
<p>&lt;&lt; Brandon ?? &gt;&gt; Chiese lei incredula.</p>
<p>Fuori il rombo di un tuono sancì l’arrivo di un violento temprale.</p>
<p>&lt;&lt; Posso entrare ? &gt;&gt; chiesi io con voce sempre più debole.</p>
<p>&lt;&lt; Si.. ma.. &gt;&gt; disse lei arretrando di due passi. &lt;&lt; cosa ti è successo?? &gt;&gt;</p>
<p>&lt;&lt; Lo sai! &gt;&gt; esclamai. E la colpii col coltello da cucina che avevo nascosto dietro la schiena.</p>
<p>Il collo le si aprii. Fu abbastanza scioccante. E soddisfacente.</p>
<p>C’era sangue dappertutto. E uno strano gorgoglio usciva dalla gola di Linda.</p>
<p>La guardai morire. Poi mi diressi alla camera della vecchia.</p>
<p>Avevo vissuto per anni in quella casa. Sapevo dove andare.</p>
<p>Spalancai la porta e lei mi guardò sorpresa.</p>
<p>&lt;&lt; Che ci fai qui tu ?? &gt;&gt; urlò. &lt;&lt; Maledetto demonio!! Che cosa hai fatto a mia figlia!! &gt;&gt;</p>
<p>Vide la lama del coltello luccicare alla luce delle candele che illuminavano il suo piccolo altare cerimoniale.</p>
<p>La bambola era li. Con un buco nella gamba e una mano bruciata.</p>
<p>&lt;&lt; Strega!! &gt;&gt; urlai! E mi buttai su di lei col coltello in pugno.</p>
<p>La colpii al petto. Ma non la uccisi.</p>
<p>Da terra mi guardò. Sanguinava copiosamente. E quando respirava riuscivo a udire un sibilo, probabilmente le avevo forato un polmone.</p>
<p>&lt;&lt; Tu non ti salverai! &gt;&gt; gridò isterica la vecchia.</p>
<p>&lt;&lt; Nessuno può far nulla ormai.. capisci? &gt;&gt; e si mise a urlare parole incomprensibili nella sua lingua sbavando.</p>
<p>Le diedi un calcio. Ma continuò a farneticare.</p>
<p>Sollevai il coltello per colpirla definitivamente.</p>
<p>Fu allora che finì l’assurda litania e rise di gusto.</p>
<p>La colpii al collo cinque o sei volte. Ci misi molta foga, e la sua testa mi rimase tra le mani quando ebbi dato l’ultimo colpo.</p>
<p>Mi misi a piangere. Era finita.</p>
<p>Mentre mi allontanavo in macchina, la luce delle fiamme cominciò a diventare intensa.</p>
<p>La vecchia casa aveva preso fuoco meglio del previsto.</p>
<p>Qualcuno avrebbe chiamato i pompieri da lì a poco. Ma al momento del loro arrivo sarebbe stato già tutto carbonizzato.</p>
<p>&lt;&lt; Le streghe vanno bruciate. &gt;&gt; dissi ad alta voce.</p>
<p>Risi forte, guardando la bambola buttata sul sedile del passeggero.</p>
<p>Quella notte caddi in un sonno tormentato. Continuavo a sognare la vecchia sanguinante. E la sua orrenda litania. Mi terrorizzava il suono della sua voce, farneticante, in quella lingua sconosciuta.</p>
<p>Uscii improvvisamente dal sogno urlando. Un dolore terrificante al braccio sinistro all’altezza della spalla mi stava uccidendo. Non riuscivo a respirare. E sentivo sangue uscire dalla bocca. Gridai terrorizzato quando, accendendo la luce con la mano destra,</p>
<p>vidi che il dolore al braccio in realtà non era al braccio.</p>
<p>Il braccio non c’era più. Solo un moncherino che spruzzava sangue.</p>
<p>Urlai.</p>
<p>Il braccio giaceva in terra. Immobile. Era stato strappato dalla mia spalla.</p>
<p>Urlai di nuovo, più forte di prima, quando vidi Mike guardarmi con quegli occhi gialli.</p>
<p>Erano diabolici. La bambola giaceva tra le sue zampe. Il braccio della bambola poco più distante.</p>
<p>Come un lampo capii il significato della litania gracchiata in punto di morte dalla vecchia.</p>
<p><em>“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o ANIMALI !!! ”</em></p>
<p>Urlai per la terza, e ultima volta, mentre Mike, continuando a fissarmi maligno, addentò la testa della bambola.</p>
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		<title>Racconto: Il Cavaliere demoniaco dalle ali angeliche</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 20:14:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Colombi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Horror]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[“…Non esiste forza 
o potenza alcuna 
 che riesca a sovrastarmi…” 

I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><em><span>“…Non esiste forza </span></em></p>
<p align="center"><em>o potenza alcuna </em></p>
<p align="center"><em><span> che riesca a sovrastarmi…” </span></em></p>
<p align="center">
<p>I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro il nemico.</p>
<p>Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una creatura dorme nell&#8217;oscurità della pietra.</p>
<p>La guerra ormai infuria.</p>
<p>Urla di rabbia e di dolore.</p>
<p>I comandi impartiti dai capitani e le urla di incitamento prima della carica.</p>
<p>Combattimenti e sangue: gli uomini combattono e si uccidono per la supremazia sul territorio.</p>
<p>Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all&#8217;imboccatura della caverna. E&#8217; una donna dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.</p>
<p>La creatura informe imprigionata nell&#8217;oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.</p>
<p>La musica diffonde nell&#8217;aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.</p>
<p>Ancora un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: la caverna è ormai vuota, ormai vuoto è il trono di pietra e di ghiaccio.</p>
<p>Dall&#8217;alto delle montagne lui osserva la vallata e la battaglia che i mortali stanno conducendo.</p>
<p>La donna suona ancora, avvolta dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d&#8217;angelo.</p>
<p>La creatura ne è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.</p>
<p>E percepisce qualcosa che non riesce a spiegarsi, una spiacevole sensazione di dejà &#8211; vu che non riesce a tollerare e che origina da quella donna che umana non lo è di certo.</p>
<p>Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.</p>
<p>Ma poi da essa si allontana, vittima dell&#8217;incantesimo che dal Manto delle Tenebre scaturisce e, volgendo la propria mente al compito che lo attende, osserva la battaglia nella vallata sottostante.</p>
<p>Piove mentre gli uomini combattono.</p>
<p>Cariche si alternano a duelli.</p>
<p>Il clangore delle spade, scudi che si infrangono e lame che tagliano la carne.</p>
<p>Un vento gelido percorre il campo, si insinua ovunque, nell&#8217;animo e nelle armature.</p>
<p>Scende la notte. O almeno è quanto sembra.</p>
<p>Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos della battaglia a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz&#8217;aria, immota.</p>
<p>Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.</p>
<p>Rimane solo un cratere e degli uomini che vi erano nemmeno la cenere.</p>
<p>Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.</p>
<p>Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.</p>
<p>Si posa dolcemente all&#8217;interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.</p>
<p>Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore delle centinaia di soldati.</p>
<p>L&#8217;armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro. Lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.</p>
<p>Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d&#8217;inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.</p>
<p>I suoi occhi d&#8217;oro scrutano attentamente gli umani attorno.</p>
<p>Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell&#8217;aria: nulla si muove e nulla si ode.</p>
<p>Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.</p>
<p>Alcuni pensano che sia un prodigio.</p>
<p>Alcuni silenziosamente pregano.</p>
<p>Alcuni sacerdoti, chiamati a benedir le armi, si inginocchiano a pregare.</p>
<p>Domande e dubbi, la gola secca e un terribile silenzio tutt&#8217;attorno.</p>
<p>Un&#8217;immobilità irreale che pervade la natura stessa.</p>
<p>All&#8217;improvviso il cavaliere apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall&#8217;inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.</p>
<p>Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.</p>
<p>E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”</p>
