Castlevania, la serie animata su Netflix

Come mai scrivere su Castlevania, giudizio meh+, quando potrei parlare di The Expanse, bello?

Il destino si dipana per vie misteriose. Una di queste vie è il fatto che ora ho tempo, questo inverno non ne avevo. E siccome ho visto Castlevania la settimana scorsa, eccoci qui.

Questa serie animata di produzione originale Netflix ha due segni distintivi. Il primo è che è tratta dall’omonima serie di videogiochi di successo – per la precisione si ispira molto al terzo capitolo. Il secondo è che è scritta dallo scrittore di libri e fumetti, saggista, futurologo, conferenziere Warren Ellis, la cui newsletter dovreste proprio seguire.

Il secondo punto mi ha attirato più del primo, quindi ho investito un’ora del mio tempo spalmata su due pause pranzo per vedere i quattro episodi della prima stagione.

Eeeeeeeeeeeeeeee. Beh.

Che gli vuoi dire: onesto. Forse hanno speso più soldi per pagare Ellis e il cast di doppiatori, tra cui spiccano Richard Armitage e James Callis, che per pagare l’animazione, ma insomma, una cosa media.

La prima stagione in realtà è un lungo setup in vista della già annunciata seconda, in cui le cose si dovrebbero fare serie. Nel primo episodio una donna determinata, Lisa, si presenta a Dracula chiedendogli di insegnarle la sua scienza per diventare un medico e curare la povera popolazione della Valacchia. Segue l’ammmmore e segue, qualche anno dopo, un rogo su cui Lisa viene bruciata dalla chiesa con l’accusa di stregoneria. Dracula non la prende bene. Divide gli abitanti della Valacchia in due categorie: quelli direttamente colpevoli della morte della moglie e quelli che avrebbero potuto opporsi all’uccisione. Decide quindi di evocare un’armata dall’inferno e uccidere tutti.

Gli episodi successivi mostrano come si forma il terzetto di personaggi che cercherà di fermarlo: Trevor Belmont, discendente di una casata di cacciatori di mostri scomunicata dalla chiesa; Sypha Belnades, maga appartenente all’ordine nomade degli Oratori e, soprattutto, Alucard, il dampiro figlio di Dracula e Lisa intenzionato a salvare l’umanità dall’ira del padre e tra i personaggi più amati della serie di videogiochi.

La serie, come dicevo, è onesta: bella l’ambientazione, belli gli scenari, un po’ così animazione e character design, buona l’idea di seguire l’esempio dei videogiochi e tenere Dracula nascosto. Molto convenzionale la storia: segue i topos del genere senza discostarsene. Non che sia per forza un male, però dalla penna di Ellis mi aspettavo qualcosa di più originale o un punto di vista diverso su una storia nota, un po’ di sorpresa, insomma. Inoltre, le sue battute fulminanti che su carta funzionano benissimo qui a volte stonano: il ritmo dell’azione spesso si ferma per permettere a un personaggio di pronunciare una battuta bella, ma lunga e articolata.

Vedere Castlevania non è stato uno sforzo, anzi, ma sicuramente il risultato è stato inferiore alle mie aspettative. Si prende una sufficienza e il mio consiglio è, se non l’avete visto, di aspettare che esca la seconda stagione di otto episodi, per guardarne dodici uno dietro l’altro e vedere dove va a parare.

Ecco il trailer della prima stagione di Castlevania

Il passato non passa mai. Ovvero: recensione di Stranger Things

strangerthingsposterInternet, lo sapete, è la patria delle iperboli. Qualsiasi cosa su cui si esprima un giudizio o è la cosa più fica dell’universo o è ‘nammerda. Nelle scale da uno a dieci, gli unici due voti sono 1 e 10. O 2 e 9, se non si è estremisti.

Per questo è complesso parlare di Stranger Things, una serie disponibile su Netflix e che o avete già visto, o ve ne ha parlato tre quarti della gente che conoscete, quindi è come se.

Perché è bello, ma per me parecchio fastidioso. Nella scala 2-9, non basta dargli 6 e chiuderla lì.


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Che è Stranger Things? E’ questa serie in 8 episodi un po’ E.T., un po’ i Goonies, un po’ IT, un po’ La Cosa, un po’ Poltergeist. Insomma, un po’ un mischione di tutti i classici dell’avventura horror-avventurosa degli anni ’80 firmati da Stephen Spielberg e Stephen King.

Quanto mischione? Tanto. Ma a livello proprio di copia e incolla, come potete vedere guardando questo video di circa 4 minuti che accosta scene della serie ai film da cui si ispira e che omaggia.

Quindi, bello, per carità. Ottima fotografia, ottima recitazione, ottima regia, ottimo tutto. Ottima riproposizione del look & feel del 1983. Giusto un paio di momenti vabbè, che però non guastano l’insieme. L’idea delle luci di Natale è splendida e il modo in cui Wynona Rider dà forza a quella scena e a tutte le sue scene è eccezionale.
Insomma, da vedere e consigliatissimo.

Però.
Però, ormai lo sapete, a me questo impacchettare la nostalgia e venderla un tanto al chilo dà sempre più fastidio. Su uno dei tanti “momenti E.T.” stavo per arrendermi e abbandonare la serie. Il gioco di riconosci-la-citazione (che qui è proprio riconosci-la-scena-che-abbiamo-rigirato-pari-pari) mi ha annoiato molto rapidamente.

Leggo varie recensioni in cui si celebra Stranger Things per il suo rievocare gli anni ’80. Ma se vi guardate in giro, se fate caso ai titoli dei film nelle sale negli ultimi tempi, vedrete che non stiamo tornando negli anni ’80: non ne siamo proprio mai usciti.
E’ normale.
Da un lato, chi era piccolo e si stava formando un immaginario in quegli anni, oggi è un professionista (regista, scrittore, sceneggiatore) che porta quell’immaginario nel suo lavoro e che passa dal “sarebbe bello vedere un film dal vivo di questo cartone/fumetto” di 30 anni fa al “realizziamo un film dal vivo tratto da quel cartone/fumetto” di oggi.
Dall’altro, e questa non è altro che buona pratica commerciale, chi era piccolo 30 anni fa oggi è adulto. Quindi ha un lavoro, quindi ha soldi e quindi è il bersaglio di ogni impresa commerciale legata all’intrattenimento. E siccome la nostalgia è una leva potente, rieccoci sprofondati negli anni ’80.

Che fastidio questo continuo, martellante far leva sulla nostalgia.
Fastidio che è del tutto personale: se volete vedere la serie, vi invito a farlo perché – davvero! – merita. Se vi piace senza riserve, ne sono felice.

Però io le mie riserve le ho.

Mi infastidisce la bieca e scoperta operazione di nostalgia commerciale. Sicuramente gli autori della serie, i gemelli Matt e Ross Duffer – nati nel 1984 – hanno voluto omaggiare un cinema che non hanno vissuto, ma con cui sono sicuramente cresciuti tra videocassette e proiezioni estive. Ma al di là del voler omaggiare (ogni volta che scrivo “omaggiare” leggete “copiare spudoratamente”, perché non ci si può giare intorno, è quello che hanno fatto), dicevo al di là del voler omaggiare un certo cinema, non ci possiamo nascondere il fatto che questo è un prodotto pensato a tavolino per andare a colpire con precisione chi aveva 10-15 anni in quegli anni ed è cresciuto tra un romanzo di King e un film di Carpenter.
Che va bene, è il motivo per cui il secondo Batman di Nolan aveva il titolo che aveva, è perché Giorni di un Futuro Passato era il film degli X-Men più atteso, è il motivo per cui gente cresciuta a pane e fumetti ha riempito le casse della Marvel di soldi per vedere i film dei Vendicatori, è perché al cinema ci sono ancora Star Wars e proprio in questi giorni delle nuove Ghostbusters.
Ma almeno in quei titoli la checklist di cose che ci devi mettere per acchiappare i quarantenni non è così spudoratamente evidente. In Stranger Things è un vanto, è un continuo strizzare l’occhio e dare di gomito.

Mi infastidisce questo essere costantemente inchiodati al passato e riciclarne i pezzi per tirare fuori varianti di roba già vista, già fatta.
Citare e ispirarsi va bene, ma per creare qualcosa di nuovo, non per rifare 30 anni dopo un mix di classici.
Per esempio, ecco un altro video che mescola un film con le opere a cui è ispirato. Dura due ore, ma potete saltellare avanti e indietro per farvi un’idea: è Star Wars rimontato inserendo nel film tutte le fonti da cui ha attinto Lucas.

