Star Wars: Gli Ultimi Jedi. Recensione senza spoiler

Vorrei dire che Gli Ultimi Jedi è, finalmente, uno Star Wars a livello dell’Impero Colpisce Ancora.

Purtroppo non lo è e per un fan della vecchia saga, questo è un desiderio che rimarrà irrealizzato anche con i prossimi film: non mi ha peso visceralmente. E contemporaneamente lo è: come il secondo episodio della prima trilogia tanti anni fa cambiò completamente le aspettative di chi pensava di vedere più o meno la stessa storia del film originale, anche qui la decisione è quella di sovvertire completamente il canone del genere: gli eroi non sono  eroi, le leggende non sono leggende, la speranza c’è sempre, ma non è in mano a figure mitiche, sono le persone ordinarie che hanno la possibilità di rimboccarsi le maniche e salvare la galassia.

Dopo il primo Guerre Stellari e dopo il dirompente Episodio V, tutti i film di genere hanno tentato di essere il nuovo Guerre Stellari o il nuovo L’Impero Colpisce Ancora e questo è il paragone con cui si confrontano anche i nuovi episodi della saga. Episodi che, nel panorama odierno, non sono più qualcosa di mai visto prima, ma solo uno tra i tanti mega filmoni ricchi di effetti speciali che escono ogni anno, tra super eroi Marvel e DC, Transformer e altre produzioni che condividono tipo di pubblico ideale e mezzi per raggiungerlo.

Il massimo che si può sperare quindi non è che siano a livello di uno dei film del passato, ma che rappresentino qualcosa di nuovo, una svolta rispetto al canone consolidato, come è stato Rogue One.

Gli Ultimi Jedi è un film di Star Wars a livello di Rogue One. E questo è bene.

Ma forse c’è un paragone più azzeccato: Gli Ultimi Jedi è il Watchmen di Star Wars. E’ l’opera che analizza il mito, lo osserva al microscopio, lo distrugge dall’interno per lasciarci una nuova creazione, migliore.

Al film manca qualcosa. Forse il montaggio rende troppo lunghe le scene di dialogo, troppo brevi quelle emozionanti e quindi il secondo atto soffre molto, con una parte centrale prolissa e poco emozionante, anche se fondamentale per il nuovo verso di Star Wars.
Succedono le cose giuste per uno Star Wars e vengono dette le battute giuste per uno Star Wars. Ma a volte viene da pensare quando si inizia a risolvere la vicenda?

Nel terzo atto. Il terzo atto strizza molto l’occhio a momenti fondamentali dell’Impero Colpisce Ancora e al Ritorno dello Jedi, con battute quasi identiche dette in situazioni quasi identiche e inquadrature quasi identiche di eventi quasi identici. Ma qui il regista Rian Johnson fa capire perché dopo questo film gli sono state date le chiavi per una nuova trilogia originale. E’ una sorpresa continua. Un portare le aspettative da una parte per mandare la storia da un’altra.
Bene o male, dato che stiamo sempre parlando di uno Star Wars, dopo Il Risveglio della Forza ci potevamo aspettare a grandi linee quello che sarebbe successo ne Gli Ultimi Jedi. Dopo questo film, non ho proprio idea di come potrà chiudersi la storia in Episodio IX. E dispiace sapere che sarà in mano di nuovo a J.J. Abrams, che sicuramente la riporterà sui binari sicuri da cui Johnson l’ha brillantemente fatta deragliare.

Gli attori sono tutti a loro agio nelle vesti dei loro personaggi. Fanno tutti un grande passo avanti rispetto a quanto visto in Episodio VII. Il conflitto di Rey, l’essere eroe riluttante di Finn, l’essere pilota testa calda a ogni costo di Poe. Anche se con qualche lungaggine e qualche scelta che lascia perplessi soprattutto per gli ultimi due, ciascuno di loro dà un ottimo contributo alla storia. Adam Driver è un signor attore. Forse sono tra i pochi che ha apprezzato il suo signore del male in formazione, lamentoso e che cerca di mostrarsi molto più capace e sicuro e cattivo di quanto in realtà non sia e che è perfettamente cosciente dei suoi limiti e vittima della frustrazione che ne deriva.

Carrie Fisher è Carrie Fisher. C’è un momento disperato in cui Leia, dato che non la salva nessuno, si salva da sola, come al solito, in modo sorprendente. L’avesse fatto qualsiasi altro personaggio di qualsiasi altra saga, sarebbero volati i pop corn sullo schermo. Lo fa lei, appare come la cosa più normale del mondo.

Mark Hamill e Rian Johnson fanno a Luke Skywalker e Star Wars quello che Alan Moore ha fatto la fumetto supereroistico con Watchmen. La caduta degli dei. Lo sguardo dietro la maschera. La verità dietro la leggenda. Da istruttore di arti marziali, capisco tutto il suo travaglio. Quando un vecchio Jedi dice a uno giovane “I nostri fallimenti sono il terreno su cui sbocciano i successi dei nostri allievi” ho ritrovato una mia massima di vita. Di tutte le sorprese del film, questa è stata la più grande e la più bella. Hamill è magistrale nel mostrare un Luke Skywalker inimmaginabile, ma perfetto.

C’è una battuta di Luke che sintetizza perfettamente tutto il film: “non andrà a finire come pensi.” Ed è vero. Gli Ultimi Jedi cambia molte carte in tavola per la saga di Star Wars, per la storia, ma anche per l’approccio. Molte certezze vengono messe in dubbio, molte delle divisioni nette bene/male, luce/oscurità, lato chiaro/lato oscuro vengono messe in discussione.

Gli effetti speciali sono ovviamente pazzeschi, ma non è una novità. L’aspetto visivo, fotografia, ambientazioni, costumi, location lasciano a bocca aperta.