<p>Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell&#8217;abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell&#8217;aria una spada magnifica e perfetta: la lama d&#8217;argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l&#8217;impugnatura possente.</p>
<p>L&#8217;essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.</p>
<p>Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.</p>
<p>I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.</p>
<p>Si avvertono solo i fendenti della spada dell&#8217;oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.</p>
<p>Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.</p>
<p>E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.</p>
<p>Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell&#8217;assoluto.</p>
<p>La nebbia tutt&#8217;attorno e la privazione della vista.</p>
<p>La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti.</p>
<p>Ovunque solo urla e mutilazioni.</p>
<p>Cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.</p>
<p>Non vi è scampo, nemmeno la fuga.</p>
<p>Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.</p>
<p>Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora.</p>
<p>Solo morte. Solo distruzione.</p>
<p>Poi ad un tratto scompare la nebbia ed un raggio di sole squarcia le nuvole del cielo. Il cavaliere ha già ucciso centinaia di soldati e si sta pulendo la spada con le vesti dell&#8217;ultimo sacerdote che ha trucidato, un uomo che si nascondeva invano dietro una croce in cui a malapena credeva.</p>
<p>I soldati si cercano l&#8217;un l&#8217;altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente.</p>
<p>Il cavaliere guarda al cielo in silenzio.</p>
<p>Molti, alla vista di tanta morte si sentono persi e fuggono.</p>
<p>Nessuno di loro, riuscirà tuttavia ad abbandonare vivo la vallata.</p>
<p>Una musica suona nell&#8217;aria, una musica per i soldati umani. Il requiem a loro dedicato dalla suonatrice che siede all&#8217;imboccatura della prigione della bestia.</p>
<p>Ecco allora che accade qualcosa: nel cuore degli uomini torna la speranza e una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme l&#8217;araldo della morte.</p>
<p>Uniranno le forze e vinceranno la morte.</p>
<p>Nessuno pensa a fuggire.</p>
<p>Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.</p>
<p>Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull&#8217;oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.</p>
<p>Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Sigfrid Leone Bianco, l&#8217;eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto.</p>
<p>Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa la lancia e ne ferisce a morte il cavallo.</p>
<p>Sigfrid si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.</p>
<p>Il Leone Bianco urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.</p>
<p>Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.</p>
<p>Le spade si scontrano parecchie volte: Sigfrid combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d&#8217;argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.</p>
<p>Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.</p>
<p>I soldati esultano per la vittoria, mentre Sigfrid rigira la spada nella ferita.</p>
<p>Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l&#8217;eroe con i suoi occhi d&#8217;oro, lo fissa e ride feroce.</p>
<p>La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l&#8217;eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.</p>
<p>Il demone avanza, afferra l&#8217;eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra.</p>
<p>Le gambe di Sigfrid non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.</p>
<p>In quegli occhi dorati, vede l&#8217;inferno e gela il sangue nelle sue vene.</p>
<p>Con un ringhio demoniaco e tremendo, emettendo un suono orribile che strazia i timpani, appellandosi alla sua forza, strappa in due il corpo dell&#8217;eroe e ne getta i resti ai piedi dei soldati che poco prima incitavano il loro capitano.</p>
<p>Armatura ossa e carne giacciono a terra, in una pozza di sangue e visceri.</p>
<p>Una risata diabolica si diffonde tremenda nell&#8217;aria.</p>
<p>Sul suo corpo nemmeno una ferita appare evidente. E nemmeno una goccia di sangue intacca lo splendore della sua armatura divina.</p>
<p>Osservando i soldati e l&#8217;espressione di terrore nei loro volti, esclama calmo: “Non esiste forza o potenza alcuna che riesca a sovrastarmi!”</p>
<p>Poi, la sua spada prende fuoco e, bruciando di un fuoco bianco, candido come le ali che porta sulla schiena, con un colpo solo, si libera la strada riducendo a brandelli e polverizzando i soldati coraggiosi che seguivano Sigfrid.</p>
<p>Poi solleva in alto la spada e richiama la nebbia, un vortice d&#8217;aria che scende dal cielo e si diffonde ovunque divorando ogni cosa.</p>
<p>Una risata torna a riecheggiare nell&#8217;aria, mentre il demone riprende la sua macabra danza di morte, il compito al quale è preposto.</p>
<p>Di nuovo i soldati sono prigionieri di una prigione senza pareti, schiavizzati dalle proprie paure, incapaci di sfuggire alla forza inarrestabile del demone alato.</p>
<p>Impotenti, ridotti a niente: impossibile la lotta, impossibile la fuga.</p>
<p>Ogni speranza è negata da tutte quelle urla e tutto quel terrore.</p>
<p>Ogni soldato si ritrova solo, perduto e terrorizzato. Sente costantemente le urla di morte dei suoi compagni farsi ogni istante più vicine.</p>
<p>Lentamente, ognuno sente l&#8217;avvicinarsi del distruttore.</p>
<p>E il distruttore avanza, nella nebbia che lui stesso comanda. Avanza e semina morte e dolore, a cui è insensibile e indifferente, un burattino inconsapevole schiavo di quel suono che lui solo ode. Il suono dolce e armonioso di un flauto, che lo incita e lo governa, e annulla in lui la ragione.</p>
<p>La nebbia si apre e ogni soldato lo vede avanzare verso di se, potente e maestoso. Immenso e perfetto.</p>
<p>Non vi è speranza, solo un terrore primordiale e assoluto.</p>
<p>E poi la morte.</p>
<p>Al tramonto la vallata è ricoperta di sangue e cadaveri dilaniati.</p>
<p>Nessun uomo è stato risparmiato dai fendenti della belva: colpi così potenti e devastanti da squarciare la terra.</p>
<p>E per coloro che non son stati colpiti dalla spada, è stata la magia a fare da guida verso l&#8217;oltretomba. La magia in forma di folgori e spaventose visioni, e fiamme viola e rocce infuocate dal cielo.</p>
<p>Neri avvoltoi e corvi e sciacalli si aggirano tra i morti nell&#8217;ora del crepuscolo. Nel cielo i colori del tramonto mentre uno stormo di uccelli migra verso sud e il vento muove le fronde degli alberi.</p>
<p>Nessuno è stato risparmiato.</p>
<p>Nessuno vive.</p>
<p>Poi, inchinandosi deferente al sole dell&#8217;alba, l&#8217;occhio di Dio che tutto vede, l&#8217;essere della distruzione si alza in volo.</p>
<p>Per qualche istante quel suono tace, quel suono melodioso che lo ammaliava.</p>
<p>Libertà finalmente, dopo secoli di prigionia nel suo trono di pietra e ghiaccio: per il cavaliere eterno dall&#8217;armatura di tenebra e argento questa è la vittoria più grande.</p>
<p>Ma il suo volo è breve.</p>
<p>Una forza sconosciuta lo trattiene.</p>
<p>Una forza magica e invisibile che riecheggia nelle sue orecchie divine.</p>
<p>La musica di un flauto che nuovamente suona. La musica infernale e divina dalla quale non può trovar riparo. Contro di essa a nulla valgono i suoi poteri, né le sue armi né la volontà. Questa volta il suono è violento e tagliente, una musica cacofonica che lo annienta.</p>
<p>D&#8217;improvviso cade e, mentre si contorce e divincola, come intrappolato in una rete, il suo corpo inizia a sgretolarsi, colpito come da un&#8217;invisibile frusta celestiale: è il potere della musica divina che la donna suona all&#8217;imboccatura della caverna.</p>
<p>Questo il suo ultimo rabbioso pensiero mentre si riduce in polvere, polvere e piccole fiamme che un vento sovrannaturale trasporta fino al suo trono di pietra.</p>
