Frammenti di Lucca Comics & Games 2011 (II)

I miei occhi si aprono su di un soffitto sconosciuto.

Provo a verificare se la notte è stata di conforto ma dolorosi impulsi nervosi mi ricordano dell’esistenza di muscoli che avevo dimenticato. Cerco le forze necessarie per alzarmi con scatto felino dal letto del B&B e ricordo di aver mancato il giorno prima almeno tre live serali, un concerto di tamburi taiko ed una rassegna di autori di un qualche interesse. Peccato. Ma non è possibile toccare tutti gli eventi della fiera lucchese se non si possiede il dono dell’ubiquità od una riserva di energia fisica inusuale.

In piedi, marine.

Striscio poco atleticamente in bagno e mentre l’acqua tiepida bacia pelle e barba mi rendo conto che lo stress quotidiano che normalmente mi accompagna, amalgama di mille piccoli problemi e preoccupazioni, si è messo momentaneamente da parte e so con certezza che questo vale anche per la maggior parte degli altri frequentatori della fiera. E’ un pensiero rinvigorente.

La colazione è soddisfacente e nell’arco di mezz’ora vengo scaricato dai miei amici di fronte alla biglietteria di Porta San Pietro: in pochi secondi il mio polso viene stretto da un nuovo braccialetto di carta colorata. L’aria è frizzante senza essere fredda, la striscia di erba innanzi alle mura cittadine è ancora semivuota ed i pochi coraggiosi già in movimento sono sorridenti, ciarlieri e affannati. Si ricomincia.

Lucca Comics & Games è un luogo di incontri casuali, appuntamenti, riunioni. Amici che non si vedono di persona da mesi, forse anni, perchè troppo distanti o perchè, come spesso capita, si è troppo occupati si reincontrano sotto le arcate dei palazzi antichi. Gruppi di MMORPG, di chat, di forum approfittano dell’occasione per mangiate collettive, ricordare azioni gloriose contro i boss di fine livello, scambiarsi informazioni faccia a faccia e discutere degli ultimi avvenimenti sociali.

Forte di un cellulare funzionante riesco a placcare Izhim-ur-Baal, una delle vecchie guardie mia pari di Vampiri la Masquerade e setting connesso prima dell’avvento di Justin Achilli e della nuova edizione. Ci sediamo all’esterno di un caffè del corso principale e mentre leggo lo scontrino mi rendo conto che il vestito da membro della Banda Bassotti del cameriere probabilmente non è un cosplay.

La folla rumorosa ci sfiora a pochi centimetri  mentre parliamo amabilmente del passaggio graduale dei giochi White Wolf verso il powerplay degli anni ’90 e della nascita della Camarilla ufficiale, della “modularizzazione” di Requiem che probabilmente ne decretò infine il fato e della nostra passata collaborazione con la 25th Edition (mio il lavoro sul setting italiano di Vampiri ne Le Ultime Notti, suo doveva essere un quinto scenario, purtroppo mai pubblicato, di Gehenna ispirato a “Il Nome della Rosa”). Siamo l’equivalente geek dei due vecchietti che discutono dei “bei tempi andati”.

Mentre ci accomiatiamo vengo intercettato per caso da Ciro, “Due” e Cristiano, come me veterani dell’eternamente comatoso Cainiti.it: mi informano rapidamente su come è andata la prevista reimpatriata tra i decani del sito vampirico di due sere prima dopoichè svaniscono tra i padiglioni alla ricerca di fumetti di difficile reperimento.

Se l’elemento commerciale è la forza motrice indubbia della fiera sono i cosplay ad essere divenuti gradualmente e inesorabilmente il suo richiamo più vistoso. Estremamente elaborati o ingenuamente rozzi, assemblati all’ultimo momento in maniera furbesca o lavoro principale dei loro creatori nell’ultimo anno i costumi esplodono nella loro varietà, riempiendo le arterie principali e viuzze secondarie della cittadina.

Supero dozzine di decadenti vampiri vittoriani reduci dai live serali e tonnellate di putridi zombi e macchina fotografica in mano scatto a raffica cercando di catturare il numero maggiore di cosplayer con riguardo verso quelli più inusuali, meno comuni.

