Hobo with a Shotgun

Un vecchio vagabondo (Rutger Hauer) durante il suo peregrinare giunge nella città di “Hopetown” con il desiderio di iniziare una nuova vita. Le sue speranze svaniscono completamente quando l’ “hobo” si rende conto che il luogo è dominato attraverso il terrore dal sadico Drake (Brian Downey) e dai suoi sballati figli Slick e Ivan (Gregory Smith e Nick Bateman). Dopo essere stato malmenato dal corrotto capo della polizia e aver salvato la prostituta Abby (Molly Dunsworth) da uno stupro il vagabondo viene condotto oltre la soglia della sopportazione e armatosi di un fucile a canne mozze inizia a portare, un proiettile alla volta, giustizia nella città.

Al pari di Machete HwaS nasce come finto trailer all’interno del Grindhouse di Tarantino/Rodriguez e ancor più di Machete HwaS è un omaggio, meno elaborato e forse più sincero, ai film di exploitation degli anni ’70. Ma laddove la presenza di Trejo era inscindibile dall’impatto visivo e dal concetto del trailer di Machete e  quindi non poteva di certo essere sostituita nel film derivato con HwaS si è preferito affidare il ruolo dell’hobo non a David Brunt, che nel trailer ottimamente rimarca con la sua cadenza ed il suo camminare sbilenco l’alienazione del senzatetto, ma ad un Hauer che nulla ha perso con la vecchiaia e che ancora può dare al cinema, come dimostra il suo monologo nella nursery.

HwaS è estremo tanto da essere surreale -la città è così improbabilmente pregna di crimine e tanto moralmente in bancarotta da far sembrare Sin City il villaggio dei Puffi-, violento in modo compiaciuto, carico di un elemento splatter che in genere è concesso solo alle produzioni indipendenti: anche i bambini non scampano alla crudeltà del film e questo può far storcere il naso ad alcuni.

La brutalità grafica, priva dello pseudorealismo di Frontiers o della cervelloticità sterile e giustificazionista degli ultimi Saw, è così eccessiva da risultare alla fin fine ilare: il gore è copioso, le mutilazioni sono piuttosto creative senza essere macchinose ed ogni pretesa di politically correctness è bandita.

Ovviamente la trama è ridotta all’osso ma non è priva dei suoi punti di interesse: a differenza del trailer e del film di Machete la semplicità di HwaS viene mantenuta nel passaggio da spoof a film e permette al regista di giocare con le figure dell’hobo, lungi dall’essere il tipico protagonista macho hollywoodiano, e di Abby, con le quali si può almeno empatizzare.

HwaS non è per gli stomaci deboli e per i palati troppo delicati: è un concentrato di chili bollente versato direttamente in bocca. Ad alcuni di certo può piacere.

 

Il finto trailer originale:

 

 

Il trailer del film:

 

Racconto: Nel nome del padre

Ero seduto al capezzale di mio padre. Gli stringevo la mano mentre esalava i suoi ultimi respiri. Non ero ancora pronto a lasciarlo. Era stato tutto per me dopo la morte di mia madre un anno addietro.

La porta alle mie spalle si aprì. L’uomo col cappotto e il cappello nero entrò e mi sorrise. Sapevo che sarebbe venuto. Era logico.

La prima volta che vidi quell’uomo in casa nostra avevo più o meno dodici anni.

Ricordo poco, perché ero molto malato. Avevo contratto una forte polmonite rimanendo fuori a giocare nei boschi con i miei amici fino a tardi.

In Alaska, nei giorni d’inverno, la temperatura è cosi bassa che ti si gela persino la lingua.

Ripensandoci adesso, col senno di poi, è probabile che ti si geli anche il cuore.

L’uomo vestito di scuro, con un lungo giaccone e un cappello d’altri tempi, entrò in casa scortato da mio padre.

Lo guardai negli occhi dal mio letto. Lui mi rispose con un sorriso.

Credevo fosse il delirio della febbre alta. Ma ebbi una tremenda paura di quello sconosciuto.

Li vidi parlare per molto tempo.

Alla fine l’uomo si alzò, con i miei genitori al seguito.

Mia madre mi disse che era il dottore.

Ed effettivamente mi visitò.

Sentivo un calore benevolo quando le sue mani mi toccavano il petto. Ma purtroppo la febbre troppo alta mi fece svenire prima che il dottore compisse la sua diagnosi.

Mi svegliai qualche ora dopo. I miei genitori avevano l’espressione sollevata di chi ha appena scampato un dramma.

Il dottore aveva lasciato delle pillole antibiotiche da prendere due volte al giorno. Mi ristabilii precocemente, e dopo solo dieci giorni ero di nuovo a scuola.

Il ciclo di antibiotici duro sei mesi. Per evitare ricadute, mi dicevano i miei, con sorrisi tirati.

Le pillole erano maledettamente amare. E quando mio padre era fuori nei boschi a tagliare gli alberi cercavo sempre di saltare la mia dose.

Ma mia madre non me l’ha mai permesso. Per lei era questione di vita o di morte che io prendessi quella dannata pillola fino all’ultimo giorno prefisso dal medico.

Fino ai miei diciotto’anni non rividi più l’uomo vestito di nero.

Fu proprio il giorno della morte di Ashley Logan.

Ashley era la mia ragazza da sei mesi, o meglio lo era stata fino al giorno prima.

Eravamo usciti come al solito per bere un caffè bollente in paese, e dopo aver fatto finta di niente per due ore se né usci fuori dicendo che non voleva più vedermi.

<<Eh?>> le risposi io pensando mi stesse prendendo in giro, anche se non era solita a scherzi del genere.

<<Mi piace un altro ragazzo Dylan..>> disse lei guardandosi le scarpe. <<Dovrai fartene una ragione, io non sento più niente per te.>>

Ovviamente non la presi bene.

Purtroppo, però, sono una di quelle persone che accumula dolore, delusioni e sofferenza dentro di sé.

Per questo non le dissi niente.

Mi alzai dal tavolino del bar e me ne andai a piedi verso casa.

Il cuore spezzato e ghiacciato dal freddo del nord America.

Invece di entrare, girai intorno a casa, e mi addentrai nei boschi dove mio padre spaccava la legna da rivendere.

Dopo mezzora di cammino mi sedetti su un tronco abbattuto e mi misi a piangere dalla rabbia.

La odiavo.

E il mio cervello formulò il pensiero, cattivo e infantile: “Spero che muoia“.

Non immaginavo che una disgrazia le avrebbe falciato la vita la notte stessa.

Mi sento ancora terribilmente in colpa.

La mattina mi svegliai con le lacrime agli occhi. Ripensavo ancora a lei. E ai bei sei mesi passati assieme. Ero ancora innamorato. L’avrei chiamata. Per chiederle di riprovarci.

Mi feci la colazione e mi preparai. Era domenica.

Ashley abitava infondo alla mia strada, e in dieci minuti di cammino sarei stato da lei.

Ma già da metà strada intravidi che qualcosa non andava.

Un denso fumo nero si alzava dalla fine della strada.

Un brivido mi corse sula schiena, lo ricordo ancora oggi, e mi misi a correre.

L’aria gelata contro il mio viso mi faceva lacrimare gli occhi.

O forse piangevo perché sapevo già.

Più mi avvicinavo più l’aria diventava calda e irrespirabile. Il fumo si alzava alto dalla casa di Ashley e le fiamme lambivano già il tetto.

Ero impietrito. Ma la cosa peggiore erano le sue grida!

La sentivo urlare dalla cucina al piano terra. Erano le grida più terribili che avessi mai sentito.

Mi avvicinai d’istinto alla casa e la finestra della cucina esplose.

Ashley rotolò urlando fuori dalla finestra. Era una torcia umana.

La pelle le si staccava dalle braccia e i capelli..

Dio mio… i capelli le si fondevano alla faccia.

Urlò il mio nome.

<<Dylan!!!>> la sua voce era tremendamente distorta. <<Dylan!!!>>

Continuò a urlare avanzando verso di me con le braccia tese.

Ero terrorizzato.

Arrivò a un centimetro da me e cadde.

I gorgoglii che emetteva erano raccapriccianti, mentre il fuoco la consumava.

Scappai.

So di essere stato un codardo, ma ero terrorizzato, e convinto che fosse colpa mia.

Mentre correvo verso casa urlando che c’era un incendio vidi l’uomo col cappello e il giaccone. Fermo dall’altro lato della strada che guardava verso il fuoco.

Non ci riflettei sul momento. Ero troppo sconvolto.

Ricordo di aver sognato Ashley in fiamme per almeno un mese. Rivedevo il suo volto consumato dal fuoco.

Ma soprattutto di notte udivo le sue grida.

Mi capita ancora a dir la verità. Insieme a quelle di mia madre.

Mio padre aumentò la pressione sulla mia mano quando vide alle mie spalle l’uomo nero che entrava.

L’uomo nero Mi mise una mano sulla spalla.

<<Credo di sapere chi sei.>> dissi io.

La tensione nella stanza d’ospedale di mio padre era palpabile.

Lo sguardo di mio padre era paralizzato dal terrore, e dalla morte che se lo stava prendendo.

Il mio ventesimo compleanno fu il giorno in cui capii che c’era qualcosa di sbagliato.

Qualcosa che mi possedeva dall’interno. E che mi usava.

Quel giorno morì mia madre.

Anche se sono quasi certo di essere stato io a farla morire.

Era il 6 dicembre.

Ero diventato molto più schivo e solitario dopo la morte di Ashley, e la mia capacità di rapportarmi con le persone era diminuita notevolmente.

Mi stavo isolando. Passavo le mie giornate nel bosco, da solo, a tormentarmi, a cercare di capire perché la mia vita andava cosi male.

Paranoie da adolescente diceva mia madre. Io non tolleravo che sorvolasse cosi i miei problemi.

Mi dava sui nervi.

Quella sera il vento ululava tra gli alberi, e la neve era fitta come non l’avevo mai vista.

Era una di quelle bufere che non si dimenticano facilmente.

Nonostante il clima proibitivo però ero seriamente intenzionato ad uscire nella tempesta.

Desideravo stare da solo tra ghiaccio e vento, tra freddo e oscurità.

Il buio mi attirava.

<<Tu non vai da nessuna parte!!!>> sentenziò mia madre.

<<Lasciami stare>> risposi disinteressato <<non ho chiesto il tuo parere>>

<<Dylan tu sei pazzo!>> gridò lei stringendo le mani sulle mie spalle e scuotendomi forte.

<<Può darsi>> risposi.

Mia madre mi colpì al volto uno schiaffo. Poi ritrasse la mano, come terrorizzata, e si allontanò da me.

<<Scusa Dylan, mi è scappato.>> La voce le tremava. Era terrorizzata.

<<Vai all’inferno!!!>> le gridai. E me ne andai lasciando la porta aperta.

Il vento gelido mi arrivò addosso come una fucilata.

<<Vai all’inferno.>> ripetei sotto voce. E mi incamminai verso il bosco.

Dopo pochi passi sentii il grido.

Era un grido di terrore puro. Rividi per un attimo nella mia mente Ashley in fiamme che gridava.

Il mio cuore batteva a mille all’ora.

Mi girai di scatto e quello che vidi mi lasciò impietrito.

Un’ombra nera stava saltando addosso a mia madre.

Lei urlò. Un urlo agghiacciante. Di quelli che ti si stampano nel cervello e che senti nelle notti di gelo.

Praticamente tutte.

Mi avvicinai di corsa e riuscii a distinguere l’ombra.

Era un lupo. Un grosso lupo nero.

<<Aiutami Dylan!!!>> urlò mia madre. Poi urlò di nuovo.

Ero a una decina di metri quando il grido si interruppe.

Il lupo le addentò la giugulare. Il sangue schizzò il bianco del terreno ghiacciato.

Mia madre ansimava ed emetteva strani gorgoglii tenendosi una mano stretta alla gola.

La bestia le salto di nuovo addosso e la addentò al viso.

Io mi muovevo al rallentatore, paralizzato dal terrore.

La mano di mia madre mollò la stretta e si abbandonò al suolo.

Priva di vita.

Mi resi conto di essere inginocchiato quando vidi gli occhi del lupo che mi fissavano, dritto negli occhi. Erano rossi. Con piccole pupille nere come il fondo di un pozzo.

Mi guardò per pochi secondi. Poi partì di corsa verso il bosco.

Ero impietrito.

Il lupo si fermò per guardarmi un ultima volta, appena prima di sparire nel bosco.

Trovai le forze per alzarmi e corsi fino al corpo di mia madre.

Urlai.

La sua faccia non esisteva più. Era solo un enorme grumo di sangue pulsante.

Respirava ancora.

<<..i.. .is.. iace ..>> sibilò mia madre.

<<Mamma!>> ero completamente fuori di senno, non sapevo che fare.

I suoni provenienti dalla sua gola aperta mi stavano facendo impazzire.

Provò ancora a dirmi qualcosa ma uscirono solo dei farfuglii sconnessi misti a sangue.

Prima di impazzire definitivamente mi alzai e mi misi a correre.

Verso il bosco. Al sicuro nel buio. Dove nulla poteva raggiungermi.

Mio padre trovò il cadavere di fronte alla porta di casa la mattina, al rientro da una notte di lavoro extra.

Sentii le sue grida disperate. Dalla mia tana nel buio.

Passai due giorni nella gelida oscurità della foresta.

Piangevo, gridavo, stavo in silenzio per ore.

La mia mente non riusciva ad accettare l’accaduto.

Fu mio padre a trovarmi, e a riportarmi a casa. Avevo un principio d’ipotermia, e i medici mi dissero che ero stato fortunato.

Purtroppo avevo smesso di credere alla fortuna.

Ero certo di essere la causa della morte di mia madre. E anche di quella di Ashley. Ero io il problema.

Smisi di frequentare la scuola. Non aveva senso, poiché non avevo più interesse né nell’apprendere, né nell’intraprendere rapporti con altre persone.

Ero sicuro che avrei causato di nuovo dolore.

Mio padre m’insegnò a tagliare la legna.

Il lavoro mi piaceva. Mi dava sfogo abbattere l’ascia sui tronchi, liberando ansia, dolore, rabbia a ogni colpo.

Il freddo era devastante, ma ogni sera che tornavo nel mio letto mi sentivo appagato. E un po’ più libero dai fantasmi che mi assillavano nella mente.

Per quasi un anno la mia vita ruotò intorno a tre elementi.

Ascia, freddo, e mio padre.

Avevo imparato a conviverci. E ormai la monotonia mi dava sollievo.

Non avevo pensieri. Ed era un bene per tutti.

Poi mio padre rovinò tutto. In buona fede ovviamente, ma ormai, nel mio folle stato catatonico non riuscii a capirlo.

<<Dylan. Devo parlarti.>> mi disse.

<<Cosa c’è?>> risposi seduto a riscaldarmi vicino alla stufa.

<<Voglio cambiare Dylan>> disse.

<<Cambiare cosa?>> risposi inquieto.

<<Cambiare tutto. Cambiare vita.>> disse guardandomi dritto negli occhi.

<<Cosa significa?>> cominciai a capire cosa aveva in mente. Era giorni che lo vedevo distante.

<<Andiamo via i qui. Da questo gelo maledetto. Sono stanco di tagliare legna e di vivere cosi. Trasferiamoci a sud figliuolo, al caldo. Per rifarci una vita.>>

<<No>> Ero terrorizzato. La monotonia della mia vita mi aveva salvato dalla pazzia, o almeno me ne aveva data una più sopportabile.

Non potevo perderla.

<<Ma Dylan, E’ meglio per tutti non credi.>> disse lui, sorpreso dalla mia cupa reazione.

<<No! Io non voglio andarmene da qui!>> urlai.

Ero fuori di me.

Perdere quel poco che avevo mi avrebbe definitivamente distrutto.

Il vento ululava intorno alla casa. Quel suono dava i brividi, come sempre.