<p>Non è ancora terminato il tempo della prigionia e nonostante i suoi sforzi, il cavaliere demoniaco dalle ali angeliche è ridotto di nuovo in pietra.</p>
<p>Di nuovo il sonno indotto, per dominare colui che non si può contrastare. Arriverà nuovamente il tempo per la battaglia.</p>
<p>E secondo il Patto Antico, giungerà anche il momento della Liberazione, ma per ora è ancora Lui ad averla vinta.</p>
<p>Per adesso, solo un lago di morte e devastazione ne rammenterà a tutti la tacita presenza.</p>
<p>Armi e corpi devastati riposano per sempre sotto la protezione delle stelle e quando compare la luna, la figura di donna avvolta nelle tenebre smette la sua divina melodia. Alzatasi, rimane immobile nell&#8217;aria della sera ad osservare la creatura della distruzione e della guerra.</p>
<p>Racchiuso nella pietra non ha forma alcuna, e la sua forma, non è la stessa di quando, nei secoli passati, il suo splendore eguagliava il sole.</p>
<p>Per un attimo, quella donna misteriosa si abbandona sulla scia dei ricordi, rammentando le sue gesta e le sue parole, sussurrando senza voce quell&#8217;antica promessa.</p>
<p>Un ultimo sguardo alla figura di pietra informe, una lacrima e un saluto all&#8217;essere che un tempo amava e, sciolto il Manto delle Tenebre, libera le luminose ali angeliche per tornare al mondo cui appartiene.</p>
<p><strong>Note: </strong>Ero indeciso se descrivere quanto segue in forma di racconto o in forma di poesia, anche se credo che un racconto di genere fantasy riesca a rendere meglio l&#8217;idea che avevo in mente.  Tutto il racconto è incentrato su di una figura, una figura demoniaca e divina al tempo stesso che rappresenta l&#8217;essenza stessa della distruzione, che rappresenta tutti i limiti imposti all&#8217;uomo, il destino e la presenza dell&#8217;assoluto. Naturalmente rappresenta anche molte altre “cose”, tutto dipende dal lettore. L&#8217;idea alla base del protagonista di questo racconto trae origine da Dark Schneider e da Belzebub di Bastard!! (di K.Hagiwara), da Gatsu di Berserk (di K.Miura), dal Bestelbulzibar della Trilogia del Demone (di R. A. Salvatore) e non solo. L‘idea che volevo rappresentare è quella di un personaggio fortissimo, incommensurabilmente potente, che vive al di là della dimensione umana ma che alla dimensione umana è in qualche modo legato: un essere insomma che non teme né il Bene né il Male, ma che da entrambi è stato generato, un essere che non trova limiti e pari nel mondo degli umani. Una divinità che non appartiene né alla luce né alla tenebra. Tuttavia sono riuscito a rendere questo solo in parte (in quanto anche al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche sono stati posti dei limiti, come la schiavitù ad un segreto volere superiore), e questo credo sia dovuto al fatto che ho cercato di scrivere quanto segue il più rapidamente possibile, per imbrigliare l&#8217;idea stessa sul foglio, per intrappolarne l&#8217;essenza  del personaggio, quasi temendo di &#8220;perderlo&#8221; se solo avessi aspettato troppo prima di descriverlo.</p>
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		<title>Racconto: Gli Obviurs</title>
		<link>http://www.magrathea.it/2009/06/gli-obviurs/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 18:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vajmax</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fantasy]]></category>
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		<description><![CDATA[Certe verità si devono dire facendole sembrare menzogne, così come tutte le falsità ci si sforza di farle apparire come fossero delle verità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prologo</strong></p>
<p><em>Ci sono verità che devono essere raccontate attraverso la menzogna, come dall&#8217;altro lato e per inversione speculare, la falsità deve affermarsi in un aspetto di verità.</em></p>
<p>Era un popolo strano e ostinato quello degli Obviur, talmente strano da esser riuscito a infiltrarsi tra gli abitanti del pianeta Terra senza che quasi nessun indigeno se ne potesse accorgere. Solo rarissime persone riuscivano a percepire la loro diversa natura, ma le ragioni di questa presenza strana e aliena erano, anche per costoro, relegate all&#8217;ambito delle ipotesi.<br />
Esteticamente erano simili agli umani, ma avevano i piedi più grandi dei loro, e anche gli occhi si allungavano in un un taglio sottile che non ricordava quello dei cinesi. Altra caratteristica che avrebbe meravigliato gli umani, se questi li avessero notati, era dovuta all&#8217;impossibilità di riconoscerne il genere: maschi e femmine erano esteticamente indistinguibili, almeno per i terrestri.<br />
Nessuno ha mai saputo da quale parte dell&#8217;universo provenissero, né se potessero essere originari del pianeta terra, magari da sempre indistinti e liberi di ordire i loro imperscrutabili fini. Si è scoperto con certezza soltanto uno di questi loro obiettivi, il principale: dovevano e devono impedire agli umani,  e solo a quelli risvegliati alla comprensione delle leggi universali dell&#8217;esistenza, di realizzare una compiuta consapevolezza sul fine della vita. Ovviamente per &#8220;compiuta&#8221; si deve intendere che questa consapevolezza non si arresti a una realtà teorica, ma che sia anche applicata nella prassi del comportamento. È per questa ragione che la loro natura è considerata demoniaca, anche se è ovvio che siano più intelligenti dei demoni i quali, a differenza degli Obviur, ignorano la centralità spirituale dell&#8217;universo.<br />
La stragrande maggioranza degli umani non conosce nemmeno il significato del termine &#8220;universale&#8221;, e la quasi totalità anche quello di principio, quando a questo è associata l&#8217;universalità, così è facile immaginarsi che l&#8217;impegno degli Obviur non avrebbe dovuto essere poi molto gravoso, eppure a crederlo ci si sbaglierebbe, perché i rarissimi individui che sono risvegliati all&#8217;universale sono in grado di creare grosse difficoltà anche ad alieni in possesso di capacità extrasensoriali possenti, come erano gli Obviur.<br />
Anche il loro nome non è quello reale, è stato dato loro per riderci sopra da un Maestro dello Spirito, che lo deformò sulla forma della loro missione, definendola &#8220;ovvia&#8221; e di serie B, a causa della natura in cui la &#8220;mala jente&#8221; che infesta l&#8217;oscuro mondo invisibile si trova invischiata.<br />
Fino a oggi avevo creduto improbabile che questa &#8220;gente non gente&#8221; fosse anche sanguinaria, perché quando li ho incontrati, ormai tanti anni fa, si erano impegnati a sviarmi attraverso l&#8217;inganno e la paura, senza mai ricorrere alla violenza. Oggi so il perché in quel tempo non si sprecarono troppo con me: non valevo quella fatica. Nemmeno oggi probabilmente, ma i due che mi hanno chiuso qui dentro non hanno l&#8217;aria di saperlo.<br />
Quand&#8217;ero ancora un giovane chiamato alla visione del &#8220;piccolo vero&#8221; ero stato condotto all&#8217;obbligo di dovermi scusare con l&#8217;elemento che noi terrestri chiamiamo acqua, perché avevo sporcato la purezza originaria che è sua essenza. Fu per questa ragione che mi fu comunicato il luogo dove avrei dovuto recarmi per compiere il rito necessario al ricomporre l&#8217;equilibrio dal quale ripartire, in questa mia difficile avventura.<br />
Dal momento del mio risveglio avevo già visto esseri diversi dalla specie alla quale appartengo, e mi ero anche accorto che loro sapevano del mio risveglio interiore. Non erano molti e non stavano mai più di due insieme; mi guardavano, camminando tra la gente normale, con curiosità mista ad astio, con quella luce nei loro occhi simile a quella dei bimbi che nutrono rancore. A quel tempo ero ancora sotto l&#8217;intenso shock derivato dall&#8217;aver preso coscienza di ciò che ero in realtà, e del cumulo di errori commessi che deviavano il mio essere dal proprio centrale destino. Per questo non concentrai la mia attenzione su di loro, sarebbe stato come un fissare il pensiero su un piccolo nevo sapendo che sotto serpeggiava, da tempo, un tumore maligno già in metàstasi.<br />