Sia Stranger Things che Star Wars sono opere commerciali, sono pensate per un pubblico specifico con gusti specifici – gusti per alcuni formati nella giovinezza, ecco l’effetto-nostalgia – e sono entrambi una collezione di citazioni che possono arrivare al plagio (nell’attacco alla Morte Nera ci sono pari pari le battute di The Dam Buster).
Però Lucas ha pescato roba qua e là per creare qualcosa di mai visto prima.
I Duffer hanno proprio fatto taglia e cuci di Spielberg e King per creare nel 2016 un film del 1983 a beneficio di chi nell’83 andava a vedere Goonies ed E.T. e ora ha 40 e più anni. Non hanno creato nulla di nuovo a partire da quel linguaggio, da quelle idee. Se ne sono guardati bene! E’ una loro scelta artistica e commerciale, è legittima ed è valida. Ma è pure una – un’ennesima – occasione sprecata.

Stranger Things mi ha ricordato due film: Scott Pilgrim Vs. The World e Matrix.
In Scott Pilgrim di nostalgia ce n’è tanta. Degli anni ’90, della generazione Nintendo, visto che l’autore Bryan Lee O’Malley, nato nel 1979, era piccolo in quegli anni (i Duffer sono sempre nati nel 1984). Ma quegli anni non sono il focus della storia. Sono gli anni in cui si sono formati i personaggi e hanno fornito loro le lenti e i parametri attraverso i quali vedere e rapportarsi con il mondo del 2010 e che, tradotto nel brillante linguaggio del fumetto e del film, diventano le lenti, i parametri e gli strumenti visuali con cui noi vediamo il loro mondo.

Matrix è un brillante distillato di pulsioni che erano nell’aria sul finire degli anni ’90. A voler ben guardare, non c’era niente di veramente nuovo o mai visto prima nelle idee del film, ma il modo in cui quelle idee – di trama e di rappresentazione visiva – sono state tradotte in film è stato assolutamente innovativo e ha creato un nuovo linguaggio costruito sulla base di altri linguaggi già noti, magari non al grande pubblico.

E Stranger Things?
Stranger Things è un minestrone.
Non è il minestrone che potrei cucinare io, arrivando a casa stanco e affamato e con un unico pensiero in mente: carboidrati adesso!
E’ il minestrone che potrebbe preparare un cuoco famoso, diciamo un Carlo Cracco, mettendoci cura nella ricerca degli ingredienti e nella preparazione.
Ma sempre di un minestrone stiamo parlando. Surgelato poi: Minestrone Findus by Carlo Cracco. Minestrone!

Soprattutto nella sesta e settima puntata a volte mi sembrava di sentire in sottofondo, dietro le battute degli attori, i tre scenaggiatori de Gli Occhi del Cuore:

– Mettici anche questa citazione. E pure questa!
– Ma dai, è troppo scoperta, troppo sfacciata!
– Ma che troppo, daje, carica, carica che agli spettatori gli piace essere presi per il culo!

Infine, più che infastidirmi mi fa proprio paura il processo mentale dei produttori – che condividono con i banchieri il poco invidiabile primato del non capire niente di come funziona il mondo in cui si muovono.
Sicuramente in questi giorni decine e decine di produttori hanno iniziato a pensare a come tirare fuori altre opere simili per lucrare sul successo di Stranger Things.
Mi immagino i dialoghi (me li immagino con forte accento romano, anche se la scena è Hollywood, ufficio di due produttori, interno giorno, luci e aria condizionata sparati al massimo).

– Che je damo a sta gente per inchiodarli davanti ar TV? Che andava forte negli anni ’80?
– Guerre Stellari.
– Preso, poi?
– Mio fratello grande leggeva ‘na cifra di fumetti. Batman, l’Omo Ragno.
– Presi, presi!
– I Masters of the Universe?
– Presi!
– Transformers? Le Tartarughe Ninja?
– Oh, non mi stai aiutando.
– Robotech!
– Ce l’ha Di Caprio.
– L’Acchiappafantasmi!
– Aoh! Sveja, sta ar cinema adesso!
– Gli anni ’60!
– Eh?
– Gli anni ’60! Negli anni ’80 c’erano un botto di film sugli anni ’60. Ma un botto!
– Gli anni ’60 dici?
– Ma sì, Sapore di Mare, Sapore di Mare 2, Sapore di Mare la Vendetta. Tutti i film alla come eravamo giovani e fighi in vacanza in riviera.
– In vacanza.
– Sì, con le vespette, i lenti sulla spiaggia, mamma e papà con la frittata di cipolle in spiaggia e te che vuoi filartela per andare con la ragazzetta in pineta!
– In effetti c’hai ragione, c’erano un botto di film sugli anni ’60 negli anni ’80. E se li vedevano.
– Hai voja che se li vedevano.
– Oh, famo Sapore di Sale 2k18, co’ Rihanna che fa la cover dei Watussi! Miniserie in 8 puntate.
– Daje!
– E daje, cazzo, daje!

Capito come succede Chernobyl? Un’idea stupida e il fallimento catastrofico di tutti i sistemi di sicurezza umani e tecnologici che dovevano bloccarla sul nascere.

Negli anni 2000 siamo preda della nostalgia degli anni ’80, negli anni ’80 i nostri genitori erano preda della nostalgia degli anni ’60, quando erano giovani loro. La serie sulla nostalgia della nostalgia è solo questione di tempo.

Torniamo seri.
Stanger Things coglie alla perfezione la forma e lo spirito degli anni ’80.
Coglie lo spirito con una lucidità che addirittura era impossibile in quel tempo, quando si era immersi nell’epoca, e che è possibile dopo 30 anni di distacco e riflessione.

Questo scambio di battute è geniale e spiega tutto delle pulsioni dell’epoca, spiega perfettamente come nascono e come muoiono i Goonies:

Jonathan Byers: “Nancy Wheeler, she’s not just another suburban girl who thinks she’s rebelling by doing exactly what every other suburban girl does… until that phase passes and they marry some boring one-time jock who now works sales, and they live out a perfectly boring little life at the end of a cul-de-sac. Exactly like their parents, who they thought were so depressing, but now, hey, they get it.”

Nancy Wheeler: “I don’t think my parents ever loved each other. They must’ve married for some reason. My mom was young. My dad was older, but he had a cushy job, money, came from a good family. So, they bought a nice house at the end of the cul-de-sac… and started their nuclear family. Screw that.”

Ma come sappiamo, gli epigoni sono soliti prendere solo la forma di ciò che imitano, perdendosi completamente la sostanza, lo spirito. Che è quello che rende unico ed eccezionale ciò che stanno copiando. Ma di solito, gli epigoni non se ne rendono conto.
Insomma. Temo l’inondazione di serie anni ’80 alla Spielberg e King.

E però ripeto: vale la pena guardarle queste 8 puntate. Dateglieli ‘sti soldi a Netflix.
Il problema che ho con Stranger Things è un problema mio.
E’ come per la rubrica “la prima puntata non si scord… eh?” di Doc Manhattan: me la leggo e mi diverte, però poi penso sempre “sì, ma so’ passati 30 anni e stiamo ancora parlando delle stesse cose! Ma perché non uso il mio tempo per leggere le recensioni delle prime puntate della roba che esce oggi?!?”
Siccome sono vecchio, sono nostalgico come tutti. Ma questo continuo stare ancorati al passato quando c’è tanta roba da godersi oggi mi dà urta sempre più.
Non è Stranger Things, non sono gli anni ’80 a urtarmi. E’ l’impossibilità di sfuggire a questo passato, sono le dieci milioni di cose alla Stranger Things che mi annoiano.

Il finale di Stranger Things è aperto. Ci sarà una seconda serie? Boh tendente al probabile. Non so se la vedrò. E’ come il nuovo Ghostbusters, che non ho visto e non vedrò: a parte il fastidio del continuo lucrare sulla nostalgia, se una cosa non mi interessa, semplicemente non me la guardo.

Se non lo avete visto, ecco il trailer di Stranger Things

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Mr. Robot: la serie tv che dovreste guardare. Tipo ora

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Parliamo di Mr. Robot? Parliamo di Mr. Robot. Una serie di cui ho così voglia di parlare ma che è così complicata da affrontare, perché non vale la pena parlarne senza spoiler, ma spoilerarla è un crimine verso l’umanità.

