Embassytown di China Miéville

embassytownSto leggendo Embassytown di China Miéville.

Questa non è una recensione, perché per quella dovrete aspettare che arrivi in fondo al romanzo.

E’ più un primo appunto.

China, ti voglio bene. Ed è per questo che sono faticosamente avanzato attraverso i 5 milioni di pagine che hai infilato tra la copertina e il momento in cui la tua storia ingrana. Una storia che è la tua versione di Snow Crash di Neal Stephenson, una bella e profonda e utile riflessione sul linguaggio che è un virus.

Quando parte, il romanzo è bello e lo sto terminando con passione.
Ma se sono riuscito a superare la prima parte è solo perché sapevo che ne valeva la pena da fonti esterne: recensioni, commenti, citazioni. La parte iniziale poi si capisce perché è scritta così e perché è importante, perché è fondamentale entrare nella testa della protagonista. Ma poi, dopo un sacco di poi, accidenti a te!

Non c’è niente dentro la parte iniziale del racconto che dia un motivo per superare i primi 20 milioni di pagine e non va bene se questi motivi li devo trovare fuori dal romanzo.

E’ come L’Oceano in Fondo al Sentiero di Neil Gaiman. C’è una luuuuunga parte centrale che è bella, ma ti chiedi perché tanti episodi e tanti dettagli, prima che si capisca il perché e il romanzo ti strappi il cuore e ne faccia poltiglia come manco i film della Pixar e ti lasci piegato in due a piangere perché improvvisamente ti sei ricordato cosa voleva dire essere bambino e non lo sei più e sto piangendo di nuovo, dannazione, Neil!

Però lì c’erano i primi capitoli che ti davano un’idea di dove si andasse a parare – ma che non facevano niente, niente!, per prepararti alla botta assassina dritta nei sentimenti.
In Embassytown non c’è nulla. Devi andare avanti fidandoti di elementi che stanno fuori dal romanzo e che ti promettono che lì in fondo, dopo i 100 milioni di pagine introduttive, c’è una storia molto bella che dà un senso a quella prima parte.

Comunque, recensione completa quando finirò di leggerlo.
Hai un fazzoletto?
Dannazione, Neil!

Trovare nuovi libri da leggere e nuove ispirazioni per scrivere. Come? Dove?

lankhmarUn paio di settimane fa, mentre giravo per librerie e fumetterie con Luigi, riflettevamo sul fatto che una grande libreria non è più il posto migliore per avere una panoramica di quello che succede nel campo della letteratura fantasy e fantascientifica.

Da un lato, sulla pagina Facebook di Magrathea c’era appena stata questa conversazione, dall’altro bastava che guardassimo gli scaffali davanti a noi: Martin come se piovesse, epigoni di Martin, Star Wars e altri libri tratti da film, videogiochi e serie TV, Hunger Games e derivati, Harry Potter e derivati. Molti libri pure belli, intendiamoci, ma nel complesso una selezione assolutamente non rappresentativa di cosa è presente oggi nel fantastico mondo della narrativa fantastica.

Esticazzi? C’è Amazon per gli acquisti, no? Ci sono Facebook, Goodreads, Chetteleggi per la scoperta, no? Soprattutto, c’è il passaparola per la scoperta! No?

Sì e no.

Il passaparola, di persona o online, da un amico o tramite una piattaforma, sito, social network, è sicuramente il modo migliore per scoprire nuovi libri. Ma – almeno per me – andare in libreria, vedere cosa si trova, lasciarmi sedurre da copertine e quarte di copertine, scoprire per caso un autore nuovo e non conosciuto nella mia cerchia di amici è sempre stato un piacere e la possibilità di avere una bella sorpresa più che compensava il rischio di averne una brutta. Almeno fino a un po’ di tempo fa: ora se entro da Feltrinelli o da Mondadori o altra grande catena, so già cosa troverò sugli scaffali prima ancora di arrivare alla sezione fantasy, fantascienza e horror.