Pensai allora solo a curarmi l&#8217;anima, modificando le mie intenzioni nei confronti di un&#8217;esistenza che mi si era rivelata nella sua luce, incomunicabile per la sua non relatività, ma non più così misteriosa, nella quale il &#8220;Non compreso&#8221; intesse l&#8217;arabesco di ciò che appare essere un Mistero consueto.<br />
Lottare contro il proprio ego  non richiede la conoscenza di trucchi, perché è contro il trucco che si lotta, e per vincerlo l&#8217;unica tecnica ammessa e concessa è racchiusa nella Verità.<br />
E qui si affina l&#8217;arte di un vivere che deve maturare il distacco da sé. Loro, gli Obviur, a un certo punto della mia lotta devono essersene accorti che cominciavo a progredire, credo dal fatto che mi vedevano perdere sempre più spesso nel combattimento contro gli altri della mia specie.<br />
Il giorno lontano, quasi sepolto nei miei ricordi, nel quale mi recai a chiedere perdono all&#8217;acqua, loro cercarono di uccidermi in modo dolce, portandomi nella nebbia fino all&#8217;orlo di un precipizio, che io vidi solo per una voce interiore ancora molto lontana dalla mia usuale consapevolezza, ma oggi si sono scatenati nella furia che non si vede, esternamente alle loro nere pupille, e mi hanno catturato. Oggi, nel buio dove sono rinchiuso, posso vederli bene i miei due carcerieri, e riconosco la volontà oscura che li lega. So che per liberarmi dalla loro stretta dovrei essere puro, in fondo avrei avuto tutto il tempo necessario per esserlo, ma non ce l&#8217;ho fatta. È arrivato il mio momento, sempre ho saputo che sarebbe arrivato, ma ora è tardi per piangere, come è tardi per vivere ancora nella perdita di un tempo del quale mi è mancata la misura.</p>
<p>Gli Obviur stanno arrivando e so che non proveranno a spiegarmi il perché lo dovranno fare, ma non sarà con la mia uscita dal corpo che la nostra guerra si concluderà.</p>
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		<title>Racconto: Il garzone di macelleria</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 07:12:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vajmax</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<description><![CDATA[Certe storie non toccherebbero i vegetariani. Forse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il garzone di macelleria</p>
<p>Fino ad allora era stato un semplice garzoncello di macelleria, insaccato in un camice quasi mai bianco e senza schizzi di sangue vivido, perché i garzoni inesperti e poco svegli non macellano mai le bestie. Capitava invece che, nel retrobottega e quando mancava il titolare, le amasse quelle bestie anche se, lo si può agilmente immaginare, il freddo corporeo da frigo di quelle carcasse rigide gli ritardava l&#8217;eiaculazione la quale, quando arrivava, si sgonfiava nell&#8217;angoscia che il macellaio potesse tornare all&#8217;improvviso, facendolo urlare al paese lì fuori di cosa, quel garzoncello timido, fosse capace. La sua esistenza trascorreva così, velocemente e nel greve fetore malato del sangue che, a strisce gelide, rigava la distanza che separava la ghiacciaia dalla turpe sua alcova. Un giorno però, il macellaio si ferì a una mano, e si vide costretto ad affidargli una mucca intera da squartare. Era la svolta professionale attesa da anni: una bestia intera e calda, beh… diciamo tiepida, da mettere al centro delle sue attenzioni morbose.<br />
Anche quella giornata si era stranamente presentata diversa, e quando il muletto del fornitore gli depositò nel retro l&#8217;animale da dividere, pure il sole si imbarazzò dietro una nuvola, spessa e affilata come una scure.<br />
Ottocento chili da trascinare gli pareva che lo stessero guardando con occhioni avidi, da sotto quelle ciglione romantiche e la linguona, spessa e un po&#8217; pelosetta, sporgente di lato, gli suggeriva immagini che non si possono raccontare senza dannarsi l&#8217;anima. La fretta di consumare quel perverso progetto gli aveva fatto congedare anticipatamente il fornitore che aveva portato lì quel cadaverone chiazzato e ora non gli riusciva, nemmeno col carrello elettrico, di muovere l&#8217;animale. Ottenne solo d’inclinarle la schiena su un lato, di traverso alla porta, in modo da poterla socchiudere un poco e avventarsi, finalmente, sulla sua preda sì inanimata, ma non ancora fredda del tutto. Non poteva attendere che si raggelasse di più, perché in quella parvenza di tepore s’accoccolava la sua brama d&#8217;amore. Spense la luce del negozio e abbracciò la massa, che sembrava inchiodata a terra, e la baciò sul muso umido con trasporto mentre, impicciandosi, si sfilava velocemente i calzoni.<br />
Il macellaio, tornando dall&#8217;ospedale, dove l&#8217;avevano cucito alla meglio, non si sarebbe mai fermato al negozio se non avesse visto quella testa di mucca che si sbatteva, a colpi secchi e decisi e con la lingua fuori, dallo spiraglio socchiuso della porta sul retro della macelleria.<br />
Lo spettacolo che si offrì ai suoi occhi, quando entrò incuriosito, lo fece svenire di colpo dando così modo, a quel garzone infoiato, di avere un&#8217;altra e inattesa preda, ma finalmente calda per almeno un’ora&#8230;</p>
<p>La moglie del macellaio, soffocata dalle lacrime, non ebbe altro da pensare che suo marito l&#8217;avesse abbandonata per sempre, magari con quella giovincella, tinta e slavata, che gli sfiorava, bramosa, la cotta di maglia antitaglio che lo proteggeva dalle lame, insanguinata.<br />
Tutti sanno, e anche la donna non ignorava, che piccoli eventi inducono a grandi sconvolgimenti, capaci di travolgere l&#8217;esistenza delle persone che si affidano troppo alla propria maturità, e il macellaio era uomo di grande equilibrio, come avrebbe potuto, altrimenti, maneggiare la mannaia con quella temibile naturalezza? Per questa ragione era esposto a tutti i rischi che la troppa sicurezza nei propri mezzi, prepara sempre con cura. Così, la mente eccitata della donna scorreva, analizzandole, tutte le possibili cause di disgrazia che potevano aver colpito il marito.<br />
&#8220;Chissà dove sarà ora?&#8221;&#8230; sbottò infine, nell’impossibilità di scovarlo, disperata dall’imprevista solitudine che glielo faceva immaginare più in dolce compagnia che soffocato dal proprio cuore.</p>
<p>Intanto, in quel retrobottega maledetto, era tornato il silenzio. Tutto era stato lavato accuratamente e l&#8217;odore di candeggina, pur non volendo imitare quello d&#8217;incenso che aleggiava in chiesa, cercava di nascondere la sensazione che lì dentro si fosse compiuto un misfatto. Anche la mucca era stata lavata, fin nelle interiora e squartata, con maldestri e vendicativi colpi d&#8217;ascia, che avevano infierito, maciullandola, soprattutto nelle sue parti intime. Le sue mammelle, per il loro evocare tepori protettivi, erano state conciate come trippa sfogliata, e pure la grossa lingua era ridotta a strisce sottili, come messa nell&#8217;impossibilità di rivelare ciò che andava rimosso per sempre.</p>
<p>La polizia si stancò presto di vagliare sospetti improbabili, e convenne con la moglie nel credere alla fuga d’amore. Dopo aver peregrinato inopportuna per il negozio, tutta la notte e pure il giorno dopo, tra batuffoli di cotone e bombolette di spray rivelatore, i detective compresero, in mezzo a tutte quelle tracce rapprese, che quel sangue lavato col sangue non avrebbe parlato d&#8217;altro che del sangue di nessuno con odore di candeggina.<br />
Nemmeno un poliziotto notò che la carne trita, troppo pallida, era scivolata, per l’inusitata freschezza, ammucchiandosi a grumi, rivoltati contro il bordo dei contenitori inclinati, fuoriuscendone e mostrandosi, in quella colatura sfacciata, sotto il vetro gelido di un bancone stranamente rallegrato da due mazzetti di freschi e chiusi fiori di prato, che non avrebbero mai voluto aprirsi.</p>
