Castlevania, la serie animata su Netflix

Come mai scrivere su Castlevania, giudizio meh+, quando potrei parlare di The Expanse, bello?

Il destino si dipana per vie misteriose. Una di queste vie è il fatto che ora ho tempo, questo inverno non ne avevo. E siccome ho visto Castlevania la settimana scorsa, eccoci qui.

Questa serie animata di produzione originale Netflix ha due segni distintivi. Il primo è che è tratta dall’omonima serie di videogiochi di successo – per la precisione si ispira molto al terzo capitolo. Il secondo è che è scritta dallo scrittore di libri e fumetti, saggista, futurologo, conferenziere Warren Ellis, la cui newsletter dovreste proprio seguire.

Il secondo punto mi ha attirato più del primo, quindi ho investito un’ora del mio tempo spalmata su due pause pranzo per vedere i quattro episodi della prima stagione.

Eeeeeeeeeeeeeeee. Beh.

Che gli vuoi dire: onesto. Forse hanno speso più soldi per pagare Ellis e il cast di doppiatori, tra cui spiccano Richard Armitage e James Callis, che per pagare l’animazione, ma insomma, una cosa media.

La prima stagione in realtà è un lungo setup in vista della già annunciata seconda, in cui le cose si dovrebbero fare serie. Nel primo episodio una donna determinata, Lisa, si presenta a Dracula chiedendogli di insegnarle la sua scienza per diventare un medico e curare la povera popolazione della Valacchia. Segue l’ammmmore e segue, qualche anno dopo, un rogo su cui Lisa viene bruciata dalla chiesa con l’accusa di stregoneria. Dracula non la prende bene. Divide gli abitanti della Valacchia in due categorie: quelli direttamente colpevoli della morte della moglie e quelli che avrebbero potuto opporsi all’uccisione. Decide quindi di evocare un’armata dall’inferno e uccidere tutti.

Gli episodi successivi mostrano come si forma il terzetto di personaggi che cercherà di fermarlo: Trevor Belmont, discendente di una casata di cacciatori di mostri scomunicata dalla chiesa; Sypha Belnades, maga appartenente all’ordine nomade degli Oratori e, soprattutto, Alucard, il dampiro figlio di Dracula e Lisa intenzionato a salvare l’umanità dall’ira del padre e tra i personaggi più amati della serie di videogiochi.

La serie, come dicevo, è onesta: bella l’ambientazione, belli gli scenari, un po’ così animazione e character design, buona l’idea di seguire l’esempio dei videogiochi e tenere Dracula nascosto. Molto convenzionale la storia: segue i topos del genere senza discostarsene. Non che sia per forza un male, però dalla penna di Ellis mi aspettavo qualcosa di più originale o un punto di vista diverso su una storia nota, un po’ di sorpresa, insomma. Inoltre, le sue battute fulminanti che su carta funzionano benissimo qui a volte stonano: il ritmo dell’azione spesso si ferma per permettere a un personaggio di pronunciare una battuta bella, ma lunga e articolata.

Vedere Castlevania non è stato uno sforzo, anzi, ma sicuramente il risultato è stato inferiore alle mie aspettative. Si prende una sufficienza e il mio consiglio è, se non l’avete visto, di aspettare che esca la seconda stagione di otto episodi, per guardarne dodici uno dietro l’altro e vedere dove va a parare.

Ecco il trailer della prima stagione di Castlevania

Il passato non passa mai. Ovvero: recensione di Stranger Things

strangerthingsposterInternet, lo sapete, è la patria delle iperboli. Qualsiasi cosa su cui si esprima un giudizio o è la cosa più fica dell’universo o è ‘nammerda. Nelle scale da uno a dieci, gli unici due voti sono 1 e 10. O 2 e 9, se non si è estremisti.

Per questo è complesso parlare di Stranger Things, una serie disponibile su Netflix e che o avete già visto, o ve ne ha parlato tre quarti della gente che conoscete, quindi è come se.

Perché è bello, ma per me parecchio fastidioso. Nella scala 2-9, non basta dargli 6 e chiuderla lì.


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Che è Stranger Things? E’ questa serie in 8 episodi un po’ E.T., un po’ i Goonies, un po’ IT, un po’ La Cosa, un po’ Poltergeist. Insomma, un po’ un mischione di tutti i classici dell’avventura horror-avventurosa degli anni ’80 firmati da Stephen Spielberg e Stephen King.

Quanto mischione? Tanto. Ma a livello proprio di copia e incolla, come potete vedere guardando questo video di circa 4 minuti che accosta scene della serie ai film da cui si ispira e che omaggia.

Quindi, bello, per carità. Ottima fotografia, ottima recitazione, ottima regia, ottimo tutto. Ottima riproposizione del look & feel del 1983. Giusto un paio di momenti vabbè, che però non guastano l’insieme. L’idea delle luci di Natale è splendida e il modo in cui Wynona Rider dà forza a quella scena e a tutte le sue scene è eccezionale.
Insomma, da vedere e consigliatissimo.

Però.
Però, ormai lo sapete, a me questo impacchettare la nostalgia e venderla un tanto al chilo dà sempre più fastidio. Su uno dei tanti “momenti E.T.” stavo per arrendermi e abbandonare la serie. Il gioco di riconosci-la-citazione (che qui è proprio riconosci-la-scena-che-abbiamo-rigirato-pari-pari) mi ha annoiato molto rapidamente.