E’ un film che ha la portata epica di un episodio della saga, ma è ambientato nel mondo a chiaroscuri di Rogue One. Non ne esce un prodotto perfetto, ma è un momento importante nella storia di Star Wars.

Rogue One: A Star Wars Story. Finalmente la recensione

Incredibile come mi ci sia voluto tutto questo tempo per scrivere cosa ne penso di Rogue One: A Star Wars Story, considerando che l’ho visto il giorno in cui è uscito. Come dice Tycho, ho avuto cose da fare.

A questo punto, sospetto che lo abbiate già visto tutti. Comunque, eviterò gli spoiler: se volete discutere di qualcosa di spoileroso, ci sono i commenti.

Partiamo dalla fine, domande e risposte secche:
E’ un bel film? Secondo me sì.
E’ un bel film di fantascienza? Secondo me sì.
E’ un bel film di Star Wars? Cavolo, sì!
E’ il più bellissimo film di sempre, nella storia del cinema e di Star Wars? No, non è un capolavoro, è un film con dei problemi, alcuni anche ingenui.

Ma questi difetti non rovinano il risultato finale – anche se un po’ dispiace per quello che poteva essere – e Rogue One dà un contributo importante alla mitologia di Star Wars, oltre che essere un film che svolge egregiamente quello che dovrebbe essere lo scopo di una buona opera di fantascienza: usare metafore di galassie lontane e civiltà aliene per farci riflettere sul nostro mondo. E’ un film attuale ed è una storia che oggi serve molto.

Rogue One aveva un compito oneroso. Il Risveglio della Forza doveva rassicurare i fan di vecchia data che Star Wars era tornato alle origini e conquistare una nuova generazione di fan, Rogue One doveva fare di più che essere solo un buon film. Rogue One doveva dimostrare che è possibile raccontare una storia ambientata nella galassia di Star Wars al di fuori della saga della famiglia Skywalker e che ha senso andare a raccontare storie che, a una prima impressione, può sembrare che non valga la pena raccontare. Secondo me il regista Gareth Edwards, gli attori Felicity Jones, Diego Luna, Alan Tudyk e tutto il resto di cast & crew hanno centrato il bersaglio, anche se si sono semplificati la vita.

Il soggetto del film è tutto nei primi due paragrafi della scritta d’apertura dello Star Wars originale:

È un periodo di guerra civile.
Navi spaziali Ribelli, colpendo da una
base segreta, hanno ottenuto la loro
prima vittoria contro il malvagio
Impero Galattico.

Durante la battaglia, spie Ribelli
sono riuscite a rubare i piani segreti
dell’arma decisiva dell’Impero,
la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata
di tale potenza da poter distruggere
un intero pianeta.

Inseguita dai biechi agenti dell’Impero,
la Principessa Leila sfreccia verso casa
a bordo della sua aeronave stellare,
custode dei piani rubati che possono
salvare il suo popolo e ridare
la libertà alla galassia…….”

Non solo Rogue One rende appassionante una storia che sappiamo già come va a finire, ma è addirittura un film di cui praticamente non si può parlare, perché ogni frase sarebbe uno spoiler.
Bel risultato per una storia il cui sequel è uscito quaranta anni fa!

E qui sta il trucco con cui la produzione si è semplificata la vita: i film con l’etichetta “Star Wars story” dovrebbero essere slegati dalla saga principale, cioè gli Episodi da 1 a 9. Ma a tutti gli effetti, Rogue One è “Episodio 3,85”. Il che gli permette di portarci in luoghi già visti e mostrarci personaggi che già conosciamo, giocandosi la carta della nostalgia e della familiarità. Giocandosela molto bene però: non si tratta di strizzate d’occhio e citazioni fatte dando di gomito (“eh? Eh? Hai visto dove t’ho portato?”), ma di una conseguenza organica e naturale della storia: se parliamo di questo e di quell’evento, è doveroso che si vada in quei posti e ci siano quei personaggi.

Al contrario di altri episodi della saga, tornare in luoghi già visitati e vedere personaggi già noti qui permette di aggiungere spessore alla mitologia di Star Wars, permette di osservare cose, persone ed eventi da un altro punto di vista. Se rivedere ambienti e volti noti negli altri film rendeva la galassia più piccola, qui la rende più ricca e sfaccettata.
Per questo, l’apparizione sullo schermo di due citazioni veramente dirette e plateali degli altri film è più un fastidio che un piacere: non c’era veramente bisogno.

Tutto bello bellissimo, insomma? No, il film ha dei problemi. In alcuni punti c’è qualcosa che non va con il ritmo e il montaggio, frutto probabile delle famose sei settimane di nuovo girato. Il film è stato ampiamente rimaneggiato, tanto che i trailer mostrano scene e suggeriscono una storia diversa da quella che è finita al cinema. Non sapremo mai cosa è stato cambiato e perché: la versione ufficiale è che tutti i film di questa importanza prevedono che vengano girate nuove scene alla fine della fase principale delle riprese, per aggiustare il tiro una volta vista una prima versione del film finito. Ed è vero. Ma le voci che girano dicono che il film non aveva un feeling abbastanza Star Wars e che il finale era troppo cupo*, quindi è stata rigirata e rimontata una parte significativa della pellicola, con forti modifiche sulla storia.

Il  problema più grosso sono i protagonisti. Sono tutti piatti e monodimensionali, molto superficiali. Alan Tudyk è l’attore più esperto: si è impadronito del suo personaggio, ha improvvisato molto sul set e molte delle sue invenzioni sono finite nel film. Per questo il suo droide K-2SO è di gran lunga il personaggio più completo, sfaccettato e interessante. Gli altri attori hanno fatto tutto quel che potevano con il materiale che gli è stato dato e hanno fatto bene il loro lavoro. Il problema è che il materiale che gli è stato dato sono gli archetipi dei personaggi di Shadowrun prima edizione.