Oh, intendiamoci: è sempre stato così: le librerie sono negozi e mettono sugli scaffali soprattutto quello che vuole la gente in quel momento, Terry Brooks e varianti della Spada di Shannara prima, Anne Rice e libri e libri e libri di vampiri poi, urban fantasy, fantasy storico, varianti del Trono di Spade. Solo che oggi più che mai mi pare che si trovi solo quello che si vende: pochi grandi autori ancor meno epigoni di quegli autori. E’ ancora possibile scoprire nuovi scrittori e nuovi generi, ma all’interno di una selezione sempre più ristretta. Naturalmente questo crea un circolo vizioso: solo quello viene proposto, quindi solo quello viene comprato, quindi solo quello viene di nuovo proposto. Solo quello si trova sugli scaffali, unicamente quella i lettori pensano che sia l’offerta disponibile.

Quando è stata l’ultima volta che avete visto un libro di Michael Moorcock, Lois McMaster Bujold, Roger Zelazny, Margaret Atwood, Ursula Le Guin, Jeff VanderMeer esposto in una grande libreria? Ma soprattutto, quando è stata l’ultima volta che avete visto esposto un libro di un autore che si ispira a loro?

Perché per me il punto importante è questo: non tanto trovare o non trovare un autore classico. Quanto trovare o non trovare qualcuno che si è ispirato a loro e partendo da lì ha elaborato una sua proposta, esplorando e arricchendo il genere o addirittura creando un nuovo genere.

Da sempre il processo di creazione dell’arte – e quindi anche della scrittura, anche di libri pop – parte con l’imitazione: leggo un autore o un genere che mi piace, scrivo un libro che rieccheggi quell’autore, il suo stile, la sua storia, il suo genere. E poi ancora e ancora e ancora, leggendo e imitando altri libri e altri autori, finché non sviluppo un mio stile, finché non svilupppo una mia originalità. Fanno tutti così. William Gibson lo racconta in un’intervista: leggeva tutto quello che gli capitava sotto mano nella sua piccola città di provincia in cui è cresciuto. Una lettura vorace e variegata.

Ci chiedevamo con Luigi: cosa può scrivere chi inizia ora a cimentarsi con la scrittura, se le uniche fonti di ispirazione che trova sono i libri  che si trovano oggi sugli scaffali? Game of Thrones è il fantasy del momento dato il successo nella nicchia degli appassionati prima e più generale poi grazie alla serie TV. E sta esercitando sui lettori che iniziano a cimentarsi con la scrittura lo stesso fascino che, ai tempi, esercitò Il Signore degli Anelli. Ma come possiamo aspettarci modernità, nuovi punti di vista, un’evoluzione del genere da chi vede – perché così viene proposto – come il fantasy definitivo un ciclo il cui primo libro ha iniziato a prendere forma nel 1991 e tra pochi giorni celebrerà i 20 anni dalla prima edizione?

Ora, fortunatamente sono secoli (almeno uno e un pezzo) che tra circoli di lettura, riviste, internet la scoperta di nuove letture e – soprattutto dal mio punto di vista – nuove ispirazioni per nuovi scrittori non è limitata agli scaffali delle librerie. Ma sicuramente ci vuole forse più impegno, forse più fortuna per trovare qualcosa al di fuori della massa di titoli che dominano le conversazioni.

Magrathea è nato per questo in fondo: permettere a chi vuole cimentarsi con la scrittura di proporre un racconto e chiedere “che ne pensate?”, trovare qualche consiglio per scrivere meglio, scrivere e leggere articoli che non parlino solo del grande film o grande libro che vengono trattati approfonditamente da mille altri siti (con l’eccezione di Star Wars, conoscete la mia passione per Star Wars), trovare spunti, ispirazioni e notizie curiose e che altri trascurano e in generale cercare di uscire un po’ dalla bolla dei soliti nomi noti e capire che aria tira non solo al centro del mondo del fantasy, della fantascienza e dell’horror, ma pure sulle frange esterne.