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		<title>Racconto: Dio è ovunque</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 07:06:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Trecento esatte parole per coprire trecento inesatte bestemmie.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;aprirsi pesante del grande portone di quercia un soffio gelido entrò prima di tutti, insinuandosi nelle crepe aperte dalla morte dei simboli sacri che un mosaico, antico e consunto, mostrava a un cielo che le alte navate, agitate di demoni, oscuravano. &#8220;Deus ubicumque est&#8221;&#8230; esaltava una scritta gotica, ingrigita di muffe, che dominava l&#8217;abside dentro al quale una grande croce inchiodava, impietosa, un Cristo dagli occhi rassegnati e rivolti verso l’alto. In lenta e monotona processione sguardi cupi tagliavano il buio da volti deformati dall’odio, e varcavano il sacro confine che lasciava fuori il dubbio per non far entrare certezze. Quei tenebrosi corpi lentamente si disposero in strette file parallele, legate dall’astio che le teneva tenacemente ordinate, e un comune destino di esecrabile sofferenza le obbligava a invocare una morte atroce per nemici che non potevano perdonare. Rimpiccioliti, in fondo al girone infernale, un prete e due servi parevano artigli coi quali il fetore ornava la bestemmia di trovarsi in quel luogo, voluto dalla santità di coloro che se ne erano andati, disgustati dall’umano degrado. Nessuno di quegli insulti al cielo conosceva il momento esatto nel quale piegarsi, e tutti si inginocchiavano soltanto per mostrare all’altro di esserne stati capaci. La funzione iniziò col solito lamento prolungato, quasi reclamasse una grazia che rifiutava da sempre, e fu seguito dall’incespicare di formule che avanzavano feroci, in un coro imparato dalla memoria che ha ogni meccanismo spento: “Deus ubicumque est, et cum Spirito tuo”…<br />
Cristo, disperato dai chiodi di quelle volontà perdute, aspettava come sempre e guardava alto, pregando il Padre, anche se sapeva che nemmeno quel giorno una mano ne avrebbe accarezzata un’altra allo scopo di farlo scendere dalla croce.<br />
“Deus ubicumque est”… le gole urlavano, ignorando che fosse vero, e che solo un atto d’amore avrebbe potuto fermare il male.</p>
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		<title>Racconto: Dischi volanti</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 06:57:49 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fantavero]]></category>

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		<description><![CDATA[Era già un disastro quando l'umanità aveva fatto i conti senza l'oste, ma quando le è stato presentato il conto, decidere di pagarlo coi rifiuti le è stato fatale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un disco piccolo ed elastico era spuntato come dal nulla, quasi materializzato da qualcosa che non si sarebbe aspettato di trovarsi lì, a dover schivare tutti quei rottami vaganti uno spazio che, fuori da quel sistema, di solito era pulito.<br />
—Eccheccazzo!—<br />
sibilò il sottopilota, ché il pilota dormiva sempre e lo si poteva svegliare solo nelle occasioni importanti<br />
—Mi sa che siamo finiti nella discarica dell&#8217;Unione Galattica!—<br />
continuò a dire, dando una tentacolata di nervosismo al navigatore per comunicargli il suo disappunto che avesse ancora cileccato i calcoli<br />
—A te, quando torniamo a casa, ti deferisco al consiglio dei Savi<br />
—Non se ne può più della tua incompetenza!—<br />
L&#8217;altro, il navigatore, ancora stonato dalla droga che avevano prelevato nell&#8217;ultimo sistema a due soli visitato, non si scompose di un filo, non gli conveniva, perché erano due attimi solari che teneva il vomito che avrebbe potuto mandare in corto i circuiti della consolle, dove stava sfiorando il record intergalattico di flipper interstellare.<br />
—Usa il cannoncino e disintegrali, quei rottami!—<br />
rispose con l&#8217;alito fetido che caratterizzava quella razza e che non era nemmeno il loro difetto peggiore.<br />
—Fallo tu!—<br />
rispose il copilota<br />
—Che sai sparare meglio!<br />
—Non detieni ancora il record di tiro al bullone che hai stabilito sulla costellazione di Aldebaran, l’emiciclo scorso, con quel bellissimo colpo di culo che ti ha fatto guadagnare i tetra crediti del vantaggio?—<br />
—Okkey!—<br />
strisciò il navigatore, e con un tiro del cannoncino nuclearizzato, non proprio da maestro, mancò un grosso rottame ferroso davanti al piccolo ed elastico disco volante e disintegrò il pianeta Terra, giusto dietro. Non ricevettero mai lamentele, per questo increscioso fatto, dall&#8217;Unione Galattica.</p>
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		<title>Racconto: Grande vortice</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 06:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vajmax</dc:creator>
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		<category><![CDATA[fantatragico]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualsiasi cosa che ruoti deve, necessariamente, avere un asse ideale attorno al quale ruotare. Poiché tutto ruota, nell'universo, ogni piccolo asse ruoterà, a propria volta, attorno a un asse più grande. Resta da chiedersi quale sia l'Asse più grande e più fisso di tutti...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Indefinite sono le Galassie che ruotano nello spazio cosmico che, a sua volta, ruota anche lui con loro. Attorno a cosa ruotino non si sa bene, ma tutti gli esseri dello spazio conosciuto condividono la consapevolezza che sia una specie di Gnomone. Un asse ideale che rappresenta la fissità di cui tutto il movimento ha necessità per non girare a casaccio, come una trottola che colpisce di tutto prima di piegarsi sul suo lato più debole, una volta per tutte. Nel cosmo non è che proprio ci sia &#8220;una volta per tutte&#8221;, l&#8217;idea che l&#8217;ha messo insieme ha pensato bene di procrastinare la fatica del ruotare, così da assegnarle indefiniti lati deboli che, tutti quanti, prima o poi, cederanno alla pressione del Grande Vortice senza piegarsi sul fianco, ma implodendo o esplodendo, in un trick-track deplorevole che non risparmierà nessuno. Così rifletteva l&#8217;esonauta Arisini, stringato nella sua tuta termica di vecchia generazione, con ancora l&#8217;espulsione a tempo random delle feci nello spazio, e che rendeva totale la solitudine della sua passeggiata senza gravità, a causa della pericolosità dell&#8217;avvicinamento in volo non programmato. Per questo era ancora uno scapolo, con la quasi certezza che il trick-track, per lui, fosse già cominciato da un pezzo.<br />
Lavoro strano e malpagato, quello che svolgeva l&#8217;impiegato sub. di terzo livello Arisini, non tanto per il fatto che era subappaltato dalla Delegazione ai lavori reietti, ma perché portare in giro, sopra la esosfera, una bomba magnetica di sfumatura inerte non era faccenda da poco. In più c&#8217;era sempre il pericolo, anche se risibile, di perdere il teletrasportatore distanziale Eta-doppio, che aveva la deprecabile attitudine a scivolare di mano. Caratteristica che, nell&#8217;Eta-quadruplo, era stata pressoché eliminata con il suo inserimento nella tuta, concesso dal nuovo comando vocale e che, quando si rompeva il microfono, di solito, la bomba partiva dritta per la tangente che aveva in quel momento, verso l&#8217;ignoto. Almeno si sperava, che rimanesse ignoto. Per questa ragione, l&#8217;Eta-quadruplo, ancora non era stato implementato negli impiegati sub. di terzo livello, che erano così obbligati a fare, giornalmente, una massacrante ginnastica alle dita per mantenere una buona presa sull&#8217;impugnatura, gelatinosa e sporca, di quell&#8217;odioso marchingegno.<br />