Ultimo problema, per me, è Darth Vader. Cioè: fichissimo, meraviglioso. Puro geek porn. Però, se fate lo sforzo di immaginare di non aver mai visto un film di Star Wars prima di questo e di non sapere niente dell’ambientazione, vi renderete conto che Vader è completamente avulso dalla storia. Quando Krennic va a parlare con lui, non viene spiegato chi sia e abbiamo giusto un paio di battute che fanno intuire che più o meno dovrebbe essere uno che è molto vicino all’Imperatore. Ma come e perché, boh. Perché sta nella vasca, boh. Perché gira conciato in quella maniera, boh. E’ il capo degli stormtrooper neri? Boh.
E poi lo vediamo alla fine. Fino al termine della pellicola abbiamo assistito a un film di fantascienza hard e passabilmente realistica dati i paletti che si dà l’ambientazione. E poi arriva dal nulla il mago guerriero con i superpoteri e la spada luminosa. Come se al termine di Salvate il Soldato Ryan arrivasse il Teschio Rosso.
Ripeto: fichissimo e ci ho messo giorni a rendermi conto di questa stonatura. Ma ora che me ne sono reso conto penso che forse poteva essere introdotto meglio nella storia.

Un film su una squadra in cui i membri della squadra non sono appassionanti e ben delineati rischia di essere un grande buco nell’acqua. Rogue One invece funziona nonostante questo. Lo salva il ritmo, lo salva l’ambientazione, lo salva la spettacolarità di molte scene. La scena finale, il passaggio fisico di consegne da questo film a Episodio IV è magistrale, da storia del cinema.
Funziona perché è un film che, uscito al termine del 2016 e con il 2017 che ci aspetta, va oltre lo spettacolo e ci invita a riflettere su temi non banali. Ci sono sempre stati messaggi forti in Star Wars, ma erano molto diluiti nella vicenda dei monaci mistici dello spazio. Qui sono più evidenti. E la scelta del cast, con una donna come protagonista e il primo “americano tipico” della lista nascosto sotto la corazza in CGI di K-2, rende questo messaggio ancora più forte.

E’ un film coraggioso e importante, è bello e sorprendente che sia targato Disney.  Potremmo scrivere pezzi da migliaia di parole per spiegare cosa non va dal punto di vista della storia, della sceneggiatura, del montaggio, della recitazione. Ma mancheremmo il bersaglio secondo me: per quanto legittime siano tutte le critiche e questo film non ne sia esente, non riesco a vederlo avulso dalla storia complessiva di Star Wars e dalle vicende del nostro tempo. Per questo lo ritengo un gran bel film.

Per dare un’idea più esplicita di ciò che penso, vi rimando a questo articolo del Los Angeles Review of Books: Politicizing Star Wars: Anti-Fascism vs. Nostalgia in “Rogue One

In tutto questo, tra quando è uscito Rogue One e oggi, è morta Carrie Fisher. E’ una perdita enorme. Non perché ci lascia prima del tempo la Principessa Leia, ma perché abbiamo perso una persona, attrice e scrittrice senza paragoni. E nonostante sia sbagliato appiattire Carrie Fisher sulla figura del personaggio che le ha dato la fama, vi invito a leggere questo suo ricordo, General Leia Organa Is The Hero We Need Right Now, che rende ancora più bello e importante il fatto che l’ultima parola che ha recitato sullo schermo sia stata proprio l’ultima battuta di Rogue One: speranza.

E per finire, il trailer di Rogue One

*visto quanto è dark il prodotto alleggerito, probabilmente nella versione originale tornavate a casa dal cinema e trovavate Vader che vi aveva ammazzato il gatto.

Embassytown di China Miéville

embassytownSto leggendo Embassytown di China Miéville.

Questa non è una recensione, perché per quella dovrete aspettare che arrivi in fondo al romanzo.

E’ più un primo appunto.

China, ti voglio bene. Ed è per questo che sono faticosamente avanzato attraverso i 5 milioni di pagine che hai infilato tra la copertina e il momento in cui la tua storia ingrana. Una storia che è la tua versione di Snow Crash di Neal Stephenson, una bella e profonda e utile riflessione sul linguaggio che è un virus.

Quando parte, il romanzo è bello e lo sto terminando con passione.
Ma se sono riuscito a superare la prima parte è solo perché sapevo che ne valeva la pena da fonti esterne: recensioni, commenti, citazioni. La parte iniziale poi si capisce perché è scritta così e perché è importante, perché è fondamentale entrare nella testa della protagonista. Ma poi, dopo un sacco di poi, accidenti a te!

Non c’è niente dentro la parte iniziale del racconto che dia un motivo per superare i primi 20 milioni di pagine e non va bene se questi motivi li devo trovare fuori dal romanzo.

E’ come L’Oceano in Fondo al Sentiero di Neil Gaiman. C’è una luuuuunga parte centrale che è bella, ma ti chiedi perché tanti episodi e tanti dettagli, prima che si capisca il perché e il romanzo ti strappi il cuore e ne faccia poltiglia come manco i film della Pixar e ti lasci piegato in due a piangere perché improvvisamente ti sei ricordato cosa voleva dire essere bambino e non lo sei più e sto piangendo di nuovo, dannazione, Neil!

Però lì c’erano i primi capitoli che ti davano un’idea di dove si andasse a parare – ma che non facevano niente, niente!, per prepararti alla botta assassina dritta nei sentimenti.
In Embassytown non c’è nulla. Devi andare avanti fidandoti di elementi che stanno fuori dal romanzo e che ti promettono che lì in fondo, dopo i 100 milioni di pagine introduttive, c’è una storia molto bella che dà un senso a quella prima parte.