Che ne pensate? Credete anche voi che oggi sia un po’ più complicato del passato trovare nuove letture e nuove ispirazioni al di fuori degli autori e dei titoli più famosi?

Game of Thrones, motherfucker, lo conosci?

samuel-jacksonLa HBO pensa, per qualche oscuro motivo, che qualcuno in qualche sperduto angolo di mondo non conosca Game of Thrones.

Quindi ha chiesto a Samuel L. Jackson di fare un riassunto di quanto successo in queste sei stagioni.

E’, ovviamente, molto volgare e pieno di spoiler.

Gli Inganni di Locke Lamora: che bello perdersi a Camorr!

gli-inganni-di-locke-lamoraGli Inganni di Locke Lamora è un libro magnifico.

Oh, no, non è il miglior romanzo fantasy mai scritto, la nuova serie a cui appassionarsi al posto del Trono di Spade. Scott Lynch, romanziere esordiente con quest’opera, non è il nuovo Tolkien.
C’è qualche problema di ritmo, ci sono troppi spiegoni gestiti non sempre nel migliore dei modi. Ci sono alcune incertezze tipiche dell’autore alla prima opera seria. I protagonisti hanno questa tendenza ad arrivare a tanto così dal morire dissanguati e salvarsi all’ultimo momento che alla lunga lascia perplessi.

Ma lasciatemelo ripetere: Gli Inganni di Locke Lamora è un libro magnifico.
Nella recensione del Mezzo Re ho scritto che desideravo un romanzo con un’ambientazione in cui perdermi. Forse è per questo che quel romanzo ambientato tra i ghiacci mi ha lasciato freddo. Mentre questo mi ha conquistato anche per l’ambientazione vivida e reale.

Ma andiamo con ordine.

Gli Inganni di Locke Lamora, uscito nel 2006, è il primo libro su una serie pianificata di sette e di cui fin’ora sono usciti tre romanzi: questo, I Pirati dell’Oceano Tosso (Red Seas Under Red Skies), The Republic of Thieves. The Thorn of Emberlain uscirà a settembre e altri seguiranno.
Ho letto solo il primo ed è un romanzo autoconclusivo: non c’è bisogno di aspettare il duemilaeciao per conoscere il destino dei personaggi.

Locke Lamora, il protagonista, è un ladro. Accolto giovanissimo orfano da un ladro, adottato da un altro ladro e cresciuto come ladro, con una predisposizione naturale e una tentazione irresistibile verso il furto e l’inganno. Come dice il Forgialadri, il primo ladro, a Padre Catena, il secondo ladro,

Se Locke avesse un profondo taglio alla gola, ruberebbe ago e filo al medico che sta ricucendo la ferita e morirebbe ridendo.

La trama del romanzo, senza spoiler è un topos abbastanza classico: Locke e la sua banda, i Bastardi Galantuomini, vivono una tripla vita: sotto le spoglie dei sacerdoti di un tempio si nasconde una banda di ladruncoli di strada e piccoli truffatori. Ma sotto quelle spoglie si nasconde una banda di abilissimi truffatori, in grado di ordire inganni complessi per derubare i nobili della città di Camorr. I nobili sono un bersaglio vietato per tutti i ladri in virtù della Pace Segreta conclusa tra il signore di tutti i ladri della città, Capa Barsavi, e il duca Nicovante. Ma per Locke questo non è un problema.
L’arrivo in città del misterioso Re Grigio, che inizia a uccidere gli uomini di Barsavi, manda all’aria lo status quo proprio mentre Locke e i Bastardi Galantuomini sono alle prese con uno dei loro colpi più ambiziosi.
Questo per Locke sarà un problema.

La storia procede rapida e avvincente, il linguaggio è crudo e diretto, l’ironia a volte sfocia nella comicità e rende ancora più forti le scene di violenza, che scoppia all’improvviso e non risparmia nessuno. I personaggi sono tutti ben caratterizzati e descritti, è facilissimo affezionarcisi.