<<Dylan noi ce ne andremo! E’ deciso!>>

<<NO!!!>> urlai.

Il vento aumento d’intensità. Il suo grido era fortissimo.

<<NO!!!>> urlai di nuovo.

Il rumore si fece assordante.

Era come un grido.

Come il grido di Ashley

Come il grido di mia madre.

Un grido di morte.

Mio padre si mise le mani alle orecchie.

<<BASTA!!! BASTA!!! OH MIO DIO.. CHE HO FATTO!!!>> urlò.

Poi il sangue cominciò a grondargli dal naso, e dagli occhi.

Crollò a terra urlando.

Come il vento.

Rimasi impietrito per un tempo che mi sembrò eterno.

Poi corsi al telefono e chiamai soccorsi.

L’uomo col cappotto e il cappello nero mi rispose.

Aveva una voce sottile. Quasi un sussurro.

<<Ciao Dylan>> Il peso della sua mano sulla mia spalla mi terrorizzava.

Un lungo brivido mi percorse la schiena e mi spezzò il respiro.

<<Dylan>> sussurrò mio padre. <<Mi dispiace.>>

<<Come è andata papà?>> chiesi. Ormai nella mia mente era chiaro chi fosse l’uomo vestito di nero e perché fosse li.

Avevo solo bisogno di spiegazioni.

<<Non ce l’avresti fatta Dylan>> disse lui, con gli occhi colmi di lacrime.

<<La polmonite era troppo grave. Ti avremmo perso. Ho pregato tanto Dio, ma arrivati ad un certo punto, mi sono rivolto a qualcun altro.>>

<<Sei il diavolo?>> chiesi all’uomo alle mie spalle.

<<No Dylan, Sono solo la mano che pone fine alla vita degli uomini.>>

<<Tu sei la morte?>> chiesi.

<<Molti mi chiamano così.>>.

<<Mi dispiace>> sussurrò mio padre.

Poi guardò l’uomo con il cappotto e il cappello nero.

E Trasse il suo ultimo respiro.

<<Nell’ironia della sorte, ti ho salvato la vita, per portare la morte.>> disse l’uomo.

<<Perché mi hai fatto questo.>>

<<Perché ho bisogno di un discendente, che continui a interpretare questo ruolo.>>

Lo guardai.

<<Per permettere al mondo di continuare a girare.>>

Tutto era chiaro, le morti che avevo causato, il mio amore per il buio e per la solitudine.

Erano i primi sintomi di ciò che sarei diventato.

Era tutto scritto, segnato da anni. Mio padre aveva dato un discepolo alla falciatrice, in cambio della mia sopravvivenza.

Mi amava. Più di ogni altra cosa.

Gli sarei stato riconoscente. Sempre.

<<Forza figliuolo. E’ ora di andare. Ci aspetta molto lavoro.>> disse l’uomo vestito di nero.

Mi alzai e guardai dritto negli occhi il mio Padre adottivo.

Erano rossi. Con pupille nere come il fondo di un pozzo.

Diedi un ultimo sguardo all’uomo deceduto nel letto d’ospedale.

Poi mi girai verso l’uomo col cappotto e il cappello nero e dissi:

<<Andiamo, padre.>>

Racconto: Punto di non ritorno

396 miglia di autonomia.

Nathan sorrise guardando il computer di bordo del suo SUV. Trovava geniale il poter sapere quanta strada potevi ancora percorrere, con la benzina che avevi nel serbatoio. Sulle automobili di oggi vengono installate diavolerie di ogni tipo. Ma quella era la sua preferita.

Lo faceva sentire sicuro. E gli dimostrava che il suo piano procedeva come previsto.

Imboccò il casello dell’autostrada e ritirò il ticket. Con un sorriso smagliante sulle labbra.

Chiunque avrebbe sorriso con circa un milione di dollari nel bagagliaio.

Nathan tirò il SUV fino a novanta miglia l’ora, impostò il regolatore di velocità, e tolse il piede dall’acceleratore.

L’auto si assestò a quella velocità, e lui, stringendo forte il volante si lasciò andare in un profondo respiro. Di sollievo.

Era successo tutto così in fretta.

Nel giro di cinque giorni la sua vita era cambiata. Era passato da una parte all’altra della barricata.

Cosa non si fa per vendicarsi.

Nathan era cassiere in una banca. Parliamo chiaro, era una piccola filiale, non certo la sede della Bank of America, ma comunque di clienti se ne vedevano. Questo fino a quando non scoppiò la crisi. Da lì in poi i clienti cominciarono a diminuire, e anche il personale.

Nathan purtroppo finì tra i possibili da licenziare. E quando i capi si ritrovarono a scegliere tra lui, trentenne single dalla vita tranquilla, e Tyler Grant, buono a nulla, figlio di un importante uomo nel campo della finanza, la scelta si rivelò scontata.

Scontata, ma non giusta. Nathan questo non lo mando giù.

Cominciò a pianificare la vendetta. E non c’è modo di vendicarsi di una piccola banca se non con una rapina. E non c’era modo di vendicarsi dei suoi meschini capi e colleghi, se non con la violenza.

Passò quattro notti insonni a cercare un piano che risultasse infallibile da tutti i lati, mentre spendeva le giornate a comprare gli oggetti che gli sarebbero serviti.

La mattina del gran giorno uscì da casa con una tuta da jogging blu, passamontagna in tasca, guanti di lana, cappellino degli yankees, occhiali da sole, e una Colt 44 magnum automatica, fissata col nastro adesivo all’interno della felpa.

Arrivò davanti all’ingresso quindici minuti dopo l’apertura mattutina. Secondo le sue previsioni ci sarebbe stato al massimo uno o due clienti a quell’ora. Era il momento migliore per colpire.

Entrò sorridendo. Sapeva che il metal detector all’entrata non funzionava. Aveva chiamato lui stesso i tecnici cinque giorni prima. E sapeva che non erano dei fulmini a recarsi sul luogo della riparazione.

Douglas, la guardia giurata, lo guardò mentre entrava e gli fece un cenno di saluto.

Nathan gli rispose sparandogli al petto.

Douglas, con i suoi cento e più chili non cadde all’indietro come Nathan aveva immaginato più e più volte durante la notte. Praticamente si affloscio sulle ginocchia, e con gli occhi strabuzzati, e il sangue che gli colava dalle labbra, allungò la mano verso la sua pistola d’ordinanza. Un secondo proiettile gli disintegrò la faccia.

“Due colpi” pensò Nathan, mettendosi il passamontagna ed entrando nel raggio visivo delle telecamere e delle persone all’interno della banca.

“Nessun cliente” pensò sollevato

Il resto fu un velocissimo vortice di emozioni.

Un colpo in testa a Wendy, centralinista e contabile. Nathan c’era pure uscito a cena, ma lei gli disse che non era abbastanza ricco e importante per averla. Lei era attratta dal lusso.

Non più oramai.

“Tre colpi” Pensò Nathan.

Ordinò a Jason, e ai suoi baffetti sempre curati di consegnargli tutto quello che c’era in cassa. Se no lo avrebbe ucciso.

Ci vollero sei minuti. E durante questi sei minuti Nathan uccise il suo capo.

Gli dedicò quattro colpi. Ne avrebbe meritati il doppio il bastardo.

Il signor Ghilligan si era nascosto sotto una scrivania. Si era riconfermato codardo come sempre con chi era più potente di lui.

E a questo giro Nathan lo era.

Due colpi alle gambe. Ghilligan gridò, probabilmente più dalla paura che dal dolore. Poi uno al petto. Nathan guardò la camicia del suo “ex capo” macchiarsi velocemente e diventare quasi interamente colore del sangue. Gli sparò in testa mentre veniva implorato.

Almeno un briciolo di dignità gliela doveva lasciare. Quando Ghilligan si sarebbe trovato all’inferno gli sarebbe servita.

“Sette colpi. Perfetto.” Si girò verso Jason che aveva messo tutto nel sacco della spazzatura, come Nathan gli aveva ordinato.

<< Non uccidermi Nath..!! >>

Non riuscì a finire la frase perché due proiettili in sequenza lo colpirono al torace.

Nathan si chinò su di lui. Era ancora vivo.

Jason emetteva gemiti di dolore e respirava a fatica, mentre una pozza di sangue si allargava sotto di lui.

Nathan gli risparmiò la sofferenza.

“ E con questo sono dieci ”

Si guardò in torno, e vide un vecchio nascosto vicino al cadavere di Ghilligan.

Preso com’era dai suoi ex colleghi, Nathan non lo aveva neanche notato.

<< Lei chi è? >> gli chiese.

<< Maledetto Bastardo. Dammi i miei soldi! >> rispose il vecchio con un sibilo.

<< Lei chi è? >> ripeté Nathan puntandogli la pistola.

<< Jeremy Grant. E ho appena versato settecentomila dollari. >> rispose, freddo come il ghiaccio. << Se gliene do altri duecento mila mi lascia vivo? >>.

“ Sfacciato come tuo figlio. ” Pensò Nathan, e si giocò un altro proiettile.

Il vecchio cadde all’indietro. La pozza di sangue che prese forma sotto la sua testa si unì a quella di Ghilligan.

Era giunto il momento della fuga.

Prese le chiavi della macchina di Ghilligan dalla tasca dei pantaloni del suo ex capo.

Uscì di corsa e saltò, sulla Mercedes grigia parcheggiata nel posto riservato, partì a razzo.

Doveva fare in fretta, di lì a poco le forze dell’ordine sarebbero arrivate.

Guidò per due isolati e si fermò sotto casa sua. Scese, aprì il bagagliaio del suo SUV e vi buttò dentro il sacco. Poi chiuse e ripartì. Tre isolati a nord del suo appartamento lo aspettava un sacco di plastica contenente un ricambio completo d’indumenti.

Parcheggiò l’auto sul bordo della strada e lasciò le chiavi attaccate alla portiera. Magari qualche delinquente avrebbe rubato la Mercedes. Sarebbe stato un bel colpo di fortuna.

Entrò nel cantiere di un palazzo in costruzione e trovò i vestiti proprio dove li aveva lasciati.

Mezz’ora dopo era sotto casa sua, con addosso una polo bianca e blue jeans, pronto per partire.

Hawaii. Isola americana, niente frontiera, unico modo per portarsi indisturbato quasi un milione di dollari in una valigia.

Era praticamente fatta.

304 miglia di autonomia.

I pensieri gli avevano fatto volare l’ora di strada. Fu richiamato dal picchiettio della pioggia sul vetro.

Incombeva un temporale davvero violento. Le nuvole erano nere come la pece e il sole ormai era totalmente coperto. Era così buio che sembrava notte, e i primi fulmini solcarono l’oscurità con la loro luce.

<< Ci mancava solo la tempesta del secolo >> disse Nathan.

I lampioni ai lati dell’autostrada si accesero.

Ogni minuto che passava la pioggia aumentava d’intensità e la luce diurna diminuiva sempre più.

Fu allora che l’auto di Nathan fu colpita.

Nathan sentii un boato fragoroso. In un primo momento pensò che avessero sparato verso la sua macchina. Poi vide il fulmine abbattersi sul cofano del SUV. La luce fu così accecante che Nathan dovette chiudere gli occhi.

Schiacciò il pedale del freno con tutte le forze che aveva.

Passarono forse un paio di secondi prima che il flash smettesse di abbagliare gli occhi di Nathan, ma a lui sembrarono minuti.

Quando riuscì a riaprire gli occhi vide che il cofano della macchina era terribilmente segnato da bruciature. Ma soprattutto vide che era fermo in mezzo all’autostrada.

<< Merda! >> fu l’unica cosa che disse. D’istinto girò la chiave. Rischiava un tamponamento.

L’auto, contro ogni pronostico, si riavviò senza problemi, e ripartì.

Passarono almeno dieci minuti prima che Nathan si rilassasse abbastanza da poter ripensare a ciò che era accaduto.

“ E’ incredibile!! ” pensò Nathan “ Colpito da un fulmine in autostrada! Roba da matti! Proprio oggi! ”

Gli occhi gli lacrimavano dal momento del fulmine. Non se ne era neanche accorto.

“Maledetta luce! Ma perché è durata così tanto? Ancora un po’ e sarei rimasto cieco.”

Decise di ascoltare un po’ di radio. Si sarebbe rilassato.

Un grido. Metallico.

Il rumore uscì dalla radio a volume altissimo. Per poco Nathan non inchiodò di nuovo.

<< Ma che cazzo?! >> grido Nathan spaventato.

Provo a sintonizzare altre stazioni ma ottenne sempre lo stesso risultato. Probabilmente il fulmine aveva fatto saltare l’antenna radio.

<< Fanculo alla radio. >> disse a voce alta.

E fu solo allora che si rese conto di quanto era buio.

E che era dal momento della caduta del fulmine che non incontrava nessuno sulla strada.

Solo una distesa di asfalto nero, e lampioni infiniti.

Sul suo viso comparve una smorfia di preoccupazione.

234 miglia di autonomia.

“Ok. Qualcosa non va. Dove cazzo sono?? ”

Più di sessanta miglia senza un cartello stradale, una macchina nella sua corsia o in quella opposta, e nessun cambiamento di panorama.

Al posto della preoccupazione in Nathan stava maturando la paura.

Unico cambiamento di cui si era accorto era il lento svanire delle nuvole. Per lasciare spazio a un cielo nero, e all’intravedersi della luna.

“ Cristo!! Che sta succedendo?? Sono le dieci del mattino!! Non può esserci la luna!! “

Guardò di nuovo il cielo e quello che vide lo sconvolse.

Una seconda luna era spuntata dalle nuvole. Molto vicina all’altra.

Nathan guardò a bocca aperta. Le due lune erano molto vicine. Sembravano due occhi nella notte.

Due occhi morti che lo fissavano.

<< Ma che diavolo di posto e mai questo? È un incubo! >> urlò Nathan.

<< Nessun incubo capo! Questo è il punto di non ritorno! >> gli rispose la voce al suo fianco.

La voce.

Nathan si girò terrorizzato verso il sedile del passeggero.

Douglas sedeva nudo. La parte destra non esisteva più. Al suo posto vi era uno squarcio in cui potevi mettere una mano.

Anche il suo petto era ridotto male. Si riusciva quasi a vedere il sedile.

Nathan urlò. Una chiazza scura gli comparve tra le gambe.

<< Buh! >> gli urlò Douglas. E scoppiò a ridere. Una risata roca.

Nathan era paralizzato dal terrore.

Douglas allungò una mano verso di lui e Nathan si ritrasse urlando.

La macchina sbandò.

Nathan riaprì gli occhi e si ritrovò solo nella sua auto.

Respirava affannosamente.

La strada continuava nel buio, e le due lune lo guardavano.

“ oh mio Dio! Oh mio Dio! “ la sua lucidità mentale lo stava abbandonando.

L’apparizione di Douglas lo aveva terrorizzato.

“ Che cosa può avermi ridotto così ? ” pensò Nathan buttando un occhio allo specchietto retrovisore, cercando o sperando di vedere un’altra auto su quella strada sempre uguale. Si sarebbe sentito rassicurato.

Quello che vide fu l’immagine riflessa di Wendy seduta dietro al suo sedile.

Aveva il foro della pallottola che grondava sangue sulla faccia. E questo rendeva il suo ghigno malefico ancora più terrorizzante.

Nathan chiuse gli occhi, urlando mentre lei gli metteva le mani al collo.

Sentì un leggero formicolio al collo. Poi più nulla.

Nessuno in auto se non lui.

Le lune lo guardavano.

“ Sto impazzendo ? ”

112 miglia di autonomia.

Ghillighan e Jason gli erano apparsi insieme in mezzo alla strada. All’improvviso.

Aveva seriamente rischiato di andare fuori strada.

Sempre che ci fosse un “Fuori Strada”.