Comunque, recensione completa quando finirò di leggerlo.
Hai un fazzoletto?
Dannazione, Neil!

Trovare nuovi libri da leggere e nuove ispirazioni per scrivere. Come? Dove?

lankhmarUn paio di settimane fa, mentre giravo per librerie e fumetterie con Luigi, riflettevamo sul fatto che una grande libreria non è più il posto migliore per avere una panoramica di quello che succede nel campo della letteratura fantasy e fantascientifica.

Da un lato, sulla pagina Facebook di Magrathea c’era appena stata questa conversazione, dall’altro bastava che guardassimo gli scaffali davanti a noi: Martin come se piovesse, epigoni di Martin, Star Wars e altri libri tratti da film, videogiochi e serie TV, Hunger Games e derivati, Harry Potter e derivati. Molti libri pure belli, intendiamoci, ma nel complesso una selezione assolutamente non rappresentativa di cosa è presente oggi nel fantastico mondo della narrativa fantastica.

Esticazzi? C’è Amazon per gli acquisti, no? Ci sono Facebook, Goodreads, Chetteleggi per la scoperta, no? Soprattutto, c’è il passaparola per la scoperta! No?

Sì e no.

Il passaparola, di persona o online, da un amico o tramite una piattaforma, sito, social network, è sicuramente il modo migliore per scoprire nuovi libri. Ma – almeno per me – andare in libreria, vedere cosa si trova, lasciarmi sedurre da copertine e quarte di copertine, scoprire per caso un autore nuovo e non conosciuto nella mia cerchia di amici è sempre stato un piacere e la possibilità di avere una bella sorpresa più che compensava il rischio di averne una brutta. Almeno fino a un po’ di tempo fa: ora se entro da Feltrinelli o da Mondadori o altra grande catena, so già cosa troverò sugli scaffali prima ancora di arrivare alla sezione fantasy, fantascienza e horror.

Oh, intendiamoci: è sempre stato così: le librerie sono negozi e mettono sugli scaffali soprattutto quello che vuole la gente in quel momento, Terry Brooks e varianti della Spada di Shannara prima, Anne Rice e libri e libri e libri di vampiri poi, urban fantasy, fantasy storico, varianti del Trono di Spade. Solo che oggi più che mai mi pare che si trovi solo quello che si vende: pochi grandi autori ancor meno epigoni di quegli autori. E’ ancora possibile scoprire nuovi scrittori e nuovi generi, ma all’interno di una selezione sempre più ristretta. Naturalmente questo crea un circolo vizioso: solo quello viene proposto, quindi solo quello viene comprato, quindi solo quello viene di nuovo proposto. Solo quello si trova sugli scaffali, unicamente quella i lettori pensano che sia l’offerta disponibile.

Quando è stata l’ultima volta che avete visto un libro di Michael Moorcock, Lois McMaster Bujold, Roger Zelazny, Margaret Atwood, Ursula Le Guin, Jeff VanderMeer esposto in una grande libreria? Ma soprattutto, quando è stata l’ultima volta che avete visto esposto un libro di un autore che si ispira a loro?

Perché per me il punto importante è questo: non tanto trovare o non trovare un autore classico. Quanto trovare o non trovare qualcuno che si è ispirato a loro e partendo da lì ha elaborato una sua proposta, esplorando e arricchendo il genere o addirittura creando un nuovo genere.

Da sempre il processo di creazione dell’arte – e quindi anche della scrittura, anche di libri pop – parte con l’imitazione: leggo un autore o un genere che mi piace, scrivo un libro che rieccheggi quell’autore, il suo stile, la sua storia, il suo genere. E poi ancora e ancora e ancora, leggendo e imitando altri libri e altri autori, finché non sviluppo un mio stile, finché non svilupppo una mia originalità. Fanno tutti così. William Gibson lo racconta in un’intervista: leggeva tutto quello che gli capitava sotto mano nella sua piccola città di provincia in cui è cresciuto. Una lettura vorace e variegata.

Ci chiedevamo con Luigi: cosa può scrivere chi inizia ora a cimentarsi con la scrittura, se le uniche fonti di ispirazione che trova sono i libri  che si trovano oggi sugli scaffali? Game of Thrones è il fantasy del momento dato il successo nella nicchia degli appassionati prima e più generale poi grazie alla serie TV. E sta esercitando sui lettori che iniziano a cimentarsi con la scrittura lo stesso fascino che, ai tempi, esercitò Il Signore degli Anelli. Ma come possiamo aspettarci modernità, nuovi punti di vista, un’evoluzione del genere da chi vede – perché così viene proposto – come il fantasy definitivo un ciclo il cui primo libro ha iniziato a prendere forma nel 1991 e tra pochi giorni celebrerà i 20 anni dalla prima edizione?

Ora, fortunatamente sono secoli (almeno uno e un pezzo) che tra circoli di lettura, riviste, internet la scoperta di nuove letture e – soprattutto dal mio punto di vista – nuove ispirazioni per nuovi scrittori non è limitata agli scaffali delle librerie. Ma sicuramente ci vuole forse più impegno, forse più fortuna per trovare qualcosa al di fuori della massa di titoli che dominano le conversazioni.

Magrathea è nato per questo in fondo: permettere a chi vuole cimentarsi con la scrittura di proporre un racconto e chiedere “che ne pensate?”, trovare qualche consiglio per scrivere meglio, scrivere e leggere articoli che non parlino solo del grande film o grande libro che vengono trattati approfonditamente da mille altri siti (con l’eccezione di Star Wars, conoscete la mia passione per Star Wars), trovare spunti, ispirazioni e notizie curiose e che altri trascurano e in generale cercare di uscire un po’ dalla bolla dei soliti nomi noti e capire che aria tira non solo al centro del mondo del fantasy, della fantascienza e dell’horror, ma pure sulle frange esterne.