Leggo varie recensioni in cui si celebra Stranger Things per il suo rievocare gli anni ’80. Ma se vi guardate in giro, se fate caso ai titoli dei film nelle sale negli ultimi tempi, vedrete che non stiamo tornando negli anni ’80: non ne siamo proprio mai usciti.
E’ normale.
Da un lato, chi era piccolo e si stava formando un immaginario in quegli anni, oggi è un professionista (regista, scrittore, sceneggiatore) che porta quell’immaginario nel suo lavoro e che passa dal “sarebbe bello vedere un film dal vivo di questo cartone/fumetto” di 30 anni fa al “realizziamo un film dal vivo tratto da quel cartone/fumetto” di oggi.
Dall’altro, e questa non è altro che buona pratica commerciale, chi era piccolo 30 anni fa oggi è adulto. Quindi ha un lavoro, quindi ha soldi e quindi è il bersaglio di ogni impresa commerciale legata all’intrattenimento. E siccome la nostalgia è una leva potente, rieccoci sprofondati negli anni ’80.

Che fastidio questo continuo, martellante far leva sulla nostalgia.
Fastidio che è del tutto personale: se volete vedere la serie, vi invito a farlo perché – davvero! – merita. Se vi piace senza riserve, ne sono felice.

Però io le mie riserve le ho.

Mi infastidisce la bieca e scoperta operazione di nostalgia commerciale. Sicuramente gli autori della serie, i gemelli Matt e Ross Duffer – nati nel 1984 – hanno voluto omaggiare un cinema che non hanno vissuto, ma con cui sono sicuramente cresciuti tra videocassette e proiezioni estive. Ma al di là del voler omaggiare (ogni volta che scrivo “omaggiare” leggete “copiare spudoratamente”, perché non ci si può giare intorno, è quello che hanno fatto), dicevo al di là del voler omaggiare un certo cinema, non ci possiamo nascondere il fatto che questo è un prodotto pensato a tavolino per andare a colpire con precisione chi aveva 10-15 anni in quegli anni ed è cresciuto tra un romanzo di King e un film di Carpenter.
Che va bene, è il motivo per cui il secondo Batman di Nolan aveva il titolo che aveva, è perché Giorni di un Futuro Passato era il film degli X-Men più atteso, è il motivo per cui gente cresciuta a pane e fumetti ha riempito le casse della Marvel di soldi per vedere i film dei Vendicatori, è perché al cinema ci sono ancora Star Wars e proprio in questi giorni delle nuove Ghostbusters.
Ma almeno in quei titoli la checklist di cose che ci devi mettere per acchiappare i quarantenni non è così spudoratamente evidente. In Stranger Things è un vanto, è un continuo strizzare l’occhio e dare di gomito.

Mi infastidisce questo essere costantemente inchiodati al passato e riciclarne i pezzi per tirare fuori varianti di roba già vista, già fatta.
Citare e ispirarsi va bene, ma per creare qualcosa di nuovo, non per rifare 30 anni dopo un mix di classici.
Per esempio, ecco un altro video che mescola un film con le opere a cui è ispirato. Dura due ore, ma potete saltellare avanti e indietro per farvi un’idea: è Star Wars rimontato inserendo nel film tutte le fonti da cui ha attinto Lucas.

Sia Stranger Things che Star Wars sono opere commerciali, sono pensate per un pubblico specifico con gusti specifici – gusti per alcuni formati nella giovinezza, ecco l’effetto-nostalgia – e sono entrambi una collezione di citazioni che possono arrivare al plagio (nell’attacco alla Morte Nera ci sono pari pari le battute di The Dam Buster).
Però Lucas ha pescato roba qua e là per creare qualcosa di mai visto prima.
I Duffer hanno proprio fatto taglia e cuci di Spielberg e King per creare nel 2016 un film del 1983 a beneficio di chi nell’83 andava a vedere Goonies ed E.T. e ora ha 40 e più anni. Non hanno creato nulla di nuovo a partire da quel linguaggio, da quelle idee. Se ne sono guardati bene! E’ una loro scelta artistica e commerciale, è legittima ed è valida. Ma è pure una – un’ennesima – occasione sprecata.

Stranger Things mi ha ricordato due film: Scott Pilgrim Vs. The World e Matrix.
In Scott Pilgrim di nostalgia ce n’è tanta. Degli anni ’90, della generazione Nintendo, visto che l’autore Bryan Lee O’Malley, nato nel 1979, era piccolo in quegli anni (i Duffer sono sempre nati nel 1984). Ma quegli anni non sono il focus della storia. Sono gli anni in cui si sono formati i personaggi e hanno fornito loro le lenti e i parametri attraverso i quali vedere e rapportarsi con il mondo del 2010 e che, tradotto nel brillante linguaggio del fumetto e del film, diventano le lenti, i parametri e gli strumenti visuali con cui noi vediamo il loro mondo.

Matrix è un brillante distillato di pulsioni che erano nell’aria sul finire degli anni ’90. A voler ben guardare, non c’era niente di veramente nuovo o mai visto prima nelle idee del film, ma il modo in cui quelle idee – di trama e di rappresentazione visiva – sono state tradotte in film è stato assolutamente innovativo e ha creato un nuovo linguaggio costruito sulla base di altri linguaggi già noti, magari non al grande pubblico.

E Stranger Things?
Stranger Things è un minestrone.
Non è il minestrone che potrei cucinare io, arrivando a casa stanco e affamato e con un unico pensiero in mente: carboidrati adesso!
E’ il minestrone che potrebbe preparare un cuoco famoso, diciamo un Carlo Cracco, mettendoci cura nella ricerca degli ingredienti e nella preparazione.
Ma sempre di un minestrone stiamo parlando. Surgelato poi: Minestrone Findus by Carlo Cracco. Minestrone!