Infatti, il buio era così denso che non si vedeva nulla oltre il guardrail. Solo le lune spiccavano malefiche in quel buio. Una accanto all’altra.

La strada continuava, sempre uguale, in quel viaggio nel nulla.

Nathan non riusciva a trovare una spiegazione. Era terrorizzato, e le apparizioni dei suoi ex colleghi erano la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.

Non sapeva più cosa fare.

Guardò nello specchietto e vide un viso pallido e contratto in una smorfia di terrore.

Era il suo.

35 miglia di autonomia.

L’abitacolo dell’auto era pieno di voci, grida, e versi inumani.

Le anime delle persone che aveva ucciso con freddezza si stavano vendicando, terrorizzandolo a morte. Nathan non riusciva più a sopportarlo. E decise che l’unico modo per uscire da quell’universo orrendo e buio in cui era capitato era arrendersi.

“Game over Nathan” pensò, Poi schiacciò il pedale dell’acceleratore fino al massimo.

Guardo verso le lune.

Sembravano guardarlo divertite.

4 miglia di autonomia.

Il SUV filava a tutta velocità sulla strada. Ormai la benzina era terminata.

Ancora pochi minuti e la benzina sarebbe finita.

E lui sarebbe dovuto rimanere per sempre su quella strada. Tormentato dai fantasmi.

E osservato dalle lune.

Nathan ormai aveva scelto.

<< Decido io! Io comando sulla mia vita! E Quando deve finire! >> Grido diretto alle lune, e ai fantasmi che infestavano l’abitacolo.

<< Andate tutti a farvi fottere!! >>

Urlando le sue ultime parole, Nathan sterzò con tutta la forza nelle braccia.

Il SUV puntò dritto il guardrail e l’impatto che ne segui fu violentissimo.

Il corpo Nathan fu scagliato fuori dal veicolo, e si schiantò con un rumore di ossa rotte in mezzo alla carreggiata.

Il SUV, o meglio quello che ne restava, esplose in un boato lanciando rottami metallici tutto intorno a se.

Le lune osservarono il corpo di Nathan riverso sull’asfalto in una posa innaturale, quasi grottesca.

Buio.

Poi dolore. Dolore terrificante, al petto, alla testa. E alle gambe.

Nathan urlò.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> disse una voce.

<< Perché sono ancora vivo ?! >> urlò Nathan.

Riuscì ad aprire gli occhi con uno sforzo immenso.

Aveva entrambe le gambe rotte, e la tibia destra fuoriusciva dalla carne, lucida come una lama sotto la luce delle due lune.

Aveva un rottame di metallo incastrato nel petto. Il sangue fuoriusciva copioso ai lati dell’oggetto incastonato nella sua carne dalla violenza dell’esplosione.

Probabilmente aveva la spalla destra rotta, perché non riusciva a muovere il braccio.

Il sangue gli appannava la vista. Una ferita profonda alla fronte continuava a grondare sangue.

<< Oh mio dio!! >> Gridò Nathan.

Anche sotto la coltre rossa del sangue, che gli inibiva la vista, riconobbe Jeremy Grant.

Lo guardava sogghignando. Il sangue gli usciva ancora dal foro sulla fronte.

Alle sue spalle tutte le altre vittime di Nathan urlavano e ridevano.

<< Pensavi di potertene andare da qui morendo Nathan ? >> ripeté il vecchio.

Nathan lo guardò terrorizzato.

<< Tu sei già morto Nathan. Almeno trecento miglia fa. La gente non sopravvive a un fulmine del genere. >> Gli disse Grant.

<< Questo è l’inferno? >> sussurrò Nathan raccogliendo le forze.

A ogni parola il dolore aumentava terribilmente.

<< Né inferno né paradiso Nathan. Questo è il nulla. Dove finiscono quelli che vengono ritenuti non giudicabili. >> disse Grant. Il ghigno sul suo viso non accennava a svanire.

<< Se sei buono vai in paradiso, se sei cattivo vai all’inferno. Ma se sei entrambi Nathan ti ritrovi qui. E’ semplice no? >> gli sussurrò Douglas, che si trovava con gli altri alle spalle di Grant.

Nathan tossì e sputò sangue.

<< Provi dolore, ma non in questo posto non puoi morire Nathan >> disse Grant avvicinandosi.

Tutti gli altri lo imitarono.

<< L’eterno dolore sarà la nostra vendetta. >> Gracchiò il vecchio.

Ormai erano tutti intorno a Nathan.

<< I signori di questo posto si annoiano. Non capita molta gente da queste parti. >> disse Grant indicando le due lune. Il loro sguardo era eccitato, e malefico.

<< Io e i miei compagni di sventura gli daremo qualcosa da guardare. >>

Con un balzo Grant gli fu addosso. Aveva artigli lunghissimi.

Nathan Gridò mentre Il vecchio conficcava gli artigli in faccia.

<< Ti dovrai abituare Nathan!! >> grido Grant. << Abbiamo molto tempo da passare insieme. Tutto il tempo >>

Nathan, gridando, guardò gli altri osservare Grant all’opera sul suo corpo martoriato.

Sorridevano.

Aspettavano il loro turno.

L’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi furono le due lune.

Lo guardavano.

Il loro spettacolo era appena cominciato.

Racconto: Ferite

Da quando mi sono trasferito a vivere da solo, svegliarsi alla mattina mi risulta traumatico.

L’odore di nuovo (vernice, intonaco, non so cosa sia..) mi arriva diretto alla testa.

Quella mattina in particolare fu anche peggio del solito.

Come aprii gli occhi, un forte senso di nausea mi diede il buon giorno.

Mi alzai a fatica dal letto diretto verso il bagno, e giunto al lavandino feci scrosciare l’ acqua e vi infilai sotto la testa. Rimedio infallibile secondo la mia ex moglie.

Ero sempre stato una persona puntuale, e nonostante la mia non perfetta condizione fisica anche quella mattina il mio orologio biologico non aveva fallito svegliandomi all’incirca un’ ora e venti prima dell’orario di ingresso in ufficio.

Dopo essermi asciugato la testa mi guardai nello specchio e fu allora che sentii il dolore che mi saettava nel braccio destro. L’avambraccio del pigiama era macchiato di qualcosa di scuro e denso.

“Cosa diavolo mi sono fatto?” pensai, cercando di riportarmi alla mente un possibile urto che mi avesse ferito. Sollevai la manica e guardai sorpreso il mio polso.

Un taglio verticale, a dir la verità non molto profondo, partiva dal polso e si fermava quasi in prossimità dell’ interno gomito. Più dello spavento fui colto dalla sorpresa. Il sangue si stava già coagulando. Passata incredulità iniziale valutai che la ferita dovesse più o meno risalire a qualche ora prima, sicuramente nel pieno della notte. Anche se assurda, vi era un’unica spiegazione per tutto ciò.

Mi recai in cucina e lo trovai lì. Sdraiato sul pavimento, quasi a fare finta di dormire.

<< Come lo spieghi questo? >> Gli dissi alzando il braccio e mostrando la ferita.

Il mio tono di voce comunque non fu alterato.

Lui in tutta risposta mi puntò i suoi occhi lucenti addosso, con espressione distaccata e disinteressata.

<< Sei stato tu Mike? >> dissi alzando un po’ la voce e avvicinandomi un poco. Cercavo di intimorirlo. Nel caso fosse stato lui, e chi altro potrebbe essere stato, avrebbe imparato a non farlo più.

Come mi vide avvicinarsi minaccioso, col braccio proteso verso di lui, si alzò, mi lanciò un’occhiata severa e miagolando saltò sul divano. Dal suo pulpito lanciò due miagolii, come a dire “ tu sei matto Brandon, non rompermi, io non centro niente.“ E si rimise a sonnecchiare ronfando come fanno tutti i gatti.

Sbuffai e mi recai in bagno a medicare la ferita.

Quel gattaccio maledetto si era impegnato sul mio braccio. E più la mia mente si svegliava più la ferita mi bruciava.

Solo la mattina dopo capii il particolare che mi era sfuggito. Una piccola cosa, che distratto non notai. Magari non mi avrebbe salvato, ma mi avrebbe fatto intuire prima cosa mi stava accadendo.

Giunto in ufficio il dolore era abbastanza diminuito da non distrarmi mentre svolgevo i lavori di contabilità. Per quello bastavano già i pensieri rivolti alla mia ex moglie.

Linda. Devo ammettere che a volte mi mancava. C’eravamo conosciuti da ragazzi, frequentavamo lo stesso liceo. Inizialmente non le prestai tante attenzioni, anche se bisogna dire che aveva (e secondo me ha ancora) uno dei migliori fondo schiena che io abbia mai visto. Ma poi riuscì a conquistarmi e fui totalmente cotto.

I primi anni per noi furono bellissimi: gite romantiche, passeggiate al chiaro di luna, serate in discoteca, con gli amici. Di problema vero alla fine ce n’è sempre stato solo uno.

Sua madre. Vecchia megera.

La famiglia di Linda era originaria di El Salvador. A detta di sua madre, che d’ora in poi chiamerò la vecchia, la famiglia di Linda era una delle più antiche del suo paese. Mai abbandonato la terra madre, neanche per un giretto. Solo la vecchia fu costretta ad abbandonare il suo paese, perché incinta di Linda e senza certezze sul nome del padre. Una volta, nelle rare occasioni in cui riuscii a tollerare la sua orribile presenza, mi disse che se non fosse scappata da El salvador l’avrebbero probabilmente torturata e avrebbero usato la bimba impura come sacrificio agli dei. Venivano da una famiglia antica. Gente un po’ troppo attaccata alle tradizioni direi.

Il momento in cui il rapporto tra me e Linda cominciò a rovinarsi fu quando la vecchia decise che io non andavo bene. Tutto qui. Di punto in bianco decise cosi. E iniziò a odiarmi. E a farmi odiare da Linda. Aveva un potere di convinzione immenso sulla figlia, ed io questo non lo sopportavo. Era stata lei a decidere il lavoro di estetista per la figlia, a scegliere la casa in cui avremmo dovuto abitare, a decidere cosa era meglio per Linda e me.

Non c’è dubbio che io amassi Linda. Ma arrivati a un certo punto l’istinto di sopravvivenza e l’indole umana nel crearsi situazioni favorevoli al vivere bene, fecero lentamente svanire il mio amore. E d’altra parte Linda ormai succube della vecchia cominciò a pensarla come lei.

Mi tolsero anche il piacere di mandarle al diavolo, perché mi ci mandarono prima loro.

Ebbi il colpo di genio grazie a Mike.

Orgoglioso come sono, passai i miei ultimi giorni a ideare uno sgarbo, qualcosa che avesse rovinato la festa e quelle due.

Il giorno del mio addio, con le valigie già sulla porta, dichiarai che Mike veniva con me, poiché era anche mio. Ovviamente non mi resero le cose facili, e si finì addirittura per vie legali.

Roba da non credere lo so, chiamare gli avvocati per l’affidamento di un gatto, ma per fare uno sgarbo a Linda e soprattutto alla vecchia ero disposto a tutto.

Vinsi la causa perché lavorando otto ore il giorno garantivo più di Linda come estetista part time.

E sicuramente più della vecchia, che faceva i tarocchi. Pensare che gente nel 2008 spenda soldi ancora in queste cazzate di stregoneria e magia mi fa venire voglia di ridere.

O meglio me la faceva venire. Adesso non più.

Fu cosi che traslocai in un appartamento in centro, un bilocale minuscolo ma sufficiente per me e il mio compagno felino, e non rividi mai più Linda e la vecchia.

Lasciai l’ufficio verso le 5.30. e andai in centro a fare una passeggiata. Mi piaceva camminare tra la gente e ogni tanto fumarmi una sigaretta seduto a fantasticare sul futuro.

Fu proprio mentre pensavo ad una possibile vacanza in qualche isola del pacifico che un dolore forte e scioccante mi colpì allo stinco. Trattenni a stento un grido.

Mi chinai per vedere cosa mi avesse colpito ma non trovai niente. Quando vidi i pantaloni macchiarsi di sangue sotto il ginocchio pensai che qualcuno mi avesse sparato.

Ma non vi erano fori sul tessuto.

Mi scoprii velocemente lo stinco e quello che vidi mi sconcertò a tal punto che fui costretto a lanciare un grido.

Un buco, più o meno del diametro di un paio di centimetri mi attraversava lo stinco da parte a parte, lasciando intravedere il candido bianco della tibia. Ero terrorizzato.

Non solo per la ferita, ma perché non riuscivo a capire che diavolo mi aveva colpito o che diavolo mi stava succedendo.

Mi alzai, pallido in viso. La gente mi guardava e abbassai subito la gamba del pantalone per rendere invisibile la ferita. Con scarso risultato poiché il tessuto era pregno di sangue.

Zoppicai fino a casa (Ringrazio ancora dio di essermi seduto sulla panchina di fronte al mio palazzo). E una volta giunto in bagno cercai la forza di medicarmi. E di trovarmi di nuovo di fronte a quell’orribile foro.

La ferita grondava sangue a fiotti, e il dolore era lancinante. Dovetti abusare di anti dolorifici, infatti, dopo essermi fasciato come potevo fui colto da una forte sonnolenza. Mi addormentai di botto. E feci sogni strani. Buie figure che mi stringevano nel loro pugno come se fossi un giocattolo.

Ricordo anche di essermi svegliato di soprassalto quella notte. E di aver scorto nel buio gli occhi di Mike, che mi osservavano.

La mattina fu traumatica, molto più di quella precedente e di tutte le altre. La gamba era un inferno. Non riuscivo quasi a poggiarla in terra senza urlare. Telefonai al mio capo e mi detti per malato. Gli dissi che avevo l’influenza, e che sarei stato casa almeno fino Lunedì. Era Mercoledì e pensai che mi sarei dovuto far bastare cinque giorni per capire cosa mi stava succedendo.

Misi a lavare i pantaloni e il pigiama e proprio mentre buttavo la roba in lavatrice notai che il pigiama era si sporco di sangue all’altezza del braccio. Ma non reciso. La ferita era stata fatta direttamente sulla carne. Ed era impossibile che Mike mi avesse tirato su la manica, graffiato, e rimesso a posto la manica. Non era stato lui.

Era la stessa cosa della gamba. Ne ero sicuro.

Riguardai il taglio. Sembrava quasi fatto da una mano insicura. In certi punti più profondo, in certi meno. Un po’ ondeggiante. Non una linea secca e precisa.

Sembrava quasi un primo tentativo. Una Prova.

<< Ma che diavolo significa! >> Gridai.

Mike mi rispose con un miagolio dal divano. I suoi occhi diabolici luccicavano.

<< Fottiti Mike >> gli risposi.

Passai l’intera giornata a fare ricerche su internet, cercando casi simili al mio o descrizioni cliniche di malattie che provocassero ferite simile a tagli sul corpo ma non trovai niente a parte racconti horror e cazzate sul voodoo.

Fu allora che decisi di farmi vedere da un medico.

James Andersson era il mio medico da sei anni. Ed era medico da venti. Aveva visto di tutto.

Ma rimase sconvolto.

<< Cosa diavolo hai fatto qui??? Oh cristo! >>

La ferita era ancora in un pessimo stato. Tolte le bende riprese a sanguinare.

<< ti hanno sparato??? Cristo Brandon!! Cosa è successo??! >>

Non riuscii a inventare una scusa. E non volevo. Avevo bisogno dell’appoggio di qualcuno.

<< Dottor Andersson >> dissi con voce roca. << Adesso le racconterò tutto. Forse lei potrà aiutarmi, perché io non riesco a spiegarmi niente di tutto ciò che mi sta accadendo. >>

Il dottore annuì mentre continuava a medicarmi e iniziai dal mio risveglio col graffio.

Raccontai tutto, senza pause, un vortice di quasi trenta ore angoscianti, riassunti in poco meno di venti minuti.

Quando arrivai alla fine ero sudato e terrorizzato. La mia mente non riusciva a trovare risposte.