Che ne pensate? Credete anche voi che oggi sia un po’ più complicato del passato trovare nuove letture e nuove ispirazioni al di fuori degli autori e dei titoli più famosi?

Il trailer di Rogue One: A Star Wars Story

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Ed eccolo finalmente qui: il trailer del primo spin off di Star Wars. Rogue One: A Star Wars Story, il primo dei film che esplorano la galassia di Star Wars raccontando vicende che non vedono coinvolti Sith, Jedi e la famiglia Skywalker.

 

In Rogue One vedremo come un gruppo raccogliticcio di ribelli è riuscito a rubare i piani della prima Morte Nera, quelli in possesso di Leia all’inizio di Episodio IV.

Ovviamente è impossibile scrivere reazioni razionali a questo trailer, ma solo scomposte frasi di giubilo. E’ del tutto evidente che l’idea di mandare al cinema un film di Star Wars all’anno tra episodi principali e spin off è una bieca manovra commerciale della Disney. Ma da quello che vedo è una bieca manovra a cui sono felice di piegarmi.

Non posso fare altro che inserire una gif di Poe Dameron che balla con altri piloti.

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Questo trailer ha un mood strano: è assolutamente Star Wars, ma è uno Star Wars più sporco, più terra terra, meno epico, più duro. Molti, tra cui io, pensano che Firefly sia praticamente una serie di Star Wars in cui l’Impero ha vinto e ha spazzato via Jedi e alieni. Ecco, questo Rogue One dal trailer sembra un film di Firefly. Che per me è tipo un sogno che si avvera. C’è persino Alan Tudyk!

Il cast è senza senso: è come se il regista Gareth Edwards avesse iniziato a sparare nomi di attori del suo cast da sogno bagnato aspettandosi un “no, dai, questo no” dopo ogni nome. E invece la Lucasfilm continuava a dirgli di sì!

Felicity Jones? Ok.
Uh… Mads Mikkelsen? Certo!
Donnie Yen! Va bene!
Alan Tudyk. Ok.
ALAN TUDYK! Ho capito, ho detto che va bene.
Va beh, allora pure Forest Whitaker. Ok, ottima scelta.
No aspetta, ma davvero? Allora voglio Genevieve O’Reilly per interpretare Mon Mothma. Ottima idea! L’interpretava pure ne La Vendetta dei Sith, peccato abbiano tagliato le sue scene.
Ma davvero? Ma sei serio? Ma davvero mi fai fare un film con questo cast? Sì, eccoti pure un sacco di soldi. Vai Gareth!
Grazie Topolino!

Davvero, grazie Topolino!

Il team guidato da Felicity Joines in Rogue One ruberà i piani della Morte Nera il 14 dicembre 2016. Quelli che sopravvivranno a quegli AT-AT, almeno.

Come giocano di ruolo i giapponesi: alcuni replay tradotti

rlyehantiquesmallVi ho già parlato dei giochi di ruolo giapponesi (qui l’ultimo articolo) e ho accennato ai “replay“, ovvero le trascrizioni delle sessioni di gioco pubblicate all’interno di riviste o come libri. Cronache delle Guerre di Lodoss iniziò come serie di replay prima di diventare romanzo, fumetto, anime.
 
Qui ci sono le traduzioni in inglese di due replay del Richiamo di Cthulhu.
 
 
E qui c’è uno zip con la traduzione del gdr Monotone Museum. Tra i materiali presenti c’è un replay giocato da alcuni nomi illustri della scena GDR giapponese, tra cui l’autore di Terra Bansho Zero

Lo Chiamavano Jeeg Robot: la recensione commossa

Jeeg_manifesto_definitivo-CopyE se Tarantino girasse un film di supereroi a Roma?
E se l’Uomo Ragno fosse di Tor Bella Monaca?
Tipo Unbreakable de noantri?

Ecco, se provassi a descrivere così Lo Chiamavano Jeeg Robot farei un cattivo servizio al film. Perché è chiaro che essendo un film di supereroi, uno dei maggiori e più tipici prodotti della cultura americana, incrociato con l’anime di Jeeg Robot e ambientato nella periferia di Roma, ti vengono quei paragoni là. Ma sarebbe un’offesa al film che Gabriele Mainetti ha tirato fuori dal cilindro. Perché è un film italiano che più italiano non si può. Anzi, romano. Culturalmente nostro. Che poi fino a ieri per me “film italiano” era sinonimo di “te lo vai a vedere te”, dato che condividevo le stesse posizioni di Stanis. Non Baratheon, quello è StanNis, con due enne, ma La Rochelle: il personaggio interpretato da Pietro Sermonti in Boris.

E invece.

Facciamo così, ve lo spiego.

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C’è questo criminaletto di bassa lega che ha avuto i suoi 15 minuti di celebrità apparendo a Buona Domenica, poi è sprofondato di nuovo nell’abisso dell’anonimato, sia come personaggio che come criminale. Costretto a seguire di giorno le orme del padre nella gestione di un canile e di notte sempre le orme del padre nelle rapine, quelle da quattro soldi che non ti fanno mai fare la svolta. E intanto c’è gente che fa i milioni di visualizzazioni su YouTube. E lui rosica. Ma forte! Allora decide di fare il grande salto, entrare nei giri della gente grossa e cattiva. Ma va tutto storto. Allora prova il piano B. Ma pure quello gli va male. Pare salvarsi in corner e sorpresa! No, pure quella va male. Alla fine è pure comprensibile che gli girino i coglioni, no?

Ecco, questo non è l’arco del protagonista, ma del cattivo. E quando azzecchi il cattivo, che è cattivo vero che fa paura, hai azzeccato il film. Questa è una cosa che alla Marvel non hanno ancora capito e Mainetti invece sì.