 

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Questa recensione l’ho scritta in origine su Apofenia, la newsletter in cui parlo di cultura digitale, tecnologia e del loro impatto sulla società. Il che vuol dire che se ti interessa quello che scrivo su Magrathea, spesso troverai cose interessanti anche su Apofenia. Perché una newsletter? Lo spiego qui. Qui trovi gli archivi e qui ti puoi iscrivere alla newsletter.

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Ok, quindi. Mr. Robot.

Sono un po’ di anni che preferisco le serie tv ai film. Forse perché sto lavorando tanto, leggendo tanto, facendo meno scherma di quanto vorrei, quindi la sera sono stanco. E’ più facile buttare giù da uno a X episodi di un telefilm interrompendo su una sigla finale che interrompere un film. E in televisione negli ultimi anni s’è vista più sperimentazione, più coraggio, più narrazione che al cinema. Non dire che Netflix non è televisione: cambia il mezzo, ma il contenuto è quello. Tant’è che qui che Netflix ancora non c’è, House of Cards lo trasmettono su Sky e su Cielo e non cambia niente, a parte la possibilità di spararsi tutta una stagione in un week end. Questa è giusto una parentesi per stoppare ragionamenti su TV/non TV.

Ok, quindi. Mr. Robot.

Secondo me ė la serie TV del ventunesimo secolo.

Non nel senso di “è la più bella/quella che mi è piaciuta di più dall’1/1/2000 a oggi”. Non so se sia la più bella, quella che mi è piaciuta di più è Firefly.

No, è la serie del secolo, finora, perché è la più rilevante e perché è un perfetto riflesso dei tempi.

Ha qualche alto e basso, semplifica, banalizza e taglia alcuni concetti un po’ con l’accetta per renderli più fruibili, ha personaggi femminili abbastanza vuoti, non so se per incapacità degli sceneggiatori o perché visti attraverso il punto di vista di Elliot, il protagonista campione del mondo di occhiaie della foto qui sopra.

Ma la serie traduce talmente bene in immagini e storia una serie di pulsioni che sono nell’aria che alcuni eventi di cronaca – purtroppo anche nera – delle 11 settimane in cui il telefilm è andato in onda paiono operazioni di marketing virale, tanto labile è il confine tra le azioni nello schermo e la realtà quotidiana.

Matrix nel 1999 era molto simile: sembrava dirompente, ma a ben guardare era solo un film (che può piacere o meno, a me è piaciuto) molto furbo, che ha preso una serie di idee e concetti familiari a una nicchia di pubblico (anime e manga non erano ancora così diffusi, soprattutto in USA, Gibson era ancora solo un autore di fantascienza cyberpunk) e li ha frullati e distillati in un film per tutti con una storia e un’estetica in grado di lasciare il segno.

Però Mr. Robot è meglio di Matrix. Non tanto perché gli ingredienti del distillato Matrix erano narrativa, mentre per Mr. Robot è cronaca, ma per la capacità di sintonizzarsi in tempo reale con elementi talmente attuali che avvengono in parallelo con la messa in onda della serie.

Sam Esmail, il creatore della serie, ha dimostrato la stessa preveggenza di Gibson, quello della Trilogia Blue Ant non di Neuromante. In realtà non è magia, ma capacità di osservare la realtà, intuire collegamenti e immaginare conseguenze.

Di che parla Mr. Robot? A banalizzare, è una storia di hacker. E’ V per Vendetta ai giorni nostri e praticamente senza elementi fantastici, con gli hacker al posto di V ed Evey. Ovviamente le maschere indossate dal gruppo di hacker della Fsociety vogliono richiamare quelle di Anonymous, figlie del film tratto dal fumetto di Moore. Ma non sono esattamente quelle per un motivo banale e coerente: quel design è copyright Warner Bros., lo studio che ha prodotto il film. E per ogni maschera di Guy Fawkes che compri, qualche centesimo finisce nella casse della Warner per i diritti di licenza. Non si può fare la rivoluzione usando il design di una mega corporazione e dandole pure soldi!

Ah sì, Mr. Robot parla di rivoluzione. Parla di privacy, parla di quanto delle nostre vite è online e pubblico anche se pensiamo sia privato, regolato da algoritmi che neppure comprendiamo, di proprietà di poche grandi corporazioni di cui noi non siamo i clienti, non siamo gli utenti, ma siamo il prodotto. E della rivoluzione contro tutto questo.

I rivoluzionari non sono eroi, non sono Robin Hood o l’Alleanza Ribelle di Star Wars, anche se loro ovviamente si vedono così, si vedono come i buoni. Sono persone, più o meno brave persone, con difetti, problemi, macchie. Non sono antieroi. Sono persone con qualcosa di rotto dentro. Elliot è il più danneggiato di tutti. Mr. Robot, il capo della Fsociety, non perde occasione per puntualizzare il suo essere pazzo.

La serie doveva durare una stagione ed esaurirsi in 10 episodi. Visto il grande successo dell’episodio pilota, il canale che lo trasmette, USA Network, ha ordinato immediatamente una seconda stagione. Buona notizia? Cattiva notizia? Onestamente non lo so. Sapendo di avere almeno altri 10 episodi per raccontare la storia, Sam Esmail ha lasciato in sospeso alcuni elementi e chiuso la serie con un cliffhanger per avere un punto da cui ricominciare il prossimo anno e avere già dei pezzi di storia da raccontarci. Se avesse avuto una sola stagione, avrebbe tranquillamente potuto raccontare tutto, non lasciare nulla in sospeso, chiudere la serie sulla frase “We live in a kingdom of bullshit” e portarsi a casa lodi sperticate per aver realizzato un capolavoro. Riuscirà a mantenere lo stesso livello anche nella prossima? Ha in testa e nel cuore abbastanza storia per altri 10 episodi a questo livello? Spero di sì.

Finora ho scritto 985 parole e ancora niente spoiler. Da qui in poi non garantisco più. Anzi, guarda, sparo il super mega spoiler nel prossimo paragrafo. Dal prossimo punto a capo ti rivelo il mega colpo di scena della prima stagione. Mega colpo di scena che, in realtà e a guardare bene non è così sorprendente: Esmail in un’intervista ha dichiarato di aver fatto di tutto per anticipare agli spettatori la grande rivelazione. Perché voleva che Elliot fosse sorpreso, ma noi no. In modo che anziché essere sorpresi insieme al protagonista, potessimo concentrarci completamente sulle sue reazioni. Lo metterò tra due ++, così se sei molto bravo puoi coprirlo con la mano. Pronti? Via!

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Mr. Robot è il Fight Club del ventunesimo secolo. Lo è così tanto che sarebbe legittimo pensare che Mr. Robot è un remake di Fight Club, aggiornato ai nostri tempi. Mr. Robot e Tyler Durden vogliono la stessa cosa. Nel 1999 (Fight Club, Matrix e La Minaccia Fantasma e Il Sesto Senso sono usciti nello stesso anno? E chi se lo ricordava!) il miglior sistema che aveva Tyler per raggiungere il suo scopo era l’esplosivo. Nel 2015 il sistema migliore è un computer collegato a internet. Ma gli scopi e il sistema per raggiungerli sono identici. Come identica è la follia del protagonista.

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Molti dei temi di cui ho scritto in queste lettere che ti mando si ritrovano in questa serie TV: la perdita della privacy, il controllo sempre più pervasivo di poche grandi aziende mosse da interessi economici, la sempre maggior difficoltà a capire un mondo filtrato dalla tecnologia, che si vanta di essere trasparente e magico, ma in realtà, come la magia di un prestigiatore, si basa sul fatto che il funzionamento del trucco sia nascosto ai nostri occhi, la necessità di non assistere passivamente a tutto questo. Do atto a Sam Esmail e alle persone che hanno collaborato con lui alla realizzazione di questa serie di essere riusciti a descrivere tutto questo in termini assolutamente accessibili e in modo assolutamente più coinvolgente di quanto io avrei mai potuto fare. Se dopo la decima puntata non pensate seriamente a modificare i vostri comportamenti online, avete un problema grave.