<< Brandon.. >> iniziò il dottore dopo un lungo silenzio. << Non esistono ferite che si causano da sole. >>

<< Dottore non penserà mica…>> dissi io quasi urlando.

<< Forse Brandon non ricordi, o non ti sei reso conto.. >> continuò con tono acre il dottore.

<< L’autolesionismo è una forma di sfogo di qualche tormento della psiche..  ma è una cosa sbagliata Brandon, e non devi aver paura a parlarne..>>

<< Perché non mi crede dottore….. ?? >> chiesi io quasi in lacrime.

<< Figliolo, avanti… e tanti anni che faccio questo mestiere. Non sarebbe la prima volta che capita una cosa del genere. Basta solo la forza di ammettere che.. >>

<< Stronzate! >> gridai. Il dottore mi guardo come se fossi completamente matto. << Non sarei dovuto venire qui! Non per farmi prendere per un pazzo!!! >>

<< Ma Brandon ..>> mi implorò il dottore.

<< Al diavolo!! >> gridai. E me ne andai furibondo. Trascinando la gamba dolente, e con la testa che pulsava.

Giunto a casa mi rimisi al computer. Avevo bisogno di risposte. E dovevo trovarle da solo. Perché nessuno mi avrebbe creduto e tento meno aiutato.

Dopo due ore di navigazione e di ricerche i miei risultati erano a zero. E la gamba era uno schifo.

Mi mandava ondate di dolore fino alla testa. Mi alzai per prendere un antidolorifico.

Fu quando tornai a sedermi che con la coda dell’occhio notai un sito segnalato dal motore di ricerca in base alle mie richieste.

Il titolo era “ Il voodoo e le arti nere “. Ma soprattutto fu il sottotitolo a colpirmi.

Come provocare ferite a distanza usando il voodoo!!

Aprii il sito senza pormi domande. Ormai ero pronto a credere a tutto. Saranno stati l’abuso di antidolorifici o il principio di perdita di razionalità, ma più mi avvicinavo a questa folle idea, più sentivo che era giusta.

Dopo un’ora di studio del sito raggiunsi la piena convinzione che qualcuno mi stava facendo il voodoo.

Roba da pazzi penserete.

Beh.. io lo stavo diventando, E trovare una spiegazione era diventata la mia ossessione.

Rilessi di nuovo tutte le spiegazioni del sito e trovai quello che cercavo.

Il voodoo, arte magica nera, era praticato (c’è chi dice ancora oggi) da stregoni e fattucchiere africani, e del centro e Sud America.”

“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o animali.”

“ La bambola voodoo è un incanalatore di potere maligno che rappresenta il corpo della persona cui il rito nero è rivolto contro. Pochi elementi appartenenti alla tal persona e una bambola di iuta bastano per attivare il sortilegio. Solo i grandi stregoni delle più antiche famiglie arcane conoscevano i segreti per questo rito.”.

Era folle. E allo stesso tempo era lampante e chiaro.

La vecchia.

Fattucchiera da quattro soldi in America. Ma discendente da un’antica famiglia di El Salvador. Aveva a disposizione tantissimi oggetti che mi erano appartenuti, abbandonati là il giorno del mio addio.

E mi odiava.

Risi come un matto. Mike spaventato scappo in bagno.

Nella mia mente tutto tornava. E ne ebbi la certezza assoluta quando la mia mano sinistra all’improvviso prese fuoco.

Cacciai un grido fortissimo. Il dolore era accecante e la carne che bruciava emanava un odore terribile.

Corsi in bagno urlando e per poco non caddi nella doccia mentre cercavo di aprirla.

Mike mi guardava in modo allucinato, con la schiena rigida e inarcata. Pronto per difendersi se quell’essere urlante si fosse avvicinato.

Fu difficile spegnere il fuoco. E quando finalmente vi riuscii mi resi conto che stavo urlando frasi sconnesse.

Della mia mano non rimaneva molto. Era il dolore più forte che avessi mai sentito e mentre urlavo, piangevo.

La bendai e disinfettai. Poi usci dal bagno e mi vestii.

Ero pronto. Feci tappa in cucina a prendere ciò che mi serviva. Poi scesi in garage e partii.

Il campanello trillò nel silenzio del sonno di Linda. Si era addormentata sul divano.

Vivere con sua madre la stancava, e a volte lei la privava di un po’ di libertà con i suoi metodi all’antica.

Ma aveva ragione lei. Brandon era un buono a nulla, un perdente. E non era rispettoso delle tradizioni della famiglia. Aveva fatto bene a lasciarlo.

Aveva ragione sua madre.

“Chi diavolo può essere a quest’ora ?” Pensò Linda con la mente ancora addormentata.

“ Sarà il solito cliente di mamma, uno di quei Vip che non può farsi vedere mentre viene a farsi leggere il futuro.”

Arrivò alla porta e aprii.

L’immagine spettrale che si trovò davanti la terrorizzò.

Un uomo alto, pallido come un cadavere, sporco di sangue in una gamba e con una mano nera e deforme le si parava davanti. Prese fiato per urlare. Ma non emise suono.

<< Ciao Linda >> sussurrai.

<< Brandon ?? >> Chiese lei incredula.

Fuori il rombo di un tuono sancì l’arrivo di un violento temprale.

<< Posso entrare ? >> chiesi io con voce sempre più debole.

<< Si.. ma.. >> disse lei arretrando di due passi. << cosa ti è successo?? >>

<< Lo sai! >> esclamai. E la colpii col coltello da cucina che avevo nascosto dietro la schiena.

Il collo le si aprii. Fu abbastanza scioccante. E soddisfacente.

C’era sangue dappertutto. E uno strano gorgoglio usciva dalla gola di Linda.

La guardai morire. Poi mi diressi alla camera della vecchia.

Avevo vissuto per anni in quella casa. Sapevo dove andare.

Spalancai la porta e lei mi guardò sorpresa.

<< Che ci fai qui tu ?? >> urlò. << Maledetto demonio!! Che cosa hai fatto a mia figlia!! >>

Vide la lama del coltello luccicare alla luce delle candele che illuminavano il suo piccolo altare cerimoniale.

La bambola era li. Con un buco nella gamba e una mano bruciata.

<< Strega!! >> urlai! E mi buttai su di lei col coltello in pugno.

La colpii al petto. Ma non la uccisi.

Da terra mi guardò. Sanguinava copiosamente. E quando respirava riuscivo a udire un sibilo, probabilmente le avevo forato un polmone.

<< Tu non ti salverai! >> gridò isterica la vecchia.

<< Nessuno può far nulla ormai.. capisci? >> e si mise a urlare parole incomprensibili nella sua lingua sbavando.

Le diedi un calcio. Ma continuò a farneticare.

Sollevai il coltello per colpirla definitivamente.

Fu allora che finì l’assurda litania e rise di gusto.

La colpii al collo cinque o sei volte. Ci misi molta foga, e la sua testa mi rimase tra le mani quando ebbi dato l’ultimo colpo.

Mi misi a piangere. Era finita.

Mentre mi allontanavo in macchina, la luce delle fiamme cominciò a diventare intensa.

La vecchia casa aveva preso fuoco meglio del previsto.

Qualcuno avrebbe chiamato i pompieri da lì a poco. Ma al momento del loro arrivo sarebbe stato già tutto carbonizzato.

<< Le streghe vanno bruciate. >> dissi ad alta voce.

Risi forte, guardando la bambola buttata sul sedile del passeggero.

Quella notte caddi in un sonno tormentato. Continuavo a sognare la vecchia sanguinante. E la sua orrenda litania. Mi terrorizzava il suono della sua voce, farneticante, in quella lingua sconosciuta.

Uscii improvvisamente dal sogno urlando. Un dolore terrificante al braccio sinistro all’altezza della spalla mi stava uccidendo. Non riuscivo a respirare. E sentivo sangue uscire dalla bocca. Gridai terrorizzato quando, accendendo la luce con la mano destra,

vidi che il dolore al braccio in realtà non era al braccio.

Il braccio non c’era più. Solo un moncherino che spruzzava sangue.

Urlai.

Il braccio giaceva in terra. Immobile. Era stato strappato dalla mia spalla.

Urlai di nuovo, più forte di prima, quando vidi Mike guardarmi con quegli occhi gialli.

Erano diabolici. La bambola giaceva tra le sue zampe. Il braccio della bambola poco più distante.

Come un lampo capii il significato della litania gracchiata in punto di morte dalla vecchia.

“ Tra le stregonerie voodoo si annotano, bambole, allucinazioni mentali e controllo su menti deboli o ANIMALI !!! ”

Urlai per la terza, e ultima volta, mentre Mike, continuando a fissarmi maligno, addentò la testa della bambola.

Racconto: Il Cavaliere demoniaco dalle ali angeliche

“…Non esiste forza

o potenza alcuna

che riesca a sovrastarmi…”

I due eserciti si stavano preparando per la battaglia che da lì a poco sarebbe infuriata. Si stavano studiando, ai lati della grande vallata, mentre i generali decidevano la miglior strategia di guerra e i capitani organizzavano gli uomini che avrebbero dovuto guidare contro il nemico.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una creatura dorme nell’oscurità della pietra.

La guerra ormai infuria.

Urla di rabbia e di dolore.

I comandi impartiti dai capitani e le urla di incitamento prima della carica.

Combattimenti e sangue: gli uomini combattono e si uccidono per la supremazia sul territorio.

Un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: una figura avvolta nel Manto delle Tenebre, un manto nero, antico come il tempo, siede su di una roccia all’imboccatura della caverna. E’ una donna dai lunghi capelli. Siede in silenzio e con un flauto suona una musica dolce e divina.

La creatura informe imprigionata nell’oscurità e nella pietra apre gli occhi e, lentamente, si libera dal suo giaciglio secolare.

La musica diffonde nell’aria e, seguendone le note, la creatura assume forma di oscuro distruttore. Apre gli occhi e un cinico sorriso si dipinge sul volto mentre torna alla vita.

Ancora un tuono e, in un improvviso squarcio di luce, le tenebre si schiudono: la caverna è ormai vuota, ormai vuoto è il trono di pietra e di ghiaccio.

Dall’alto delle montagne lui osserva la vallata e la battaglia che i mortali stanno conducendo.

La donna suona ancora, avvolta dalle tenebre, mentre una lacrima scende sul suo candido viso d’angelo.

La creatura ne è consapevole: percepisce chiaramente il suono che dalle sue mani prende struttura. Percepisce la musica e il disegno in essa racchiuso.

E percepisce qualcosa che non riesce a spiegarsi, una spiacevole sensazione di dejà – vu che non riesce a tollerare e che origina da quella donna che umana non lo è di certo.

Per un poco rimane ad osservarla, indugiando a lungo con lo sguardo su di lei, quasi tentasse di rammentare qualche evento del passato, cercando di ricordare, cercando di scrollarsi di dosso il torpore di secoli di letargo.

Ma poi da essa si allontana, vittima dell’incantesimo che dal Manto delle Tenebre scaturisce e, volgendo la propria mente al compito che lo attende, osserva la battaglia nella vallata sottostante.

Piove mentre gli uomini combattono.

Cariche si alternano a duelli.

Il clangore delle spade, scudi che si infrangono e lame che tagliano la carne.

Un vento gelido percorre il campo, si insinua ovunque, nell’animo e nelle armature.

Scende la notte. O almeno è quanto sembra.

Un tuono, e poi un lampo irrompe nel caos della battaglia a illuminare tutto per un istante: una figura umana è sospesa a mezz’aria, immota.

Una terribile esplosione di colore viola nel centro della vallata.

Rimane solo un cratere e degli uomini che vi erano nemmeno la cenere.

Gli uomini arretrano sgomenti mentre scende un inquietante silenzio di morte.

Un tuono e poi un lampo ad accompagnare le nuvole tenebrose, mentre la figura di uomo scende lentamente tra i combattenti.

Si posa dolcemente all’interno del cratere che ha creato, mentre il vento gioca con le sue candide ali di luce bianca. Il fuoco nero gioca ai suoi piedi: servo ubbidiente e fedele.

Le candide ali bianche suscitano il dubbio nel cuore delle centinaia di soldati.

L’armatura perfetta e completa, come quella dei nobili più raffinati, di colore tenebra argento e oro. Lo ricopre completamente lasciandogli scoperto solo il volto e i lunghi capelli neri lucenti.

Il volto perfetto e bellissimo, che niente ha di umano. Levigato e irreale, con leggere tracce d’inchiostro ad ornargli le tempie: strani simboli di una lingua antica ormai perduta, simboli arcani e proibiti.

I suoi occhi d’oro scrutano attentamente gli umani attorno.

Chiude gli occhi per un istante, e tutto tace. Anche il vento smette di soffiare: la natura è in ascolto dei suoi comandi. Anche le nuvole del cielo sono incapaci di muoversi e la pioggia smette di scendere dal cielo, si fossilizza nell’aria: nulla si muove e nulla si ode.

Molteplici espressioni sui volti dei soldati: meraviglia e terrore.

Alcuni pensano che sia un prodigio.

Alcuni silenziosamente pregano.

Alcuni sacerdoti, chiamati a benedir le armi, si inginocchiano a pregare.

Domande e dubbi, la gola secca e un terribile silenzio tutt’attorno.

Un’immobilità irreale che pervade la natura stessa.

All’improvviso il cavaliere apre gli occhi e un frenetico martellare di tamburi si diffonde nella vallata accompagnato da striduli suoni e rumori inquietanti che i soldati sanno provenire dall’inferno. E poi il turbinio del vento, che disperde e trascina lontano il canto degli inferi.

Poi tutto tace di nuovo, come se il suono fosse stato trasportato altrove dai suoi pensieri, di nuovo confinato nel baratro oscuro da cui originava.

E poi il tuono, e la figura terribile e silenziosa con voce atona e maledetta, proclama il destino di ognuno: “Io porto la distruzione!”

Cuori in subbuglio e muscoli incapaci di muoversi, mentre il nero cavaliere dell’abisso porta lentamente una mano alla schiena e solleva nell’aria una spada magnifica e perfetta: la lama d’argento con strane coloriture nere ai lati della lama su cui simboli antichi riportano parole funeste di incantesimi proibiti. Un teschio umano ad ornare l’impugnatura possente.

L’essere che non può essere ucciso allora sorride e improvvisa scende la nebbia sulla vallata, una nebbia fitta e malvagia.

Inizia la macabra danza della morte mentre la nebbia tutto avvolge.

I soldati non vedono più nulla, sono ciechi ed inermi di fronte al destino.

Si avvertono solo i fendenti della spada dell’oscuro cavaliere demoniaco dalle lucenti ali angeliche.

Fendenti e strazianti urla di agonia ovunque.

E la paura, un terrore primordiale, gelido e profondo.

Combattimenti che non si possono definire tali, tra esseri umani inconsapevoli e una creatura dell’assoluto.

La nebbia tutt’attorno e la privazione della vista.

La nebbia si nutre del terrore delle vittime e cresce e si espande e copre ogni cosa: i suoni giungono ovattati e distorti.

Ovunque solo urla e mutilazioni.

Cresce il terrore mentre la nebbia divora la speranza.

Non vi è scampo, nemmeno la fuga.

Sarà questione di tempo, solo questione di tempo.

Nessuno può competere con il cavaliere della distruzione, così è stato in passato, così sarà ora.

Solo morte. Solo distruzione.

Poi ad un tratto scompare la nebbia ed un raggio di sole squarcia le nuvole del cielo. Il cavaliere ha già ucciso centinaia di soldati e si sta pulendo la spada con le vesti dell’ultimo sacerdote che ha trucidato, un uomo che si nascondeva invano dietro una croce in cui a malapena credeva.

I soldati si cercano l’un l’altro sgomenti e terrorizzati, mentre il sole vince le tenebre della notte apparente.

Il cavaliere guarda al cielo in silenzio.