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Per cui il suo supereroe, criminaletto di periferia ancora più “etto” del cattivo, si trova ad affrontare una minaccia reale. Anche se lui non vorrebbe. Lui è uno semplice. Appena acquista i poteri pensa solo a come fare i soldi non con il salto di qualità, ma realizzando da solo e in maniera più semplice quello che avrebbe fatto prima in compagnia e con più difficoltà. Non pensa in grande, non ha una visione. Quando sembra che svolti, non lascia il buco in cui abita in periferia, si compra solo un videoproiettore per vedere meglio i porno e si riempie il frigo. Di budini, non di caviale.

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Per fortuna c’è Alessia. Alessia è matta come un cavallo. E quindi, come i matti di Shakespeare, grazie ai suoi discorsi a base di Jeeg Robot – suo unico e tenue contatto con la realtà – mostra a Enzo cosa deve fare, quale deve essere la sua strada. Li deve salvare tutti, lui che può diventare Jeeg.

Tutti chi?

Tutti!

Tutti quelli che la telecamera inquadra quando smette di stare fissa sul protagonista, sfocando tutto quello che c’è sullo sfondo pure se sta a 50 centimetri da lui, o smette di darci solo il suo punto di vista stretto e si allarga, si allarga in quella panoramica all’Olimpico e in quella panoramica sui tetti di Roma. Tutti. Tutti noi.

Ci sono una serie di espressioni nella calata romana che indicano un misto di sorpresa, stupore e ammirazione.

Mecojoni! Ciò a cui sto assistendo o che mi sta venendo raccontato è così sorprendente che stento a crederci e mi viene da dire che mi stai prendendo in giro. Me stai a cojona’!

Machedavero?!? Ma che, davvero? Simile alla precedente, ma con meno intensità e più sorpresa.

Ma chi cazzo sei? Da usare per rivolgersi a chi ha appena fatto qualcosa che, nelle esperienze quotidiane, appare incredibile. Tipo segnare un gol con un tiro a rientrare dalla linea di fondo, con la palla che scavalca due difensori e il portiere.

‘Tacci tua! Simile alla precedente, da pronunciare con tono affettuoso e braccio teso a indicare la persona a cui ci si rivolge. Il tono affettuoso è importante: in mancanza scatta la rissa coi coltelli.

Ecco, tutto questo è appena sufficiente a descrivere Lo chiamavano Jeeg Robot.

Mecojoni, che forza di film! Machedavero questo (si intende il regista) ha mischiato il crime movie di strada italiano con la origin story tipica supereroistica tirando fuori sto film bello ‘na cifra? Ma chi cazzo siete Claudio Santamaria (che lo sapevamo che è bravo), Luca Marinelli (che non lo sapevamo che poteva essere così bravo) e Ilenia Pastorelli (esperienze cinematografiche precedenti: niente! Poi dice che dal Grande Fratello esce solo lammerda) che m’avete fatto amare questi personaggi. ‘Tacci tua Gabriele Mainetti che hai tirato fuori un film maestoso, commovente, duro, divertente, spietato.
Bello, ma bello bello bello questo film. Per me? Appena un pelo sotto Mad Max: Fury Road.

Attenzione, questo film non risponde alla domanda “come si fa un film di supereroi italiani?“, esattamente come Mad Max non risponde alla domanda “come si fa un film action postapocalittico?” Rispondono entrambi alla domanda più alta: “come si fa cinema?” Come si fa? Così, si fa così.

Trailer.

Cover della sigla di Jeeg Robot.

Daje.

Una panoramica sui giochi di ruolo giapponesi

doublecrossE’ tanto che volevo scrivere un articolo sui giochi di ruolo giapponesi.

Ho già fatto qualche accenno qua e là e ho recensito uno dei giochi più popolari e classici del Sol Levante, ma un articolo completo con una panoramica di quello che accade dal punto di vista ludico laggiù non l’ho ancora scritto. E non lo scriverò neppure ora, perché non è questo il momento.

Ma Vincenzo ha linkato un articolo su Magister Ludi e il mio commento di risposta stava raggiungendo dimensioni epiche per Facebook. Quindi ho deciso di trasformarlo in questo post. Qui elencherò numerosi punti, ma rimando a un altro articolo una discussione specifica sugli altri giochi giapponesi in mio possesso.

 

Premessa essenziale: conosco solo cinque giochi di ruolo giapponesi tradotti in inglese e tre di questi sono prodotti dalla stessa casa editrice. Tutto quello che so quindi si basa sulla lettura di questi manuali e su quello che ho letto su internet. Non conosco giocatori giapponesi, ma ho amici che vivono da un po’ in Giappone e mi hanno raccontato le loro esperienze. Altre le ho lette scritte su vari forum e siti da giocatori occidentali residenti in Giappone.

 

Quando si parla di queste creature misteriose che sono i giochi di ruolo giapponesi, l’immaginazione va subito alle ambientazioni da anime e manga che sicuramente si troveranno in questi giochi, ai disegni e illustrazioni che saranno sicuramente magnifiche – e alle meccaniche di gioco che, per forza di cose! – saranno sicuramente originali.

Ora, in effetti è tutto vero. Ma per me non sono quelli i punti interessanti. Ovvero: le ambientazioni che si trovano nei gdr sono quelle che si trovano in anime e manga e videogiochi alla Final Fantasy. Si trovano spesso dei mash up di fantasy, fantascienza e steampunk. Quindi belle se piace il genere, ma non originali. Nel senso che, appunto, si prova a proporre qualcosa di familiare e non di sorprendente e mai visto prima.