Come la sua tuta e il telecomando, anche la bomba a sfumatura aveva i suoi anni sulla carena, inossidabile solo all&#8217;apparenza. Le feci che, dal retro della tuta, schizzavano a tempo e a razzo tutt&#8217;intorno, pian pianino tendevano a corrodere il carbotitanium al silicio smaltato, e gli davano un aspetto inquietante, come se all&#8217;interno non ci fosse solo uranio arricchito di seconda scelta.<br />
La ragione per la quale quell&#8217;oggetto distruttivo andava portato in giro era semplice: la generazione di ominidi terrestri che l&#8217;aveva progettata e costruita, non aveva previsto il suo invecchiamento eonidale e la valvola, ingrippata per lo scarico acido partiva, all&#8217;improvviso e inaspettatamente, a ogni plenilunio, in sintonia con le maree, e sputava acido radioattivo non degradabile, a intervalli ridotti e che, quando rilasciato in gravità, passava da parte a parte l&#8217;intero pianeta, senza intervallarsi. Si capirà facile che la questione richiese misure drastiche alla sua risoluzione, e apparve subito chiaro che lo spazio rappresentava l&#8217;unica via d&#8217;uscita. A ogni luna piena quindi, Arisini e tutti gli altri come lui, eroi sottopagati, silenziosamente e con la massima abnegazione, si recavano sulla piattaforma di lancio rapido e, con al fianco la bomba tenuta dal lacciocomando teletrasportatore distanziale, si proiettavano in una, ormai consueta, passeggiata appena oltre l&#8217;esosfera, a far pisciare acido a quella cagnolona che, già dall&#8217;aspetto feroce, si capiva essere infida bestia.<br />
Quel plenilunio però, aveva subito notato l&#8217;Arisini, la luna rosastra aveva uno sguardo particolarmente dolce e comprensivo e il suo più bel cratere di destra glielo puntava contro semichiuso, come volesse schiacciargli l&#8217;occhiolino d&#8217;intesa. Di solito il buio era truce come la sua vita, tutta trascorsa nel totale anonimato perché, causa la delicatezza di quel lavoro, a lui non era concessa la libertà di percorrere il pianeta, e i lunghi intervalli lavorativi li passava, d&#8217;obbligo, nei sotterranei dell&#8217;Unione Galattica a giocare col vero virtuale, a far sesso col vero virtuale o a informarsi col falso virtuale, in una girandola di emozioni così ridicole che quando passeggiava con la sua bomba sporca gli pareva d&#8217;essere quasi felice. Poiché non era difficilissimo incrociare uno dei suoi ventisettemila colleghi a passeggio per il sopra esosferico, non si meravigliò di scorgere la sagoma di uno di loro, stagliata netta contro il pallore lunare e, per questo, iniziò a scartare di lato per non passargli troppo vicino, che era pericoloso. Per le bombe, più che altro. Stava già eludendo il saluto quando si accorse, con l&#8217;obiettivo liquido a moltiplicazione, che un particolare della tuta dell&#8217;altro esonauta non concordava con la sua, di tuta. Il suo cuore, già operato quattro volte alla mitralica e trattenuto dai cavetti bioenergetici, prese a sussultare scomposto e come impazzito, costringendo il regolatore di reflusso plasmatico a un superlavoro imprevisto. Era di certo una donna. Una donna esonauta vera. Da non crederci. Non ce n&#8217;eran molte di donne a fare il suo lavoro, perché loro non venivano rapite da piccole, come gli uomini. Dovevano offrirsi volontarie per questo ingrato ed eroico compito, e lui era la prima volta che ne vedeva una, in cinquantacinque anni di onorato servizio. Proprio oggi che era il suo compleanno. L&#8217;aura di quella straordinaria coincidenza lo inebriò e gli fece dimenticare il manuale degli esonauti, che costringeva al rispetto della distanza amagnetica. La donna, anche lei contagiata dalla luna che quel giorno era davvero diversa, non scartò di lato come faceva automaticamente di solito, e si lasciò accostare nel tremore che la pervadeva d&#8217;eccitazione. I loro occhi s&#8217;incontrarono da dietro gli obiettivi liquidi, che non riuscirono a nascondere l&#8217;emozione di quell&#8217;incontro davanti al chiaror di luna e le due lenti moltiplicarono, in schizzi di diamanti, i riflessi delle cornee, che così enfatizzarono ancor di più il sentimento che zoomava felice quel raro spettacolo cosmico. Si avvicinarono di molto quegli sguardi, di troppo, e la parola &#8220;amore&#8221;, che lei pronunciò sottovoce, vietata dall&#8217;Unione Galattica e che, per questo, costituiva il comando d&#8217;innesco dell&#8217;arma, fece scattare in avanti l&#8217;ordigno in tutta la sua bestiale voglia distruttiva la quale, sfiorando il braccio di Arisini, gli fece cadere nel buio l&#8217;Eta-doppio e, con lui, anche l&#8217;altra bomba convergette decisa sul pianeta di sotto. Quella fu l&#8217;ultima passeggiata romantica che quella Galassia vide per molti eoni ancora, ma lo spettacolo pirotecnico di quell&#8217;angolo d&#8217;universo riempì le cartoline d&#8217;invito turistico del resto della galassia che sopravvisse a quel botto, e costituì la fortuna di tutte le agenzie matrimoniali di quel sistema che, da quel giorno, incidettero tutte Arisini davanti al loro nome e tutti i bimbi, nati dopo quell&#8217;evento, ebbero l&#8217;obbligo governativo di avere quel cognome davanti a quello materno. La compagna per pochi secondi, esonauta di secondo livello, di Arisini, nessuno seppe mai come si chiamava ma, si sa, questo è il destino di tutti i volontari dell&#8217;Unione.</p>
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		<title>Racconto: Il druido</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 21:33:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Leonardo Colombi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una misteriosa malattia, la disperazione di un villaggio, la missione di un druido...atipico... Buona lettura!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La piccola folla era radunata nella sala comune del “Cervo Rosso”, un grande edificio con mura in legno e pietre a vista che sorgeva al centro del villaggio. Fungeva da locanda per i rari viandanti e, molto più spesso, come ritrovo collettivo per discutere di questioni ufficiali, quasi fosse una sorta di reggia o luogo di pubblico esercizio oltre che una taverna ben fornita di liquori.</p>
<p><span id="more-206"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">In quel momento alcuni dei cittadini si stavano ancora consultando fra loro, esponendo le proprie perplessità, i dubbi che serbavano nel cuore: avevano fatto bene a richiedere il suo aiuto? C’era da fidarsi di un tipo come lui? Giravano strane voci sul conto di quei druidi..</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Jonas, il capo villaggio, trangugiò un altro bicchiere di grappa aromatizzato al lampone quindi appoggiò con decisione il piccolo bicchiere di vetro. Era nervoso, molto: perché il saggio Oel Odran non era ancora giunto? Quanto tempo avrebbe dovuto ancora attendere prima di vederlo comparire sull’uscio del Cervo Rosso? E se invece non avesse accettato la sua richiesta di aiuto? No, di disse scuotendo per un attimo la testa, si trattava solo di pazientare. Ancora un poco, ancora un altro po’ e poi certamente sarebbe giunto. Ne andava della vita di suo figlio dannazione!</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Senza prender parte ai discorsi che si alternavano nella sala comune illuminata da alcune candele poste sulle lanterne appese alle pareti della stanza, il boscaiolo si diresse verso una delle finestre e si mise ad osservare fuori mentre con la mano prese ad accarezzasi la folta barba bionda, un gesto quello che lo aiutava a calmarsi e che, per chi lo conosceva bene, era solito fare quando era pensieroso.