Se Gli Inganni di Locke Lamora fosse un film, sarebbe opera di Guy Ritchie, quello di Lock & Stock, Snatch e i due Sherlock Holmes con Robert Downey Jr.
Il ritmo lascia senza fiato, le battute sono taglienti, gli stacchi tra una scena e l’altra, tra il tempo presente e i flashback che raccontano la giovinezza dei Bastardi Galantuomini, sono netti e ben gestiti. In effetti, immaginate Ocean’s Eleven diretto da Guy Ritchie in un’ambientazione fantasy e avrete una buona approssimazione di questo romanzo.

Ambientazione fantasy non è abbastanza. Il mondo di Locke è una sorta di Europa a cavallo del 1600-1700, un mondo barocco attraversato da guerre e intrighi, ma anche scoperte e invenzioni, in cui magia e alchimia esistono e nel mare nuotano creature mostruose. Quasi un romanzo di cappa e spada con elementi fantastici, anche se il fatto che il protagonista sia un truffatore e non uno spadaccino non lo rende uno swashbuckler completo.

Il romanzo è ambientato nella città stato di Camorr e Camorr è bellissima.
Entra a pieno diritto nel novero delle grandi città fantasy aperto da Fritz Leiber con Lankhmar, luoghi che non sono solo sfondo del racconto, ma personaggio della storia.
Camorr è Venezia. Una Venezia sospesa tra la modernità barocca e retaggi medievali, come i sanguinolenti spettacoli per le folle in cui qualcuno muore smembrato. Camorr è viva e pulsante. La mappa stampata a inizio romanzo non serve: seguendo Locke e i suoi amici nei loro spostamenti riusciamo a capire la geografia del luogo, cosa c’è a nord o a est di un dato punto, che direzione dovremmo prendere per dirigerci verso un grande parco o un quartiere malfamato da cui in effetti sarebbe meglio stare lontani. La differenza tra le varie parti della città, quella abitata dai nobili, quella ricca e mercantile, le zone borghesi e quelle povere, è organica: Lynch descrive zone, edifici, atmosfere, abbigliamenti diversi, ma tutti parte dello stile di Camorr. E’ una Venezia più misteriosa, in cui operano alchimisti registrati e clandestini all’ombra delle alte torri di un vetro magico, lascito della razza che abitava quei luoghi prima che arrivassero gli umani. Un vetro di cui sono fatti anche alcuni ponti e altre opere architettoniche della città, che si accende di luce propria al tramonto, colorando le acque che scorrono tra i canali della città di molteplici colori.

E’ impossibile leggere il libro e non desiderare di essere lì, in quel mondo così avvincente e ricco e pericoloso, a complottare con i Bastardi Galantuomini, a condividere con loro un profondo senso di amicizia e fratellanza.

Gli Inganni di Locke Lamora non è un libro perfetto, non è un capolavoro. Ma per me, che sono mezzo veneziano e conosco l’aria che respirano Locke, Jean Tannen, i fratelli Sanza, Cimice e gli altri personaggi, è un libro irresistibile e consigliatissimo.

Una volta finito Ebassytown di China Miéville, continuerò a ignorare l’ordine dei libri nella la Torre di Babele e mi rimetterò a seguire le avventure di Locke.

George RR Martin a Stephen King: come fai a scrivere così veloce?

Clipboard01Stephen King ha scritto diciotto milioni tra romanzi, racconti e altro.
George RR Martin… meno.

King ha un anno più di Martin, ma nessuno gli scrive, suggerisce, urla di sbrigarsi a scrivere prima di fare la fine di Robert Jordan.
Martin invece è così martellato di richieste per scrivere in fretta la parola fine alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco che persino Neil Gaiman si è sentito in dovere di difenderlo dagli abusi dei presunti fan dichirando che George Martin is not your bitch. E questo nel lontano 2009, quando lo scrittore non aveva ancora annunciato di aver aggiunto libri al suo progetto e di essere in mostruoso ritardo nella loro scrittura.