Qualche giorno fa ho trovato questo strumento di analisi della personalità sviluppato dal Centro per gli studi Psicometrici dell’Università di Cambridge, che analizza i “mi piace” che abbiamo disseminato su Facebook per tracciare il nostro profilo. Secondo lui, il mio profilo è quello di una donna di 27 anni, single, eterosessuale, con tendenze politiche destrorse. Quando ho ceduto a Facebook a causa dell’effetto network (tutti i miei amici stavano lì e lo usavano per comunicare tra loro) mi sono ripromesso di mettere ogni tanto qualche mi piace a caso a pagine e aggiornamenti di stato, tanto per incasinare gli algoritmi. Bene, direi che funziona.

Terra Nova

Nel ventiduesimo secolo la Terra è al limite del collasso ecologico: l’inquinamento ha fatto svanire la Luna dal cielo e l’aria è divenuta quasi irrespirabile.
L’unica speranza che rimane all’Umanità è la fuga dal pianeta da lei stessa condannato attraverso una frattura dimensionale che conduce ottantacinque milioni di anni nel passato, in un flusso temporale alternativo.
I “pellegrinaggi” attraverso la frattura, possibili solo una volta l’anno, vengono organizzati dal governo e gli umani iniziano il loro graduale esodo.  Al decimo pellegrinaggio partecipa raccambolescamente la famiglia Shannon composta da padre poliziotto, incarcerato per aggressione a pubblico ufficiale ed evaso dalla prigione, madre medico e tre figli.
Giunti sulla verde “Terra Nova” gli Shannon dovranno ricostruire i loro legami famigliari e prepararsi ad affrontare un mondo irto di pericoli.
E’ arrivata infine il 26 Settembre su Fox la prima puntata dell’attesa serie creata da Craig Silverstein e Kelly Marcel e prodotta da Spielberg, anticipata da un intenso battage pubblicitario.
Saltando a piè pari l’inevitabile, comprensibile e giustificata similitudine con Jurassic Park, le citazioni e gli omaggi (al limite del plagio) verso la serie Outcasts e fermandoci a riflettere a mente fredda su questa premiere tanto i lati negativi quanto quelli positivi emergono vigorosamente: l’architettura e l’impostazione stilistica del futuro distopico unita alla propaganda martellante sul “nuovo mondo” (un misto tra l’estetica di Blade Runner e quella del suo tardo derivato Priest) non sono originali ma ugualmente risultano evocative. La CG dei dinosauri non è eclatante nonostante il budget di venti milioni di dollari ma é comunque accettabile e la struttura abitativa di Terra Nova appare (ma questo riceverà conferma più avanti) realistica nelle sue funzioni sebbene le case dei coloni risultino improbabilmente sfarzose. Come impatto visivo iniziale la serie risulta piacevole ma non sconvolgente.
Il problema sorge immediatamente quando vengono rivelati i rapporti interni alla famiglia Shannon, che risultano tanto stereotipati da essere imbarazzanti, e le azioni dei suoi membri appaiono così improbabili (vedi la bigiata dalla lezione di orientamento del figlio maschio appena arrivati su Terra Nova che si trasforma nella prima situazione di emergenza) da essere fastidiose, doppiamente fastidiose se si prova a giustificare le assurdamente ingenue azioni dei protagonisti con il fatto che “i figli sono adolescenti ed il padre é
stato via per due anni in galera”. Il fastidio poi diviene vera irritazione quando si considera il delirante comportamento dei giovani cresciuti su Terra Nova che, senza armi od equipaggiamenti, compiono periodicamente “scampagnate clandestine” oltre il recinto di sicurezza, nelle zone di caccia dei mortali dinosauri noti come “Slasher”.
L’azione esplode immediatamente con verve commerciale, e sin qui la si può accettare con il senso di rimarcare le personalità dei protagonisti, e furbescamente nella seconda metà dell’episodio pilota con un escamotage narrativo che non mi sento di considerare onesto. Lascia perplessi inoltre l’assoluta libertà dei nuovi arrivati, improbabilmente impreparati al nuovo ambiente, nel compound umano: se questa può essere la scelta più semplice degli sceneggiatori per introdurre gli spettatori al nuovo mondo attraverso occhi altrettanto inesperti dal punto di vista logico vi sono pesantissime ed ingiustificabili falle.
Come la moda post-Lost prescrive non mancano accenni di enigmi, i primi misteri, le fazioni con i propri imperscutabili scopi e le cospirazioni, purtroppo sparati come palle di cannone piuttosto che sussurrati nell’orecchio, sebbene riescano a far sorgere qualche sincero interrogativo nello spettatore la loro presentazione è troppo didascalica per essere di reale effetto.
Non tutto è da buttare: Stephen Lang, già visto in Avatar in un ruolo tanto simile da farci immaginare il sorriso sornione di Spielberg, qui indossa il ruolo dell’apparentemente severo-ma-benigno comandante della base le cui reali intenzioni sono avvolte nel mistero mentre la bella Christine Adams, capo dei “sixers“, possiede il seme di un certo fascino ferino.
Possiamo concedere che Terra Nova per ora non sembra soporifero quanto Visitors o dolorosamente fallace quanto Flashforward ma altresì non risulta di certo un progetto innovativo o coraggioso: scorre sui binari ben definiti del “già visto, già sentito” con concessioni al “forse intuibile”: gettandosi su un (letteralmente) estemporaneo dramma famigliare anni ’90 sulla falsariga di The Walking Dead o peggio di Falling Skies la Fox, nota per l’abitudine di cancellare le serie di fantascienza, ha deciso di rischiare eccessivamente puntando su una stagione di tredici episodi come dimostrano gli impietosi indici di ascolto della premiere (tre punti, con una audience media di nove milioni di spettatori).
Probabilmente se si fosse deciso di usare come protagonisti un gruppo di sconosciuti dal passato travagliato uniti dalle circostanze piuttosto che l’ennesima versione della famiglia Robinson il prodotto ne avrebbe giovato.
Il teaser della serie in italiano:

Falling Skies. Steven Spielberg, che stai combinando?

Dice Marge Simpson, citando sua madre che a sua volta cita la saggezza popolare: “Se non puoi parlare bene di una persona, non parlarne affatto.”

Purtroppo Falling Skies, la serie TV di fantascienza prodotta da Steven Spielberg in cui un gruppo di umani resiste a un’invasione aliena, non rientra né nella categoria “così buona che se ne deve parlare” né in quella “meglio lasciar perdere”.

Quindi, tocca parlarne ed esaminarne le contraddizioni.

 

Se avete una certa età, ricorderete un telefilm intitolato La Famiglia Bradford. Era un family drama, la storia di una famiglia americana con le sue piccole e grandi storie, crisi, conflitti, riappacificazioni che avvenivano tra fratelli, tra figli e genitori, tra marito e moglie. Falling Skies secondo me è la Famiglia Bradford con gli alieni. E questo è uno dei problemi di questa serie. Perché la Famiglia Bradford andava in onda negli anni ’70 e ’80 e nel 2011 un telefilm con temi, ritmi, regia, sceneggiatura anni ’70 non è tollerabile.
Ma le scene d’azione di Falling Skies hanno sempre una regia ottima. E qualche volta qualche regista, che ha prestato più attenzione degli altri alle lezioni di Spielberg, tira fuori splendidi piani sequenza e movimenti di camera anche nelle scene di dialogo.

 

In Falling Skies i membri della Seconda Massachusetts meritano di perdere, venire spazzati via dagli alieni e sparire dalla faccia della terra. Non per colpa loro, ma per colpa di sceneggiatori che non hanno capito che la Famiglia Bradford in guerra non funziona. Perché? Perché se le piccole incomprensioni, i segreti, le cose non dette sono l’anima dei family drama, tenere segreti e non dirsi cose di rilevante importanza strategica per difendersi dal nemico che sta annientando la tua specie è semplicemente stupido.

Potreste obiettare che la maggior parte dei protagonisti del telefilm sono civili in condizioni disperate. Possono fare degli errori. Ed è vero. Anzi, i personaggi che commettono errori sono quelli che ci appassionano di più, sono quelli il cui errore ci fa gridare allo schermo “no, non farlo”, perché ci teniamo a loro. Ma quando fanno sciocchezze no, non ottengono altro da noi che un’alzata di occhi al cielo. E gli sceneggiatori gliene fanno fare tante di sciocchezze.