Soprattutto nella sesta e settima puntata a volte mi sembrava di sentire in sottofondo, dietro le battute degli attori, i tre scenaggiatori de Gli Occhi del Cuore:

– Mettici anche questa citazione. E pure questa!
– Ma dai, è troppo scoperta, troppo sfacciata!
– Ma che troppo, daje, carica, carica che agli spettatori gli piace essere presi per il culo!

Infine, più che infastidirmi mi fa proprio paura il processo mentale dei produttori – che condividono con i banchieri il poco invidiabile primato del non capire niente di come funziona il mondo in cui si muovono.
Sicuramente in questi giorni decine e decine di produttori hanno iniziato a pensare a come tirare fuori altre opere simili per lucrare sul successo di Stranger Things.
Mi immagino i dialoghi (me li immagino con forte accento romano, anche se la scena è Hollywood, ufficio di due produttori, interno giorno, luci e aria condizionata sparati al massimo).

– Che je damo a sta gente per inchiodarli davanti ar TV? Che andava forte negli anni ’80?
– Guerre Stellari.
– Preso, poi?
– Mio fratello grande leggeva ‘na cifra di fumetti. Batman, l’Omo Ragno.
– Presi, presi!
– I Masters of the Universe?
– Presi!
– Transformers? Le Tartarughe Ninja?
– Oh, non mi stai aiutando.
– Robotech!
– Ce l’ha Di Caprio.
– L’Acchiappafantasmi!
– Aoh! Sveja, sta ar cinema adesso!
– Gli anni ’60!
– Eh?
– Gli anni ’60! Negli anni ’80 c’erano un botto di film sugli anni ’60. Ma un botto!
– Gli anni ’60 dici?
– Ma sì, Sapore di Mare, Sapore di Mare 2, Sapore di Mare la Vendetta. Tutti i film alla come eravamo giovani e fighi in vacanza in riviera.
– In vacanza.
– Sì, con le vespette, i lenti sulla spiaggia, mamma e papà con la frittata di cipolle in spiaggia e te che vuoi filartela per andare con la ragazzetta in pineta!
– In effetti c’hai ragione, c’erano un botto di film sugli anni ’60 negli anni ’80. E se li vedevano.
– Hai voja che se li vedevano.
– Oh, famo Sapore di Sale 2k18, co’ Rihanna che fa la cover dei Watussi! Miniserie in 8 puntate.
– Daje!
– E daje, cazzo, daje!

Capito come succede Chernobyl? Un’idea stupida e il fallimento catastrofico di tutti i sistemi di sicurezza umani e tecnologici che dovevano bloccarla sul nascere.

Negli anni 2000 siamo preda della nostalgia degli anni ’80, negli anni ’80 i nostri genitori erano preda della nostalgia degli anni ’60, quando erano giovani loro. La serie sulla nostalgia della nostalgia è solo questione di tempo.

Torniamo seri.
Stanger Things coglie alla perfezione la forma e lo spirito degli anni ’80.
Coglie lo spirito con una lucidità che addirittura era impossibile in quel tempo, quando si era immersi nell’epoca, e che è possibile dopo 30 anni di distacco e riflessione.

Questo scambio di battute è geniale e spiega tutto delle pulsioni dell’epoca, spiega perfettamente come nascono e come muoiono i Goonies:

Jonathan Byers: “Nancy Wheeler, she’s not just another suburban girl who thinks she’s rebelling by doing exactly what every other suburban girl does… until that phase passes and they marry some boring one-time jock who now works sales, and they live out a perfectly boring little life at the end of a cul-de-sac. Exactly like their parents, who they thought were so depressing, but now, hey, they get it.”

Nancy Wheeler: “I don’t think my parents ever loved each other. They must’ve married for some reason. My mom was young. My dad was older, but he had a cushy job, money, came from a good family. So, they bought a nice house at the end of the cul-de-sac… and started their nuclear family. Screw that.”

Ma come sappiamo, gli epigoni sono soliti prendere solo la forma di ciò che imitano, perdendosi completamente la sostanza, lo spirito. Che è quello che rende unico ed eccezionale ciò che stanno copiando. Ma di solito, gli epigoni non se ne rendono conto.
Insomma. Temo l’inondazione di serie anni ’80 alla Spielberg e King.

E però ripeto: vale la pena guardarle queste 8 puntate. Dateglieli ‘sti soldi a Netflix.
Il problema che ho con Stranger Things è un problema mio.
E’ come per la rubrica “la prima puntata non si scord… eh?” di Doc Manhattan: me la leggo e mi diverte, però poi penso sempre “sì, ma so’ passati 30 anni e stiamo ancora parlando delle stesse cose! Ma perché non uso il mio tempo per leggere le recensioni delle prime puntate della roba che esce oggi?!?”
Siccome sono vecchio, sono nostalgico come tutti. Ma questo continuo stare ancorati al passato quando c’è tanta roba da godersi oggi mi dà urta sempre più.
Non è Stranger Things, non sono gli anni ’80 a urtarmi. E’ l’impossibilità di sfuggire a questo passato, sono le dieci milioni di cose alla Stranger Things che mi annoiano.

Il finale di Stranger Things è aperto. Ci sarà una seconda serie? Boh tendente al probabile. Non so se la vedrò. E’ come il nuovo Ghostbusters, che non ho visto e non vedrò: a parte il fastidio del continuo lucrare sulla nostalgia, se una cosa non mi interessa, semplicemente non me la guardo.

Se non lo avete visto, ecco il trailer di Stranger Things

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Game of Thrones, motherfucker, lo conosci?

samuel-jacksonLa HBO pensa, per qualche oscuro motivo, che qualcuno in qualche sperduto angolo di mondo non conosca Game of Thrones.

Quindi ha chiesto a Samuel L. Jackson di fare un riassunto di quanto successo in queste sei stagioni.