In genere non considero particolarmente interessanti i membri del cast di Dragonball, Naruto, Death Note, Full Metal Alchemist e Bleach: in alcuni casi i loro trucchi, le loro armi e le loro maschere sono veramente apprezzabili per l’impegno profuso e di certo visibile ma la mia superba preferenza va a serie lievemente più di nicchia, ai grandi classici rielaborati e reinterpretati o, ancor meglio verso cyberdollz e altri personaggi inventati con gusto per l’occasione.

Eccomi quindi a trasformare in .jpg un Phemt in tuta di lattice dai lucidi riflessi a pochi metri da un Guts ricoperto dall’armatura logora del Berserk, una Bia con tanto di ombrello che tradisce un sorriso di orgoglio, un perfetto Actarus in posizione plastica, una Seras Victoria da Hellsing che riesce a mantenere in precario equilibrio un cannone Halconnen più alto di lei, una squadra cremisi e crema di ZAFT da Gundam SEED che si muove compatta, una unità di marines di Halo che si schiera in formazione. Dettagli e visione di insieme, questo è il trucco per attirare lo sguardo vorace delle masse.

Non esistono momenti di pausa, riposo e persino di intimità per i cosplayer e questi lo sanno, accettando le regole non scritte di Lucca: anche mentre Siegfried di SoulCalibur si concede un panino stroncato dal peso della sua corazza o il cast intero del Mago di Oz si siede in un caffè i fotografi non smettono di riprenderli, mai. E ne hanno ben donde: basta un attimo di distrazione ed un cosplay unico si perde inghiottito nella folla, scomparendo nel nulla. Catturare l’immagine, subito, prima che sia troppo tardi.

Se sono le ladre in tuta aderentissima e le sexy infermiere con calze a rete ad attirare maggiormente gli obiettivi professionali la parte più stimolante del gioco per me è nel riconoscere il personaggio, meglio se secondario, meglio se non appartenenete non a manga o anime o videogame quanto a serie TV (NCIS, Lost, CSI), a film di culto e/o trash (Delirio e Paura a Las Vegas, Borat, Sucker Punch, Italian Spiderman), a GdR che entrano così in un altro reame per intero: mi fermo di fronte al seguito dell’Inquisitore di Sine Requie, la sua Doppia Corona Spinarum in legno è un lavoro ammirevole e sebbene già viste e riviste le armature dei Guerrieri votati a Khorne, Slaanesh e Tzeench mi lasciano stupito per i particolari incisi su di esse, plasmati da amorevoli mani.

Si ferma la folla attorno alle scenette progettate ad hoc o create sul momento: Pikachu affronta all’ultimo colpo Ryu di Street Fighter, il grottesco Testa di Piramide e le inquietanti infermiere di Silent Hill cercano di afferrare i passanti, l’Imperatore e la sua scorta di Stormtrooper della 501esima Legione che si fanno strada tra la folla, le forze speciali Umbrella che trasportano in gabbia un letale Licker attraversando la folla estasiata, l’equipaggio della Perla Nera che anticipa il suo arrivo sulle note di violino, Altair di Assassin’s Creed viene immortalato mentre si arrampica sulle colonne delle porte cittadine.

Sia seta, cotone, polistirolo, lamiera o gommapiuma il genio del cosplay non si ferma all’abito, ai gadget, alle armi: la macchina dei Flintstones inclusiva Fred, Wilma, Betty e Barney sfreccia a fianco della Doppio Zero delle Whacky Races e ad una Yamato necessariamente superdeformata. Shinigami enormi poggiano sulle spalle dei loro ospiti legati fermamente con cinghie di cuoio mentre un realistico (almeno frontalmente) Trono di Spade si sposta assieme ai belligeranti Stark.

Non sfuggono alla febbre del cosplay bambini e cani, con risultati alterni.