Prendiamo Rick, il ragazzo impiantato. Più o meno tutti capiscono subito che ha qualcosa che non va. Nessuno pensa di sorvegliarlo. Rick vuole tornare tra gli alieni, che sono brave persone, non si uccidono tra loro, amano i bambini impiantati. E per questo tradisce gli umani. Salvo poi scoprire che gli alieni cattivi non lo rivogliono con loro. Povero Rick, è tutta una menzogna.
Se non fosse che noi sappiamo che gli alieni amano veramente i bambini: ne vediamo uno che accarezza affettuosamente i bambini che ha in custodia nella puntata in cui viene liberato Ben, il secondo figlio di Tom Mason (il protagonista della serie interpretato da Noah Wyle).
Se non fosse che noi sappiamo che gli alieni sono cattivi: ne vediamo uno ordinare a un mech di fucilare i bambini che ha in custodia come monito per Hal, liberatene uno, uccidiamo gli altri.
Se non fosse che…
Se non fosse che evidentemente gli sceneggiatori non si parlano e non creano una storia coerente.
Ah, Rick tradisce gli umani rivela la posizione della scuola in cui si nascondono, svela i dettagli del piano d’attacco causando la morte di decine di soldati, ma è ok. Perché si fa un piantino insieme a Mason e quindi tutto torna a posto. Come nella Famiglia Bradford. Il dubbio che Rick possa essere stato lasciato indietro per continuare a fornire informazioni? Come già capitato due volte nell’arco di dieci puntate? Ma no: è un bambino che ha fatto un piantino, quindi per Mason è tutto ok.

Complimenti a Robert Rodat, creatore della serie, e ai suoi sceneggiatori. Nessuno pretende realismo da una serie di fantascienza. Ma credibilità sì. E qui non ce n’è, annientata dalla mancanza di coerenza.

 

Vogliamo parlare del penultimo episodio? In cui il Capitano Weaver dà segni di cedimento dopo 7 puntate passate a ritrovare il suo lato umano e torna a essere il militare paranoico e ossessionato dalla battaglia dei primi episodi? Con l’aiuto di un personaggio mai visto prima e sparito subito dopo? La posso immaginare la riunione in sala sceneggiatori.

– L’abbiamo fatta la puntata del conflitto tra civili e militari come in Battlestar Galactica?

– No.

– Oh cavolo. Quanti episodi mancano alla fine?

– Due.

– Oh cavolo! Allora facciamo che c’è Mick che…

– Mick è morto nell’episodio 7.

– Oh. Cavolo.

 

Vi invito a guardare la crisi tra militari e civili della prima stagione di BSG. E’ negli ultimi episodi. Sì, parte del finale di stagione, non una cosa nata e morta in un episodio annacquato.

Per tacere dell’episodio precedente in cui Weaver passa da voglio-combattere a mi-arrendo a sono-più-motivato-che-mai senza un perché, senza una ragione valida se non quella calata dall’alto dagli scrittori, per esigenze di storia e non di personaggio.

Che altro? Tom Mason. Professore di storia diventato guerrigliero. L’idea alla base del personaggio è molto interessante, salvo poi scoprire che Mason parla di storia, ma non la usa. In uno dei primi episodi spiega, traendo insegnamento dalla storia, quale sarebbe il modo migliore per attaccare la struttura aliena su Boston. Quando poi il piano si concretizza, nella versione più semplice e diretta, lui non muove alcuna obiezione. Lui, o meglio, gli sceneggiatori, si sono scordati di quello che era successo otto episodi prima.

Peggio ancora: per convincere suo figlio Matt a lasciare la scuola in cui si sono rifugiati per recarsi in un posto – apparentemente – più sicuro gli ricorda che gli abitanti di Londra sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale fecero la stessa cosa, spedirono i figli in campagna. Peccato che si dimentichi dell’altro elemento fondamentale di quella storia: inoltre gli abitanti di Londra, come di qualunque altra città sottoposta a bombardamenti, oscuravano le finestre per non far filtrare la luce all’esterno e diventare bersagli. Fateci caso: le finestre dalla scuola sono oscurate? No, non lo sono: di notte la luce delle candele è visibile all’esterno. Bravo, signor professore.

Per fortuna anche gli alieni hanno la memoria corta e si dimenticano di avere dei velivoli con cui potrebbero effettuare ricognizioni dall’alto. E si dimenticano di andare a controllare l’area da cui non hanno fatto ritorno due esploratori. Gli sceneggiatori si premurano di far ripetere più volte ai personaggi, a nostro beneficio, che gli invasori, appena si renderanno conto che uno dei Mech e degli Skitter inviati in esplorazione non sono rientrati, andranno a vedere che è successo nella zona che dovevano pattugliare. Ma niente.

 

Vi faccio notare una cosa. Noah Wyle è bravo: nell’arco delle 10 puntate si lascia crescere la barba. Logico no? Acqua razionata, Tom Mason non può sprecarla per fare toeletta. Ma suo figlio Hal ha sempre il capello impomatato perfetto. Mentre il capitano Weaver ha sempre la barba tipo Bruce Willis dopo una giornata dura. Questo è cercare il pelo nell’uovo, lo ammetto, ma il fatto che mi sia concentrato anche su questa imprecisione mostra chiaramente che non avevo proprio altro a cui badare. La serie è noiosa e costruita su una serie di situazioni e personaggi tipo sviluppati senza particolare fantasia.

 

Disastro completo allora? Quasi.

La recitazione è buona, gli attori ci credono e fanno quel che possono col materiale che hanno a disposizione. I personaggi sono validi, crescono e cambiano nel corso della serie e viene voglia di sapere che destino avranno.

Come detto, le scene d’azione sono di alto livello.

Anche se gli sceneggiatori non si ricordano cosa è successo nelle puntate precedenti, sono comunque scrittori preparati. Applicano alla lettera quello che hanno imparato alla scuola di sceneggiatura, scrivono seguendo lo schema tipico del tv show drammatico made in USA. Non ci mettono fantasia, ma quei meccanismi di base che ti fanno interessare ai personaggi e ti fanno venir voglia di vedere che succede nella prossima puntata ci sono. Il problema è che non è quella voglia spasmodica e urgente alla devo-vedere-il-prossimo-episodio-adesso-ora-subito! della prima stagione di Heroes (in lingua originale, non l’orrore di doppiaggio e adattamento visto da noi) e delle prime stagioni di Battlestar Galactica. E’ più un ok-sì-quando-ho-tempo-lo-vedo.

 

La serie è stata rinnovata per altri dieci episodi che andranno in onda la prossima estate. Segnale controverso. Da un lato il network crede nella serie, altrimenti non avrebbe ordinato una seconda stagione. Dall’altro non ci crede abbastanza da ordinare una stagione completa e mandarla in onda in autunno e inverno, quando la concorrenza è più feroce.

 

Anche se un po’ i film di invasione aliena hanno un po’ scocciato, c’è sempre speranza in un’opera firmata Spielberg. Speriamo che smetta per cinque minuti di giocare coi dinosauri di Terranova e rimetta in carreggiata Falling Skies.

Ecco il trailer di Falling Skies.

My Boss My Hero

Il ventisettenne Sakai Makio (Tomoya Nagase del gruppo musicale “Tokio”) detto “Tornado Makio” è il primogenito del padrino della famiglia Yakuza delle Zanne Affilate del Kanto. Makio con le sue doti di combattente è l’elemento portante della banda ma è anche ignorantissimo (riesce con difficoltà a scrivere il suo nome e non sa far di conto) e poco brillante, il che manda a monte alcuni lucrosi affari del padre.

L’esasperato Oyabun Kiichi (Ichimura Masachika) impone all’asinino Makio una scelta: riuscire a diplomarsi entro l’anno al liceo privato Saint Agnes o lasciare il ruolo di erede delle Zanne Affilate al fratello minore, il malaticcio e geniale Mikio (Kikawada Masaya) che tuttavia pare, almeno inizialmente, non troppo interessato agli affari di famiglia.

Costretto a fingersi diciassettenne e a nascondere la sua vera identità, Makio gradualmente imparerà ad apprezzare i preziosi e fugaci momenti della giovinezza, divenendo il beniamino della classe per il suo cuor d’oro e la sua goffa determinazione e investendo tutte le sue forze nello studio anche grazie all’amicizia del delicato Sakurakoji “Sakuraqualcosa” Jun (Tegoshi Yuya), all’impegno della splendida professoressa Hagiwara Saki (Murakawa Eri), al supporto morale del protettivo e vessato sottoposto Manabe “Kazu” Kazuya (Tanaka Koki) e all’attrazione verso la dolce Umemura Hikari (Aragaki Yui).