E’, ovviamente, molto volgare e pieno di spoiler.

Le prime foto dal set di American Gods

000229090-american-gods-654500American Gods è il primo romanzo di Neil Gaiman: la sua grande epopea americana in cui le divinità del vecchio mondo si affannano a cercare scampoli di fede per mantenersi in esistenza mentre stanno venendo soppiantati dai moderni dei del nuovo mondo, incarnazione di nuovi culti, nuovi desideri, nuove paure.

A 15 anni dalla sua pubblicazione il romanzo sta diventando una serie TV, che andrà in onda questo autunno negli USA sul canale Starz. La supervisione è di Bryan Fuller, che conosciamo già tutti per la serie Pushing Daisies e soprattutto Hannibal.

Il casting della serie ha ricevuto numerosi apprezzamenti: ogni attore chiamato a dare il volto a uno dei personaggi è stato ritenuto dai fan del romanzo la migliore delle scelte.

Finalmente possiamo vedere tre di questi attori nelle vesti dei loro personaggi: il protagonista Shadow, il leprecauno Mad Sweeney e il misterioso Mr. Wednesday in una scena ambientata nel bar a tema coccodrillo dal sorprendente nome Crocodile Bar.

Entertainment Weekly ha un articolo di presentazione della serie e un’altra foto oltre a quella qui sopra.

American Gods è stata la prima opera importante di Gaiman dopo la fine di Sandman, il fumetto che lo ha reso famoso, ed è stato il suo primo confronto con il genere del romanzo, dato che fino ad allora si era limitato a brevi racconti. Ovviamente io sono di parte e lo trovo un libro eccezionale. Ho grandi aspettative per la serie!

Oggi in tv – I film fantasy, horror e di fantascienza stasera in televisione

gotham_header_h_2015Se la visione trita e ritrita dei classici film natalizi vi ha stufato fino alla nausea, sappiate che per questa sera la programmazione tv cambia notevolmente. La lista dei film oggi in tv in prima serata potrebbe tornarvi utile per eliminare tutto lo sdolcinamento obbligatorio di questi giorni festivi e godervi film strettamente connessi con la tematica di questo blog: fantasy, horror, fantascienza. Una manna dal cielo per i nostri occhi! Per ogni titolo indicherò canale e orario della messa in onda dei film in prima serata, mentre per l’intera lista vi rimando al sito OggiInTV da cui ho prelevato questa lista.

 

Neverwas – La favola che non c’è

RAI 3 alle 21:05

Zach Riley è uno psichiatra di successo che decide improvvisamente di abbandonare il suo stabile lavoro universitario per prendere posto nella vecchia casa di cura per malattie mentali in cui lavorava il suo stesso padre. Nello stesso luogo suo padre, famoso scrittore, aveva realizzato il classico per ragazzi “Neverwas”. Ossessionato dai suoi sentimenti e risentimenti irrisolti nei confronti del padre, Zach si imbatte in un paziente che sembra sapere molto di più su quel romanzo.

 

Gotham

ITALIA 1 alle 21:10

Chi era Joker prima di diventare lo psicotico che tutti conosciamo? Chi era Bruce Wayne prima di diventare Batman? Gotham è una serie tv spinoff/prequel dei film incentrati sull’universo intorno a Batman che racconta le vicende mafiose di Gotham prima che la città conoscesse il miliardario eroe mascherato e che ruota attorno alle figure di James Gordon e Harvey Bullock, guidati dal capitano Sarah Essen. La prima stagione racconta la caccia al killer dei coniugi Thomas e Martha Wayne.

 

L’ultima casa a sinistra

ITALIA 2 alle 21:30

Due criminali a piede libero, finiscono con lo stuprare ed uccidere due ragazze. Nel tentativo di nascondere quanto successo, durante una notte di pioggia decidono di trovare rifugio presso la casa di una delle vittime dove vivono i genitori. Ignari di dove siano capitati, i due assassini dovranno vedersela con i genitori della ragazza che viveva lì dopo che avranno scoperto a chi hanno davvero dato riparo. Si tratta in realtà di un remake ufficioso de La fontana della vergine di Ingmar Bergam.

 

The Originals

LA 5 alle 21:10

E’ una serie tv americana di genere fantasy. Si tratta dello spin-off di The Vampire Diaries. L’episodio pilota venne trasmesso all’interno della serie principale come ventesimo episodio della quarta stagione. Ambientata a New Orleans, la serie narra la storia dell’ibrido Niklaus Mikaelson che insieme alla sua famiglia anni prima fondò la stessa città ma dalla quale fuggì per sottrarsi alla furia del padre. Anni dopo tornando sul luogo scopre che le cose sono nettamente cambiate e che adesso il vampiro Marcel detiene il potere e le decisioni su qualsiasi cosa possa accadere in zona. Comincerà così un’intrigata alleanza per ripristinare il potere ai fondatori della città.

 

La lista termina qui purtroppo. Non si tratta di un lungo mix di film golosi e allettanti, ma è comunque un buon inizio per smorzare la routine natalizia e tornare alla normalità con i nostri generi preferiti. E voi cosa guarderete oggi in tv?

20 considerazioni su Star Wars: La Guerra dei Cloni

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In preparazione per l’uscita di Star Wars: Il Risveglio della Forza, ho iniziato a guardarmi a manetta gli episodi della serie TV Guerra dei Cloni.