 

I manuali sono prodotti con molta cura: illustrazioni e impaginazione sono sempre di buona qualità. La presentazione è abbastanza standard. Non c’è la ricerca di un modo di fornire informazioni diversa da quella ordinaria. In occidente c’è più sperimentazione sul manuale non solo come contenitore di informazioni, ma come strumento da usare al tavolo.

 

Le regole per me sono l’elemento più interessante. Non solo dal punto di vista meccanico, ma per come aiutano il gioco ad assolvere al suo scopo. Per cosa intendo con “scopo del gioco” vi rimando a questo articolo.

 

Prima di affrontare questo aspetto, lasciate che vi dica qualcosa del mondo dei giocatori giapponesi.
Il nostro modello di gioco abituale è quello del vederci tutti a casa di qualcuno, in un dato giorno della settimana o del mese, per giocare più o meno sempre con lo stesso gruppo.
Per una serie di questioni culturali – mancanza di tempo, case piccole, scarsa abitudine a invitare persone a casa – in Giappone questo modello è difficilmente replicabile. Incidentalmente, penso che questo risponda alla domanda posta nell’articolo di Isola Illyon: come mai i log di sessione hanno tanto successo? Perché non solo permettono di leggere la storia di una serie di avventure che si evolvono in una campagna, ma anche di immergersi nell’atmosfera del gioco attorno al tavolo, con le battute e l’interazione tra i giocatori. Situazione non scontata, come ho scritto. Spesso i giocatori si trovano a giocare in locali come bar o sale karaoke, con i costi e la confusione associati.

 

Poiché è complicato riunire sempre le stesse persone attorno al tavolo a intervalli regolari, i giochi e i giocatori ragionano in termini di singola avventura, non di campagna. Ogni avventura tende quindi a essere auto conclusiva e strutturata in scene. Ogni scena ha per protagonista uno dei personaggi. Può essere protagonista perché per risolvere la scena c’è bisogno delle  abilità specifiche di quel personaggio, o perché in quella scena si fa riferimento a qualcosa legato al suo background o ai suoi obiettivi. In ogni caso, poiché non si sa se ogni giocatore sarà presente a ogni partita, ci si vuole assicurare che ciascuno dei giocatori presenti abbia almeno un momento sotto i riflettori, almeno un momento in cui l’avventura verte su di lui.

 

A questo aspetto che può sembrare pensato per soddisfare l’ego di ciascun giocatore, ne fa da contraltare un altro che invece è tipico della cultura giapponese: ovvero, quello che conta è la missione. Se il gruppo non porta a termine la missione, l’avventura è fallita. Non importa se i personaggi sono sopravvissuti per combattere un altro giorno o se possono provare a sistemare le cose nella sessione successiva o possono dedicarsi ad altro in una nuova avventura. Ovviamente, “sconfitte di intermezzo” che servono a rendere più drammatica la storia o ad alzare la posta per uno o più personaggi sono perfettamente accettabili.

 

Di solito la vita del personaggio è nelle mani del giocatore. E’ il giocatore che decide quando il suo personaggio muore. In molti sistemi, quando un personaggio arriva a 0 punti ferita sviene. Ovviamente, se svengono tutti, possono essere uccisi mentre sono a terra. E la missione fallisce. Oppure, può svenire il personaggio che ha le capacità necessarie per superare quell’incontro. E la missione fallisce. Per questo, i giocatori possono decidere di rischiare la vita del personaggio: ottengono qualche tipo di bonus molto consistente – pensate alle limit break di Final Fantasy – possono compiere azioni eccezionali, ma se arrivano a 0 punti ferita in questa modalità, il personaggio muore. Ovviamente questo punto si lega a quanto scritto sopra riguardo alla missione: meglio morire eroicamente compiendo azioni che portano il gruppo al successo, che far fallire la missione. Ci sono giochi occidentali che hanno questa stessa logica, ma attenzione: in occidente la scelta di far morire il personaggio viene presa per raccontare una storia più drammatica e avvincente, in oriente per non far fallire la missione. C’è una sottile differenza, anche se alla fine spesso il risultato è identico.

 

Poiché la vita del personaggio è nelle mani del giocatore e la morte eroica rientra nello stile di gioco, è normale che un giocatore cambi spesso personaggio, come è normale che un gruppo sia fluido perché non cambiano solo i personaggi, ma pure i giocatori. A seconda di chi ha tempo. Un corollario di tutto questo: la fase di creazione del personaggio è sempre interessante e approfondita, l’avanzamento con l’esperienza è sempre abbastanza banale.

 

Dato che i giochi subiscono la concorrenza dei videogiochi e dato l’elevato tasso di azione degli anime e dei manga, le regole devono essere semplici e veloci, simulare azioni rapide in modo rapido. Un combattimento di sessanta secondi in tempo reale non può durare sei ore al tavolo.
Non ho visto meccaniche particolarmente sorprendenti in nessun gioco, ma ho sempre trovato meccaniche semplici ed eleganti. Si tratta quasi sempre di “tira uno i più dadi, aggiungi un bonus e supera la difficoltà.” Dato che all’arrivo dei primi giochi di ruolo occidentali in Giappone era complicato trovare i dadi poliedrici, molti regolamenti locali sono stati sviluppati utilizzando i comuni dadi a sei facce. Ora trovare dadi poliedrici è semplice, ma la tradizione dell’uso del d6 è rimasta. Le regole di lancio dei dadi in genere non prevedono operazioni complicate, quasi sempre solo addizioni. Il massimo della complicazione è Double Cross, che usa dadi a 10 e operazioni che ora non ricordo perché non ho qui il regolamento. Ma ricordo che il primo lancio di dadi è complicato. Poi ci si fa l’abitudine (o si scrivono i bonus sulla scheda una volta per tutte). All’estremo opposto Tenra Bansho Zero: si tirano un numero di d6 pari al valore della caratteristica che si sta utilizzando (esempio: agilità per scavalcare un muro) e ogni risultato inferiore al valore dell’abilità usata (esempio: acrobazia) è un successo. Il valore delle abilità va da 1 a 6, in genere basta un successo per compiere l’azione.