Molti, alla vista di tanta morte si sentono persi e fuggono.

Nessuno di loro, riuscirà tuttavia ad abbandonare vivo la vallata.

Una musica suona nell’aria, una musica per i soldati umani. Il requiem a loro dedicato dalla suonatrice che siede all’imboccatura della prigione della bestia.

Ecco allora che accade qualcosa: nel cuore degli uomini torna la speranza e una rinnovata forza e i soldati decidono di combattere insieme l’araldo della morte.

Uniranno le forze e vinceranno la morte.

Nessuno pensa a fuggire.

Nessuno vuole concedere vittoria al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche.

Una pioggia di frecce e di dardi si abbatte sull’oscuro combattente. Ma di esse egli non si cura, poiché protetto da una magia potente. Nessuna delle frecce lo scalfisce: tutte bruciano in volo.

Allora i soldati si lanciano alla carica, compatti e uniti, al seguito di Sigfrid Leone Bianco, l’eroe della Battaglia dei Cento Giorni, il cavaliere indomito che non è mai stato sconfitto.

Il cavaliere nero lo vede e, con un rapido movimento, ne scansa la lancia e ne ferisce a morte il cavallo.

Sigfrid si rialza deciso a distruggere il demone, che nel frattempo già ha ucciso altri due guerrieri, valorosi soldati del suo seguito.

Il Leone Bianco urla e si getta contro il possente guerriero delle tenebre ingaggiando con lui uno scontro senza pari, mentre i soldati lo incitano e urlano.

Il cavaliere del destino ride: ”Stupido mortale!”.

Le spade si scontrano parecchie volte: Sigfrid combatte come un leone, senza sosta e con il cuore. Dopo qualche istante, finalmente, un varco nelle sue difese e, scansata la poderosa spada d’argento con un bracciale, la spada della giustizia trafigge il cavaliere nero al petto.

Sgorga sangue nero dal cuore tenebroso del mostro.

I soldati esultano per la vittoria, mentre Sigfrid rigira la spada nella ferita.

Ma il demone non fa una piega, alza il volto, e fissa l’eroe con i suoi occhi d’oro, lo fissa e ride feroce.

La lama del Leone bianco, inizia a corrodersi e l’eroe, il bianco paladino della giustizia, ne abbandona la presa.

Il demone avanza, afferra l’eroe con entrambe le mani e lo solleva da terra.

Le gambe di Sigfrid non toccano il terreno, mentre la paura torna sul suo volto, come prima nella nebbia si sente solo, impotente, privato di se stesso.

In quegli occhi dorati, vede l’inferno e gela il sangue nelle sue vene.

Con un ringhio demoniaco e tremendo, emettendo un suono orribile che strazia i timpani, appellandosi alla sua forza, strappa in due il corpo dell’eroe e ne getta i resti ai piedi dei soldati che poco prima incitavano il loro capitano.

Armatura ossa e carne giacciono a terra, in una pozza di sangue e visceri.

Una risata diabolica si diffonde tremenda nell’aria.

Sul suo corpo nemmeno una ferita appare evidente. E nemmeno una goccia di sangue intacca lo splendore della sua armatura divina.

Osservando i soldati e l’espressione di terrore nei loro volti, esclama calmo: “Non esiste forza o potenza alcuna che riesca a sovrastarmi!”

Poi, la sua spada prende fuoco e, bruciando di un fuoco bianco, candido come le ali che porta sulla schiena, con un colpo solo, si libera la strada riducendo a brandelli e polverizzando i soldati coraggiosi che seguivano Sigfrid.

Poi solleva in alto la spada e richiama la nebbia, un vortice d’aria che scende dal cielo e si diffonde ovunque divorando ogni cosa.

Una risata torna a riecheggiare nell’aria, mentre il demone riprende la sua macabra danza di morte, il compito al quale è preposto.

Di nuovo i soldati sono prigionieri di una prigione senza pareti, schiavizzati dalle proprie paure, incapaci di sfuggire alla forza inarrestabile del demone alato.

Impotenti, ridotti a niente: impossibile la lotta, impossibile la fuga.

Ogni speranza è negata da tutte quelle urla e tutto quel terrore.

Ogni soldato si ritrova solo, perduto e terrorizzato. Sente costantemente le urla di morte dei suoi compagni farsi ogni istante più vicine.

Lentamente, ognuno sente l’avvicinarsi del distruttore.

E il distruttore avanza, nella nebbia che lui stesso comanda. Avanza e semina morte e dolore, a cui è insensibile e indifferente, un burattino inconsapevole schiavo di quel suono che lui solo ode. Il suono dolce e armonioso di un flauto, che lo incita e lo governa, e annulla in lui la ragione.

La nebbia si apre e ogni soldato lo vede avanzare verso di se, potente e maestoso. Immenso e perfetto.

Non vi è speranza, solo un terrore primordiale e assoluto.

E poi la morte.

Al tramonto la vallata è ricoperta di sangue e cadaveri dilaniati.

Nessun uomo è stato risparmiato dai fendenti della belva: colpi così potenti e devastanti da squarciare la terra.

E per coloro che non son stati colpiti dalla spada, è stata la magia a fare da guida verso l’oltretomba. La magia in forma di folgori e spaventose visioni, e fiamme viola e rocce infuocate dal cielo.

Neri avvoltoi e corvi e sciacalli si aggirano tra i morti nell’ora del crepuscolo. Nel cielo i colori del tramonto mentre uno stormo di uccelli migra verso sud e il vento muove le fronde degli alberi.

Nessuno è stato risparmiato.

Nessuno vive.

Poi, inchinandosi deferente al sole dell’alba, l’occhio di Dio che tutto vede, l’essere della distruzione si alza in volo.

Per qualche istante quel suono tace, quel suono melodioso che lo ammaliava.

Libertà finalmente, dopo secoli di prigionia nel suo trono di pietra e ghiaccio: per il cavaliere eterno dall’armatura di tenebra e argento questa è la vittoria più grande.

Ma il suo volo è breve.

Una forza sconosciuta lo trattiene.

Una forza magica e invisibile che riecheggia nelle sue orecchie divine.

La musica di un flauto che nuovamente suona. La musica infernale e divina dalla quale non può trovar riparo. Contro di essa a nulla valgono i suoi poteri, né le sue armi né la volontà. Questa volta il suono è violento e tagliente, una musica cacofonica che lo annienta.

D’improvviso cade e, mentre si contorce e divincola, come intrappolato in una rete, il suo corpo inizia a sgretolarsi, colpito come da un’invisibile frusta celestiale: è il potere della musica divina che la donna suona all’imboccatura della caverna.

Questo il suo ultimo rabbioso pensiero mentre si riduce in polvere, polvere e piccole fiamme che un vento sovrannaturale trasporta fino al suo trono di pietra.

Non è ancora terminato il tempo della prigionia e nonostante i suoi sforzi, il cavaliere demoniaco dalle ali angeliche è ridotto di nuovo in pietra.

Di nuovo il sonno indotto, per dominare colui che non si può contrastare. Arriverà nuovamente il tempo per la battaglia.

E secondo il Patto Antico, giungerà anche il momento della Liberazione, ma per ora è ancora Lui ad averla vinta.

Per adesso, solo un lago di morte e devastazione ne rammenterà a tutti la tacita presenza.

Armi e corpi devastati riposano per sempre sotto la protezione delle stelle e quando compare la luna, la figura di donna avvolta nelle tenebre smette la sua divina melodia. Alzatasi, rimane immobile nell’aria della sera ad osservare la creatura della distruzione e della guerra.

Racchiuso nella pietra non ha forma alcuna, e la sua forma, non è la stessa di quando, nei secoli passati, il suo splendore eguagliava il sole.

Per un attimo, quella donna misteriosa si abbandona sulla scia dei ricordi, rammentando le sue gesta e le sue parole, sussurrando senza voce quell’antica promessa.

Un ultimo sguardo alla figura di pietra informe, una lacrima e un saluto all’essere che un tempo amava e, sciolto il Manto delle Tenebre, libera le luminose ali angeliche per tornare al mondo cui appartiene.

 

 

Note: Ero indeciso se descrivere quanto segue in forma di racconto o in forma di poesia, anche se credo che un racconto di genere fantasy riesca a rendere meglio l’idea che avevo in mente.  Tutto il racconto è incentrato su di una figura, una figura demoniaca e divina al tempo stesso che rappresenta l’essenza stessa della distruzione, che rappresenta tutti i limiti imposti all’uomo, il destino e la presenza dell’assoluto. Naturalmente rappresenta anche molte altre “cose”, tutto dipende dal lettore. L’idea alla base del protagonista di questo racconto trae origine da Dark Schneider e da Belzebub di Bastard!! (di K.Hagiwara), da Gatsu di Berserk (di K.Miura), dal Bestelbulzibar della Trilogia del Demone (di R. A. Salvatore) e non solo. L‘idea che volevo rappresentare è quella di un personaggio fortissimo, incommensurabilmente potente, che vive al di là della dimensione umana ma che alla dimensione umana è in qualche modo legato: un essere insomma che non teme né il Bene né il Male, ma che da entrambi è stato generato, un essere che non trova limiti e pari nel mondo degli umani. Una divinità che non appartiene né alla luce né alla tenebra. Tuttavia sono riuscito a rendere questo solo in parte (in quanto anche al cavaliere demoniaco dalle ali angeliche sono stati posti dei limiti, come la schiavitù ad un segreto volere superiore), e questo credo sia dovuto al fatto che ho cercato di scrivere quanto segue il più rapidamente possibile, per imbrigliare l’idea stessa sul foglio, per intrappolarne l’essenza  del personaggio, quasi temendo di “perderlo” se solo avessi aspettato troppo prima di descriverlo.

Racconto: Il garzone di macelleria

Il garzone di macelleria

Fino ad allora era stato un semplice garzoncello di macelleria, insaccato in un camice quasi mai bianco e senza schizzi di sangue vivido, perché i garzoni inesperti e poco svegli non macellano mai le bestie. Capitava invece che, nel retrobottega e quando mancava il titolare, le amasse quelle bestie anche se, lo si può agilmente immaginare, il freddo corporeo da frigo di quelle carcasse rigide gli ritardava l’eiaculazione la quale, quando arrivava, si sgonfiava nell’angoscia che il macellaio potesse tornare all’improvviso, facendolo urlare al paese lì fuori di cosa, quel garzoncello timido, fosse capace. La sua esistenza trascorreva così, velocemente e nel greve fetore malato del sangue che, a strisce gelide, rigava la distanza che separava la ghiacciaia dalla turpe sua alcova. Un giorno però, il macellaio si ferì a una mano, e si vide costretto ad affidargli una mucca intera da squartare. Era la svolta professionale attesa da anni: una bestia intera e calda, beh… diciamo tiepida, da mettere al centro delle sue attenzioni morbose.
Anche quella giornata si era stranamente presentata diversa, e quando il muletto del fornitore gli depositò nel retro l’animale da dividere, pure il sole si imbarazzò dietro una nuvola, spessa e affilata come una scure.
Ottocento chili da trascinare gli pareva che lo stessero guardando con occhioni avidi, da sotto quelle ciglione romantiche e la linguona, spessa e un po’ pelosetta, sporgente di lato, gli suggeriva immagini che non si possono raccontare senza dannarsi l’anima. La fretta di consumare quel perverso progetto gli aveva fatto congedare anticipatamente il fornitore che aveva portato lì quel cadaverone chiazzato e ora non gli riusciva, nemmeno col carrello elettrico, di muovere l’animale. Ottenne solo d’inclinarle la schiena su un lato, di traverso alla porta, in modo da poterla socchiudere un poco e avventarsi, finalmente, sulla sua preda sì inanimata, ma non ancora fredda del tutto. Non poteva attendere che si raggelasse di più, perché in quella parvenza di tepore s’accoccolava la sua brama d’amore. Spense la luce del negozio e abbracciò la massa, che sembrava inchiodata a terra, e la baciò sul muso umido con trasporto mentre, impicciandosi, si sfilava velocemente i calzoni.
Il macellaio, tornando dall’ospedale, dove l’avevano cucito alla meglio, non si sarebbe mai fermato al negozio se non avesse visto quella testa di mucca che si sbatteva, a colpi secchi e decisi e con la lingua fuori, dallo spiraglio socchiuso della porta sul retro della macelleria.
Lo spettacolo che si offrì ai suoi occhi, quando entrò incuriosito, lo fece svenire di colpo dando così modo, a quel garzone infoiato, di avere un’altra e inattesa preda, ma finalmente calda per almeno un’ora…

La moglie del macellaio, soffocata dalle lacrime, non ebbe altro da pensare che suo marito l’avesse abbandonata per sempre, magari con quella giovincella, tinta e slavata, che gli sfiorava, bramosa, la cotta di maglia antitaglio che lo proteggeva dalle lame, insanguinata.
Tutti sanno, e anche la donna non ignorava, che piccoli eventi inducono a grandi sconvolgimenti, capaci di travolgere l’esistenza delle persone che si affidano troppo alla propria maturità, e il macellaio era uomo di grande equilibrio, come avrebbe potuto, altrimenti, maneggiare la mannaia con quella temibile naturalezza? Per questa ragione era esposto a tutti i rischi che la troppa sicurezza nei propri mezzi, prepara sempre con cura. Così, la mente eccitata della donna scorreva, analizzandole, tutte le possibili cause di disgrazia che potevano aver colpito il marito.
“Chissà dove sarà ora?”… sbottò infine, nell’impossibilità di scovarlo, disperata dall’imprevista solitudine che glielo faceva immaginare più in dolce compagnia che soffocato dal proprio cuore.

Intanto, in quel retrobottega maledetto, era tornato il silenzio. Tutto era stato lavato accuratamente e l’odore di candeggina, pur non volendo imitare quello d’incenso che aleggiava in chiesa, cercava di nascondere la sensazione che lì dentro si fosse compiuto un misfatto. Anche la mucca era stata lavata, fin nelle interiora e squartata, con maldestri e vendicativi colpi d’ascia, che avevano infierito, maciullandola, soprattutto nelle sue parti intime. Le sue mammelle, per il loro evocare tepori protettivi, erano state conciate come trippa sfogliata, e pure la grossa lingua era ridotta a strisce sottili, come messa nell’impossibilità di rivelare ciò che andava rimosso per sempre.

La polizia si stancò presto di vagliare sospetti improbabili, e convenne con la moglie nel credere alla fuga d’amore. Dopo aver peregrinato inopportuna per il negozio, tutta la notte e pure il giorno dopo, tra batuffoli di cotone e bombolette di spray rivelatore, i detective compresero, in mezzo a tutte quelle tracce rapprese, che quel sangue lavato col sangue non avrebbe parlato d’altro che del sangue di nessuno con odore di candeggina.
Nemmeno un poliziotto notò che la carne trita, troppo pallida, era scivolata, per l’inusitata freschezza, ammucchiandosi a grumi, rivoltati contro il bordo dei contenitori inclinati, fuoriuscendone e mostrandosi, in quella colatura sfacciata, sotto il vetro gelido di un bancone stranamente rallegrato da due mazzetti di freschi e chiusi fiori di prato, che non avrebbero mai voluto aprirsi.