Quando la serie è uscita non l’ho seguita per una serie di cause tra cui mancanza di voglia, tempo, interesse.
Ora, nonostante quello che pensano i miei amici, io non sono il più grande fan di Star Wars esistente: mentre ho una indiscutibile venerazione per i film, non ho mai provato un particolare interesse per l’Extended Universe. Questo perché secondo me è composto da poche gemme (i romanzi sui cloni di Karen Traviss, i fumetti sul Rogue Squadron), alcuni prodotti ok (il sottovalutato Ombra dell’Impero, la sopravvalutata trilogia di Zahn) e un mare di porcate senza senso (tutto quello che ha scritto Kevin J. Anderson tanto per cominciare). Non ho il tempo di leggere porcate solo perché c’è sopra il logo di Star Wars.
Però, i giudizi positivi su Guerra dei Cloni e il ricordo dell’elevatissima qualità delle serie realizzate da Genndy Tartakovsky nel 2003-2005 hanno suscitato presto la mia curiosità.
Il fatto che Guerra dei Cloni, insieme al seguito Star Wars Rebels, sia sopravvissuta alla salutare opera di semplificazione delle storie che compongono il canone di Star Wars operata dallo story group della Lucasfilm (vedi il punto 7 di questo articolo) ha accresciuto il desiderio vederla.
Approfittando delle combinazione di week end e giorno di festa, ho visto la prima stagione e metà della seconda.
Scrivere una recensione di una serie che, se leggete questo, sito, avete probabilmente già visto tutti, non ha molto senso. Soprattutto poi avendone visto solo una stagione e mezza su sei.
Scrivo allora un po’ di impressioni, mescolando aspetti positivi e negativi.

 

  1. Il mondo ha bisogno di una serie di film sulle avventure del giovane Obi-Wan Kenobi.
  2. Nella Galassia di Star Wars ci sono esattamente due persone in grado di colpire qualcosa con un blaster: Obi-Wan Kenobi e Aurra Sing. Tutti gli altri, che siano cloni, droidi, cacciatori di taglie, assassini mandaloriani hanno una mira che fa ridere. Avevo visto delle immagini di droidi armati di spade corte e pensavo fossero una fesseria. Non lo sono: apparentemente l’unico modo per colpire qualcuno è stargli a un passo di distanza e picchiarlo a mani nude o con un’arma da corpo a corpo o sparare sperando in un colpo di fortuna.
  3. Gli Jedi sono una massa di rincoglioniti. Questo fatto è gestito meglio nei prequel: nei film è spiegato come il lungo periodo di pace e prosperità abbia trasformato la sicurezza degli Jedi in arroganza, in supponenza, in eccessiva fiducia sulle proprie risorse, in continua sottovalutazione dei nemici. La storia di Kamino è significativa: Jocasta Nu sostiene che non esista alcun pianeta chiamato Kamino perché lei non lo conosce e gli archivi Jedi, che sono ovviamente infallibili e ovviamente non alterabili, non lo riportano. Il fatto che la fisica dica che in quel punto ci debba essere un pianeta non vuol dire niente: tra la realtà e gli archivi Jedi hanno sicuramente ragione gli archivi Jedi. Nella serie gli Jedi compiono un mare di errori, ma non è mai chiarito da dove nasca tanta ingenuità.
  4. Ci sono molti tocchi narrativi eleganti. Mi vengono in mente un telegiornale trasmesso sullo sfondo di una scena d’azione in cui Palpatine afferma di non credere alle voci secondo cui siano stati gli Jedi ad architettare la Guerra dei Cloni per ottenere maggior potere. Un confronto in cui un uomo in fuga tiene in scacco Obi-Wan e la Duchessa di Mandalore dicendosi sicuro che nessuno di loro gli farà del male: lei perché è una pacifista, lui perché non vuole apparire violento agli occhi di lei. E li prende in giro: chi sarà di loro a fare la figura dell’assassino a sangue freddo? Lo stallo viene risolto da Anakin, che arriva alle spalle del tizio e lo trafigge con la spada laser, mentre parte il tema della Marcia Imperiale.
  5. Sempre alla voce “gli Jedi sono rincoglioniti”, Satine, la Duchessa di Mandalore, dice chiaramente a Obi-Wan che gli Jedi non possono continuare a credersi custodi della pace e della giustizia se si lasciano inquadrare come ufficiali all’interno dell’esercito della Repubblica. Non possono più pensare di essere ambasciatori e diplomatici quando sono a capo delle azioni militari di una fazione. E a lui non viene alcun dubbio!
  6. Satine – Obi-Wan – Ewan McGregor – Moulin Rouge. Non ve lo devo spiegare, no?
  7. Nonostante alcune perplessità (hanno astronavi e caccia, perché non c’è mai supporto aereo?) tutte le battaglie e azioni militari sono emozionanti. La seconda invasione di Geonosis è una cosa mozzafiato.
  8. Praticamente qualsiasi cosa abbia a che fare con i cloni è meravigliosa.
  9. Ci sono stati momenti in cui ho provato genuina preoccupazione per il destino di personaggi il cui fato conosco benissimo. Ottimo storytelling!
  10. I poteri della Forza non sono costanti, ma vanno e vengono a seconda delle esigenze di trama. In più di un episodio ci sono situazioni che potrebbero essere risolte con una presa o spinta della forza, invece no.
  11. Anche in versione animata Jar Jar Binks fa venire voglia di infilarsi ferri arroventati negli occhi e piombo fuso nelle orecchie.
  12. Ed è di conseguenza delizioso quando una squadra di cloni sfonda la quarta parete e usa la goffaggine di Jar Jar per eliminare dei carri armati.
  13. Capisco che l’ispirazione visiva siano gli show di marionette di Jerry Anderson, Thunderbird e soci, ma a volte viene usata una fisica marionettistica, a volte una fisica realistica.
  14. Il collo di Anakin non si può vedere.
  15. Capisco che è dettato da esigenze di risparmio ed efficienza, ma il fatto che a parte Padme i personaggi non cambiano praticamente mai vestiti è fastidioso. Dormono con gli abiti con cui combattono, cinture piene di tasche, comunicatori, armi, bozzi cazzi e mazzi compresi. Forse è questo il motivo per cui gli Jedi sono rincoglioniti: non hanno una notte di sonno decente da anni!
  16. I cloni invece dormono senza armatura. Forse è questo il motivo per cui sono meravigliosi.
  17. Il rapporto tra i cloni e gli Jedi, specialmente Anakin, Obi-Wan e Ashoka, è molto ben gestito. Sapere che finirà tutto con l’Ordine 66 è agghiacciante.
  18. Anakin è un gran bel personaggio.
  19. Ashoka parte come Jar Jar 2: ridatemi i ferri arroventati, ma diventa rapidamente un personaggio interessante.
  20. Sono arrivato al punto 20 e ancora non sono stati annunciati diciottomila film su Obi-Wan Kenobi. Disney, che aspetti a fare sta telefonata a Ewan McGregor?!?