 

A quanto ho visto, i regolamenti presentano meccaniche di gioco e consigli nella gestione dei giocatori, del setting, dell’interazione tra personaggi e ambientazione, che assolvono a tutti questi requisiti. Le regole sono molto legate alla simulazione dell’ambientazione, i regolamenti spingono all’interpretazione e alla narrazione. E per me questo è un bene, perché ogni elemento del gioco, che sia meccanico o di ambientazione, è coerente e permette di immergersi nel gioco. I giochi generici, un regolamento buono per qualsiasi ambientazione, non sono popolari. La casa editrice F.E.A.R. ha un set di regole base che si ritrovano in quasi tutti i suoi giochi, ma definisce questo regolamento “universale, ma non generico”. Ovvero, applicabile in qualsiasi ambientazione, ma con un supplemento di regole necessarie a sposare meccaniche di gioco e setting, specifiche per quel gioco.

Una cosa curiosa che ho notato è che in Giappone pare non essere avvenuta tutta la discussione sulla natura del gioco di ruolo, sui rapporti tra master e giocatori e la divisione, ma mi viene da dire addirittura contrapposizione, tra giochi indie, mainstream, old school eccetera. Il risultato, si vede soprattutto in Tenra Bansho Zero e in Double Cross, è una inconsapevole sintesi quasi perfetta tra tutte queste posizioni.

Infine, un po’ di link.

In inglese, che io sappia, sono stati ufficialmente tradotti e vengono venduti tre giochi.

Double Cross
Tenra Bansho Zero
Maid RPG

Se cercate in giro, potrete trovare le traduzioni non ufficiali di Sword World 2.0 e del sistema base della F.E.A.R.

E’ partito un kickstarter per la traduzione di un altro gioco: Shinobigami.

Due fonti di informazioni sui giochi di ruolo giapponesi sono il blog J-RPG (aggiornato saltuariamente), il profilo Google+ di Steven Siddall, il gruppo Google + degli amanti e traduttori dei giochi di ruolo giapponesi e Wikipedia.

Oggi in tv – I film fantasy, horror e di fantascienza stasera in televisione

gotham_header_h_2015Se la visione trita e ritrita dei classici film natalizi vi ha stufato fino alla nausea, sappiate che per questa sera la programmazione tv cambia notevolmente. La lista dei film oggi in tv in prima serata potrebbe tornarvi utile per eliminare tutto lo sdolcinamento obbligatorio di questi giorni festivi e godervi film strettamente connessi con la tematica di questo blog: fantasy, horror, fantascienza. Una manna dal cielo per i nostri occhi! Per ogni titolo indicherò canale e orario della messa in onda dei film in prima serata, mentre per l’intera lista vi rimando al sito OggiInTV da cui ho prelevato questa lista.

 

Neverwas – La favola che non c’è

RAI 3 alle 21:05

Zach Riley è uno psichiatra di successo che decide improvvisamente di abbandonare il suo stabile lavoro universitario per prendere posto nella vecchia casa di cura per malattie mentali in cui lavorava il suo stesso padre. Nello stesso luogo suo padre, famoso scrittore, aveva realizzato il classico per ragazzi “Neverwas”. Ossessionato dai suoi sentimenti e risentimenti irrisolti nei confronti del padre, Zach si imbatte in un paziente che sembra sapere molto di più su quel romanzo.

 

Gotham

ITALIA 1 alle 21:10

Chi era Joker prima di diventare lo psicotico che tutti conosciamo? Chi era Bruce Wayne prima di diventare Batman? Gotham è una serie tv spinoff/prequel dei film incentrati sull’universo intorno a Batman che racconta le vicende mafiose di Gotham prima che la città conoscesse il miliardario eroe mascherato e che ruota attorno alle figure di James Gordon e Harvey Bullock, guidati dal capitano Sarah Essen. La prima stagione racconta la caccia al killer dei coniugi Thomas e Martha Wayne.

 

L’ultima casa a sinistra

ITALIA 2 alle 21:30

Due criminali a piede libero, finiscono con lo stuprare ed uccidere due ragazze. Nel tentativo di nascondere quanto successo, durante una notte di pioggia decidono di trovare rifugio presso la casa di una delle vittime dove vivono i genitori. Ignari di dove siano capitati, i due assassini dovranno vedersela con i genitori della ragazza che viveva lì dopo che avranno scoperto a chi hanno davvero dato riparo. Si tratta in realtà di un remake ufficioso de La fontana della vergine di Ingmar Bergam.

 

The Originals

LA 5 alle 21:10

E’ una serie tv americana di genere fantasy. Si tratta dello spin-off di The Vampire Diaries. L’episodio pilota venne trasmesso all’interno della serie principale come ventesimo episodio della quarta stagione. Ambientata a New Orleans, la serie narra la storia dell’ibrido Niklaus Mikaelson che insieme alla sua famiglia anni prima fondò la stessa città ma dalla quale fuggì per sottrarsi alla furia del padre. Anni dopo tornando sul luogo scopre che le cose sono nettamente cambiate e che adesso il vampiro Marcel detiene il potere e le decisioni su qualsiasi cosa possa accadere in zona. Comincerà così un’intrigata alleanza per ripristinare il potere ai fondatori della città.

 

La lista termina qui purtroppo. Non si tratta di un lungo mix di film golosi e allettanti, ma è comunque un buon inizio per smorzare la routine natalizia e tornare alla normalità con i nostri generi preferiti. E voi cosa guarderete oggi in tv?