Ispirato al film coreano Doosabu Ilchae (2001) con l’interprete di film d’azione Jung Joon Ho, My Boss My Hero è un “dorama” di dieci episodi trasmesso nel 2006 che lungo gli anni ha raggiunto un certa base di fan grazie alla sua combinazione di slapstick comedy e Yakuza story.

My Boss My Hero è semplicemente divertente in modo fresco e frizzante, una commedia solo apparentemente leggera che stimola incontrollabili sorrisi e sogghigni nello spettatore, mentre il povero Makio si ritrova invischiato in sfide alquanto improbabili per un temuto membro della Yakuza: dalla gara di corsa per ottenere di uno dei pochissimi, squisiti budini della mensa alla Sfida di Coraggio notturna nel cimitero. Ancor più esilarante è la dicotomia improbabile di studente e mafioso del protagonista, che appare quanto mai evidente quando si rivolge in modo cafonesco e tirannico verso i suoi sottoposti e in forma keigo (“onorifica”) verso i suoi compagni e professori. Il tutto è ovviamente condito come ogni commedia scolastica di triangoli sentimentali, incomprensioni e sentimenti non espressi.

Anima della serie è di certo la mimica plastica di Nagase (che ricorda non poco quelle dei personaggi cartacei di Hirohiko Araki), spassosa nelle espressioni aggressive “a bocca di polipo” e assolutamente fuori luogo ed irresistibile in quelle stupite e basite. Nagase è comunque un attore a tutto tondo ed anche le sue dimostrazioni fisiche di agonia inquietano lo spettatore tanto più sono distanti dalla maschera giocosa alla quale ci ha abituato.

Verso il finale la serie muta di tono e la commedia scanzonata lascia gradualmente spazio alla sottile malinconia mentre Makio si rende conto di dover compiere delle scelte sul suo futuro che lo separeranno per sempre dai suoi amici: il combattimento sotto la pioggia contro una banda rivale nell’ultima puntata è carico di pathos epico, tipico delle produzioni asiatiche, e tocca punte commoventi quando il sacrificio di Makio, sotto lo sguardo dei suoi attoniti ed increduli compagni, inevitabilmente si compie..

Una serie scanzonata che, data anche la sua brevità ed incisività del messaggio intrinseco, merita di essere seguita. E’ possible trovarla in lingua originale o in inglese, con i sottotitoli in italiano.

Ed ecco la famosa corsa per il budino.

Spartacus: sangue e sabbia

«Quanti uomini uccideresti per rivedere ancora tua moglie?»
«Li ucciderei tutti».

Negli ultimi anni il mercato delle serie televisive americane ci ha offerto, con diversi risultati, infiniti generi e derivazioni: reboot delle serie degli anni ’80 talvolta di qualità notevole (Battlestar Galactica) e talvolta infima (Visitors), investigativi scientifici (NCSI) e cospirazioni parascientifiche dalla logica dolorosamente fallace (Fringe) e che tuttavia mantengono un pubblico fedele, esperimenti di eclatante successo (Lost) e di ingiusto insuccesso (Dollhouse e Serenity).

Poi abbiamo Spartacus: Blood and Sand che si pone, semplicemente, a parte.

Il primo episodio della prima stagione composta da tredici puntate è stato trasmesso il 22 Gennaio 2011: un mese prima della messa in onda la Starz dichiarò che una seconda stagione era già in cantiere. I dati della premiere confermarono l’ottimismo con 1,285,000 spettatori.


Sin dal primo episodio la serie trae pesantemente dalle fonti del periodo rimescolandone gli elementi discordanti o parziali per ottenere il massimo effetto hollywoodiano: un prode guerriero Trace di cui ignoriamo il nome (Andy Whitfield) è costretto a disobbedire agli ordini dell’odioso legato romano Gaius Claudius Glaber (Craig Parker) per salvare la moglie Sura (Erin Cummings) dall’attacco di una tribù nemica. Separato dalla bella consorte e condannato dai suoi ex alleati a morire nell’arena, il Trace riesce a sconfiggere ii primi avversari e quindi, osannato dalla folla, si ritrova reclutato con il nome di Spartacus in una scuola gladiatoria di Capua dove è costretto ad un patto con il Dominus del ludus per salavare la moglie.

L’archetipico eroe virile quindi, in cerca di giusta vendetta contro un repellente traditore. Assolutamente nulla di nuovo sotto il sole.

Ma la linearità della narrazione si incrina già dalla seconda puntata e viene distrutta nella terza mentre si introduce rapidamente una pletora di personaggi intriganti e la politica di provincia, riflesso di quella senatoriale, si fa crudele e bizantina.

Ed è qui il reale fascino di Spartacus: Sangue e Sabbia, il suo vero e incontestabile punto di forza: ogni personaggio anche solo vagamente rilevante viene delineato con cura ed inserito nel mosaico intrecciato di relazioni dove nessun protagonista ha una visione globale degli eventi, un mosaico di cui lo stesso Spartacus rappresenta solo una parte, e alla fine neanche la più interessante. Re e pedine danzano sul palco di Capua, inconsapevoli che le loro azioni porteranno a uno sconvolgimento epocale nel rapporto tra sottoposti e padroni: Batiatus, (un magnifico John Hannah dalla trilogia de La Mummia e da Sliding Doors) vera anima della prima stagione, sanguigno e ambizioso erede di un ludus in crisi che nonostante le umili origini aspira a elevarsi politicamente; Lucretia (una più matura e interessante Lucy Lawless, nota ai fan nel ruolo di Xena), devota, orgogliosa e infedele moglie di Batiatus; “il buon” Solonius (Craig Walsh-Wrightson) lanista rivale di Batiatus che aspira alle grazie di sua moglie; Varro (Jay Courtney), un libero cittadino vendutosi gladiatore per pagare i debiti di gioco e che diverrà il migliore e unico amico di Spartacus; il taurino Crixus (Manu Benett da 30 Days of Night), spietato Gallo che anela solo a mantenere il suo ruolo di Campione di Capua; Ashur (Nick Tarabay da NCSI Miami), volpesco siriano che persa la sua occasione di gloria a causa di Crixus riesce a sfruttare per i suoi scopi l’ambizione del dominus; il severo Doctore (Peter Mensah, già visto nel breve ruolo di ambasciatore di Serse in 300), onorevole addestratore votato a far recuperare al ludus di Batiatus la gloria dei suoi fondatori; Barca (Antonio Te Maioha) detto la Bestia di Cartagine, tanto feroce con i novizi quanto delicato con il suo giovane amante Petros, e diversi altri.

E’ il grigiore morale che ricopre come una patina tutti i presenti sul palco a rendere stimolanti, comprensibili ma spesso imprevedibili gli sviluppi. Non vi sono veri eroi e non vi sono malvagi assoluti a parte forse Glaber: “l’eroico” Spartacus è disposto a rischiare la vita di tutti gli schiavi del ludus per vendicarsi di Batiatius; il bullesco Crixus che detesta Spartacus per il suo ruolo di outsider è nondimeno disposto a rischiare la vita per il Trace in quanto entrambi sono membri della “fratellanza” dei gladiatori; persino il simpatico “bamboccione” Varro nel suo passato si esaltava innanzi ai combattimenti senza regole nelle Fosse delle viscere di Capua.

Le stesse personalità mutano, evolvono e si adattano agli accadimenti: l’inimicizia rancorosa tra Spartacus, che aspira solo alla libertà e al ricongiungimento con la moglie e Crixus, che anela inizialmente solo alla gloria dell’arena, si trasforma gradualmente nella comprensione prima (il Trace impara a gustare il giubilo della folla e Crixus incontra per la prima volta l’amore) e poi in quello che potrebbe essere interpretato come un legame fraterno; lo stesso Spartacus da ribelle immaturo, istintivo ed egoista si fa freddamente astuto, arrivando a progettare la distruzione di un intero sistema che costringe gli amici a uccidersi per il divertimento delle folle.

La violenza grafica rappresentata, volutamente eccessiva al punto di essere quasi surreale o da videogioco, è una delle critiche maggiori mosse alla serie e che per alcuni ne dovrebbe inficiare la qualità. E di certo di violenza da exploitation ve ne è in abbondanza e varietà con mutilazioni, decapitazioni, crocifissioni, flagellazioni, impalamenti e sgozzamenti in una combinazione slow motion/fast motion/normal motion qui portata a nuove vette: il sangue viene versato, letteralmente, a decalitri con onde di emoglobina in CG (in opposizione ai geyser scarlatti tarantiniani) che si infrangono sullo schermo evaporando a mezz’aria, con una brutalità cinetica che attacca i sensi dello spettatore impreparato.