Insomma, mi sta piacendo molto. Appena possibile mi sparerò tutti gli episodi che mi mancano e poi inizierò a guardarmi Star Wars Rebels.

Robert Lapage, raffinato storyteller d’avanguardia

Robert Lepage“Breaking Bad” è stata una delle serie tv di maggior successo, capace di conquistare pubblico, critica e addetti ai lavori, diventando un vero e proprio fenomeno di massa sul web. La serie statunitense nata da un’idea di Vince Gilligan ha riscosso un grande successo anche nel nostro Paese: lo dimostra il fatto che una delle chiavi di ricerca più utilizzate nei vari search engines è “breaking bad streaming ita”, per trovare siti (come questo ad esempio) dove gli appassionati cercano le puntate della serie sul web da vedere in streaming.

 

Non capita di vedere spesso una serie tv in grado di fare breccia nel pubblico e allo stesso tempo farsi apprezzare dalla critica e “Breaking Bad” è una delle poche ad esserci riuscite, grazie alla brillante sceneggiatura capace di colpire positivamente anche gli addetti ai lavori. Non sono mancati, infatti, i complimenti agli autori della serie, anche da personaggi di spicco del mondo del cinema e del teatro come Robert Lepage.

 

Il celebre regista e attore canadese ha dichiarato di guardare pochissima televisione, e fra le poche cose che ha seguito c’è stata proprio “Breaking Bad”, definita “fantastica” e che è riuscito a tenerlo incollato al televisore per tutti e cinque gli anni in cui la serie è andata in onda. E il rapporto fra la sua arte e le serie tv è più stretto di quanto si potrebbe pensare, dato che le sue storie, sia teatrali che cinematografiche, possono essere accostate al genere delle serie televisive.

 

I suoi spettacoli sono sempre stati apprezzati sia in Italia che nel mondo e proprio in Italia il prossimo 23 settembre Lepage sarà presente con lo spettacolo intitolato “887”, un’opera che racconta un periodo molto delicato ed importante della storia recente, vale a dire gli anni Sessanta e Settanta. Anche in questo lavoro Lepage si conferma uno storyteller raffinato e d’avanguardia e “887” inaugurerà il festival “RomaEuropa”.

 

Lo spettacolo è molto atteso anche perché è già stato un successo a Edimburgo e Nantes e la storia collettiva degli anni ’60 e ’70 si intreccia con quella di Lepage e della sua famiglia, che all’epoca abitava nel palazzo situato all’887 di Murray Street in quel di Quebec City. Fu un periodo piuttosto significativo per il Canada, anni di contrasti fra il Canada anglofono e il Quebec francofono. Le rivolte fecero parte di quella che fu definita la “Revolution tranquille” e che si concluse con l’autonomia della provincia del Quebec.

 

Uno dei temi principali di questo spettacolo, e un po’ dell’intero percorso artistico di Lepage, è la memoria, che serve a tenere vivi fatti e avvenimenti che altrimenti andrebbero dimenticati o verrebbero trascurati; lo stesso regista canadese ha dichiarato di provare un certo stupore nel vedere come le persone ricordino poco o addirittura in maniera errata gli avvenimenti più recenti, accaduti sotto ai loro occhi o quasi.

 

La memoria, secondo Lepage, è inoltre collegata al processo creativo ed ecco perché è importante preservarla contrastando la pigrizia portata dalla tecnologia e dal web: affidare a questi strumenti la memoria significa delegare ad un supporto i ricordi, senza fissarli nella mente e perdendo così la propria esperienza diretta.

 

“887” riesce ad essere sorprendentemente attuale perché le dinamiche della lotta di classe fra anglofoni e francofoni possono essere accostate a quanto avviene oggi con i fenomeni di immigrazione; le richieste di riconoscimento a livello politico e le rivendicazioni del Quebec di allora sono le stesse degli immigrati di oggi, secondo il pensiero di Lepage.

 

La struttura narrativa alla quale il regista si è affidato è quella della tv e del cinema, ritenuta più funzionale allo scopo rispetto ai tempi teatrali, che risultano inoltre essere anche più ostici per il pubblico abituato ad un linguaggio differente. La poesia, sostiene Lepage, non sta solamente a teatro ma anche al cinema (e cita Tarantino) e in tv, e l’esempio da lui fornito è stato proprio la serie “Breaking Bad”.

Mr. Robot: la serie tv che dovreste guardare. Tipo ora

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Parliamo di Mr. Robot? Parliamo di Mr. Robot. Una serie di cui ho così voglia di parlare ma che è così complicata da affrontare, perché non vale la pena parlarne senza spoiler, ma spoilerarla è un crimine verso l’umanità.