Quindi è comprensibile che Martin, condividendo il palco con King durante un evento, gli abbia chiesto come faccia a scrivere così velocemente.

La risposta di King è in questo video, intorno al minuto 50.08.

Le prime foto dal set di American Gods

000229090-american-gods-654500American Gods è il primo romanzo di Neil Gaiman: la sua grande epopea americana in cui le divinità del vecchio mondo si affannano a cercare scampoli di fede per mantenersi in esistenza mentre stanno venendo soppiantati dai moderni dei del nuovo mondo, incarnazione di nuovi culti, nuovi desideri, nuove paure.

A 15 anni dalla sua pubblicazione il romanzo sta diventando una serie TV, che andrà in onda questo autunno negli USA sul canale Starz. La supervisione è di Bryan Fuller, che conosciamo già tutti per la serie Pushing Daisies e soprattutto Hannibal.

Il casting della serie ha ricevuto numerosi apprezzamenti: ogni attore chiamato a dare il volto a uno dei personaggi è stato ritenuto dai fan del romanzo la migliore delle scelte.

Finalmente possiamo vedere tre di questi attori nelle vesti dei loro personaggi: il protagonista Shadow, il leprecauno Mad Sweeney e il misterioso Mr. Wednesday in una scena ambientata nel bar a tema coccodrillo dal sorprendente nome Crocodile Bar.

Entertainment Weekly ha un articolo di presentazione della serie e un’altra foto oltre a quella qui sopra.

American Gods è stata la prima opera importante di Gaiman dopo la fine di Sandman, il fumetto che lo ha reso famoso, ed è stato il suo primo confronto con il genere del romanzo, dato che fino ad allora si era limitato a brevi racconti. Ovviamente io sono di parte e lo trovo un libro eccezionale. Ho grandi aspettative per la serie!

Il Mezzo Re di Joe Abercrombie: la recensione mezza positiva

Il-mezzo-reSe non conoscessi Joe Abercrombie e dovessi giudicarlo solo da questo Il Mezzo Re, direi che è bravo, ma difficilmente leggerei altri suoi romanzi. E questo nonostante il libro sia bello.

Ok, prima di tutto devo confessare che l’unica opera di Abercrombie che ho letto è questo racconto qui. I romanzi del ciclo della Prima Legge non sono ancora arrivati in cima alla Torre di Babele, la traballante pila di libri reali e digitali che devo ancora leggere.
Però amici del cui giudizio mi fido mi hanno parlato bene di lui e nel racconto Two’s Company ho trovato quegli elementi e mi sono piaciuti: la caratterizzazione dei personaggi, l’abilità nel dialogo, l’approccio realistico al fantasy, in cui il combattimento è brutto, le ferite sanguinano, le viscere puzzano e buono e cattivo sono punti di vista.
Quando l’altro giorno in libreria mi è ricaduto l’occhio sui tre libri della Trilogia del Mare Infranto mi sono detto che il primo, lungo meno di 300 pagine, è un libretto che avrei liquidato in una giornata. E mi sono voluto togliere la curiosità.
Curiosità suscitata anche dalla sinossi de Il Mezzo Re, molto simile a quella di uno dei miei libri preferiti: L’Apprendista Ammiraglio di Los McMaster Bujold.

Il giovane rampollo del leader di una società guerriera è nato con una deformità e non è adatto al combattimento. Userà la sua intelligenza per superare i suoi limiti fisici, vincere le sfide che il destino gli pone davanti e trovare il suo posto nella società.