Racconto: Dio è ovunque

All’aprirsi pesante del grande portone di quercia un soffio gelido entrò prima di tutti, insinuandosi nelle crepe aperte dalla morte dei simboli sacri che un mosaico, antico e consunto, mostrava a un cielo che le alte navate, agitate di demoni, oscuravano. “Deus ubicumque est”… esaltava una scritta gotica, ingrigita di muffe, che dominava l’abside dentro al quale una grande croce inchiodava, impietosa, un Cristo dagli occhi rassegnati e rivolti verso l’alto. In lenta e monotona processione sguardi cupi tagliavano il buio da volti deformati dall’odio, e varcavano il sacro confine che lasciava fuori il dubbio per non far entrare certezze. Quei tenebrosi corpi lentamente si disposero in strette file parallele, legate dall’astio che le teneva tenacemente ordinate, e un comune destino di esecrabile sofferenza le obbligava a invocare una morte atroce per nemici che non potevano perdonare. Rimpiccioliti, in fondo al girone infernale, un prete e due servi parevano artigli coi quali il fetore ornava la bestemmia di trovarsi in quel luogo, voluto dalla santità di coloro che se ne erano andati, disgustati dall’umano degrado. Nessuno di quegli insulti al cielo conosceva il momento esatto nel quale piegarsi, e tutti si inginocchiavano soltanto per mostrare all’altro di esserne stati capaci. La funzione iniziò col solito lamento prolungato, quasi reclamasse una grazia che rifiutava da sempre, e fu seguito dall’incespicare di formule che avanzavano feroci, in un coro imparato dalla memoria che ha ogni meccanismo spento: “Deus ubicumque est, et cum Spirito tuo”…
Cristo, disperato dai chiodi di quelle volontà perdute, aspettava come sempre e guardava alto, pregando il Padre, anche se sapeva che nemmeno quel giorno una mano ne avrebbe accarezzata un’altra allo scopo di farlo scendere dalla croce.
“Deus ubicumque est”… le gole urlavano, ignorando che fosse vero, e che solo un atto d’amore avrebbe potuto fermare il male.

Racconto: Il Prezzo dell’Infelicità

Sarebbe bello se l’infelicità si potesse comprare. Come qualsiasi altra merce. Si potrebbe comprare in negozi particolari.
Mi immagino un angolo di strada un po’ riparato, appartato, al centro della città. Non nella zona affollata dai turisti, ma a pochi passi da quelle strade e piazze, dagli altri negozi con le vetrine sgargianti e le insegne luminose. Un angolo di strada di quelli in cui si passa un po’ per caso, mentre si va da un’altra parte. Mi immagino uno spazio arredato in modo da ricordare l’idea che hanno le persone di una bottega di speziale. Un luogo elegante e raffinato e vecchio stile, per intenditori e clienti affezionati. Con un bancone in legno e marmo su cui sono esposti i vari ingredienti ordinati nelle loro ciotole e gli strumenti per dosaggi di precisione. Dietro al bancone alcuni scaffali con boccette, flaconi, bottigliette, provette, alcune piene di fluidi e polveri colorate, altre vuote. Un odore indefinibile nell’aria, ora dolce, ora amarognolo, mai sgradevole. Un odore di quelli che si descrivono ricordando un sapore, o un giorno di tanto tempo fa. Una fresca penombra. E lame di luce che filtrano dalla vetrina di vetro spesso, piombato, tagliando fette d’aria in cui fluttuano ipnotici granelli di polvere bianca. Il padrone di questo spazio, lo posso quasi vedere, è una via di mezzo tra un sommelier e uno speziale, vestito con un abito nero, elegante, e un ampio grembiule bianco e immacolato, come i suoi guanti. Un’aria di superiorità annoiata e arrogante perennemente stampata sul volto, mentre guarda i clienti passare, senza curarsi di nessuno di loro. Interessato alle loro vite per il tempo necessario a soddisfare i loro desideri, pronto a dimenticarli nel momento stesso in cui varcano la soglia del negozio e tornano nel mondo di fuori.

Potremmo separarci dalla folla vociante, entrare e avvicinarci al sommelier dell’infelicità, nel suo regno rarefatto e silenzioso. Gli chiederemmo un po’ di infelicità. Quanta? Non so, abbastanza per una serata, così, per cominciare, per provare.
Annuendo, il sommelier poserebbe sul bancone una ciotola di rame o di ottone e ci verserebbe dentro un liquido trasparente, preso da un flacone alle sue spalle. L’etichetta scritta a mano. Bella immagine, il flacone con l’etichetta scritta a mano. Darebbe l’idea di antico distillato, del frutto di una lunga esperienza, di studio, ricerca, esperimenti. Ci darebbe una sorta di senso di conforto, di rassicurazione. Non un prodotto mercificato, fatto in serie, senza anima, anonimo. Ma fatto per noi, proprio per noi, con cura.
Saremmo contenti di aver deciso di comprare un po’ di infelicità.
Dopo aver riempito con attenzione la ciotola, il sommelier la prenderebbe delicatamente in mano e con un morbido gesto del polso farebbe ruotare il liquido, una, due volte. E poi allungherebbe la ciotola verso di noi, per farci ammirare… Cosa? La densità? La consistenza? L’odore? Non lo sapremmo dire, non siamo esperti. Nel dubbio, annuiremmo soddisfatti, non sapendo bene di cosa. E lui annuirebbe di rimando, con un’occhiata di intesa. Maschererebbe il fatto di essere perfettamente a conoscenza della nostra ignoranza, come noi fingeremmo di credere di avergli dimostrato una competenza che non abbiamo.
La nostra falsa sicurezza verrebbe spazzata via dalla sua domanda successiva.
“Cosa ci mettiamo?”
La domanda ci irriterebbe. Cosa ci mettiamo, penseremmo, sei tu l’esperto, se lo sapessi non verrei da te!
Ma nasconderemmo questo pensiero e invece fingeremmo di concentrarci su ciò che cerchiamo. Cosa ci mettiamo? Ripeteremmo, fingendo di cercare le sensazioni e atmosfere che desideriamo, in un mare di pensieri confusi.
“Forse,” suggerirebbe lui venendoci incontro, consapevole del nostro imbarazzo, “Potremmo provare con un po’ di rimpianto.”
Rimpianto, ripeteremmo noi. Sì, rimpianto.
Lui annuirebbe, prendendo con un cucchiaino, giusto la punta, un po’ di polvere gialla da uno dei recipienti in mostra sul bancone e versandola nella ciotola di rame o di ottone.
“Se posso permettermi,” continuerebbe, “Le consiglierei una miscela un po’ nostalgica. Una morbida infelicità per riempire la serata. Qualcosa di non molto forte, capisce, per palati fini.”
Colpiti dalla sua perspicacia annuiremmo, rispondendo che sì, infatti, è quello che avevamo in mente.
Con un sorriso compiacente, gesti precisi e misurati, una voce calda e bassa e rassicurante, il sommelier preparerebbe la nostra mistura, illustrandoci le sue scelte.
“Il primo ingrediente da aggiungere,” spiegherebbe, “E’ proprio una goccia o due di nostalgia.”
La prenderebbe da una provetta, con un contagocce di vetro lungo e sottile, un liquido denso e grigiastro. La farebbe cadere nella ciotola e, mescolando delicatamente con una bacchetta di vetro, continuerebbe a elargirci la sua conoscenza.
“Non è la nostalgia di qualcosa in particolare, è la nostalgia in sé. Poi ci pensiamo noi ad aggiungere il cosa, pescandolo dai nostri ricordi.”
Riempirebbe poi un piattino di coccio con dei granelli violastri, presi con un cucchiaio di legno da una ciotola alle sue spalle. Con infinita cura peserebbe i granelli sulla bilancia in bella vista sul bancone. Toglierebbe qualche granello, poi qualcuno ancora. Poi, finalmente soddisfatto, li pesterebbe con delicata decisione con un pestello di legno e li aggiungerebbe alla miscela.
“Speranza.” Direbbe sottovoce. “La speranza diluisce l’infelicità, quindi bisogna ammorbidirla, mascherarla, nasconderla, dimenticarla per un po’. Non farla sparire, no, altrimenti avremmo disperazione e abbiamo detto che per stasera non vogliamo qualcosa di troppo forte, no? Qualcosa di morbido e gustoso, da sorseggiare distrattamente, mentre leggiamo un libro o guardiamo la televisione, no? Qualcosa che non colpisca allo stomaco, ma il cui sapore persista piacevolmente, a lungo, sul palato.”
Annuiremmo.
Sui piatti di una bilancina di precisione misurerebbe della polvere blu. Dopo una serie di aggiunte e sottrazioni, gli aghi della bilancia si sfiorerebbero e il suo viso si illuminerebbe di soddisfazione.
“Ricordi tristi. Cos’è un ricordo triste? No, non solo il ricordo di un evento spiacevole,” direbbe, prevenendo la nostra risposta, “Ma anche il ricordo di eventi piacevoli e perduti, finiti. I ricordi piacevoli sono i peggiori, no?”
Annuiremmo, di nuovo. Lui verserebbe con cura la polvere nella ciotola, mescolerebbe ancora con la sua bacchetta di vetro.
“Sa cosa manca?” Sussurrerebbe, costringendoci a sporgerci sopra il bancone, per sentirlo al di là del rumore della strada che arriva dalla porta, costringendoci per un attimo ad annusare il penetrante odore dei vari ingredienti disposti davanti a lui. “Sa cosa manca? Un pizzico di colore, una frivolezza, se vogliamo. Va bene così, direi, ma, se posso permettermi, io aggiungerei ancora un ingrediente, qualcosa che dia un retrogusto che possa essere apprezzato da un intenditore come lei.”
Ci incuriosirebbe. Rimpianto, nostalgia, mancanza di speranza, ricordi tristi. Cosa ancora? Che altro potremmo aggiungere per rendere completa la nostra infelicità?
“Delusione.”
Delusione?
“Sì, delusione,” sorriderebbe lui. “Delusione nei confronti delle persone che abbiamo intorno, quelle che ci sono più vicine. L’amara considerazione che non possono capirci, non possono aiutarci. E magari, abbondando, ma solo di un pizzico, la dose, la constatazione del fatto che l’idea che avevamo su di loro è sbagliata. Che, alla fine, sono deludenti come tutti gli altri.”
Delusione, ripeteremmo ancora noi.
“Sì, giusto un pizzico, la ciliegina sulla torta.” Risponderebbe lui, sottolineando il concetto baciandosi la punta delle dita.
Va bene, diremmo noi, titubanti. Va bene, ripeteremmo più sicuri.
Il sommelier prenderebbe un recipiente da sotto il bancone, piccolo, di vetro scuro. Sviterebbe con cura il tappo, lo sviterebbe con studiata lentezza. Dentro il contenitore potremmo vedere una sostanza arancione, simile a fili o corti spaghetti. Ne prenderebbe due con una lunga, sottile pinzetta e li depositerebbe con cura sulla superficie della nostra dose di infelicità. Poi un altro. Si fermerebbe per un momento a contemplare la sua preparazione, cercherebbe con lo sguardo un nostro cenno di approvazione, che ci sentiremmo in dovere di dare, e poi poserebbe le pinzette, richiuderebbe il recipiente di vetro scuro e lo riporrebbe di nuovo sotto il bancone.
Poi, con cura e delicatezza, prenderebbe la ciotola di rame o di ottone con dentro la nostra infelicità, farebbe ruotare il contenuto con uno, due colpetti del polso e l’annuserebbe compiaciuto.
Con una frusta di metallo, con movimenti esperti e decisi, mescolerebbe la mistura a lungo, concentrato. Poi prenderebbe da una delle mensole alle sue spalle una bottiglia di vetro sottile, di quelle dal collo lungo e stretto che si apre in un’ampia fiasca. Scruterebbe la bottiglia controluce con aria critica, poi, con un imbuto e infinita attenzione, vi verserebbe dentro la miscela.
Scenderebbe lenta e densa.
Prenderebbe la bottiglia, annuserebbe il contenuto, la nostra infelicità, e con un sorriso compiaciuto la tapperebbe con un tappo di sughero. Ce la porgerebbe, tenendola con due mani, come una cosa delicata e preziosa. Unica. La nostra infelicità.
Imitando la sua cura, i suoi movimenti lenti, prenderemmo la bottiglia. Ammireremmo, cercando di convincerci di una sua qualche bellezza, il liquido denso e verde. Seguiremmo con lo sguardo le curve scie di colore viola e arancione, cercando di scacciare dalla mente l’immagine di due grasse lumache che si stanno sciogliendo lentamente.
Ringrazieremmo. E poi, titubanti, accenneremmo una domanda, a cui lui risponderebbe prima che possiamo formularla.
“Deve versare la miscela in una brocca dalla bocca ampia, circa un’ora prima di consumarla. In modo che si ossigeni e che possa spargere il suo profumo nell’aria. E’ quasi impercettibile, ma lo sentirà. Contribuisce a creare l’atmosfera. Suggerisco di sorseggiarla lentamente, a piccole dosi, magari in una stanza con luci soffuse. In solitudine, ovviamente.”
Ovviamente.
Ringrazieremmo ancora.
Poseremmo con delicatezza la nostra bottiglia di infelicità in una busta, in mezzo agli altri acquisti della giornata, incastrandola in modo che non si rompa, il vetro così sottile e fragile.
Quasi vergognandosi, il sommelier ci porgerebbe lo scontrino, imbarazzato da quel gesto volgare. Chiedere soldi quando, si sa, il denaro non compra l’infelicità.
“Ma in questo mondo gretto e meschino, purtroppo, ogni cosa ha un prezzo.”
Prenderemmo lo scontrino. Guarderemmo il prezzo prima di sfuggita, poi con più attenzione, reprimendo il moto di sorpresa davanti alla cifra che ci sta costando l’infelicità. Guarderemmo il sommelier con un mezzo sorriso, volendo intendere che no, alla fine è economico. Ci sorriderebbe. Sapremmo entrambi che la cifra è altissima, spropositata.
Pagheremmo. Ce ne andremmo, con la nostra bottiglia di infelicità.

Racconto: Punti di Vista

Punti di vista.
Ci crescono indicandoci il bello e il brutto, il bene e il male, il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, Dio e il suo Antagonista.
Ci vengono indicate come verità oggettive, ma, in effetti, non sono altro che punti di vista.
Figli della televisione che azzera la cultura, abbiamo riscoperto il vecchio adagio dei padri ateniesi, kalos kai agathos, bello e buono.
Ma è solo un punto di vista.
Certo, a nessuno piace strappare ogni giorno pezzettini di vita con i denti, rovistando negli scarti dei kalos kai agathos in cerca di cibo, vestiti, pezzi di anima di qualcuno più felice.
Ma, punti di vista, questi spettri in cerca di vita agli occhi di qualcuno possono essere belli, possono essere felici, possono avere diritto ad una lama di luce, un brivido caldo che, per un istante, illumina anche loro.
Gli occhi di qualcuno non fuggono quando incrociano una di queste anime, le cercano, le inseguono nella notte, nei vicoli bui e maleodoranti, tra le nebbie e i fumi che emergono dal ventre della metropoli.
C’è, nel cuore tenebroso della città, un’oasi di calore.
Quando le luci si spengono per la notte, quando i portoni che proteggono i sogni dei kalos kai agathos vengono sbarrati, c’è un luogo in le luci si accendono e le porte si aprono come le braccia della madre che accoglie il suo piccolo.
La Chiesa di San Lorenzo è un porto per i naufraghi della vita.
In certi ambienti le notizie girano più velocemente che via Internet, anche perché qui nessuno ha mai visto un computer. E la voce che gira è che c’è speranza a San Lorenzo.
Tutte le notti, per tutta la notte, Padre Hagi rincuora, rinfranca, scalda e nutre le sue pecorelle. Il piccolo prete non scaccia nessuno. Pallido ed emaciato, ma sempre pieno di energie, l’anziano sacerdote distribuisce coperte e cibi che scaldano il corpo e dolci parole che portano calore là dove neppure il più ardente dei fuochi può arrivare.
Non è mai stanco, non dorme mai. Il suo gregge è più importante, dice, e ogni notte lo dimostra.
Anche questa notte, come al solito, come sempre, le braccia di Padre Hagi e della sua chiesa si sono aperte e hanno stretto forte qualche pecorella smarrita.