 

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Questa recensione l’ho scritta in origine su Apofenia, la newsletter in cui parlo di cultura digitale, tecnologia e del loro impatto sulla società. Il che vuol dire che se ti interessa quello che scrivo su Magrathea, spesso troverai cose interessanti anche su Apofenia. Perché una newsletter? Lo spiego qui. Qui trovi gli archivi e qui ti puoi iscrivere alla newsletter.

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Ok, quindi. Mr. Robot.

Sono un po’ di anni che preferisco le serie tv ai film. Forse perché sto lavorando tanto, leggendo tanto, facendo meno scherma di quanto vorrei, quindi la sera sono stanco. E’ più facile buttare giù da uno a X episodi di un telefilm interrompendo su una sigla finale che interrompere un film. E in televisione negli ultimi anni s’è vista più sperimentazione, più coraggio, più narrazione che al cinema. Non dire che Netflix non è televisione: cambia il mezzo, ma il contenuto è quello. Tant’è che qui che Netflix ancora non c’è, House of Cards lo trasmettono su Sky e su Cielo e non cambia niente, a parte la possibilità di spararsi tutta una stagione in un week end. Questa è giusto una parentesi per stoppare ragionamenti su TV/non TV.

Ok, quindi. Mr. Robot.

Secondo me ė la serie TV del ventunesimo secolo.

Non nel senso di “è la più bella/quella che mi è piaciuta di più dall’1/1/2000 a oggi”. Non so se sia la più bella, quella che mi è piaciuta di più è Firefly.

No, è la serie del secolo, finora, perché è la più rilevante e perché è un perfetto riflesso dei tempi.

Ha qualche alto e basso, semplifica, banalizza e taglia alcuni concetti un po’ con l’accetta per renderli più fruibili, ha personaggi femminili abbastanza vuoti, non so se per incapacità degli sceneggiatori o perché visti attraverso il punto di vista di Elliot, il protagonista campione del mondo di occhiaie della foto qui sopra.

Ma la serie traduce talmente bene in immagini e storia una serie di pulsioni che sono nell’aria che alcuni eventi di cronaca – purtroppo anche nera – delle 11 settimane in cui il telefilm è andato in onda paiono operazioni di marketing virale, tanto labile è il confine tra le azioni nello schermo e la realtà quotidiana.

Matrix nel 1999 era molto simile: sembrava dirompente, ma a ben guardare era solo un film (che può piacere o meno, a me è piaciuto) molto furbo, che ha preso una serie di idee e concetti familiari a una nicchia di pubblico (anime e manga non erano ancora così diffusi, soprattutto in USA, Gibson era ancora solo un autore di fantascienza cyberpunk) e li ha frullati e distillati in un film per tutti con una storia e un’estetica in grado di lasciare il segno.

Però Mr. Robot è meglio di Matrix. Non tanto perché gli ingredienti del distillato Matrix erano narrativa, mentre per Mr. Robot è cronaca, ma per la capacità di sintonizzarsi in tempo reale con elementi talmente attuali che avvengono in parallelo con la messa in onda della serie.

Sam Esmail, il creatore della serie, ha dimostrato la stessa preveggenza di Gibson, quello della Trilogia Blue Ant non di Neuromante. In realtà non è magia, ma capacità di osservare la realtà, intuire collegamenti e immaginare conseguenze.

Di che parla Mr. Robot? A banalizzare, è una storia di hacker. E’ V per Vendetta ai giorni nostri e praticamente senza elementi fantastici, con gli hacker al posto di V ed Evey. Ovviamente le maschere indossate dal gruppo di hacker della Fsociety vogliono richiamare quelle di Anonymous, figlie del film tratto dal fumetto di Moore. Ma non sono esattamente quelle per un motivo banale e coerente: quel design è copyright Warner Bros., lo studio che ha prodotto il film. E per ogni maschera di Guy Fawkes che compri, qualche centesimo finisce nella casse della Warner per i diritti di licenza. Non si può fare la rivoluzione usando il design di una mega corporazione e dandole pure soldi!

Ah sì, Mr. Robot parla di rivoluzione. Parla di privacy, parla di quanto delle nostre vite è online e pubblico anche se pensiamo sia privato, regolato da algoritmi che neppure comprendiamo, di proprietà di poche grandi corporazioni di cui noi non siamo i clienti, non siamo gli utenti, ma siamo il prodotto. E della rivoluzione contro tutto questo.

I rivoluzionari non sono eroi, non sono Robin Hood o l’Alleanza Ribelle di Star Wars, anche se loro ovviamente si vedono così, si vedono come i buoni. Sono persone, più o meno brave persone, con difetti, problemi, macchie. Non sono antieroi. Sono persone con qualcosa di rotto dentro. Elliot è il più danneggiato di tutti. Mr. Robot, il capo della Fsociety, non perde occasione per puntualizzare il suo essere pazzo.

La serie doveva durare una stagione ed esaurirsi in 10 episodi. Visto il grande successo dell’episodio pilota, il canale che lo trasmette, USA Network, ha ordinato immediatamente una seconda stagione. Buona notizia? Cattiva notizia? Onestamente non lo so. Sapendo di avere almeno altri 10 episodi per raccontare la storia, Sam Esmail ha lasciato in sospeso alcuni elementi e chiuso la serie con un cliffhanger per avere un punto da cui ricominciare il prossimo anno e avere già dei pezzi di storia da raccontarci. Se avesse avuto una sola stagione, avrebbe tranquillamente potuto raccontare tutto, non lasciare nulla in sospeso, chiudere la serie sulla frase “We live in a kingdom of bullshit” e portarsi a casa lodi sperticate per aver realizzato un capolavoro. Riuscirà a mantenere lo stesso livello anche nella prossima? Ha in testa e nel cuore abbastanza storia per altri 10 episodi a questo livello? Spero di sì.