Non è una esperienza che si conclude con la semplice prima vista quella del cosplay lucchese: la si avverte sulla pelle, con la vibrazione della sinergia tra modelli, fotografi e osservatori. Tutte le mie mille e quarantasette foto non possono replicare la ricchezza dell’attimo e penso quanto sia risibile il tentativo di rinchiudere questo mondo in testi sociologici senza anima o senza reale immersione.

Nonostante frequenti la fiera da più di un decennio la planimetria medioevale della città riesce sempre a confondermi e allontanatomi dalla via principale sono costretto a muovermi usando solo la percezione dei flussi dei costumi più “mangosi”. La mia tattica funziona e raggiungo infine il Japan Palace mentre cala il sole. Mostro per l’ennesima volta biglietto e bracciale al personale ed entro.

Non sono preparato.

Superate le antiche porte i miei occhi vengono aggrediti violentemente: negli stand centinaia, migliaia, decine di migliaia di peluche, gashapon, action figures, borse, portafogli, diari, magliette, poster, cappellini, collane, penne, maschere, fasce, anelli, man-ga originali, bambole tradizionali, salvadanai ed altri oggetti la cui funzione esula dalla mia comprensione ma sono certo che qualcuno comprerà. L’animalista convinto che è in me osserva con non poco fastidio il kingyo sukui, il tentativo di catturare pesci rossi con il fragilissimo retino di carta.

Mi muovo cercando di cogliere il maggior numero di dettagli, figure, composizioni ma il loro mero numero mi soverchia. Le trattative in corso sono rumorose, degne talvolta di un suq arabo, ma la concorrenza agguerrita impone sconti maggiori del solito: comprendo ora che spostare parte delle attività nel Padiglione Carducci è per un negozio di gadget una scelta più che razionale.

Distributori automatici di giapponeseria varia dividono lo spazio con bacheche che espongono i modelli di una discreta varietà di Real Robot e Super Robot dagli anni ’80 ad oggi. Un poster pubblicizza tutte le opzioni del costoso Black Jeeg in edizione limitata. Poco distante vi è un prototipo del Big Shooter che verrà commercializzato solo tra qualche mese. Schiere su schiere di snodabili Santi di Bronzo e Oro, classiche e moderne maho e majokko fornite di variegate bacchette, puccettosi gatti e pinguini: tutto pressato sui banconi oltre il credibile. La quintessenza della cultura anime più commerciale in Italia è racchiusa in pochi metri quadri. Sono ipnotizzato, in più di un senso.

Gradualmente mi rendo conto che sono le statuette femminili ad ottenere, comprensibilmente, maggiore attenzione da parte del pubblico: dal kawaii all’ecchii attraverso ogni sfumatura che divide il sottile erotismo dalla dichiarata pornografia e la timida innocenza dalla palese lascivia si stagliano in ordine sparso dietro vetrine di Ikea pudiche cameriere ottocentesche, studentesse in minigonna armate di katana e di gigantesche falci, prosperose manager d’assalto, lolite anoressiche in tute di pelle e latex, elfe seminude ed ogni possibile permutazione e variazione di Rei Ayanami e Asuka Sonryu Langley che risvegliano gli ormoni di maturi otaku e attendono con pazienza i futuri proprietari. Noto perplesso che questa sfilata di mutandine, calze, reggiseni e precisi dettagli di anatomia femminile priva di veli in alcuni punti è precisamente ad altezza bambino.

Gundam, più che mai forte grazie alla serie originale venduta e rivenduta in edicola, si staglia minaccioso sugli avventori intrappolati da alte pile di Perfect Grade, Master Grade, High Grade e Real Grade di Seed, Seed Destiny e 00: da purista dell’Universal Century sfioro i Mobile Suit della One Year War e dei Titans scala 1/144 che mancano alla mia selezionata collezione: ma quello non è un introvabile Neue Ziel? E questo Z’Gock non è praticamente regalato? Perchè non iniziare con i nuovissimi MS di Unicorn? Mentre sto per muovermi alla volta della cassa il ricordo dei miei modelli dipinti a metà se non addirittura ancora da montare mi spinge a malincuore a posare le confezioni. Riesco a soffocare parzialmente quell’impulso di acquisto da me deriso durante la lettura di “I Love Shopping” comprando un economicissimo Scopedog Red Shoulder Custom della serie Armored Trooper VOTOMS, piccolo e nel nostro paese semisconosciuto gioiello degli anni ’80 e mi ritengo quasi appagato. Dopo pochi minuti ne compro altri quattro. Dannazione.