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">All’esterno della locanda ormai era quasi notte, la foresta appariva minacciosa e misteriosa, inquietante per i pericoli e le insidie che essa si diceva nascondesse: lupi, fiere, troll…giravano numerose voci, dicerie che la gente semplice alimentava esprimendo le proprie paure, infondate talvolta, in merito a ciò che credeva si aggirasse di notte tra gli alberi della foresta di Loghen. Secondo alcune di queste voci là fuori vi erano addirittura streghe e spiriti maligni, spettri che recavano la mala sorte. Forse erano stati proprio creature del genere a causare quella strana malattia che aveva colpito quei quattro ragazzi. Con la mente Jonas tornò alle immagini del proprio figlio alle prese con gli spasmi e forti dolori all’addome. Stava male, era più che palese, e non si trattava certo di un banale mal di pancia: il colorito esageratamente pallido del giovane non lasciava presagire niente di buono. A nulla erano serviti i rimedi tradizionali a base di erbe e radici e ora Makal, così come Kanral, Suzen e Shouk, rischiavano la morte. Avevano la febbre alta da giorni ed il rischio di vederli trapassare era alto. Un evento che né lui né i rispettivi genitori degli altri ragazzi desideravano veder tramutarsi in realtà: per un villaggio piccolo come quello la perdita di ben quattro giovanotti nel fiore degli anni rappresentava un gran dramma. Tanto più che se quanto stava accadendo era, come sospettavano in molti, frutto di una maledizione o di qualche sortilegio causato da una strega o altri spiriti maligni c’era poco da star tranquilli: prima o poi sarebbe potuto capitare anche ad altri.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Per questo, non conoscendo altro modo per risolvere il problema, avevano deciso di chiedere aiuto ad un druido come il saggio Oel Odran, un potente servitore della dea madre Etharra, un druido misterioso che si dicesse avesse una conoscenza al di là delle possibilità umane. Poteva addirittura parlare con gli spiriti…ma di lui, guardando all’esterno, al di là del vetro della foresta, non vi era traccia ancora.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Passarono numerosi minuti, la stanchezza e le chiacchiere non diminuirono affatto, mutarono solamente gli argomenti ma le voci non persero minimamente intensità, alcune maggiormente concitate di prima per via dell’alcol. Ugualmente Jonas e gli altri perseveravano nello scrutare l’esterno a mo’ di vedetta. Infine, il boscaiolo vide una macchia più scura delle altre sbucare dall’oscurità della selva. Quindi un’altra e un’altra ancora: erano i corvi del druido. Subito dopo comparve l’uomo che aveva stretto un patto con quei volatili gracchianti e che di essi si serviva come guida, tuttavia fu Alek, contadino ma allo stesso tempo anche abile e attento cacciatore, a riconoscerlo per primo e a riferire agli altri occupanti della sala che il druido era alfine arrivato.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Immediatamente, uomini e donne si riversarono fuori dal Cervo Rosso per andargli incontro, nel cuore un misto di emozioni che andavano dalla mera e semplice curiosità alla diffidenza o alla trepidante attesa. Quell’uomo rappresentava per loro qualcosa di inumano, come se il dono della Conoscenza Arcana da lui posseduto lo rendesse qualcosa d’altro rispetto alla gente comune. Una sorta di semidio capace di risolvere ogni problema, di accedere a poteri e informazioni a loro precluse.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">
<p class="MsoNormal" style="justify;">Oel Odran vestiva in modo singolare, con indumenti grezzi ricavati combinando assieme pelli di animali ed elementi vegetali. Sulle spalle e sulla testa portava una grigia pelliccia che un tempo doveva esser stato di un lupo mentre alla cintola, ottenuta intrecciando liane e corda, portava alcuni sacchetti di cuoio. Aveva gambe e braccia seminude mentre alcuni tatuaggi colorati facevano bella mostra di sé sul suo ampio torace. I suoi occhi grigi e i lineamenti decisi del volto, appena sporcato da una barba incolta a dire il vero, gli conferivano un tono solenne e sacro al contempo. Gli uomini e le donne del villaggio avevano soggezione di lui e gli si rivolgevano con tono sottomesso e rispettoso: guardavano a lui speranzosi di aiuto.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Dopo i convenevoli, il saggio venne condotto da loro in un altro edificio, poco distante dalla locanda. Per l’occasione era stato impiegato come infermeria e di conseguenza ospitava i quattro ragazzi febbricitanti per il quale era stato richiesto l’intervento del saggio Oel Odran.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Il druido entrò nella stanza preceduto dai propri corvi i quali svolazzarono per un poco, esplorando ed esaminando l’interno dell’edificio prima di appollaiarsi sopra alcune mensole. Non vi erano né pericoli né alcunché di insolito o curioso a cui valesse la pena dedicare attenzione, questo comunicava al druido la quiete dei suoi neri compagni. Da parte sua, l’uomo, prima di dedicarsi ai suoi pazienti, appoggiò la propria sacca su uno dei tavoli che erano stati approntati per lui. Quindi chiuse gli occhi, giunse le mani dinnanzi a sé e prese un profondo respiro: detestava quella gente. Non aveva ancora compreso a fondo quel che era accaduto a quei giovani tuttavia già sapeva che non si trattava di un evento così drammatico come gli era stato dipinto. Non che la situazione dei ragazzi di fronte a lui non fosse tragica, questo no, semplicemente detestava l’atteggiamento dei paesani, arrendevoli e timorosi nei confronti di uno scenario che non comprendevano. Avrebbe voluto chieder loro quanto tempo avevano speso per cercare di cavarsela con le proprie risorse, o interpellando l’oracolo della Conoscenza Arcana. Ma sapeva che sarebbe stato inutile. Avrebbero risposto con frasi sconnesse, confuse, pretendendo che lui compisse il miracolo che loro non avevano nemmeno tentato di realizzare. Con il passare del tempo, se ne stava rendendo conto, stava diventando sempre più cinico, deluso anche dall’atteggiamento che la gente comune aveva nei suoi confronti e della Conoscenza Arcana.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Sospirò. Quando riaprì gli occhi, osservò con fermezza gli uomini e le donne che l’avevano accompagnato fin lì: lesse nei loro occhi apprensione, dubbio, curiosità. Precedendo ogni loro richiesta, disse:</p>
<p class="MsoNormal" style="-18pt;"><!--[if !supportLists]--><span><span>-<span style="none;"> </span></span></span><!--[endif]-->Pregate per questi vostri figli, pregate per voi stessi e invocate l’aiuto della benevola Etharra affinché io riesca a liberarli dal male.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Senza farselo ripetere, i paesani si inginocchiarono in cerchio ed iniziarono ad intonare una sommessa preghiera mentre il druido passava da uno all’altro dei ragazzi esaminando le condizioni in cui versavano, tastando il loro corpo, controllando il grado di disidratazione dei tessuti, la dilatazione delle pupille ed il respiro.</p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">Guarda a noi, benevola madre Etharra,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">ascolta la nostra voce e concedici la tua protezione,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">porgi a noi la tua mano salvifica </span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">e liberaci dal male che ci condanna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">Aiutaci nell’ora più buia, </span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">sostienici quando il dolore ci scuote,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">proteggici nel pericolo della notte</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">e dalle insidie del male più nero.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center">