– Padre…
Il prete smette di camminare lungo la navata della vecchia chiesa, l’asta con il cappuccio per spegnere le candele stretta in mano.
– Padre…
Una voce da un confessionale, l’ultimo della fila, quello più vicino all’altare.
Il sacerdote poggia l’asta e si avvicina.
– E’ molto tardi, figliolo. – Mormora, cercando di scrutare dietro la pesante tenda che copre il gabbiotto in cui è inginocchiato il penitente.
– Lo so, ma prima voi eravate così impegnato. Vi prego. Ho un peso, qui dentro di me, di cui devo liberarmi.
Padre Hagi sospira sconsolato. Entra nel suo lato del confessionale, indossa la stola e apre lo sportellino che lo separava dall’uomo. La fitta grata gli impedisce di scorgerne i lineamenti. Vede solo particolari, una barba incolta, occhi stanchi e cerchiati. Recita le formule introduttive del sacramento e poi, come vuole il rituale, domanda: – Da quanto tempo non ti confessi, figliolo?
– Molti anni, padre, molti lunghi anni.
– Confessa a Nostro Signore i tuoi peccati. Hai mai infranto il Settimo Comandamento?
– Il settimo… – Esita incerto l’uomo.
– Hai mai rubato? – Hagi lo sa bene, il furto è il peccato più comune tra quei derelitti. Per molti è l’ultima cosa dignitosa da fare, prima di abbassarsi a rovistare nelle pattumiere, insieme ai cani.
– Rubato… – Ripete la persona dall’altra parte del confessionale. – Sì, padre, ho rubato.
– Lo so, pecorella mia, – inizia paterno il sacerdote, – Quando sembra che tutto ti volti le spalle…
– Ho rubato… E fatto altro.- Lo interrompe il peccatore.
– Ti ascolto figliolo. Parla pure. – Il sacerdote non si mostra seccato dell’interruzione e continua a parlare con tono calmo e gentile.
L’uomo esita, Hagi vede il dolore nei suoi occhi.
– Ho infranto… – Si ferma per un momento, come se stesse contando mentalmente. – Il quinto, Il Quinto Comandamento. – Dice infine.
Anche il prete esita, anche se lui non ha bisogno di contare.
– Hai ucciso?
– Sì, padre. Ho ucciso, molte volte. – Questa volta non c’è incertezza né esitazione nella risposta.
E’ il confessore a balbettare una domanda: – Omicidi?
L’uomo sospira pesantemente, come se stesse cercando di sollevare un grande peso.
Si volta verso la grata, verso il sacerdote. Inchioda i suoi occhi in quelli dell’anziano Hagi. Occhi profondi, chiarissimi, lucidissimi.
– Ho scaricato una pistola nel ventre di un uomo e gli ho tagliato la testa mentre si contorceva negli spasmi dell’agonia. Ho dato fuoco ad una donna in un vicolo. Ho trapassato il cuore di un uomo con una spranga di ferro nella metropolitana di Londra. In Germania ho incendiato la casa di due orfani e li ho chiusi dentro. Li ho ascoltati urlare, invocare aiuto, morire. Il mio migliore amico giace a pezzi nel fondo del fiume della Città Eterna.
Padre Hagi ascolta come stordito queste parole e le molte altre che seguono. L’uomo continua freddo il suo macabro elenco, lo sguardo ora privo di emozione sempre piantato negli occhi del confessore.
– …E ho mentito, ma non ricordo che numero sia questo.
– Come? – Il prete pare riscuotersi da un sogno ipnotico.
– Ho mentito, padre.
– Mentito… – Ripeté Hagi. Il Signore deve essere veramente misericordioso, pensa, se permette a un uomo come questo di lavarsi dai suoi peccati con una semplice confessione.
Un serial killer. Doveva essere un serial killer e l’unica cosa che li divideva era una sottile grata di legno. I serial killer seguivano degli schemi, avevano delle vittime tipiche. Il sacerdote si chiede quali fossero, mentre si sforza di ricordarsi degli assassini di cui parlavano i giornali in quel periodo. Chi erano le vittime di quest’uomo?
– Ho finito, padre.
– Finito, sì. – Il prete si pronuncia meccanicamente la formula dell’assoluzione, recita insieme all’uomo il Mea Culpa e commina la penitenza.
Al di là della grata, l’uomo comincia a muoversi. Hagi deve sapere.
– Figliolo…
– Padre?
– Figliolo, le persone che hai… Ucciso… Chi erano?
L’uomo risponde con voce calma, pacata, sicura: – Vampiri, Padre Hagi.
La grata che separa i due scomparti del confessionale esplode in mille schegge di legno. Con un ringhio sordo il vampiro lancia le sue mani artigliate contro il cacciatore, ma lui si è già lanciato fuori dalla portata del mostro.
Il vampiro emerge dalla nuvola di detriti mentre il cacciatore atterra con una capriola e sfodera la sua arma.
– Quella non ti salverà! – Sibila Padre Hagi, guardando di sfuggita la pesante pistola.
In tutta risposta il cacciatore lascia partire cinque colpi in rapida successione.
Il primo sfiora il fianco del sacerdote. ‘Questa’, pensa il prete udendo un boato alle sue spalle mentre scatta verso il suo bersaglio, ‘E’ la statuetta della Madonnina di Lourdes che va in frantumi.’
Il secondo colpo è più preciso. Il proiettile esplosivo disintegra le ossa del ginocchio destro, lacerando i muscoli della gamba.
Il terzo distrugge l’anca sinistra.
Il quarto fa esplodere l’inutile muscolo che è il cuore di Padre Hagi.
Il quinto gli porta via una parte della testa.
La violenza dell’impatto lo scaraventa a terra, facendogli urlare tutta la sua rabbia, tutto il suo dolore, tutto il suo odio.
Le colonne e le pareti della vecchia chiesa di San Lorenzo tremano, scosse dal basso e profondo ruggito. Una cascata di polvere sottile cade sul cacciatore e sulla sua preda dal soffitto, come la neve finta di una palla di Natale.
Il cacciatore guarda la sua pistola. – Non mi salverà e non ti ucciderà…
Gli spara alle articolazioni, poi un colpo alla base del collo e uno alla base della spina dorsale.
– …Ma ti serviranno tempo e forze per rigenerare le ferite. – Gli dice mentre si dirige verso i resti del confessionale.
Estrae da ciò che rimane del gabbiotto che aveva occupato una borsa militare, vecchia e consunta. Tira fuori delle pesanti catene e le lega alle caviglie del vampiro paralizzato.
– Forze che non hai, – continua con voce distaccata e professionale, – Dato che anziché nutrirti hai dovuto perdere tempo con me. Quanto al tempo…
Tirando le catene trascina Hagi davanti all’altare maggiore, sotto il rosone che dà luce al fondo della chiesa. Assicura le estremità delle catene alla base dell’altare. Poi prende dalla sua borsa altre due lunghe catene, ne lega un capo ai polsi del vampiro e l’altro ad una colonna.
Lavora in silenzio, rapidamente, senza badare ai ringhi e ruggiti di Hagi e facendo attenzione agli spasmi dei suoi arti martoriati dalle pallottole.
Si assicura della resistenza delle catene, poi afferra una sedia, la trascina vicino al vampiro e ci si siede sopra. Alza per un momento lo sguardo. Il rosone è vecchio, sporco di polvere e del fumo delle candele. Ma si inizia ad intravedere il primo chiarore dell’alba. Chiude gli occhi per un momento. Ascolta i rumori della città, stanno cambiando. Il canto della notte sta per lasciare il posto al canto del giorno.

– Liberami.
Padre Hagi aveva gli occhi aperti e guardava fisso verso il soffitto.
– Lasciami andare. Non devi uccidermi.
– Non devo? – Chiede aridamente il cacciatore.
– Se io muoio, chi accudirà le mie pecorelle?
– Pecorelle. In senso biblico o nel senso di riserva di cibo? – Le ultime tre parole vengono pronunciate a bassa voce, una nota di rabbia impossibile da celare.
– Sono poveri, affamati. Non hanno un tetto, un riparo. Io li nutro, li accudisco, io do loro una speranza!
– Cosa? Tu dai loro una morte orrenda! E’ questa la tua speranza?
– Tu non capisci! – Piange Hagi. – Tu non capisci. Tu non hai idea di cosa voglia dire vivere soli e abbandonati, in mezzo ad una strada, tra l’indifferenza delle persone che ti scansano come fossi un appestato! Io scaldo i loro cuori e i loro corpi. Capisci? Io parlo con loro, li consolo, li rincuoro.
– Li… Cosa? Tu li nutri per avere vacche grasse a pranzo e cena! – Il cacciatore scatta in piedi rovesciando a terra la sedia, urlando, sottolineando le sue parole puntando la pistola alla testa del vampiro. – Non cercare di assolverti, prete.
Il sole sorge. I primi raggi di luce filtravano dal rosone e formano una macchia colorata sul portone della chiesa.
– E’ vero! Mi nutro di loro! – Ribatte il vampiro. – Ma non capisci? Per uno di loro che mi dona il suo sangue, dieci possono passare una notte al caldo, avere un po’ di luce nelle tenebre della loro vita. Se anche sapessero la verità, sarebbero felici di…
– Ti donano il sangue? Sarebbero felici? Arrogante idiota, sei come tutti quelli della tua razza. Cosa vuoi? Un santino con la tua faccia? – L’urlo del cacciatore risuona nelle navate della vecchia chiesa.
– Pensi di essere migliore di me, cacciatore? Pensi di essere migliore di noi? Vuoi tu la tua faccia su un santino? – Sibila Hagi.
Il cacciatore rimette in piedi la sedia e ci si siede di nuovo sopra.
– Almeno io sento il bisogno di confessarmi. – Mormora.
La macchia di luce striscia verso il sacerdote incatenato. Il vampiro fa appello a tutte le sue forze, ringhia, tende allo spasmo i suoi muscoli lacerati.
– Se mi uccidi condanni anche tutti i miei poveri agnelli! Lo capisci? Io sono la loro unica speranza! Sono l’unico che pensa a loro, nel bene o nel male, sono l’unico che si preoccupa per loro. Lo capisci? Senza di me saranno vittime dei mostri senza zanne che girano lì fuori, saranno vittime della tua specie! Lo capisci?
Le catene si tendono con violenza, stridono acidamente sul marmo dell’altare e della colonna a cui sono fissate. Il vampiro lotta per liberarsi con tutte le forze che rimaste. Il suo ruggito bestiale fa tremare le fondamenta stesse della chiesa. Uno stormo di colombe si leva impaurito in volo dal tetto, tante piccole macchie scure che attraversarono il disco del sole.
Un ultimo boato rimbomba nel vasto spazio vuoto di San Lorenzo.
Padre Hagi smette di lottare, un’altra parte di cranio devastata. Il cacciatore abbassa la pistola fumante.
– Non puoi condannarli… Non puoi condannarli… – Geme un’ultima volta il vampiro.
La luce del sole, un brillante disco dipinto dei mille vetri colorati del rosone raggiunge Padre Hagi. Il suo corpo ha un gemito, un sussulto. Dai suoi polmoni secchi si leva un grido disumano, si contrae violentemente, le catene si spezzano. Il prete si rannicchia urlando nel disco solare che lo circonda e poi le sue carni bruciano ed esplodono.
Il cacciatore osserva la scena in silenzio. Quando di Padre Hagi non rimane più nulla se non un mucchietto di cenere nera, raccoglie la sua borsa, stancamente. Ci infila dentro le catene e la pistola e si dirige lentamente verso le pesanti porte della chiesa.
Arrivato all’altezza dell’ultima fila di panche si ferma e si voltò verso l’altare e verso i gruppi di santi e il crocifisso, muti testimoni della tragedia di quella notte.
Lentamente, in silenzio, si inginocchia e comincia a espiare la penitenza comminatagli per i suoi peccati.

Racconto: La Città

Questa, questa è una città.
Una città qualsiasi, una città come tante.
Non che siano tutte uguali, le città, no! Hanno un’anima, un sapore, le puoi distinguere con tutti i tuoi sensi, una dall’altra.
Sono come noi, diverse tra loro, alte, basse, magre, grasse, timide, sfacciate… Come noi che le abitiamo.
Ma, proprio come noi, hanno anche degli elementi, delle caratteristiche comuni. Brulicano di vita, tanta vita, tante vite, che si affannano, corrono, amano, desiderano perdono, cercano, trovano, odiano, muoiono. E, come è naturale in natura, alcune cacciano, altre sono prede.
Questa è la storia di alcuni eventi accaduti in una città. Una città qualsiasi, forse la tua.

E’ notte.

Gli abitanti della città si sono mossi, fino ad ora. Ognuno affaccendato nella sua esistenza quotidiana. Le casalinghe hanno fatto la spesa. Ricchi professionisti e umili impiegati hanno dato il loro contributo all’economia nazionale e sono rientrati a casa, imprecando nel traffico. Giovani studenti sciamano per le strade: hanno passato la giornata a studiare e la sera a divertirsi. Sono giovani, si sentono immortali.
Ma ora non è più sera. Ora è notte.
Ma di notte la città non dorme, di notte tira fuori l’altra sua faccia, gli altri abitanti.
Escono dalle loro tane quando gli altri vi si sono già rifugiati. Quando il cielo è una macchia di inchiostro, quando il sole sono i mille lampioni che colorano l’aria di un finto bagliore arancione, quando i fiori sono le infinite, coloratissime, luci al neon. Luci che promettono… Piaceri proibiti, delizie inimmaginabili, pasti caldi, pasti freddi, camere libere e qualcuno con cui occuparle, spettacoli, pompe funebri, lavanderie e matrimoni, anche a quest’ora, a tutte le ore, tutta la notte.

E’ la stessa città. E’ un altro mondo.
Ed ecco i suoi abitanti.
Laggiù, all’ingresso della metropolitana, un gruppo di punk, cantano a squarciagola, stonati, ubriachi, più colori nei loro capelli che in un Van Gogh. Punk is no dead! E con il casino che fanno, lo risveglierebbero comunque.
Poco più in là, sotto un lampione, Lola e Vanessa offrono amore ai cuori solitari. I loro vestiti, più che nascondere, evidenziano la merce compresa nel prezzo. Fino a ieri con loro, sotto il lampione, c’era anche Julia, alta, bella, capelli rossi. Oggi è su tutti i giornali, cronaca nera, gola squarciata. Se chiedi di lei a Lola e Vanessa, ti guardano come se non sapessero di che stai parlando.
Il reverendo è un idealista, barba incolta, vestito nero. Fa su e giù tutta la notte, cercando di portare la luce nei cuori ottenebrati. Presto verrà convertito anche lui.
Clara fa concorrenza a Lola e Vanessa, davanti al vecchio hotel. Vent’anni fa, forse. Ma qualcuno che le allunga qualche spicciolo c’è sempre e lei tira avanti.
Quello è il taxi di Joe. Ogni tanto sparisce per una corsa, ma poi torna sempre e Joe si infila nel bar, un caffè e una ciambella, per tutta la notte, a parlare con Marv il barista della squadra, che quest’anno no, ma il prossimo il campionato lo vince sicuro.
C’è Harry, che trotterella trafelato sulle sue gambette, facendosi largo tra i cumuli di spazzatura. Basso, grasso, sudato, unto. Ogni tanto si ferma e si gira di botto: – Non mi freghi, sai! – Urla, – Lo so che ci sei, lo so che mi stai dietro, ma non freghi il vecchio Harry, hai capito? Non mi freghi! – E poi di nuovo a trotterellare verso casa, facendosi largo tra i cumuli di spazzatura. E’ paranoico, Harry, vede nemici dietro ogni angolo, in ogni ombra. Non che abbia torto.
Sam e Martin sono accasciati all’ingresso del cinema, saranno lì da cinque anni. Chiedono a chiunque passi qualche moneta. I pochi che li ascoltano gliele tirano da lontano, il fetore di alcool è insopportabile.
Passa il camion della nettezza urbana, Ted alla guida, Jimmy e Sarah svuotano i bidoni. Sarah è bella e ormai non fa più caso agli apprezzamenti che le vengono urlati dietro. Combattono la loro lotta impari contro la sporcizia, si arrendono e continuano il giro.
Pop lo sbirro. Cammina con il passo deciso dell’uomo di legge, sgomitando per farsi largo tra quella che lui chiama feccia. Sbuffando e imprecando, il manganello sempre in mano, in cerca di un trasgressore, di una vittima. Si avvicina a Lola e Vanessa. Dall’ombra dietro il lampione esce un uomo, giacca psichedelica, coda di cavallo, occhiali da sole. Parlottano, una busta cambia mano. Ma poi Pop attraversa la strada e allunga una banconota a Clara. Cuore d’oro, Pop. A modo suo.
E poi c’è l’ubriaco. E’ nuovo, è apparso ieri notte. Alto, magro come un chiodo. Capelli lunghi, sporchi, barba lunga, sporca. Occhi infossati e cerchiati di nero. Pallido da fare spavento, anche se i lampioni gli colorano il viso incavato di arancione. Non parla con nessuno, guarda tutti. Studia. Avvolto nel suo impermeabile, che una volta doveva essere marrone. Una mano in tasca, con l’altra si aggrappa al sacchetto di carta in cui tiene la bottiglia, come se si aggrappasse alla vita, forse è così. Non ha detto il suo nome. Pop lo chiama feccia, Sam e Martin lo chiamano amico, Harry non lo chiama, non chiama nessuno, Clara lo chiama amore, i punk… Beh, non sta bene ripetere certe cose. Lola e Vanessa non lo guardano neppure, se non di sfuggita, quando lui è voltato. Aveva parlato con Julia, ieri notte.
L’ubriaco non parla con nessuno, ma guarda tutti. Guarda Harry, che trotterella imprecando contro il suo misterioso inseguitore e guarda Pop, che sbuffando lascia la luce della strada per infilarsi in un vicolo buio, sparendo tra le nuvole di fumo che escono dai tombini.