L’offerta al secondo piano del Palace è a tuttotondo: da lezioni di lingua a viaggi organizzati verso il Sol Levante a corsi di disegno e di giochi tradizionali. Seguono mostre e rassegne con gli autori, primo tra tutti l’apprezzato Jiro Taniguchi.  Non manca ovviamente il punto di ristoro a tema che propone sakè, katsudon e onigiri.

Il NKGC Contest ha conquistato un locale all’interno del Palace, forse troppo piccolo per il numero e dimensioni dei pezzi esposti. Rispetto al Trofeo Grog questi modelli sono in genere assai più imponenti -una gigantesca Yamato riempie come un piccolo sarcofago egizio una intera teca-  e riproducono prevalentemente ma non esclusivamente mezzi meccanici: Mortar Headd di Five Star Stories, caccia di Star Wars e Galactica, Frog Suits da Schnabelgun, fanciulle con moto hi-tech di matrice shirowiana. Naturalmente sono le varie interpretazione del Mobile Suit bianco a fare da padrone tra costose UC Hardgraph, torsi di mecha e stupefacenti diorami interamente scratchbuilt: la materia verde lascia lo spazio al plasticard ed il pennello all’aerografo ma l’ammirazione per la cura certosina del dettaglio rimane.

Mentre la giornata si va a concludere le Catwoman e le Harley Quinn, stremate e sfatte, fanno gradualmente posto a più generici ma non meno sinceri streghette e mostriciattoli: probabilmente anche per la presenza della fiera durante il periodo Halloween qui è molto sentito ed i bimbi corrono di portone in portone richiedendo con imbarazzate risatine “dolcetto o scherzetto”.

Preferisco festeggiare a modo mio, con un piatto di tortelli alla zucca e patate al forno, in ristretta compagnia.

Frammenti di Lucca Comics & Games 2011 (I)

Posso farcela.
Posso…farcela.
Cerco di ribellarmi ma sento che il Lato Oscuro mi afferra con stretta d’acciaio. E’ seducente. Rapido. Quasi cedo alle sue insincere lusinghe.
Le parole del Maestro risuonano nella mia mente annebbiata. La palpebra calante porta all’abbiocco. L’abbiocco porta alla ronfata oltre tempo massimo. La ronfata porta a mancare il treno. Non me lo posso permettere.

Non stavolta.

Utilizzo gli ultimi sprazzi di volontà e mi alzo, annaspando alla cieca nel buio e afferrando il cellulare che continua a ricordarmi con il suo trillo irritante che ore sono. Le sei meno un quarto. Ma esistono le sei meno un quarto la domenica mattina?

Devo muovermi.

Il piacevole silenzio della strada è interrotto solo dalle poche auto e dalle ruote del trolley. Il mio passo è rapido ma come sempre in questa occasione arrivo in stazione per il rotto della cuffia, fiatone e mano tremante inclusi nel prezzo. Il treno parte in orario pochi minuti dopo che ho preso posto, tagliando le strade della città e mentre le ultime case mi abbandonano lasciando spazio alla campagna il sole fa brevemente capolino prima di essere divorato dalla fitta nebbia.

Dopo aver sistemato il bagaglio, distendendomi sul sedile mi rendo conto, per l’ennesima volta, che i mesi di attesa e le settimane di preparazione quest’anno sono scivolati via. Posso gustarmi la sottile sofferenza degli ultimi minuti di attesa.

La prima tratta del viaggio la trascorro tra l’ennesima rielaborazione della cortissima lista della spese certe, quasi tutte commissioni per gli amici, quella assai più stimolante delle auspicate e lo studio del programma della fiera o ciò che ne rimarrà al mio arrivo: cerco di creare nella mia mente uno schema ordinato di percorsi precisi ed essenziali tra strade, corridoi e padiglioni con lo scopo ultimo di ottimizzare tempi e preziosa energia.