Di certo l’effetto gore è massiccio ed autocompiaciuto ma non solo, sorprendentemente, fine a se stesso. Probabilmente l’adolescente e l’immaturo andranno ad esaltarsi per lo squartamento e lo sventramento al pari delle esecuzioni a freddo e a caldo di un Romanzo Criminale, ma le morti cruente che vengono mostrate hanno anche lo scopo, lievemente più sottile, di far comprendere quanto la vita degli schiavi e, in seguito alla ribellione, persino dei nobili romani, sia a buon mercato. Neanche i personaggi principali e per i quali si prova simpatia vengono risparmiati da una fine trucida e dolorosa.

Altro elemento per alcuni troppo pruriginoso è, ovviamente, l’abbondante dose sesso, sia etero che omo, che viene mostrato in ogni sua forma: violenza carnale di gruppo, masturbazione, orge, adulterio eccetera. Ma anche il sesso può essere interpretato come il rapporto che pone la semplice, rozza passione dei gladiatori e degli schiavi in opposizione alla decadenza romana.

Il seguito della prima stagione ha avuto un esito travagliato: dopo essere stata posticipata a causa di un linfoma diagnosticato a Whitfield, la Starz ha trasformato il previsto episodio prequel in una miniserie di riempimento di sei puntate intitolata Spartacus: Gods of Arena.

In seguito al ritorno del linfoma, Whitfield è stato sostituito da Liam McIntyre e l’inizio della seconda stagione è stato spostato ai primi mesi del 2012.

Spartacus: Gods of Arena è ambientato alcuni anni prima dell’arrivo del Trace a Capua: Batiatus è solo l’iroso delegato della volontà del severo padre, Lucretia è ciecamente fedele al marito, Solonius è sorprendentemente amico e alleato di Batiatus, gli inesperti Crixus e Ashur non hanno ricevuto il marchio della Fratellanza e sono quindi crudelmente vessati dai gladiatori veterani, mentre il futuro Doctore, impreparato al suo manto, è desideroso di tornare nell’arena dopo un anno di convalescenza. Campione del ludus è il tanto buffonesco quanto mortale Celta Gannicus che incontrerà a breve il suo fato.

Il prequel funziona bene in quanto non risulta fine a se stesso, ma offre nuove relazioni e personaggi già accennati (il padre di Batiatus, la moglie del Doctore) e altri completamente nuovi, sebbene risulti a tratti troppo veloce nel tentativo di ripetere gli elementi introduttivi della prima stagione: la miniserie si muove sui robusti binari di come muteranno i rapporti tra alcuni protagonisti e persino le loro stesse attitudini alla vita.

Di certo è difficile classificare la qualità artistica di Spartacus, con la sua violenza e il suo sesso probabilmente troppo commerciali, nonché la presenza di palestratissimi attori, che sembrano usciti da una riunione della World Wrestling Federation, senza considerare l’uso di una CG/green screen per i fondali che non sempre si fa apprezzare, specialmente nel primo episodio.

Anche trovare similitudini con la serie Rome è errato in quanto Spartacus: Sangue e Sabbia non cerca di essere fedelmente storico e gli errori per quanto limitati di importanza sono comunque numerosi e non sempre necessari per lo svolgimento degli eventi. Più probabilmente la ricerca di vera arte è alla fin fine inutile ed i continui paragoni dei denigratori con il film degli anni ’60 pretestuosi. Spartacus: Sangue e Arena è semplicemente intrattenimento dinamico, un fumettone con elementi splatter e soft porno a suo modo intelligente, che basa il suo successo sulla sincera empatia degli spettatori per questi umani, sin troppo umani, morituri.

Caldamente consigliato.

UPDATE

Il 12 Settembre 2011 Andy Whitfield muore a 39 anni di linfoma non-Hodkin dopo diciotto mesi passati a combattere contro la malattia.

Ecco il trailer di Spartacus: Sangue e Sabbia

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Misfits: supereroi, inglesi, fuori controllo

Cinque ragazzi inglesi vengono condannati dal tribunale, per crimini diversi, ad un periodo di riabilitazione nei servizi sociali: Simon, silenzioso e con serie difficoltà a comunicare con gli altri; il volgare e buffonesco Nathan; Kelly, che perde talvolta il controllo quando arrabbiata; la mancata stella olimpionica Curtis, e l’egocentrica Alisha dalle abitudini sessuali disordinate.

Nella prima stagione di Misfits, il serial TV inglese che è già diventato un cult, i cinque giovani criminali e il loro assistente sociale vengono colpiti da un fulmine durante una misteriosa tempesta: ben presto si renderanno conto che, come altri in città, sono ora dotati di poteri collegati alle loro personalità ed ai loro desideri. Costretti ad uccidere il loro sorvegliante impazzito ed a nasconderne il corpo i cinque delinquenti dovranno affrontare le conseguenze del loro atto, combattendo nel frattempo altri individui dotati dalla tempesta di incredibili capacità, mentre un personaggio mascherato, che sembra conoscere ogni loro azione, li osserva in segreto.

Nella seconda stagione i protagonisti si ritrovano coinvolti in una “spirale temporale” (un elemento rischioso da introdurre come Heroes dimostra), mentre il loro periodo di servizio sociale si conclude, storie romantiche nel gruppo finiscono e nuove iniziano: la scelta di cosa fare “da grandi” si avvicina.

Misfits ha vinto nel 2010 il BAFTA Television Award for Best Drama Series.

Prima di tutto Misfits non è una serie di supereroi o di supervillains ma di persone normali con superpoteri, e questa importante differenza è da sottolineare: in effetti è un ibrido ben riuscito di drama, teen e black comedy e sci-fi che sin dal primo episodio, dai primi minuti, mostra quello che è, senza veli e senza pretenziosità e questo può renderlo antipatico per chi si aspetta un fumettone con maschere e mantelli.

Il linguaggio è gioiosamente scurrile e allegramente volgare e la serie è generosa nel regalare scene di sesso o pesanti riferimenti ad esso (dall’inconsapevole granny sex e zoofilia a varie sfumature di masturbazione sino alla simulazione di una lunga fellatio con una bottiglia di plastica), ben oltre quello che viene mostrato nei comics della Marvel e della DC (ad eccezione forse delle linee Vertigo e Marvel Max) sottoposti al Comics Code of Authority o nelle serie TV sui “supereroi” attuali con ben altro target e altro budget: un vago paragone potrebbe essere fatto con No Heroics, altra brillante serie non a caso sempre inglese.

Gli “Spostati” non desiderano (almeno inizialmente) portare giustizia, reclamare vendetta, far del bene all’Umanità o conquistare il mondo, non possiedono divise in spandex (genialmente sono le loro uniformi da lavoro a poter essere considerati i costumi): pur possedendo capacità eccezionali i protagonisti sono sempre giovani normali, seppur problematici, che passano il loro tempo tra discoteche, cazzeggio, droghe leggere, storie di amore, tradimenti, e scalmanato sesso adolescenziale in attesa che il loro periodo di servizio sia scontato mentre la aumenta la coesione, resa difficile dai loro caratteri spesso opposti, di questo improbabile gruppo. E’ appunto l’amicizia, mai dichiarata, che li spinge a sacrificarsi vicendevolmente in più di una occasione anche a costo della vita. O a uccidere, sempre per il bene del gruppo, persino gli “innocenti”.

La struttura delle prime due stagioni è pesantemente episodica: mentre le sottotrame perdurano per tutto l’arco narrativo, personaggi rilevanti (siano essi parenti perduti, rapidi love affair o villains) appaiono e scompaiono (o sin troppo spesso muoiono) nell’arco di quarantacinque minuti senza lasciare eccessive tracce emotive o riferimenti negli episodi successivi.

Sia la recitazione che lo script funzionano, e funzionano bene: nonostante le personalità eccessive, estreme sino al punto di essere asociali ed irritanti si finisce rapidamente per tenere alla squadra ed alle sue idiosincrasie, dal pesante accento della tamarra Kelly (i suoi “fook ya” e “what” seguito da uno sguardo di sfida sono esilaranti) all’attitudine di Nathan allo sberleffo continuo e politicamente scorretto.