Finora ho scritto 985 parole e ancora niente spoiler. Da qui in poi non garantisco più. Anzi, guarda, sparo il super mega spoiler nel prossimo paragrafo. Dal prossimo punto a capo ti rivelo il mega colpo di scena della prima stagione. Mega colpo di scena che, in realtà e a guardare bene non è così sorprendente: Esmail in un’intervista ha dichiarato di aver fatto di tutto per anticipare agli spettatori la grande rivelazione. Perché voleva che Elliot fosse sorpreso, ma noi no. In modo che anziché essere sorpresi insieme al protagonista, potessimo concentrarci completamente sulle sue reazioni. Lo metterò tra due ++, così se sei molto bravo puoi coprirlo con la mano. Pronti? Via!

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Mr. Robot è il Fight Club del ventunesimo secolo. Lo è così tanto che sarebbe legittimo pensare che Mr. Robot è un remake di Fight Club, aggiornato ai nostri tempi. Mr. Robot e Tyler Durden vogliono la stessa cosa. Nel 1999 (Fight Club, Matrix e La Minaccia Fantasma e Il Sesto Senso sono usciti nello stesso anno? E chi se lo ricordava!) il miglior sistema che aveva Tyler per raggiungere il suo scopo era l’esplosivo. Nel 2015 il sistema migliore è un computer collegato a internet. Ma gli scopi e il sistema per raggiungerli sono identici. Come identica è la follia del protagonista.

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Molti dei temi di cui ho scritto in queste lettere che ti mando si ritrovano in questa serie TV: la perdita della privacy, il controllo sempre più pervasivo di poche grandi aziende mosse da interessi economici, la sempre maggior difficoltà a capire un mondo filtrato dalla tecnologia, che si vanta di essere trasparente e magico, ma in realtà, come la magia di un prestigiatore, si basa sul fatto che il funzionamento del trucco sia nascosto ai nostri occhi, la necessità di non assistere passivamente a tutto questo. Do atto a Sam Esmail e alle persone che hanno collaborato con lui alla realizzazione di questa serie di essere riusciti a descrivere tutto questo in termini assolutamente accessibili e in modo assolutamente più coinvolgente di quanto io avrei mai potuto fare. Se dopo la decima puntata non pensate seriamente a modificare i vostri comportamenti online, avete un problema grave.

Qualche giorno fa ho trovato questo strumento di analisi della personalità sviluppato dal Centro per gli studi Psicometrici dell’Università di Cambridge, che analizza i “mi piace” che abbiamo disseminato su Facebook per tracciare il nostro profilo. Secondo lui, il mio profilo è quello di una donna di 27 anni, single, eterosessuale, con tendenze politiche destrorse. Quando ho ceduto a Facebook a causa dell’effetto network (tutti i miei amici stavano lì e lo usavano per comunicare tra loro) mi sono ripromesso di mettere ogni tanto qualche mi piace a caso a pagine e aggiornamenti di stato, tanto per incasinare gli algoritmi. Bene, direi che funziona.

Evangelion: Another Impact (Confidential)

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Continuiamo a parlare di Evangelion.
Evangelion: Another Impact (confidential) è un corto in computer grafica realizzato nell’ambito di “Japan Anima(tor)’s Exhibition“, una serie di progetti originali, reintrepretazioni, progetti spin off realizzati per esplorare le possibilità dell’animazione moderna e dei modelli di distribuzione digitale degli anime a cui contribuiscono alcune delle migliori firme degli anime.

Hideaki Anno e il regista Shinji Aramaki contribuiscono al progetto con questo mini anime in CGI la cui trama è:

Un altro tempo, un altro luogo. Il test di attivazione di un’arma decisiva è in corso. Con il suo sviluppo e test operativi avvolti nella totale segretezza, l’Altro Numero . Unità Null improvvisamente si libera dal controllo umano e si scatena. Per quale scopo è stata creata l’Altro Numero – Unità Null?
La storia dell’attivazione, furia e ululati di un Evangelion su un altro mondo.

Per vedere il corto e ammirare bozzetti, modelli 3D e storyboard andate sulla pagina di Evangelion: Another Impact di Japan Anima(tor).

Intanto, eccovi una gif animata.

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Festeggiate i 20 anni di Evangelion spedendo la Lancia di Longino sulla Luna

longino-evangelionNon solo il 2015 è il ventesimo anniversario della messa in onda di Neon Genesis Evangelion, è pure l’anno in cui è ambientata la serie!

Per festeggiare il doppio evento, un gruppo di fan della serie ha deciso di lanciare la Lancia di Longino sulla Luna.

Non la vera lancia, una replica di 25 centimetri. E non proprio lanciare, quanto spedire sulla luna a bordo di un razzo, che lancerà una capsula, che scaricherà un robot che sparerà la lancia nel terreno.

L’impresa non è da poco e per realizzarla i fan hanno lanciato una campagna di raccolta fondi sul sito di crowdfunding giapponese ReadyFor. Servono 100 milioni di Yen (circa 741.000 Euro, neppure tantissimo) e per ora la campagna è al 34% della raccolta. Se volete contribuire, fatevi sotto: avete tempo fino al 5 aprile. Come in ogni campagna di crowdfunding, a seconda di quanto donate avrete diritto a cose che non so dirvi, perché il sito è tutto in giapponese.

Ecco il video che spiega il progetto. Se non capite la lingua, guardate le figure.

Al di là di quello che pensiate su Evangelion e di questa idea, ma non trovate meraviglioso vivere in un mondo in cui è possibile una cosa del genere? Una raccolta fondi per una missione spaziale? Io sono emozionato!