Buone intenzioni che svaniranno dopo i primi minuti di calca, distrazioni e tentazioni come l’esperienza mi insegna e dopotutto è la semicasualità ad affascinarmi maggiormente della fiera: la speranza di trovare qualcosa ma non esattamente quel qualcosa che potrei cercare coscientemente, immergendomi in un bailamme di seredipidity.

Cambio a Firenze. Non è necessario chiedere al capostazione quale sia il locale da prendere: il fiume in piena di parrucche policrome, samurai dall’accento toscano e giovanissimi spacciatori di Yu-Gi-Oh è un buon indizio. Osservo questi Freddy Kruger al femminile, Darth Vader raffazzonati, Ryoga con il costume di carta velina e studenti di Hogwarts riempire stazione dopo stazione i vagoni sino a che non vi è quasi più spazio e, forte del mio posto seduto, mi lascio sfuggire un sorriso nostalgico venato di sufficienza: quando avevo la loro età la geekiness di massa intesa come modus vivendi più che come moda doveva non solo esplodere con vigore ma persino affermare timidamente la sua esistenza. Non dovranno raschiare informazioni sulle ultime uscite dal Giappone da fanzine ciclostilate o essere sottomessi ai capricci delle più scalcinate reti televisive locali. Uno schiocco delle dita e possono scaricare in una giornata più anime di quanti ne guarderanno in sei mesi. Questo è il loro tempo.

Altopascio e poi, infine, Lucca. La massa chiassosa si riversa nella stazione mentre mi lascio brevemente trascinare da quella piacevole sensazione di vago disorientamento che so bene diverrà nell’arco delle prossime ore stordimento mescolato a stanchezza. La giornata è limpida, gradevolmente teporosa ed il clima rimarrà mite nei due giorni a seguire. Una vera fortuna.

Incontro il mio amico Stefano di fronte alla biglietteria di Porta San Pietro, come concordato, abbonamento in mano. Gliene sono oltremodo grato: pur sforzandomi nel comprendere la meccanica astrusa dei biglietti e allegati braccialetti è impossibile non considerare la scomodità di una spesso chilometrica doppia fila. Ma quest’anno, anche nei giorni seguenti muovendomi di primo mattino, eviterò la folla.

Mi dirigo immediatamente verso il Padiglione Carducci, all’esterno delle mura cittadine: le corteggia, le accarezza ma non ne è parte così come il mondo dei giocatori è spesso sovrapposto ma comunque distinto da quello degli altri geeks, otaku e nerd vari. Mi muovo da solo: preferisco seguire i miei precisi ritmi e le mie pause senza deviazioni dettate da volontà altrui. Un mio piccolo vezzo da fiera.

Mi metto in caccia, senza esitazione, cominciando dai confini del padiglione: fuori, tra i bagni ed i venditori di noodles (la dieta ufficiale di Lucca per molti visitatori, obbligatoria anche per i prezzi delle vivande locali che nel centro storico diventano rara dimostrazione dell’arte della rapina legalizzata) che faranno affari d’oro come sempre, si staglia la lingua di terra dei “clandestini”, dei “contrabbandieri”: fanno loro questi preziosi metri quadrati sotto la recinzione e sotto i cartelli che impedirebbero, tassativamente, di vendere alcunché mentre spacciano senza vergogna carte di Magic, DVD e CD piratati, fumetti d’occasione, giocattoli d’epoca, vestiti goth, giochi di ruolo, miniature di D&D e Warhammer. Talvolta i loro prezzi sono irresistibili, talvolta necessitano di un mutuo apposito. Li adoro, letteralmente: rappresentano un lato unico dell’anima di Lucca Games.

Supero con un dovuto ghigno di scherno la chilometrica fila dei fan della Troisi che attendono trepidanti e al limite dell’adorazione un autografo ed entro nel padiglione vero e proprio dove vengo accolto da membri della Guardia Imperiale, dell’Adeptus Astartes, dell’Inquisizione e dell’Adeptus Mechanicus nonchè da qualche Orko di passaggio: è lapalissiano che il setting di Warhammer 40.000 abbia incontrato più o meno felicemente LARP e cosplay. Un inizio indicativo.