<p class="MsoNormal" style="justify;">Mentre Jonas, Alek e gli altri genitori pregavano coralmente, di tanto in tanto alzando lo sguardo su di lui, il druido continuò la propria visita ai giovani del villaggio. Avevano ancora la febbre alta e uno strano colorito che destava in lui un sospetto: non ne era certo ma aveva l’impressione di aver già curato un male simile. Per di più in quel villaggio, un paio di anni prima al più. Strinse i pugni per la frustrazione ma cercò di non dare a vedere i sentimenti che lo animavano. Non si trattava di malocchio o di qualche sortilegio magico come pensavano i paesani che l’avevano accolto, gente semplice e poco istruita che scambiavano per vere superstizioni e dicerie infondate.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">
<p class="MsoNormal" style="justify;">
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">Concedici la salvezza, o madre Etharra,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">aiutaci nell’ora del bisogno;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">infondi in noi il coraggio, la fiamma</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">sacra della tua fede,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">l’unica vera forza in cui riporre la speranza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">Dona a noi vita e salvezza,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">uno spirito forte e fermo</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">nel percorrere il sentiero del mattino</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">la via sacra e mortale</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center"><span style="#3366ff;">che conduce al riposo eterno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="center;" align="center">
<p class="MsoNormal" style="justify;">Alzando entrambe le mani con i palmi rivolti a loro, il druido ingiunse loro di interrompere la preghiera che stavano recitando. Non aveva ancora compreso bene quale fosse il male che stava condannando le vite dei loro figli ma promise che avrebbe provveduto immediatamente dopo aver interpellato l’oracolo della Conoscenza Arcana, fonte infinita ed eterna a cui poteva accedere.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Rivolgendosi a loro chiese se poteva usufruire dell’oracolo presente nel villaggio ma i paesani non si dimostrarono così pronti nel rispondere anzi, bofonchiarono frasi sconnesse, scuse e giustificazioni.</p>
<p class="MsoNormal" style="-18pt;"><!--[if !supportLists]--><span><span>-<span style="none;"> </span></span></span><!--[endif]-->Capisco…</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Parlò così mentre realizzava che l’oracolo giaceva in stato di abbandono o che comunque non era ancora stato accettato e compreso il suo reale potere ed utilizzo. Come sempre, aveva fatto bene a dimostrarsi previdente nel portare con sé la sua reliquia personale, il tramite con cui accedere alla Conoscenza.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Grande fu lo stupore di quegli uomini quando Oel Odran estrasse dalla sacca che aveva abbandonato su di un tavolo un oggetto color grafite. Sembrava fosse una sorta di pietra lavorata con il fuoco sacro della magia, tuttavia non era esattamente così. Interagendo con essa, il druido attivò un meccanismo e l’artefatto si aprì; quindi, posizionato di fronte ad esso, interagì con alcuni strani bottoni di colore grigio chiaro che comparivano sulla parte interna: su ognuno di essi era riportato uno strano simbolo runico. Quasi fosse dotato di vita propria, lo strano artefatto incantato rispose al rituale del druido e sulla superficie verticale della reliquia comparvero luminose scritte runiche e scie di colore. I paesani non sapevano né cosa pensare né cosa credere: non potevano comprendere quale sortilegio fosse in atto. Tuttavia si fidavano di Oel Odran poiché possedeva la conoscenza, quella che a loro mancava e che invano aveva tentato di infondere in loro anni prima. Jonas ricordava bene quando il druido aveva trascorso un paio di giorni nel villaggio ed istruito tutti loro nell’uso dell’oracolo. Aveva una foggia ben diversa dalla strana reliquia che Oel Odran stava utilizzando davanti ai suoi occhi ma ugualmente consentiva l’accesso al Sapere, la possibilità di scrutare nella conoscenza infinita degli dei e del popolo umano. Uno strumento potente, magico, che tuttavia lui e i propri compaesani non erano mai riusciti ad apprendere sino in fondo. Quasi lo rifiutassero inconsciamente: ben presto l’oracolo che il druido aveva insegnato loro ad utilizzare era caduto nel dimenticatoio anche per via di strane scritte che loro non erano mai stati in grado di interpretare. Jonas strinse i pugni per la rabbia: se solo fosse stato più intelligente ed istruito forse a quest’ora avrebbe potuto aver già trovato la cura per il proprio figlio proprio come Oel stava facendo con quella reliquia portatile.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Da parte sua, il druido, interpellò la rete alla ricerca di informazioni: digitando sulla tastiera interagì con numerosi motori di ricerca e, sebbene la connessione non fosse delle migliori, da lì a poco, riuscì a trovare quel che andava cercando. Secondo quanto appreso nel corso della sua breve navigazione nella fitta ed infinita rete della Conoscenza Arcana, ciò che aveva ridotto in fin di vita quei ragazzi era un’intossicazione dovuta a ingestione di funghi velenosi. Di porcino cobalto silvestre, in questo caso.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Nuovamente il druido si mise all’opera e alla fine della sua ricerca, o dopo aver parlato con gli spiriti attraverso quello strano oracolo color grafite come credevano alcuni dei paesani, si rivolse a Jonas e agli altri genitori. Al centro dello schermo a cristalli liquidi del proprio portatile, il druido mostrò loro immagini provenienti da un’altra dimensione cognitiva. Gli uomini si guardarono perplessi l’un l’altro mentre il druido spiegava loro come procedere.</p>
<p class="MsoNormal" style="-18pt;"><!--[if !supportLists]--><span><span>-<span style="none;"> </span></span></span><!--[endif]-->Osservate bene, osservate tutti: se volete salvare i vostri figli dobbiamo procurare alcune piante simili a queste…</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Parlò loro indicando il monitor, spiegando come solamente un infuso di fiori di “Opale del re” avrebbe potuto aiutare quei ragazzi. Nel frattempo avrebbe somministrato dei palliativi ai quattro giovani vittime dell’intossicazione e al contempo si sarebbe adoperato per far scendere la febbre con alcuni infusi che aveva recato con sé. Tuttavia non c’era molto altro tempo da perdere: era necessaria l’Opale del re per curarli.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Gli uomini lo osservarono stupiti quindi tornarono a scrutare nello strano artefatto che riportava, al centro, nella parte superiore, l’immagine di una pianta dalle foglie variopinte e striate. Sembrava fosse vera, così reale che Karleen allungò una mano per afferrarla: quel che toccò non fu però quel che si aspettava e un’occhiata di rimprovero da parte di Oel Odran le fece capire di ave commesso un errore. Alek invece scrutò dietro a quello strano marchingegno che il druido aveva utilizzato e che, all’apparenza, sembrava essere collegato con un’altra dimensione. Assomigliava all’oracolo che lui e Jonas avevano riposto nello scantinato del Cervo Rosso qualche mese addietro: chissà se era ancora possibile servirsene?</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">Da parte sua, Jonas non sapeva se quello strano affare color grafite permettesse o meno di interrogare gli spiriti o di accedere a quella cosa che il druido chiamava “Internet”, nemmeno voleva sapere se quel che aveva visto era reale o frutto di magia druidica o chissachè: l’unica cosa che gli importava era salvare il proprio Makal. Tutto il resto non aveva importanza. Era un uomo semplice in fondo, pragmatico nell’agire e nell’affrontare la vita.</p>
<p class="MsoNormal" style="justify;">
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