Di certo alcune situazioni potevano essere gestite meglio: l’atto di sangue iniziale e le conseguenze che porta, elemento cardine della prima parte della prima stagione, non viene sempre gestito in modo adeguatamente realistico e certe situazioni eccessivamente ridicole (come lo scontro con il tatuatore) paragonati ad altri episodi “drammatici” abbassano la qualità globale della serie. Anche il passaggio tra le due stagioni è a dir poco raffazzonato, con un personaggio principale creduto letteralmente morto e sepolto che torna alla sua vita normale senza più di qualche improbabile frase di spiegazione. Ma di realismo Misfits volutamente latita, con eclatanti buchi di logica che vogliono essere orgogliosamente tali (dai paradossi temporali alla mancanza di investigazioni sulle continue morti o sparizioni attorno a loro, dalla mancanza totale della presenza di quasi tutti i genitori dei protagonisti all’assenza di curiosità delle origini dei poteri).

Misfits è lungi dall’essere perfetto ma è meravigliosamente irriverente e ferocemente sarcastico, acqua fresca per un palinsesto televisivo stantio a base di belle facce hollywoodiane. Da provare.

Dollhouse su Fox Italia. Riflettiamo sulla fantascienza.

Locandina di Dollhouse
Locandina di Dollhouse

Da un paio di settimane va in onda su Fox Italia, il martedì alle 22, l’ultima creazione di Joss Whedon: Dollhouse, con Eliza Dushku.

Per sapere di cosa tratta la serie, se ancora non avete iniziato a vederla, vi rimando ai due articoli che ho gia scritto a riguardo. Leggete e tornate qui.

Letto? Tornati? Bene.

Quando la serie è andata in onda non ho avuto il tempo di vederla. Ora che è iniziata in italiano ho tirato fuori gli episodi che avevo scaricato e ho iniziato a guardarla. Quindi, non dirò nulla sull’adattamento e doppiaggio: non ne so nulla. Ma vista la tendenza degli ultimi tempi (confermata da Battlestar Galactica su Rai 4: doppiaggio soporifero), non mi aspetto nulla di buono. Spero di essere smentito. Ma se non dovessi essere smentito, peccato: come per tutte le serie di Whedon, uno dei punti di forza è nei dialoghi: dalle battute dei personaggi, all’umorismo, alla scelta delle parole.

Finora ho visto i primi quattro episodi. Lento il pilot, in crescita i successivi. Una delle fortune di vedere Dollhouse ora, con la serie in USA già conclusa, è che sappiamo che la crescita è costante e la qualità delle ultime puntate della prima stagione sarà elevata. Se ora non vi ha convinto, abbiate fiducia: migliorerà. Il formato “missione della settimana” verrà sostituito da una storia più ampia e profonda che si sviluppa di episodio in episodio, molto più di quanto vediamo ora.

Non so se in Italia verrà trasmesso anche il famoso tredicesimo episodio della prima stagione, che ha tra i protagonisti Felicia Day, la donna più amata dai geek. Negli USA sarà disponibile solo su DVD. Avevo letto che probabilmente in Europa verrà incluso nella programmazione regolare. Vedremo. Se volete sapere perché è stato prodotto, ma non trasmesso il tredicesimo episodio, chiedete nei commenti, vi illuminerò.

Che posso dire di Dollhouse, dopo averne visti quattro episodi? Più che della serie, mi viene da scrivere più in generale sulla fantascienza. La fantascienza, come genere, presenta un grande vantaggio. Offre agli autori un poderoso insieme di metafore con cui rappresentare la vita quotidiana e il mondo in cui viviamo. Essendo un genere fantastico, permette di presentare situazioni scomode, difficili e controverse, attenuandone l’impatto attraverso il filtro e il distacco generati dalla trovata fantascientifica alla base della serie. In questo modo l’autore può illustrare un’idea o un punto di vista, stimolare una discussione o una riflessione, in un ambiente asettico, in cui le nostre idee, i nostri valori e preconcetti non scattano subito, all’inizio della discussione. Perché tanto si parla di un mondo fantastico, non del mondo reale, quindi è più facile abbandonarsi a ipotesi. Dollhouse, come Battlestar Galactica, utilizza bene il vantaggio dato dall’essere una serie di fantascienza per affrontare temi spinosi.

Chi è Echo? Chi sono gli attivi? Prostitute, schiavi. Echo si è offerta volontaria per entrare nella Dollhouse, anche se dal primo episodio pare di capire che non avesse molta scelta. Ma alla fine, indipendentemente da quello che prevedono la missione e la sua programmazione, quello è: una prostituta, una schiava. Senza mezzi termini e giri di parole. E forse, è anche peggio di questo: perché una prostituta o una schiava hanno consapevolezza di quello che sono, di ciò che stanno facendo. Echo e gli altri attivi non hanno neppure diritto a questo. Durante la missione sono programmati per amare quello che stanno facendo. Al termine della missione viene cancellato tutto.

Chi sono la DeWitt, Dominic, Topher, la dottoressa Saunders, Langton e tutti gli altri amministratori e dipendenti della Dollhouse? Schiavisti. Persone che lucrano sulla vendita di copri addestrati a svolgere il compito richiesto dal cliente. Non importa quanto questo compito possa essere inaccettabile per la persona che si è venduta come attivo: non sapranno mai cosa hanno fatto, per chi, con chi. La premessa dello show è che si addormentano e cinque anni dopo si risvegliano con cinque milioni di dollari in tasca e nessun ricordo do cosa sia successo dal momento della firma del contratto al momento della scadenza. Ebbene: quanto è diverso questo dal passare una notte ubriachi fradici o drogati, privi di controllo sulle proprie azioni e senza alcun ricordo il mattino dopo? Non siamo responsabili di ciò che è accaduto, anche se non lo ricordiamo? In fondo, abbiamo scelto noi di ubriacarci o drogarci, in fondo, è stata Caroline a scegliere di firmare il contratto con la Dollhouse e diventare Echo.

Quali compromessi sono disposti ad accettare i vari personaggi della serie? Quali giustificazioni si danno per le loro azioni? Per quanto tempo saranno valide queste giustificazioni?

Dollhouse è un ottimo prodotto di fantascienza: dopo quattro puntate spinge i suoi personaggi e noi che li guardiamo a pensare, valutare, farci delle idee, essere scossi e disgustati, affrontare temi, situazioni e interrogativi scomodi e dare una risposta. E come ho scritto sopra, dopo un inizio lento, sarà anche un ottimo prodotto di intrattenimento, con storie emozionanti e ricche di tensione.

Super spoiler per la seconda parte della quarta stagione di Battlestar Galactica

Mi sembra incredibile parlare solo adesso di Battlestar Galactica, una delle migliori serie tv di fantascienza mai prodotte. Finalmente posso farlo e si tratta di un’anticipazione bella grossa.

Dopo la tiste, bellissima conclusione della prima parte dell’ultima stagione, non vedo l’ora che arrivi gennaio (ma alcune fonti dicono marzo, aprile) per vedere come si conclude la serie che ha dato un senso alla parola “reimagination”.

Partiamo con il trailer preparato da Sci Fi Channel:

Una delle immagini più significative del trailer è quella di Starbuk, sola, accanto ad una pira funebre.
Chi brucia su quella pira?

Occhio allo spoiler!

Ebbene, pare che il corpo che Kara Thrace brucia sulla pira sia il suo. Il suo corpo originale, che lei ha rinvenuto tra i rottami del suo Viper. La Starbuck che è tornata sul Galactica all’inizio della quarta stagione è un clone a cui sono state impiantate le memorie di Kara.

Chi ha la tecnologia per costruire una copia perfetta di un Viper, creare un clone, estrarre la memoria da unLe tre navi presenti al momento dell'esposione del Viper di Starbuck umano e impiantarla nel clone?
Il Quinto Cylon? Umani in possesso di una tecnologia avanzata?
Forse l’occupante della misteriosa nave che ha assistito all’esplosione del Viper di Starbuck alla fine della terza stagione?
Se è possibile creare cloni di umani e impiantarvi le memorie di una persona, dov’è la differenza tra umani e cylon?

Per ora non ci sono risposte, solo teorie e ipotesi. Dopo una terza stagione deludente, Battlestar Galactica ha iniziato la quarta in grande stile e io sono sempre più curioso di vedere come finirà.