Orfani della Nexus in attesa della neonata Ares (che prenderà in carico Wings of War/Wings of Glory e la seconda edizione de La Guerra dell’Anello) circondano la Giochi Uniti che espone orgogliosa i suoi ultimissimi boadgame. Mentre osservo rapidamente i tavoli dimostrativi il mio occhio viene catturato dal gioco di Lupin III e alle mie spalle arriva un vociare insistente sull’alta giocabilità delle Case della Follia, versione italiana a cura della immortale Stratelibri della Mansions of Madness della Fantasy Flight Games: Stefano, amante di Arkham Horror, si è impadronito di una copia e già mi propone di provarlo non appena ne avrà compreso le regole.

Sfioro lo stand della Chessex e cerco di restare indifferente alle migliaia di dadi opachi e lucidi, vengo solleticato da dozzine di sensuali elfe, fatine e draghi in resina doverosamente made in China, supero tavoli stracolmi di ferrei prussiani, aggiro quelli che mostrano il funzionamento di sistemi di combattimento tra mostri giganti giapponesi (o “kaijū“, per i seguaci di Honda-sensei) e scontri tra pirati e scivolo negli gli stand dei negozi di giochi veri e propri. Le offerte speciali a cercarle spuntano fuori e mi appaiono come testamento ultimo della morte (o del rinnovo sotto altra forma) di linee di giochi: booster pack e uniche di Mechwarrior, boardgames stagionali, vecchi moduli di Star Wars, di Cyberpunk 2020, di Secoli Bui, di Stormbringer e de Il Richiamo di Cthulhu che vengono dati via per pochi spiccioli. Mi fa pensare. Poi faccio spallucce e mi dirigo alla cassa con il bottino.

Mi ci vuole poco per notare che le novità GdR sono quasi esclusivamente in mano alle case indipendenti come la Coyote Press e rare eccezioni come l’Unico Anello della Sophisticated Games (un prodotto che cerca di essere mainstream pur facendo sue alcune meccaniche di gioco tipicamente “indie”). Sembra che ci sia fretta di sbarazzarsi degli avanzi, quasi sgraditi, di D&D 4.0 con sconti anche massicci. Di Requiem, un tempo visto come nuovo avvento della ora dolorante White Wolf, non vi sono che poche tracce e di Masquerade non vi è neanche l’ombra, con somma disperazione dei pochi veterani che speravano di accaparrarsi una copia della massiccia e costosa edizione del ventennale. Hanno maggior fortuna Dark Heresy e Deathwatch che sembrano cavalcare l’onda nonostante i prezzi non economici dei cartonati: il resto, a parte poche eccezioni, viene inscatolato tra i vintage d’annata e venduto come tale.

Le miniature, mia croce e delizia, offrono stavolta poche vere soddisfazioni: mentre la Mirliton con i suoi classici, ristampati, degli anni ’80-primi anni ’90 continua ad avere estimatori di una certa età si nota la mancanza quest’anno di un corner esclusivo della Mantic che con i suoi prezzi concorrenziali all’estero ha in qualche modo smosso il mercato. Alcuni stand offrono prodotti complementari all’hobby come la Castle’s Arts ed  i suoi edifici, alberi e materiale vario per basette mentre la serie Avatars of War, dal dettaglio notevolissimo (finalmente posso toccare con mano il box dei bellissimi Berserker nanici modulari in plastica, di qualità superiore agli ormai obsoleti Sventratori in metallo) si mescola alle miniature Citadel.
Pare che con la scomparsa (definitiva?) della francese Rackham la presenza della Games Workshop si sia fatta ancora più dominante cancellando di fatto quasi ogni alternativa. I pesanti sconti sui blister GW rimasti confermano il fuggi-fuggi generale dei negozi indipendenti dal White Metal in favore dei modelli Finecast in resina, più dettagliati ma di certo non meno costosi.