Il ciclo dei Vor della Bujold ha un’ambientazione fantascientifica. Il Mezzo Re invece è un fantasy con un’ambientazione pseudo vichinga: Yarvi, figlio minore del re, si sta avviando alla carriera religiosa quando arriva la notizia della morte di suo padre e del fratello maggiore: ora è lui il nuovo re di una nazione di guerrieri, anche se nato con una mano deforme che gli rende impossibile reggere uno scudo e combattere. Seguono progetti di vendetta, colpi di scena e…
E questo è uno dei problemi: la storia è assolutamente prevedibile. Godibile, eh, ma – e questo è buffo – complice anche la bravura di Abercrombie a racchiudere la storia in un’elegante struttura speculare e a disseminare la trama come un bravo giallista di indizi, anticipazioni e risoluzioni, ogni scena permette di prevedere le dieci successive. Facile razzia per vendetta? Andrà tutto male! Yarvi si imbarca su una nave? Naufragio! Gelido inverno nordico? Traversata a piedi delle gelide distese ghiacciate! E’ gentile con qualcuno? Sarà un fedele compagno!

 

Dato il tipo di romanzo, fantasy di formazione, e dato il target – solo mentre lo leggevo ho scoperto che è un romanzo young adult – i luoghi comuni non sono un male di per sé. Ma il colpo di scena nel finale e quello nell’epilogo sono annunciatissimi. L’unica sorpresa – in realtà nascosta in bella vista nel testo pure quella – è la causa scatenante di tutti gli eventi.
Nonostante la prevedibilità, il romanzo scorre veloce, i brevi capitoli si chiudono sempre con qualcosa che spinge a girare la pagina e vedere cosa succede dopo, i dialoghi sono effettivamente brillanti, i personaggi – anche se abbastanza abbozzati – riescono ad avere un carattere e delle motivazioni. Yarvi cresce durante la storia e questo è espresso nelle azioni, nelle descrizioni, nel linguaggio e nel suo modo di definirsi quando pensa a se stesso. La traduzione ha qualche pecca, anche grave, ma non danneggia troppo la qualità della scrittura di Abercrombie.
Nel complesso è un buon libro che merita di essere letto e merita un’ampia sufficienza, ma non più di una sufficienza.
Cos’è che non va? L’ambientazione. E’ completamente generica e poco coinvolgente. Qui secondo me l’autore evidenzia la sua poca familiarità con il genere: i romanzi young adult possono essere semplici nel linguaggio e un po’ edulcorati nei temi (curiosamente quelli sessuali, non nella descrizione della violenza fisica e dei suoi effetti), ma questo non vuol dire che non debbano avere spessore. E lo spessore che manca qui è quello dell’ambientazione.
La regione del Mare Infranto è una generica vichingolandia fantasy con talmente pochi elementi fantasy che in effetti neppure si capisce la necessità del mondo secondario: tolti due ma giusto due elementi, la storia avrebbe funzionato lo stesso se ambientata nei paesi scandinavi nel nostro medioevo. Anzi, a essere precisi non è fantasy, è post apocalittica: alla prima descrizione delle “rovine elfiche”, è evidente che sta parlando di cemento armato e si capisce che Abercrombie sta giocando la stessa carta di Terry Brooks nella Spada di Shannara.

 