Il vicolo è un lungo budello nero tra due oasi di luce, incastrato tra l’hotel e il vecchio cinema. E’ così stretto che il camion della nettezza urbana non ci passa. Pop è costretto a farsi largo tra vecchi scatoloni marci, pile di giornali e altri rifiuti irriconoscibili. Urta un bidone della spazzatura che cade a terra. Il coperchio rotola nel fango del vicolo con un clangore assordante in quel silenzio. Il bidone è vuoto. Superati i rifiuti il vicolo è sgombro, dall’altra parte altri cumuli di spazzatura. Pop avanza spedito, poi si ferma. Si gratta la nuca incerto. Si volta, piano. Si rigira di scatto e inizia a correre come non ha mai corso prima. Le sue scarpe alzano alti spruzzi quando pesta una pozzanghera. Non ci pensa, corre, corre disperato, con gli occhi fissi alla macchia di luce in fondo al vicolo. Non pensa a niente il suo cervello gli dice solo “Corri! Scappa! Corri!” con gli occhi fissi alla macchia di luce in fondo al vicolo. Gli occhi fissi e sbarrati, le pupille contratte dal terrore, la vista annebbiata dalle lacrime per la paura, il cuore che gli scoppia in petto.
Corre Pop, corre nel vicolo, è quasi arrivato, deve solo superare la spazzatura e poi sbucherà dall’altra parte, sull’altra strada, alla luce, in mezzo ai vivi. Non ci arriva. Scivola su un vecchio giornale bagnato, scivola e cade. Non riesce a rialzarsi, si volta. Suda, piange, ha gli occhi sbarrati dal terrore. La mano tremante riesce ad estrarre la pistola.
– Fermo! Stai Fermo!
Bang! Bang! Due colpi, secchi due tuoni nel silenzio del vicolo. Almeno uno colpisce, ne è sicuro. Ma non serve a niente, lo sa.
– Stai lontano! Vattene! Ti prego! No! Vattene! No! No!
Altri due, tre, quattro spari nella notte. Il cane continua a colpire a vuoto.
– Ti prego! – Piange Pop, – Ti prego no!
E’ pallido Pop, balbetta, piange, prega. Lancia la pistola nel buio. I suoi occhi sono contratti dal terrore, la pupilla è una capocchia di spillo. Un’ombra lo copre. Nei suoi occhi tremanti si riflette il bagliore di un sorriso bianchissimo, crudele, affamato.

Passa la notte, arriva il giorno.
E’ un brutto giorno, grigio. Piove. Piove tutto il giorno, ma la vita continua.
Passa il giorno, torna la notte.
E’ una brutta notte, piove, diluvia. Una pioggia martellante, che non pulisce le strade, ma fa solo marcire la spazzatura. L’aria è sempre più arancione, il colore dei lampioni moltiplicato dalle grosse gocce di pioggia. Le luci al neon splendono, ma non c’è nessuno a guardarle, a raccogliere i loro inviti. Solo Sam, Martin e Clara sono fuori, rintanati sotto dei portoni, ma le promesse delle luci non sono per loro.
Poco distante, c’è un palazzo. Nero, avvolto nel buio. Sotto la pioggia. Qui l’aria è nera, come il palazzo, come la notte. Non ci sono lampioni qui, non ci sono luci al neon, c’è solo il buio. Il cielo non è nero, non è una macchia d’inchiostro. E’ una macchia grigia, di nuvole e pioggia, appena visibile sopra la sagoma dal palazzo. C’è una finestra illuminata, una pozza di luce calda nella facciata fradicia del palazzo. All’improvviso la pozza diventa un po’ più piccola e un nuovo rumore martellante copre quello della pioggia. Un momento di pausa e la pozza diventa ancora più piccola. Altre martellate.
Dentro il palazzo, nella stanza illuminata, c’è un televisore acceso che diffonde la sua luce azzurrina. “…Il cadavere dell’agente George Popper, ritrovato stamattina in un vicolo con la gola tagliata. L’atroce delitto pare avere elementi in comune con quello di una giovane prostituta, il cui corpo senza vita è stato rinvenuto ieri mattina a poca distanza…”
Harry il paranoico non presta attenzione al giornalista. Si asciuga il sudore con una manica, prende un’altra asse e la inchioda sulla finestra, insieme alle altre. Ha già fatto lo stesso lavoro con la porta e le altre finestre.
– Non mi freghi. – Continua a ripetersi. – Non freghi Harry, non mi freghi. – Borbotta a se stesso, mentre ricomincia a martellare, a piantare i chiodi nelle assi.
La pozza di luce sulla facciata del palazzo è completamente sparita. Rimangono solo pochi spiragli di luce che filtrano tra le assi. Ora la strada è immersa nell’oscurità.
Per un istante, torna il giorno. Cade un fulmine, il tuono è assordante. Il mondo si illumina, ma senza colori. Tutto è bianco e nero: nero il cielo, nera la strada, bianca la facciata del palazzo fradicio. Nera un’alta ombra accostata alla parete, sotto la finestra sbarrata di Harry. Ha una mano in tasca, l’altra aggrappata ad un sacchetto di carta. Si guarda intorno. Dura un istante, poi torna la notte.

Torna il giorno.
Sgomitando nei corridoi affollati, tra le luci al neon e le pareti di monitor, Mary Ann Withers si fa strada verso l’ufficio del capo redattore. Apre la porta ed entra come una furia, sbatte sulla scrivania il giornale appena comprato, aperto alla pagina della cronaca cittadina.
“Terzo cadavere rinvenuto con la gola tagliata. Harry Groover è stato rinvenuto morto nel suo appartamento… Finestre sbarrate… Porta sfondata…” Strilla il titolo.
– E allora? – Chiede il capo redattore alzando gli occhi per guardarla.
E’ bella, Mary Ann. Volto ovale, occhi verdi, lunghi capelli neri, labbra carnose, corpo mozzafiato. Il capo redattore si chiede perché non abbia fatto la modella con quel corpo. Avrebbe visto realizzarsi due dei suoi sogni: vederla nuda e non averla tra le palle.
– E allora? – Ribatte Mary Ann. – Gesù Nat, è il terzo. Stesso sistema, stessa zona. É un serial killer.
– La polizia dice di no.
– La polizia aspetta la quinta vittima, noi dobbiamo muoverci prima. E’ un serial killer. Lo so. Dammi una troupe e stasera avrai il pezzo di apertura.
– Ho già il mio pezzo di apertura per stasera e finché gli sbirri non dicono che è un serial killer, non è un serial killer, chiaro?
– Nat, non posiamo farci soffiare il pezzo, dobbiamo arrivare prima degli altri, qui c’è qualcosa sotto. – Dice brusca Mary Ann, sbattendo una mano sulla foto di Harry.
– Certo che c’è qualcosa sotto, – risponde Nat, scostando mano e giornale, prendendo un foglio di carta dalla scrivania e scuotendolo sotto il naso di Mary Ann, – C’è questa, la vedi? La scaletta del telegiornale di stasera e a meno che non ci siano guerre, rivoluzioni, crisi economiche o assassini seri, non cambia. Sono stato chiaro? Sono stato chiaro, Withers?
– Nat, ascolta…
– No, ascolta tu. Ti ho già assegnato un pezzo per stasera, dov’è? Non c’è sulla mia scrivania, dove sta?
– Al diavolo! – La giornalista si volta spazientita ed esce dall’ufficio del capo redattore, a Nat piace quello che vede.

Il telegiornale della sera non parla di serial killer. Mary Ann Withers firma un servizio sulle mense scolastiche.
Passa la sera, si fa notte.
E’ una bella notte stellata, se non fosse per i lampioni e le luci al neon vedresti le stelle.
Gli abitanti della città, quelli che escono di notte, sono di nuovo al loro posto. Mancano Julia, Pop e Harry, ma la vita continua e la TV non parla di serial killer.
Gli abitanti della notte vanno su e giù badando ai loro affari, avanti e indietro, per le strade illuminate e i vicoli bui.
In questo vicolo non ci sono lampioni o luci al neon e le stelle si riflettono sulla superficie delle pozzanghere. Uno stivale entra in una pozzanghera e fa esplodere il cielo. Stivale di donna, tacco vertiginoso, più borchie e fibbie argentate del necessario. La donna cammina leggera e veloce, minigonna, belle gambe.
Arrivata a metà del vicolo si ferma e, lentamente, si volta. Alle sue spalle, in fondo al vicolo, la figura alta e magra dell’ubriaco, una mano in tasca, l’altra aggrappata alla busta di carta con dentro la bottiglia.
L’ubriaco stira le labbra in un sorriso e annusa l’aria, una volta, due volte.
– Mhhh… Allora è questo l’odore della paura. – Dice, con una voce sorprendentemente calma e dolce, facendo un passo verso la donna.
La donna indietreggia nel vicolo, sempre con gli occhi fissi sull’ubriaco. Lui avanza, lei indietreggia.
All’improvviso il giorno esplode nel vicolo, una luce accecante risplende alle spalle della donna e investe l’ubriaco. L’uomo, come colpito da qualcosa di solido, grugnisce, indietreggia e si copre gli occhi con la mano con cui regge il sacchetto di carta. Barcolla.
– Stai fermo bello! – Urla Mary Ann Withers, tenendo il potente faro della videocamera puntato sull’ubriaco. – Tutto bene tu? – Chiede alla donna.
– Oh, splendidamente. – Risponde lei, con una voce antica, crudele, sibilante. Mary Ann inizia a pensare di aver fatto un errore.
La donna gira la testa verso la giornalista e quando è di profilo, scosta la frangia che le copre il volto. – Splendidamente – Ripete. Guarda Mary Ann con un occhio carico di desiderio, di odio per ciò che è vivo, uno sguardo sprezzante e sardonico. Si ripara dalla luce con una mano e sorride, scoprendo dei denti bianchissimi, impossibilmente aguzzi.
Mary Ann capisce di aver fatto il più grosso errore della sua vita.
Con un movimento fluido e quasi istantaneo, la donna afferra il coperchio di un bidone della spazzatura e lo lancia contro Mary Ann, colpendo in pieno la telecamera che schizza via dalle mani della giornalista e vola in mezzo agli altri rifiuti. Mary Ann cade a terra, la notte ritorna nel vicolo.
La donna avanza lenta verso la giornalista. I suoi occhi emanano un bagliore rossastro, il suo sorriso è una lama bianca nel buio.
– Ah, che notte, ben due prede per sfamarmi e una di queste è l’ambito cacciatore… Come amo la notte… – La donna avanza lentamente, Mary Ann striscia nel fango e nel buio, cercando di allontanarsi, con gli occhi pieni di lacrime e sbarrati dal terrore fissi su quei denti. Striscia, piange e implora: – No… No… Sta lontana… Ti prego… – La sua mente è annebbiata dal terrore, il suo cuore sta scoppiando di paura.
La donna è quasi su Mary Ann, ma si ferma. Ha sentito uno scatto metallico alle sue spalle. La voce del cacciatore, calma, dolce, ma ferma.
– Non corri un po’ troppo?
La donna si volta rapida come un lampo. Il cacciatore è di nuovo in piedi in mezzo al vicolo, alto e magro. In una mano ha un accendino acceso, la fiamma balla allegra nella notte. L’altra mano ha lasciato il sacchetto di carta e ne stringe il contenuto. Il sacchetto scivola lentamente a terra, rivelando la bottiglia. Whisky, la bottiglia è piena. Un pezzo di stoffa esce dal collo. Lentamente il cacciatore avvicina lo stoppino alla fiammella.
Con un ruggito disumano, il vampiro si lancia contro il cacciatore.

La notte ha mille luci. L’arancione dei lampioni, i fiori delle luci al neon. E ora i fasci azzurri dei lampeggianti delle autopompe dei pompieri e il rosso e il giallo caldo delle fiamme che ruggiscono nel vicolo. Pompieri e poliziotti si danno da fare per domare l’incendio e per portare fuori dagli stabili tutti gli occupanti.
Assiepati sull’altro lato della strada i punk, Clara, Lola, Vanessa, Sam, Martin, Joe, Marv, Ted, Jimmy, Sarah, guardano, un po’ incuriositi, un po’ scocciati, quei colorati invasori del loro territorio.
Sullo stesso lato della strada in cui si trova il vicolo in fiamme, un po’ distanti da tutta l’attività, seduti sul marciapiede ci sono Mary Ann e il cacciatore. Sono stati soccorsi, curati, interrogati e dimenticati. Ora sorseggiano un po’ del caffè offerto dall’autista dell’ambulanza. Il cacciatore lo guarda come se fosse passata un’eternità dall’ultima volta che ne aveva bevuto. Il suo impermeabile ha cambiato nuovamente colore, ora è nero abbrustolito.
– Un cacciatore di vampiri… – Gli chiede nuovamente Mary Ann.
– Un lavoro come un altro. – Le risponde lui, con lo sguardo perso davanti a sé.
– Ce ne sono molti? Intendo… Di… – Balbetta lei, indicando il vicolo.
– Sì.
Rimangono in silenzio per un po’.
– E se trovano il corpo? – Ricomincia lei.
Lui scuote la testa. – No, bruciano bene. Non sembra a vederli, ma dentro sono completamente secchi.
– Ora che farai?
– Ne cercherò un altro.
Ancora silenzio. Il cacciatore continua a sorseggiare il caffè, fissando il vuoto.
Lei cerca di seguire il suo sguardo, davanti a loro c’è solo la strada, con i suoi lampioni, le luci al neon e i suoi abitanti.
– Cosa guardi? – Chiede alla fine.
Lui la guarda e sorride, un sorriso vero, un bel sorriso, caldo. Poi guarda di nuovo davanti a sé e indica con il braccio, dall’altra parte della strada, sopra i tetti dei palazzi. L’aria non è né una macchia di inchiostro, né una nebbiolina arancione e fredda. E’ un tenue rosa, che si sta allargando in una pozza di luce arancione, vera, intensa.
Poi, la guarda di nuovo. – La notte, – le dice, – E’ finita la notte.