Superando gli stand che vendono romanzi fantasy-adolescenziali (da quello che posso vedere un’altra moda del momento) noto che l’area videogames si è ampliata aggressivamente nel regno dei giochi convenzionali così come gli stand di gadget giapponesi, cappelli, magliette, gashapon e modellini di varia misura: solo un piccolissimo antipasto del Japan Palace come scoprirò in seguito ma questa compenetrazione di generi e spazi è emblematica e ben viene rappresentata da “Tanto Cuore“, un gioco giapponese di carte non collezionabili che fa completamente suo il fetish delle anime-maid che in questi anni pare cresciuto esponenzialmente. Ammetto di essere prevenuto ancor prima di averne visionato le meccaniche.

Resistendo all’impulso di sbranare seduta stante genitori dallo sguardo bovino e diabolici bambini che ostruiscono i corridoi fermandosi innanzi ai negozi monoMagic raggiungo la Raven Distribution che, nonostante la ristrutturazione interna della società, marca il suo territorio con ben due stand: Munchkin Zombies, Munchkin Conan, Munchkin Pirati dei Caraibi e la nuova edizione di C’era una Volta formano delle pile di scatole e scatolette che devono essere continuamente ripristinate. Chiedo informazioni al sempre impegnato “Pet” riguardo alla situazione delle traduzioni ed edizioni italiane dei suoi giochi di ruolo di punta e pur confermandomi che il momento  non è di certo roseo per i GdR italiani (e quando mai lo è realmente stato?) mi rendo conto che si può perlomeno aspirare ad una momentanea stabilità.

I ragazzi di Elish – sfioro Renato, Gabriele, Federico, Federicone e Vania– come al solito fanno loro i tavoli dell’area ludica in maniera follemente coinvolgente mentre la stremata Erika trucca i volti senza sosta. L’inesauribile Vincenzo pubblicizza il suo nuovo romanzo di fantascienza, Cedimento Strutturale, e lo fa a modo suo con un quiz sul cyberpunk. Riesco a rispondere a sette domande su quindici cadendo miserevolmente su un quesito relativo a Nathan Never. Mi porto a casa il romanzo con un piccolo sconto.

Come sempre (o quasi, ammetto di aver provato inutilmente a ottenere l’autografo di Moorcock) non inseguo gli ospiti dell’anno: incrocio per caso la mole di Sandy Petersen, creatore della prima versione di Call of Cthulhu della Chaosium e approfittando dell’attimo riesco a stringere la mano ad un invecchiato ma pur sempre carismatico Dirk Benedict. Se lo avesse immaginato l’assai più giovane me degli anni ’80!

Asterion Press, piccolo orgoglio italico: non solo ha vinto il Best of Show per il miglior gioco di carte con 7 Wonders e quello per il boadgame per esperti Twilight Struggle ma fa bella mostra di se, tra stampe, magliette e mug a tema, l’ultimo supplemento di Sine Requie, la revisione a lungo attesa di Terre Perdute. Mi inserisco nel muro di giovani e meno giovani fan e soddisfatto leggo che il folle biomante greco, idea che mi venne scippata anni fa, è ancora al suo posto. Scambio quattro chiacchiere con gli autori, impegnati nella firma delle copie in esposizione, che mi confermano la vendita continua anche dei manuali base del setting. Una evoluzione notevole per quel giochino prodotto amatorialmente che vendetti, per primo, a Roma tanti anni fa su consiglio e pressione della mia ex. Sono quasi tentato di rimettermi in pari con le revisioni di Soviet e Quarto Reich nonostante la parziale delusione che ho provato con Sanctum Imperium ma il mio portafoglio ha altre priorità. Forse l’anno prossimo.