Ma fantasy o fantascienza, il discorso non cambia. Il mondo è piatto. Quando viene descritta la nave su cui si svolge buona parte del romanzo, è una generica “nave mercantile”. Vele? Bandiere? Decorazioni? Non c’è nulla che stimoli l’immaginazione, che dia una personalità alla nave. Stessa cosa per le misteriose rovine elfiche: stanno là, ma non c’è niente che faccia venir voglia di entrarci. Spade, scudi e cotte di maglia? Non sono descritte con molte più parole di queste, non importa che siano le ricche armi di un re o le generiche armi di un generico guerriero. Quando si parla di città, non c’è niente che spinga a chiedersi cosa possa esserci dietro quell’angolo, dentro quel palazzo, come possano essere il quartiere dei nobili e la parte povera e pericolosa. A parte la descrizione di uno specifico elemento architettonico, non c’è niente che dia carattere alle varie città, pochissimo che aiuti a distinguerle una dall’altra a parte il nome, niente che permetta di immaginarle. E lo stesso quando si vaga per la natura: niente che faccia venire voglia di sapere cosa ci possa essere nel cuore di una foresta o dietro una collina, complice anche il fatto che il grosso della natura che si vede è una distesa di mare inospitale e terra fredda, ghiaccio e morte totalmente – giustamente – repellente.
In breve, non c’è niente nelle descrizioni del mondo che permetta di immaginarlo al di là dell’immagine più generica e soprattutto non c’è nulla che faccia venire voglia di esplorarlo. E per me questo è grave. E non è né un problema di lunghezza del romanzo, né di sua destinazione a un pubblico young adult: il citato Apprendista Ammiraglio non è molto più lungo, ma costruisce un mondo spettacolare. Lo Hobbit è una favola per bambini, Brutto Incontro a Lankhmar ci fa venire voglia di girarla tutta e non lasciarla mai la città inventata da Fritz Leiber.
Il libro è bello, ma non mi ha fatto né immaginare un mondo nuovo, né fatto venir voglia di continuare a visitarlo nei due libri successivi, anche se sono più corposi.
Paradossalmente, mi ha fatto venire più voglia di leggere i libri della Prima Legge, perché a quanto pare lì sì che Abercrombie mostra quanto ci sa fare, mentre Il Mezzo Re è un buon antipasto.

Recensione di MirrorMask

mirrormask-2
E .. se i vostri sogni prendessero vita?
Se il vostro inconscio vi mettesse d’avanti enigmi che solo voi potete risolvere?
Se vi trovaste faccia a faccia con la vostra parte ribelle cosa mai gli direste?
Nel 2005 esce, direttamente in dvd, MirrorMask, un lungometraggio fantasy onirico, ricco dell’inconfondibile tocco di Dave McKean e scritto dalla geniale penna di Neil Gaiman.
La storia coinvolge Helena (Stephanie Leonidas) un adolescente che lavora come giocoliere nel circo di famiglia, intrappolata in questa realtà che non condivide, “il sogno di tuo padre” dice la madre Joanne (Gina McKee) rinunciando così ad una vita normale.
Helena sprigiona la sua fantasia disegnando una città immaginaria, dove i pesci nuotano nell’aria e le persone del suo mondo reale appaiono nel sogno del tutto trasformate con maschere e costumi bizzarri. Si tratta di un mondo di luce e buio; la Regina della Luce (interpretata sempre da Gina McKee) è in uno stato di trance, e a quanto pare tocca a Helena avventurarsi nel mondo oscuro e tornare con la “MirrorMask” per risvegliare la regina.
Il mondo fantastico di questo film ha una bellezza inquietante. All’inizio la visuale porta con se una certa meraviglia che può ad un certo punto della visione pesare sulla fruizione della pellicola che verso la fine può costare qualche sforzo per via delle immagini poco chiare e sempre cerchiate di nero come se fosse un vero sogno, di quelli che Sognipedia aiuta a interpretare con il suo libro dei sogni.

mirrormask-1
La storia assomiglia a ciò che accade in Bernard Rose di “Paperhouse” (1988), in cui una ragazza disegna una casa in un altro mondo, si ammala, ed entra magicamente in quel mondo. Nel film di Rose, le immagini sono chiare. In “MirrorMask”, con l’artista Dave McKean come regista e scenografo, le immagini sono sfocate e nebbiose ed Helena incontra uno scenario strano dopo l’altro, in un mondo dove la logica sembra senza senso, clonato dal paese delle meraviglie.
Le avventure più pericolose di Helena si verificano dopo il passaggio al lato oscuro, dove è scambiata per la sua immagine speculare, una ragazza oscura e sinistra che incarna tutti gli aspetti sinistri del suo subconscio. La Regina delle Ombre (McKee di nuovo) scambia l’Helena buona per l’Helena cattiva, mettendo l’Helena buona in pericolo, il vantaggio è che da questo scambio, Helena riesce ad avere alcune informazioni che l’aiuteranno nella ricerca della MirrorMask .
Jason Barry ha un ruolo importante come San Valentino, un giocoliere che diventa consigliere di Helena in questo universo alternativo dove sono presenti innumerevoli e molto strane creature, alcune delle quali con le scarpe al posto della testa, altre più strane che sembrano di Hieronymus Bosch. Uno per uno, fotogramma per fotogramma, queste invenzioni sono notevoli.
Sotto una chiave immaginaria e con un pizzico di tensione, tra sogno e realtà, vi chiederete fin da subito se Helena riuscirà a salvare i due mondi e riabbracciare sua madre; non perdetevi la risposta!

Il trailer di Rogue One: A Star Wars Story

rogue-one-cast

Ed eccolo finalmente qui: il trailer del primo spin off di Star Wars. Rogue One: A Star Wars Story, il primo dei film che esplorano la galassia di Star Wars raccontando vicende che non vedono coinvolti Sith, Jedi e la famiglia Skywalker.

 

In Rogue One vedremo come un gruppo raccogliticcio di ribelli è riuscito a rubare i piani della prima Morte Nera, quelli in possesso di Leia all’inizio di Episodio IV.

Ovviamente è impossibile scrivere reazioni razionali a questo trailer, ma solo scomposte frasi di giubilo. E’ del tutto evidente che l’idea di mandare al cinema un film di Star Wars all’anno tra episodi principali e spin off è una bieca manovra commerciale della Disney. Ma da quello che vedo è una bieca manovra a cui sono felice di piegarmi.

Non posso fare altro che inserire una gif di Poe Dameron che balla con altri piloti.

poedancing

Questo trailer ha un mood strano: è assolutamente Star Wars, ma è uno Star Wars più sporco, più terra terra, meno epico, più duro. Molti, tra cui io, pensano che Firefly sia praticamente una serie di Star Wars in cui l’Impero ha vinto e ha spazzato via Jedi e alieni. Ecco, questo Rogue One dal trailer sembra un film di Firefly. Che per me è tipo un sogno che si avvera. C’è persino Alan Tudyk!

Il cast è senza senso: è come se il regista Gareth Edwards avesse iniziato a sparare nomi di attori del suo cast da sogno bagnato aspettandosi un “no, dai, questo no” dopo ogni nome. E invece la Lucasfilm continuava a dirgli di sì!

Felicity Jones? Ok.
Uh… Mads Mikkelsen? Certo!
Donnie Yen! Va bene!
Alan Tudyk. Ok.
ALAN TUDYK! Ho capito, ho detto che va bene.
Va beh, allora pure Forest Whitaker. Ok, ottima scelta.
No aspetta, ma davvero? Allora voglio Genevieve O’Reilly per interpretare Mon Mothma. Ottima idea! L’interpretava pure ne La Vendetta dei Sith, peccato abbiano tagliato le sue scene.
Ma davvero? Ma sei serio? Ma davvero mi fai fare un film con questo cast? Sì, eccoti pure un sacco di soldi. Vai Gareth!
Grazie Topolino!

Davvero, grazie Topolino!

Il team guidato da Felicity Joines in Rogue One ruberà i piani della Morte Nera il 14 dicembre 2016. Quelli che sopravvivranno a quegli AT-AT, almeno.

Come giocano di ruolo i giapponesi: alcuni replay tradotti

rlyehantiquesmallVi ho già parlato dei giochi di ruolo giapponesi (qui l’ultimo articolo) e ho accennato ai “replay“, ovvero le trascrizioni delle sessioni di gioco pubblicate all’interno di riviste o come libri. Cronache delle Guerre di Lodoss iniziò come serie di replay prima di diventare romanzo, fumetto, anime.
 
Qui ci sono le traduzioni in inglese di due replay del Richiamo di Cthulhu.
 
 
E qui c’è uno zip con la traduzione del gdr Monotone Museum. Tra i materiali presenti c’è un replay giocato da alcuni nomi illustri della scena GDR giapponese, tra cui l’autore di Terra Bansho Zero