Impiego bene dieci minuti della mia vita suggendo dalla vetrina del Trofeo Grog i dettagli dei pezzi rimanenti dopo la premiazione: come è prevedibile molti dei modelli sono GW oppure autocostruiti in materia verde e ispirati all’ambientazione di Warhammer (si stagliano su tutti un paio di gigantesche mostruosità carnivore appartenenti all’esercito degli Uominibestia che non sono mai state scolpite dalla GW) e la mia mandibola si disloca innanzi ad un mirabolante gruppo comando di Space Marines del Caos. Il mio occhio non riesce a carpire per intero gli intricatissimi ghirigori, le sfumature, le ombreggiature e le lumeggiature dei modelli in gara che di certo non stonerebbero tra i finalisti del Golden Demon britannico.

Complice l’entrata dell’ora solare e la stanchezza che sopraggiunge la mia percezione del tempo comincia ad alterarsi. Sembra che ci sia così tanto da vedere e tanto da fare che mi dimentico di pranzare. Decido di prendermi una pausa dal padiglione e faccio quattro passi all’esterno, solo per essere avvolto da un numero apparentemente infinito di cosplayers. Mentre li attraverso controcorrente mi rendo conto che il cellulare ha qualcosa che non va: scoprirò in seguito che la Protezione Civile ha deciso di limitare la funzione dei nostri operatori telefonici. In serata il mio rozzo comunicatore si riempirà di sms arrivati in ritardo e notifiche di chiamate che non ho ricevuto. I miei appuntamenti dovranno essere posticipati.

The Citadel, padiglione a ingresso libero, si pone in maniera strategica sopra Porta San Pietro ed a pochi metri dal Padiglione Carducci, incrocio perfetto del massicio viavai di visitatori in borghese e mascherati.

Volti noti, gente del quale non ricordo il nome e gente del quale non mi interessa ricordarlo mi sfiorano e mi salutano. Ex clienti, qualche carissimo amico di un tempo passato a conoscenza e qualche ex giocatore di una delle mie precedenti cronache. In nessun luogo come a Lucca Comics e Games il passato per un brizzolato post-geek riemerge con tanto vigore.
Ci sono quasi tutti, come è normale che sia e sarebbe grave altrimenti: associazioni ludiche, negozi di equipaggiamenti per live e ogni sfumatura possibile tra i due. Armi di ogni foggia e materiale, elmi, armature e abiti d’epoca condividono gli spazi con gli stand di Camarilla Italia e di GRV Italia: le Rune offre prezzi scontatissimi su una infinità di gadget LARP, Massimiliano e David non hanno un attimo di riposo nel loro stand di lenti per gli occhi e materiale di Naruto mentre innanzi a loro Stefano presso Crepundia Coffin mostra ai clienti il raffinato dettaglio di splendidi corsetti pseudo-ottocenteschi e maschere similveneziane. Mi informeranno poi che nonostante il notevole passaggio di visitatori nella Cittadella non tutti gli stand di vendita rinnoveranno per l’anno prossimo la loro presenza: il concetto di produzione italiana, artigianale e quindi costosa, dei materiali live è andata inevitabilmente a scontrarsi con la produzione pakistana di massa della Mytholon che si è impadronita di una notevole fetta di mercato.

Sotto il caos gioioso del momento percepisco, tra ricordo e istinto, che non è scomparsa la complessa e morbosamente affascinante rete cicatriziale di antipatie, simpatie, alleanze transitorie, tradimenti, abusi di potere, secessioni, aggregazioni, colpi di mano ai vertici, conflitti di interessi e vecchi rancori se non vere e proprie inimicizie che dal gioco sfociano nella realtà e che formano quello strano mondo ludo-associativo. Sento nostalgia della passione smodata di quei tempi, se non delle sue motivazioni.

Esco all’aria aperta mentre il sole inizia a calare dietro le antiche case. I piedi sono doloranti e la giacca a vento con mia sorpresa è matida di sudore. Spendo le ultime forze con la macchina fotografica in mano e cerco da ultimo dei dilettanti di carpire i preziosi attimi di gloria transitoria e breve vita dei cosplayer.

Infine, esaurendo quasi in contemporanea batterie e memoria della card mi considero vinto ed esausto. Salterò i bagordi, i festeggiamenti e i live serali che si protrarranno sino a notte fonda: il letto mi aspetta.

E’ stata una  buona giornata.